Alfredo Petrucci “pellegrino” a Santa Maria di Kalena

Nella monografia “Pellegrino al Gargano” pubblicata nel 1968 a Foggia dall’Amministrazione provinciale nei Quaderni de “La Capitanata” , Alfredo Petrucci, rileggendo i reportage di famosi viaggiatori come Bertaux, Haseloff, Schulz – passa in rassegna i maggiori monumenti e centri artistici del Gargano, ricostruendo le vicende storiche e artistiche di tre fra i più noti e importanti monasteri della Puglia settentrionale: Santa Maria di Calena, S. Cecilia di Pulsano e Santa Maria di Tremiti. I tre monasteri, eretti in zone diverse del Promontorio, sono tutti compartecipi e protagonisti di quella unitaria civiltà culturale ed artistica della regione pugliese: civiltà della quale il “Pellegrino al Gargano”, raffigurato nel capitello di San Leonardo di Siponto, è insieme rivelazione e simbolo.

Riproponiamo ai nostri lettori le pagine riguardanti l’Abbazia di Peschici.

Calena, Calenella; avete mai sentito nomi di paesi e di contrade piú dolci e musicali di questi? A Calenella, in tenimento di Vico, si arresta oggi la ferrovia garganica, al termine d’una pineta quant’altra mai folta fresca fragrante, lasciando nell’animo del viaggiatore il rammarico che le avare rotaie non continuino ancora la loro corsa, per inerpicarsi almeno sullo sprone imminente di Montepuccio, vera scolta naturale del Promontorio, tra il levante e il ponente costiero, e poi scendere un’altra volta al piano, tra le ultime propaggini del bosco, fino a raggiungere, aggirando gli spalti petrosi di Peschici, la sorella maggiore: Càlena. Che cosa è rimasto di originario, oltre al paesaggio incantevole, alla località che si vanta ancora di questo nome una volta illustre? Al tempo di Leone, vescovo o arcivescovo (com’egli amava chiamarsi, anche se «sine suffragio») di Siponto e di Monte S. Angelo, il suo tempio era una «ecclesia deserta», ma aveva già una storia di secoli, ed altra storia, di assai maggiore importanza, avrebbe avuta in sèguito, pur se di essa non si vedono oggi che pochi avanzi del periodo cistercense, incorporati in una vasta fattoria di proprietà privata. A codesti avanzi, per fortuna, sono da aggiungere le tracce della pianta su cui la chiesa sorgeva, in modeste dimensioni, e quelle della pianta su cui sarebbe risorta, dopo il Mille, con una navata centrale sormontata da due cupole e le navate laterali con copertura a semibotte.

La chiesa di S. Maria di Càlena, prima e dopo ch’essa fosse elevata a dignità di priorato e di badia, è una di quelle il cui nome ricorre piú spesso negli antichi documenti. Lo si incontra per la prima volta nel cosiddetto e tanto discusso «breve di Càlena», databile non al 1023 come pensava il Gay, ma al 1038 circa e nel quale si tratta di una larga donazione fatta dall’arcivescovo Leone alla badia benedettina di Trèmiti. In quel documento è citata appunto una chiesa deserta «in loco qui vocatur Càlena». Chiesa deserta, dunque, probabilmente chiesa rustica, simile a quella di Calenella (Càlena minor), che tre castellani di Pèschici, Tripo, Giorgio e Teccamiro, possedevano nella rada dove ora, come dicevamo, si arresta inopinatamente la ferrovia garganica, e nel cui retroterra, quando eravamo ragazzi, i nostri vecchi ci mostravano con fare riguardoso i vestigi di antichissime informi costruzioni.

La Chiesa di Càlena, quella, cioè, maggiore, che i pirati avevano piú volte assalita e devastata, nonostante la torre di difesa di cui era stata munita sotto Lodovico II (872 d.c.), non aveva nel suo territorio al tempo del presulato di Leone da Monte S. Angelo (1034-1050) altro che una parva terricella e un pastinello (piccolo terreno a vigna); e poiché il dono sembrava troppo modesto, l’arcivescovo vi aveva aggiunto alcune selve «succise» e «non succise» ed altre terre di sua pertinenza, con il pretesto che, essendo troppo lontane dalla sua sede sipontina e montanara, non potevano essere da lui convenientemente coltivate.

Motivazione, questa, che impegnava in un certo senso i monaci di Trèmiti a rimettere a cultura le terre e far rifiorire nello stesso tempo la chiesa. Fu appunto in sèguito a questa donazione, confermata nel 1053 dal papa Leone IX, che la «ecclesia deserta» divenne un piccolo tempio romanico a cupola, di tipo schiettamente pugliese.

Da questo piccolo tempio, trasformato ed ingrandito posteriormente dai Cistercensi, derivano verosimilmente alcune pietre lavorate, tuttora visibili nel contesto delle fabbriche successive. Tale, per esempio, l’erma scolpita a mezzo tondo sotto una delle grandi arcate della sola facciata superstite, che sembra riattaccarsi alle teste degli amboni di Acceptus, il padre della scultura romanica pugliese.

Per i monaci della badia benedettina di Trèmiti, avere lí, sulla costa del Gargàno, di fronte alle loro isole, una dipendenza come quella di Càlena, dalla parte di oriente del Monte Devio, quando ad occidente avevano già, oltre alla città di Devia, le dipendenze lesinesi e civitensi, era un grosso affare, sia d’ordine economico, sia d’ordine strategico. E furono loro stessi, probabilmente, a promuoverne l’elevazione da semplice «cella» a priorato prima, a badia poi. Ma Càlena, forte ormai della sua posizione e dei suoi vasti e floridi possedimenti, non tardò a dichiararsi indipendente e mettersi in lotta con Trèmiti. Fu allora forse che i calenensi incominciarono ad accrescere di mole e di potenza le fortificazioni del loro monastero, per difendersi cosí dai pirati mussulmani come dai confratelli delle isole Trèmiti.

Ma le minacce continuarono sempre ad incombere sulla loro casa, come si può desumere dal bel verso leonino che ancora oggi si legge su di una porticina accessoria della fattoria in cui l’antica fabbrica s’è andata trasformando: verso che in origine doveva certamente figurare scolpito sull’architrave di uno degl’ingressi principali: «Invia cuique truci furi sum pervia luci». Aperta, dunque, alla luce, come chiusa ai predoni d’ogni fatta.

Ma Càlena aveva anche, nel periodo della sua maggiore prosperità, alcune invidiabili dipendenze, quali San Nicola di Montenero e San Nicola Imbuti, l’una all’interno, sui monti verso Vico, l’altra prossima alla costa, tra Rodi e Sannicandro. Come le difendeva? Quella, forse, con l’ampio sbarramento dei suoi boschi, «succisi» e «non succisi», questa con la laguna litoranea di Varano, mentre qui il mare era a due passi e i pirati vi potevano sbarcare quando volevano, favoriti dal massiccio cuneo roccioso di Pèschici.

Il monastero di Montenero era tenuto molto caro dai calenensi ed ambito d’altro canto dai tremitensi, non solo per le sue ricchezze in olio, vino e agrumi d’ogni specie, ma anche e specialmente per i numerosi «molendini» di cui disponeva lungo la valle che scende giú dall’alta Vico allo sbocco del torrente Asciatizzo e che ancora oggi è chiamata «Valle dei Molini»; ma la chiesa e le fabbriche annesse, già trasformate dai canonici Lateranensi che vi giunsero nel Quattrocento, e quindi incorporate, al pari di Càlena, in una grossa fattoria ottocentesca, non presentano oggi piú nulla del loro aspetto primitivo, così com’è di tante altre chiese della zona, a cominciare da quella ingrandita e trasformata di San Pietro sita «supra montem» a Vico Garganico, che troviamo nominata fin dal 1113, con particolare rilievo, nei documenti di San Leonardo di Siponto. La cella di San Nicola «de Monte Nigro», con i suoi molendini e tutte le sue pertinenze, è ricordata già in una bolla di Stefano X del 7 febbraio 1058, nella quale vengono confermate una per una le possessioni della badia di Càlena, compresa la cella di San Nicola Imbuti, sita ai margini del lago Varano e non meno ambita dell’altra per i suoi pingui pascoli e le sue ricchezze in pescagione e cacciagione. Ma né della chiesa né del monastero di questo favoloso San Nicola è rimasto piú nulla, dopo che il territorio su cui sorgevano, detto «imbuto» (da imbuo) perché bagnato dalle acque della laguna, fu destinato alla costruzione d’un idroscalo, in occasione della guerra 1915-18.

Memorie, dunque, nient’altro che memorie, o vestigi e travestimenti spesso impenetrabili, ma non per questo privi d’incanto in una terra che, a parte le sue caratteristiche naturali, fu nel Medioevo teatro di importanti avvenimenti storici e soprattutto di singolari manifestazioni d’arte. Ricordiamo per esempio, il senso di mistero, misto a vivissima curiosità, da cui eravamo pervasi quando, fanciulli, ci spingevamo da soli o in frotta fino al fiumicello Lauri, in territorio di Sannicandro garganico, nostro paese natío. Su di un greppo, proprio a ridosso del molino ad acqua tuttora esistente ed attivo, vedevamo a fior di terra le fondamenta superstiti di alcune fabbriche diroccate, di cui nessuno sapeva dirci niente, e pensavamo ad un castello turrito, ad una chiesa affrescata, ai villici dei dintorni che traevano qui a macinare il loro grano e a sentire l’uffizio divino prima di recarsi al lavoro. Qualcuno ci tracciava di «fantastici» o peggio; ma oggi che in un documento del 1058 troviamo nominati e quel fiumicello e quel castello (castellum ubi dicitur Lauri) e quella chiesa (ecclesia vocabulo sancti Petri Apostoli), ci assale il desiderio di ritornare su quel greppo, per poter interrogare con occhi piú esperti quelle vecchie pietre ed allargare lo sguardo attorno, fino a tutte le pertinenze del castello, «vigne e terre coltivate ed incolte, – come dice il documento – alberi fruttiferi e non fruttiferi, selve acque e prati», e il molino e la navicella (il «sandalo») e la stessa chiesa, che il conte Petrone, figlio di Gualtiero di Lèsina, vendette per 150 soldi schifati. 150 soldi: a quanto corrisponderebbero oggi? Non pensiamoci, e spalanchiamo anche noi l’anima alla luce, facendoci per un momento, in tanto riso di verde e di azzurro, tutti calenensi. 

Alfredo Petrucci

MEMO/ Alfredo Petrucci (Sannicandro garganico 1888 – Roma 1969) Storico dell’arte, scrittore, incisore, fu Direttore del Gabinetto nazionale delle stampe dal 1941 al 1953. Diede fondamentali contributi alla storia dell’incisione europea dalle origini al sec. 19º e alla storia dell’arte medievale italiana; fra le sue opere critiche si ricordano, oltre ad alcuni volumi dedicati all’incisione italiana nei varî secoli (1941-64): “Le Magnificenze di Roma” di Giuseppe Vasi (1946); “Maestri incisori” (1953); “Il Caravaggio acquafortista e il mondo calcografico romano”(1956); “Cattedrali di Puglia” (1960). Ha lasciato numerosi volumi di narrativa e di poesia.

(servizio a cura di Teresa Maria Rauzino, foto anni ’60 del pittore Romano Conversano)

Su Google meet del comprensivo “Giannone” di Ischitella e Rodi si è discusso di violenza sulle donne

In questo periodo di pandemia, che scoraggia attività o incontri che prima venivano effettuati all’aperto, ce n’è stato uno proposto dall’istituto comprensivo “Giannone” di Ischitella e Rodi Garganico. “La giornata della gioia”, progetto coordinato dalla prof.ssa Rosanna Santoro, che ha visto presenti donne di spessore per interventi interessanti e coinvolgenti. Le ospiti sono state invitate il 12 aprile 2021, alle ore 9.30, sulla piattaforma google meet, a discutere di un tema che ci riguarda tutti, soprattutto perché le bambine di oggi saranno le donne di domani. L’argomento,  “la violenza  sulle donne e le relazioni tra loro”, che poteva essere difficile da affrontare con ragazzi di scuola media, è stato analizzato dimostrando che la scuola è un luogo capace di creare nuovi ambienti di apprendimento. Questo momento è divenuto possibile grazie ad una sperimentazione avviata il 23 dicembre del 2020, con “l’intervista al Coronavirus” . 

Le Giornate della Gioia”,  sono state volute come approccio diverso alla Dad, per esorcizzare le paure degli adolescenti. 

La discussione del 12 aprile è ruotata intorno alla  figura femminile che è stata considerata molto spesso inferiore all’uomo e discriminata, e ne hanno parlato, raccontandosi, le scrittrici Mariangela Camocardi e Bianca Rita Cataldi (in collegamento da Dublino per il dottorato alla university college), la professoressa Fridanna Maricchiolo dell’università Roma Tre, Giusy Zaccagnini, attrice accattivante che ha fatto una performance da grande artista, la cantante Rosalba Santoro, i ragazzi e i docenti.  A sostegno della sua azione di mediatrice, la professoressa Santoro ha voluto la psicologa Veronica Gatto, che oltre ad essere un elemento importante per la scuola, ha presentato l’associazione “una Rosa per il sorriso”, la sua presidente Tea di Milo, e l’avvocato dell’associazione antiviolenza, Angela Masi. Molto importante il momento dedicato alle produzioni dei ragazzi, che ha dato contributi con slide e filmati simbolo di speranza, oltre a intermezzi musicali coordinati dalla professoressa Gabriella Ferri.

All’incontro ha partecipato il Dirigente scolastico, prof. Tommaso Albano, che ha ringraziato tutte le partecipanti e i ragazzi, auspicando analoghi momenti culturali in presenza, oltre che virtuali.

L’evento, nonostante la distanza, ha dimostrato che i linguaggi trasversali possono essere utili per molteplici azioni successive e riflessioni produttive, oltre che azioni di sensibilizzazione e di informazione sul territorio. 

Piccoli Confratelli crescono… a Vico del Gargano

Scrive Paolo di Corcia ( classe 3 E turismo IISS “Mauro del Giudice di Rodi garganico)

Scrivo questa relazione, dopo aver letto un bellissimo libro di Salvatore Villani “ Le voci delle Confraternite di Vico del Gargano”, che mi ha toccato subito il cuore perché, prima di tutto, parla del mio paese; secondo, parla di una tradizione che si tramanda da generazioni nel mio paese, ovvero le confraternite. Io faccio parte, da piccolo, della Confraternita di Sant’Agostino e Santa Monica, che ha sede nella Chiesa di San Giuseppe, nel centro storico. La Confraternita di Sant Agostino e Santa Monica nacque nel 1718 dopo la Confraternita dell’Orazione e Morte e dopo l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento di cui parleró dopo. La mia Confraternita é importante per il numero dei confratelli, infatti é la piú numerosa (130 confratelli maschi), e poi é anche importante perché é l’unica confraternita di Vico che ha le consorelle che sono circa una trentina. Ogni Confraternita ha un direttivo con delle cariche cioé: il priore, consiglieri, segretari, addetti all’altare, organista, direttore artistico, assistente al Cristo e poi ci sono i mazzieri che sono due per Confraternita: sono due signori che portano una mazza con il simbolo della propria Confraternita e cercano di far mantenere la fila ai confratelli e di avvisare quando il Santo si ferma dicendo “Ave Maria” in dialetto vichese. Le mazze sono quattro per ogni Confraternita: per la mia Confraternita sono due con la fiamma e le altre due con la statua di Sant’Agostino e Santa Monica. Ogni Confraternita ha il suo vestiario: il nostro é il camice bianco liturgico con la mozzetta nera, cordone nero di cuoio e un medaglione che rappresenta Sant’Agostino a sinistra, Santa Monica a destra e la Madonna della Consolazione al centro con Gesú Bambino in braccio che dona loro la cintura. Per il priore si aggiunge una fascia che rappresenta sempre Sant’Agostino e Santa Monica, per le donne si aggiunge un velo nero che si mette sul capo; invece del camice bianco, un camice beige chiaro. Come ho detto prima, la mia Confraternita non fu la prima a nascere, prima c’era l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, che nacque intorno al 1580. L’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento ha, come tutte le altre, il priore, consiglieri, segretari, addetti all’altare, organista, direttore artistico, assistente al Cristo e poi ci sono i mazzieri che sono due, le loro mazze sono sempre quattro, due con il Sacramento e le altre due con le statue dei Santi Medici, San Cosimo e San Damiano. Il loro vestiario é un camice bianco liturgico, la mozzetta celeste, il cordone celeste e un medaglione con il SS.mo Sacramento, mentre per il priore si aggiunge una fascia color oro e, invece del cordone celeste, un cordone verde. Nel complesso vi sono 85 confratelli che hanno la loro sede nella Chiesa di San Nicola. Poi, dopo l’Arciconfraternita del SS. mo Sacramento, c’è la Confraternita dell’Orazione e Morte. Nata nel 1684 circa, questa Confraternita é situata nella Chiesa del Purgatorio o del Suffragio, le cariche sono sempre uguali alle altre Confraternite e il vestiario é un camice bianco liturgico, una mozzetta marrone, il cordone marrone e un medaglione con la Madonna Santa del Suffragio, e per il priore si aggiunge una fascia marrone con una piccola striscia dorata al centro. I mazzieri sono due e le loro mazze sono due con il teschio e due con la statua della Madonna dell Addolorata; loro nella Confraternita sono circa 60. Adesso arriviamo alle piú giovani, cioé la Confraternita dei Carmelitani Scalzi e la Confraternita di San Pietro. Se parliamo dei Carmelitani, la Confraternita dei Carmelitani Scalzi nacque nel 1902 circa; nel complesso sono circa 85 membri le cariche sono sempre quelle, il vestiario no perché loro non indossano il camice bianco liturgico ma un camice marrone dell’Ordine Carmelitano poi una mozzetta bianca, un cordone bianco, un Rosario appeso al cordone e il loro simbolo era una stella attaccata alla mozzetta invece adesso é un fiore giallo e al priore si aggiunge una fascia marrone con lo stemma della Madonna del Carmine. E per ultima, ma non per importanza, arriva la Confraternita di San Pietro che nacque nel 1790 circa, peró fu inattiva per molti anni e fu ripresa nel 1991 da un signore di buonissima volontá di nome Mimí Preziusi, che convinse molte persone a entrare in questa Confraternita. Adesso la Confraternita di San Pietro é situata nella Chiesa di Santa Maria della Misericordia, le cariche sono uguali a tutte le altre e in tutto vi sono quasi 70 iscritti, il loro vestiario é un camice bianco liturgico, una mozzetta bordeaux, un cordone rosso, fascia rossa con coccarda e un medaglione con Santa Maria Misericordiosa e San Pietro e il priore, invece della fascia rossa con la coccarda, ha una fascia dorata con delle strisce rosse, le loro mazze sono quattro, due con il Crocifisso e le altre due con la statua di San Matteo. Dopo aver spiegato le Confraternite ora passiamo al culto che ogni Confraternita privilegia perché é il momento religioso piú bello che ci sia in cui tutte le Confraternite si riuniscono per piangere insieme il momento in cui il nostro Signore Gesù Cristo muore per salvare l’umanitá. La Settimana Santa per noi della Confraternita é una settimana molto impegnativa perché ci sono da preparare moltissime cose. il Lunedí Santo si comincia a preparare facendo il Sepolcro che si guarda per tutta la notte, per questo la Settimana Santa non é una Settimana semplice ma é un’emozione perché tu la vivi in maniera piena, stando in chiesa dalla mattina alla sera con gli altri confratelli (amici), si mangia insieme nella sagrestia abbiamo di tutto e di più per cucinare (fornelli, forno, lavandino, ecc…), pure che ci mangiamo una fetta di pane stiamo sempre lá. Poi, passati il lunedí, martedì e il mercoledí, arriva il Giovedì Santo dove la notte dalle 11 fino all’1:30 si recitano i Salmi, le Lamentazioni, il Miserere letto e alla fine il Benedictus: “Benedictus Dóminus Déus Israel… “ alla fine, spenta la 15esima candela del candeliere, si intona il “Miserere”. Finita la recita dell’Uffizio del Giovedí Santo, si fa una speciale cena (che dura fino alle quattro di mattina) dove si mangia di tutto: salame, sottaceti, formaggio, “ntroccl pu soucq da secce”(troccoli con il sugo della seppia ); “secc arrstaute” ( seppia arrostita ), insalata di mare, frittura, crostate, ecc… Dopo aver mangiato, ci facciamo una bella partita a carte e poi andiamo nelle altre chiese a vedere i sepolcri che le confraternite hanno allestito. Arrivate le 7:30 del mattino, cominciamo a prepararci per metterci in cammino per fare visita al sepolcro, alle 8 si parte e ci mettiamo in cammino verso la Chiesa di San Nicola, fermandoci in Chiesa, pregando, cantando il Christus: “Christus factus est, prónobis obediens, usqueet mortem, autest” e poi il Respice: “Respice, quaesumus, Dòmine. super hanc famìliam tuam, pro qua Dominus noster Jesus Christus non dubitàvit manibus tradi nocéntium, et crucis, subìre torméntum”, poi il cosiddetto “schopp”. Si finisce per l’1:30 visitando le tredici Chiese del paese e poi si riprende il giro cantando il “Miserere”per tutte le vie del paese fin quando si arriva alle Croci al Carmine dove ci si ferma a pregare e dopo aver pregato si comincia a cantare “Evviva la Croce”; con tutte le vecchierelle; dalla voce unica, mentre le altre quattro confraternite vanno tutte in Chiesa Madre a cantare, noi con la Confraternita di Sant’Agostino e Santa Monica andiamo in Chiesa di San Giuseppe e cantiamo per conto nostro perché noi possediamo il Cristo Morto Originale del 1700. La settimana santa a Vico e’ un’esperienza indimenticabile specie per noi, piccoli confratelli. Ma credo per tutti coloro che vi hanno assistito fino a due anni fa, prima della pandemia …


Paolo Di Corcia

Tano Lisciandra: I muri e l’anima di Vico del Gargano

Tano Lisciandra su I muri e l’anima di Vico del Gargano

Vico del Gargano vista dall’architetto e urbanista Tano Lisciandra, autore con Gae Aulenti di un progetto di albergo diffuso nel centro storico del paese.

I muri e l’anima

Nevicava. La prima volta che andai a Vico del Gargano era di febbraio. Il borgo antico, alto sul mare, ai confini della Foresta Umbra, era ricoperto di neve. Una gran folla seguiva la Processione di San Valentino, il nuovo Patrono scelto nel Seicento dai vichesi per proteggere le arance dalle gelate di fine inverno, in sostituzione di San Norberto, cui veniva rimproverato di non essere più tanto in sintonia con le esigenze del paese.
La vera ragione per cui era caduto in disgrazia – secondo alcuni – sarebbe da ricercare nel fatto che la sua ricorrenza, per superiori e imperscrutabili ragioni di calendario, cadeva di giugno, quando i venti del nord ormai da tempo avevano smesso di far rabbrividire di freddo i contadini e le arance di Vico. A quella data – argomentavano i sostenitori di questa tesi – anche per un santo come San Norberto era ormai troppo tardi per porre rimedio ai guasti del gelo. Sia come sia, quelli di Vico ad un certo punto non ne vollero più sapere e chiesero al Papa Paolo V, che nel 1618 li accontentò, di esonerarlo dal suo ufficio.
Qualche mese dopo, quando ritornai, i giardini di agrumi erano tutti in fiore e il loro profumo, con qualche accenno di salmastro, arrivava fin su, nei vicoli e nelle piazzette del borgo antico, sospinto dalle leggere brezze che dal mare risalivano lungo la valle. Il centro storico – luogo di intensa bellezza, integro nel suo impianto medievale – era però quasi del tutto disabitato. Molte le abitazioni, che pure mostravano ancora i segni di un’antica ricchezza e nobiltà, abbandonate e in via di disfacimento. Come in tanti altri casi, l’esaurirsi dell’economia locale aveva spinto molti a lasciare il paese. I nuovi stili di vita e i nuovi paradigmi culturali hanno poi indotto quelli rimasti a trasferirsi nelle nuove case costruite oltre le mura. Questa è oggi Vico del Gargano, fondata forse da Diomede, esule da Troia, con il nome di Galgara. Rifondata certamente dagli Slavi, all’approssimarsi dell’anno mille, e poi vissuta, godendo anche di periodi di grande benessere, sotto i Bizantini, i Normanni, gli Angioini e tutti gli altri casati che vennero dopo.
I fasti e i nefasti del turismo di massa hanno profondamente trasformato, negli ultimi anni, la costa garganica. L’entroterra ne è stato appena sfiorato. I paesaggi, le masserie, i centri abitati non hanno subito grandi oltraggi. Non per questo, però, godono di buona salute. Stanno anzi rapidamente sfiorendo per la progressiva perdita di vigore delle comunità che li avevano creati e sostenuti.
Che fare? Lasciare che le cose vadano come devono andare? Rassegnarsi al declino? Oppure tentare di opporvisi?
In fondo basterebbe far sì che un po’ di quella gente che si accalca sulle spiagge vicino si accorga di ciò che si trova alle loro spalle. C’è però il rischio di finire come quei borghi e quelle città che, messe a riposo le proprie occupazioni tradizionali, liquidati i vecchi abitanti, hanno puntato solo sulla conservazione dei muri e l’esibizione della propria bellezza esteriore. Tirati a lucido da estetisti d’architettura che hanno cancellato le rughe e imbellettato le facciate, sono diventati meta di migrazioni quotidiane di turisti a caccia di cartoline e souvenir. Pure scenografie per fotografi dilettanti, chiamate a sproposito città d’arte. Città forse al passo con la civiltà dell’immagine, ma certamente vuote e fragili, esposte alla volubilità delle mode e alla volatilità delle agenzie turistiche. Città che fanno commercio di se stesse per turisti dediti all’onanismo urbano. Città che per salvare i muri hanno perso l’anima.
Per sopravvivere senza rinunciare a se stessi e per offrire ai turisti un’esperienza di soggiorno in un borgo antico ancora vivo, in mezzo a gente vera, dove l’animazione e la bellezza non sono fiction e scenografia, ma realtà sociale e urbana, gli amministratori di Vico hanno pensato – con creatività ed intelligenza – di dar vita ad un albergo diffuso: la hall, la reception e i servizi, in un grande palazzo nobiliare, ora in disuso; le stanze, in un centinaio di abitazioni, sparse qua e là nel centro storico. Certo, le camere, oltre che farle, bisogna anche riempirle. Di qui l’urgenza di restaurare gli edifici per le residenze alberghiere e, intorno a loro, tutto il centro storico. Di qui anche la necessità di riconvertire alla nuova mission l’intero paese e il suo territorio.
Obiettivo non certo impossibile. Le risorse ambientali sono abbondanti. Le opportunità non mancano. Per valorizzare le une e cogliere le altre occorre però uno sforzo di rinnovamento culturale.
Un segnale forte in questa direzione viene proprio dal Santo Patrono, la cui gratitudine verso gli abitanti di Vico non sembra esaurirsi mai. S. Valentino – evidentemente più sensibile e accorto del suo predecessore Norberto – ha messo in atto da tempo un’abile strategia di riposizionamento che, senza rinunciare del tutto agli agrumi, lo porta a spostare sempre più la sua attenzione verso gli innamorati, i quali, del resto, pur se a Vico erano tenuti in sordina, facevano già parte della sua scuderia.
Sulla linea tracciata dal Santo, che sta passando con successo dai frutti ai fiori d’arancio, non vedo perché anche gli attuali cittadini di Vico non possano orientare verso nuovi obiettivi le risorse – l’arte, la natura, e, secondo i suggerimenti del Patrono, anche l’amore – messe a loro disposizione dal territorio e dalla storia.
In effetti – penso, risalendo dal mare verso il paese – questi luoghi sono la quintessenza del paesaggio. In alto, il borgo di Vico, arroccato sul monte Tabor e, più in là, la macchia scura della Foresta Umbra che si estende a perdita d’occhio, nascondendo allo sguardo le segrete radure degli alpeggi. A lato, i profumati giardini di agrumi con casali sparsi tra gli alberi, come quello che avrei voluto comperare, se i ritardi a decidere non mi avessero mandato fuori tempo massimo. Un piccolo edificio a due piani, di un colore un po’ slavato tendente al rosa, con finestre e porte incorniciate in pietra chiara, come i gradini della bella scala, esterna, al modo greco. Fuori, la pergola di vite e la terrazza ombreggiata, dove stare a guardare il mare, oltre gli aranci. Non resisto alla tentazione di andarlo a vedere da vicino, ancora una volta. Lì davanti, appoggiato al muretto, complice forse l’intenso profumo degli agrumi, prendo inaspettatamente a fantasticare ad occhi aperti. Mi vedo passeggiare davanti al palazzo Della Bella, finalmente restaurato a dovere, senza più quell’aria vagamente lugubre che lo faceva sembrare un po’ ostile. Un gran numero di persone entra ed esce; altre si soffermano nel piccolo slargo che gli sta davanti, elegantemente pavimentato, come le altre vie e piazze del centro storico, in ciotoli di fiume e mattoni di cotto. Entro anch’io. Bevo qualcosa al bancone del bar e do un’occhiata in giro: nelle grandi sale è in corso una mostra d’arte moderna; da una saletta giunge la voce del prof. Svetistevan, dell’Istituto Superiore di Studi Interadriatici che ha sede nel bel convento dei Cappuccini. Il professore parla di Dubrovnik, la città dall’altra parte dell’Adriatico che, fin da quando si chiamava Ragusa, ebbe strette relazioni con il Gargano. Alla reception prendo la chiave delle mie stanze – un sobrio ed elegante appartamentino assegnatomi dall’albergo in una bella casa dell’antico rione della Civitas – ed esco nel labirinto di stradine, sottopassaggi e scalinate del borgo antico. Do qualche indicazione ad una coppia di francesi, giovani, carini, visibilmente innamorati, ai quali l’albergo ha assegnato la stanza in una casa del rione Terra. Vogliono naturalmente infilarsi nello stretto vicolo del Bacio per scambiarsi quel gesto di affetto che fatto lì, sotto lo sguardo benevolo di San Valentino, sembra garantire amore e felicità senza fine. Intanto si fa sera e le botteghe, insediate qua e là nei locali al piano terreno, che una volta servivano da cantine e anche da stalle, accendono le luci. Mi metto a parlare di Vico con un giovane e colto libraio che sta sulla porta. Racconta di quella bella congrega di religiosi e laici che nel Settecento diede vita all’Accademia degli Eccitati allo scopo di risvegliare, con la diffusione della conoscenza e della cultura, i concittadini dal sonno della ragione. “Simbolo dell’Accademia – ricorda il giovane libraio, mostrando di saper anche fare il suo mestiere – era Pallade che sveglia gli uomini, presentando loro un libro”. Lasciato il giovane, con in tasca il libro sugli Eccitati del prof. Fiorentino, che d’altra parte sono ben lieto di aver acquistato, entro nei locali di un antico frantoio, mezzo scavato nella roccia, mi accomodo ad un tavolo di pietra e mi lascio andare al piacere di un purè di fave e cicoria, amarognolo quel tanto che basta, e di una spigola all’acqua pazza che nessun’altra mai…. Bevo l’ultimo sorso di un buon Castel del Monte, ancora fresco, ed esco.
La casa dove si trovano le mie stanze – di origine nobiliare, a dar credito allo stemma araldico che fa bella mostra di sé sopra il portone di ingresso – è appena fuori del frantoio-ristorante. Salgo le scale riportate all’antico splendore. Mi siedo in terrazza dove giungono, da una chiesa non lontana, le note affievolite di un concerto di musica sacra. Sfoglio il libro e, di tanto in tanto, alzo lo sguardo al cielo punteggiato di stelle. Dopo un po’ mi corico nell’ampio letto contadino che troneggia al centro della stanza. Domani devo alzarmi presto per una passeggiata nella Foresta Umbra, alla ricerca delle orchidee selvatiche che fioriscono in numero e varietà unici al mondo. Mi addormento, infine, sognando San Valentino, contornato dalla schiera degli Eccitati, che mi promettono di proteggere non solo gli aranci e gli innamorati, ma anche i muri e l’anima di Vico. Nel sonno, sorrido.
Tano Lisciandra

MEMO/
GAETANO LISCIANDRA

Classe 1947, laureato all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nel 1972, studio a Milano dove svolge attività professionale nel campo dell’urbanistica e dell’architettura. Gaetano Lisciandra il primo marzo 2016 si è spento a Milano.
Socio effettivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistica dal 1983, fu presidente della Sezione Lombarda e membro del Consiglio Direttivo Nazionale. Collaborò con università italiane e straniere. Dal 1989 al 2000 tenne a Como, come visiting professor, il corso di Storia urbana nello Spring Semester in Italy della School of Architecture dell’University of Southern California (USC), diretto dal Prof. Panos Koulermos. Per alcuni anni tenne inoltre corsi di progettazione urbana e architettonica, come professore a contratto, nella Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Nel 1988 fu nominato Adjunct Professor dalla School of Environmental Design della California State Polytechnic University. Pubblicò diversi saggi e articoli su riviste di urbanistica e architettura. Curò, su “Architetti”, una rubrica di riflessioni un po’ controcorrente sulla disciplina e sulla professione, dal titolo «Scorrettamente tuo». Ha scritto una rievocazione in forma scenica della storia della Galleria Vittorio Emanuele di Milano e del suo progettista, Giuseppe Mengoni, rappresentata nell’Ottagono della stessa Galleria, nell’estate del 2003. Ha condotto, per conto della Presidenza del Consiglio del Comune di Milano, una ricerca sull’Archeologia Industriale a Milano che ha portato al censimento e alla catalogazione di 240 edifici e manufatti raccolti in una banca dati contenuta in 5 CD

Quando da San Nicola Imbuti partivano gli idrovolanti

L’Idroscalo abbandonato  sulle sponde del  lago di Varano

Chi percorre la strada che da Cagnano porta al lago di Varano, si stupisce vedendo sulla riva un villaggio disabitato: è l’ex Stazione Idrovolanti “Ivo Monti”. Centro di addestramento per piloti, centro per il recupero e la riparazione di idroplani e di mezzi leggeri di attacco, l’idroscalo di san Nicola è ricordato come base militare strategica di notevole importanza per il controllo della costa dalmata. Numerosissimi i voli effettuati, diurni e notturni, per esplorare le isole curzolane e per i soccorsi in Adriatico.

La storia dell’insediamento militare è stata ricostruita da Maria Antonia Ferrante nel volume Memorie di guerra dall’Idroscalo (Edizioni del Rosone, Foggia). I documenti reperiti dall’autrice presso l’archivio della Marina Militare di Roma, e utilizzati in chiave narrativa, tracciano l’iter della Stazione negli anni della prima guerra mondiale. In particolare, la Ferrante rievoca gli eventi relativi all’insediamento: i lavori di cantiere, l’utilizzazione dei primi alloggi, l’organizzazione militare, i problemi che l’ammiraglio Thaon de Revel e il comandante Ghe dovettero risolvere, date le caratteristiche sfavorevoli della zona, isolata e infestata dall’anofele. A curare i militari decimati dalla malaria sarà chiamato Salvatore Donatacci, un medico di Cagnano Varano che si era distinto nella ricerca e nella profilassi della malattia.

L’anno 1915 trascorre a san Nicola fra la frenetica attività costruttiva e i primi movimenti di perlustrazione dell’Adriatico. Il cantiere funziona a ritmo serrato. Revel ha preso al cuore la sorte della nascente stazione del Varano; l’ha voluta e desidera renderla efficiente con ogni mezzo, compresi gli incentivi ai giovani militari lì destinati. Per loro chiede, in data 2 settembre 1915, il supplemento massimo alla paga stabilita. La risposta del ministero sarà negativa. Il comandante Ghe, di gusti raffinati, ordina per la stazione mobili funzionali ed eleganti. Riesce ad acquistare anche un pianoforte per allietare le lunghe serate solitarie dei militari in questo piccolo angolo di mondo. Giorno dopo giorno, l’idroscalo assume sempre più l’aspetto di centro autonomo ed autosufficiente Sono ben curati i viali lungo i quali si allineano le palazzine ad un piano. Sobrie, dall’elegante architettura di ispirazione coloniale, sono disposte in doppia fila fino alla zona di decollo prossima all’hangar costruito con metallo, legno e tela.

Quelle che un tempo furono “costruzioni moderne ed eleganti” si presentano oggi in una condizione di estremo degrado, “sgarrupate”, per dirla con un linguaggio più pregnante. Gli infissi, i marmi pregiati, sono stati tutti asportati, in quella che era considerata una “cava a cielo aperto”, in cui era possibile rifornirsi di tutto e di più. Erbacce e sterpaglie hanno invaso le scalinate d’accesso, i muri e perfino le terrazze delle palazzine, alcuni tetti sono crollati. Un sonno profondo sembra avvolgere la struttura. Uniche voci: lo stridio degli uccelli acquatici e il belato degli armenti. Nell’ex stazione “Ivo Monti”, anche mucche e torelli hanno trovato residenza stabile. Non disdegnano, di tanto in tanto, di farsi una passeggiatina nei palazzi di stile coloniale e negli hangar ridotti a scheletri: tutti gli interni, i loggiati dell’ex stazione sono pieni di sterco. Oltre la strada, in posizione panoramica, la chiesa di Santa Barbara, costruita per i militari nel 1920, scoperchiata e con un bell’albero nella navata centrale, è diventata il rifugio dei drogati e delle coppiette, che hanno lasciato traccia del loro passaggio con murales immortalanti le loro gesta. Una visione desolante, che ci fa riflettere sulle sorti ineluttabili che sembrano incombere sul patrimonio monumentale dismesso di Capitanata.

Sì, perché in questo remoto e suggestivo lembo di terra ci sono anche i resti di un antico convento benedettini dell’anno 1058: San Nicola Imbuti.

I monaci del Varano furono sotto la giurisdizione della potente badia di Kàlena (Peschici). Il declino della casa madre di Tremiti, che si concluse nel 1782 con la vendita ai privati di tutti i possedimenti da parte del Regio demanio borbonico, segnò la fine anche della piccola badia i cui ruderi sono ancora osservabili all’interno dell’Idroscalo. Certo i benedettini non immaginavano che, un millennio più tardi di loro, un nutrito gruppo di giovani militari avrebbe guardato lo stesso orizzonte, e che oggi noi avremmo visitato quel che resta dei loro insediamenti, segnalandone il degrado.

Teresa Maria Rauzino

dal «Corriere della Sera – Corriere del Mezzogiorno», 14/04/2006

Post Scriptum. L’Ex Idroscalo Ivo Monti San Nicola Imbuti sul lago di Cagnano Varano è al centro di un progetto che punta a restituirlo alla sua comunità e a renderlo un punto di riferimento certo e immediato per il riuso del patrimonio immobiliare del Dicastero. L’ex sindaco di Cagnano Varano, Claudio Costanzucci, al tempo della firma del protocollo d’intesa con il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, affermò: “Bisogna fare in modo che questa struttura possa diventare un volano per questo territorio”.

Il progetto dell’idroscalo, che era sul tavolo del Contratto Istituzionale di Sviluppo del premier Giuseppe Conte e di Invitalia, nel suo insieme, prevede lo sviluppo turistico del complesso dei laghi costieri e di Varano in particolare.

Per adesso ancora nulla di fatto. Soltanto la chiesa di Santa Barbara ha avuto un piccolo restyling, con una raccolta di fondi privati.

Il “pensiero meridiano” di Franco Cassano

 E’ morto Franco Cassano. Il sociologo barese, 78 anni, autore di numerose pubblicazioni, con il suo saggio ‘Il pensiero meridiano” ha posto le basi per un ‘nuovo meridionalismo’.

“Carlo Levi sosta all’interno del mondo contadino, ne sente le profonde risonanze. Riesce ad ‘entrare’ in questo universo sconosciuto, guardandolo con occhi diversi, non pretendendo di essere la “sua cura”. Ecco perché riesce a capire la sua alterità”.

Così il sociologo Franco Cassano in apertura del convegno “Carlo Levi e il Mezzogiorno, tra passato e presente”, tenutosi al Liceo Fiani di Torremaggiore  nel novembre 2001, marco’ la diversità leviana, “divergenza” che lo rendeva attualissimo proprio sulla linea di quel suo “pensiero meridiano”, che poneva il Sud Italia in posizione “altra” rispetto alla tradizione storiografico-sociologica meridionalista tuttora imperante.

Il “pensiero meridiano” di Cassano ha aperto preziosi spiragli per tutti coloro che “vivono il Sud”, i “Sud del Mondo” come luoghi densi di opportunità presenti e future, rifuggendo il vittimismo di chi che ne metteva in rilievo solo i ritardi, l’ineluttabile negatività.

Una prospettiva “altra” che voleva abbandonare il facile cliché del Mezzogiorno “piagnone”, depauperato rispetto al Nord Italia. Voleva  lasciarselo definitivamente alle spalle, non perché non esistessero ritardi e discriminazioni, ma per riconquistare la propria autonomia, rinunciando definitivamente alla richiesta di compensazioni elargite dagli altri, in posizione dominante, e secondo parametri  decisi altrove.

La nostra collocazione nel Mediterraneo poteva  diventare una risorsa, come lo fu nel passato quando questo mare “aperto” mise in comunicazione etnie, lingue, religioni e culture di terre diverse. Ciò poteva essere possibile soltanto se non si perdeva di vista la solidarietà. Evitando di essere indifferenti verso chi, nei paesi del Sud-Est del mondo, procedeva con passo diverso rispetto a quello dominante, “lento” rispetto alla “velocità” del Nord-Ovest del globo. Una scelta obbligata, se non si volevano marcare “le differenze”, ampliare le “fratture”, sempre foriere di nuovi fondamentalismi, di   nuove violenze, di nuove guerre. Le fratture andavano trasformate in elementi di intesa, di dialogo, di scambi, di benessere. In che modo? “Cercando finalmente di pensarci “da noi”, e non “continuando a pensarci come ci pensano gli altri”. 

” Noi, grazie alla nostra storia,  siamo il risultato di incroci e “contaminazioni” incredibili – concludeva Cassano – ecco perché da sempre siamo allergici a qualsiasi tipo di “pulizia etnica”. Il nazionalismo non è una dimensione che ci appartiene, mentre siamo, invece,  disponibilissimi, per convinzione interiore, alla solidarietà mondiale. In ciò siamo in posizione di “vantaggio culturale” rispetto alle regioni del Nord- Est, chiuse nel loro piccolo egoistico federalismo neo-liberista. La nostra collocazione mediterranea, così fragile e precaria, è un’altra potenziale risorsa, se è vero che la realtà non è mai tutta bianca o tutta nera, ma ricca di  luci diverse, delle sfumature di luce meridiana, dei nostri colori, del colore del nostro mare, il Mediterraneo”.

 Teresa Maria Rauzino

ASPIRANO ALLA FORESTA UMBRA I BARONI DEL PETROLIO IN PUGLIA (by Matteo de Monte)

Nel 1969 Matteo De Monte stroncò così la politica industriale e turistica dell’ENI e l’ ipotesi del Parco Nazionale del Gargano

Il noto giornalista Matteo De Monte, sulla terza pagina del “Messaggero”, nel marzo del 1969, pubblicò un profetico reportage da Manfredonia, dove era stato inviato per approfondire la complessa questione dell’insediamento del petrolchimico ENI e i suoi risvolti sul turismo del Gargano. Anche il suo giudizio sull’ipotesi della creazione del Parco nazionale del Gargano è tranchant. Ringraziamo il prof. Giuseppe Maratea per averci inviato l’articolo che pubblichiamo integralmente.

IL MESSAGGERO – Domenica 30 marzo 1969

Quando e dove bisogna porre delle frontiere all’egoismo tecnologico

ASPIRANO ALLA FORESTA UMBRA I BARONI DEL PETROLIO IN PUGLIA

Da qualche tempo si continua a parlare della creazione di un Parco del Gargano. Il progetto, se realizzato,  porrebbe la premessa per sacrificare nel giro di pochi anni l’ultima grande faggeta d’Italia. Quanto è avvenuto a Pescasseroli, in Abruzzo, insegna che da noi i parchi nascono per le lottizzazioni e i sogni ingordi della speculazione.

Dal nostro inviato

Manfredonia, marzo.

Tra Foggia e Manfredonia la terra è brulla.  Avari corsi d’acqua sono stampati nelle argille, e sulle grotte bucate dalle mandrie sorgono piccole masserie del colore della sabbia. La strada, lucente, cerca il mare quasi con disperazione, sotto il gravare della luce, in uggia di un delirio di sole che si indovina anche d’inverno, quando i colori appaiono spenti, e il grigio cala come un velo dalle rocche di Lucera dentro gli acquitrini di Zapponeta. Passiamo davanti alle grandi collegiate, di nobile fattura, e scorgiamo i vetri infranti, nell’apatia dell’abbandono. La resa dell’arte all’egoismo tecnologico comincia da Siponto, ma non è ancora bruttura: povertà e melanconia, raccolte attorno agli archi perfetti delle basiliche. L’arida civiltà del petrolio bisogna cercarla in riva all’Adriatico, dove s’aprono le 100 calette di Chiusa dei Santi. Qui L’ENI sta alzando le cattedrali dell’area, sottovento al massiccio del Gargano.

La statale devia in un tratturo fangoso a ridosso del casamento dei novizi francescani, poi serpeggia lungo la costa, fino agli oliveti del barone Cessa. Un tempo doveva essere bello passeggiare o cacciare a cavallo in mezzo ai tronchi secolari, con l’occhio alla Marina e le brezze di Monte Sant’Angelo alle spalle. Il barone, mi dicono, non ebbe figli, e lasciò il feudo alle Opere Pie. Forse quest’olio di Macchia ha alimentato lampade e vite d’ orfanelli, per due o tre generazioni. Alla Chiusa dei Santi venivano grossi arcipreti, in novembre, per sorvegliare il raccolto, con le tonache a mezza gamba e il vincastro in mano. Ora la pietà si incanala nei metanodotti, disdegna l’odore aspro dei frantoi, e annusa ammoniache e fertilizzanti. Credo sia giusto: ogni età ha la sua misericordia e i suoi afrori. Ciò non toglie che ci si possa rammaricare per la distruzione scientifica di 60 ettari e passa d’olivo, tanto più se vi sono leggi scritte che ne vietano lo scempio. Avrei voluto parlarne con don Nicola Angiulli, parroco di Santa Maria della Stella e presidente dell’Ente assistenza che ha firmato il rogito con i petrolieri, ma il buon sacerdote era dal barbiere, e non se n’è fatto nulla. D’altronde è concepibile un prete in conflitto con un Ente di Stato, e poi a difesa dei suoi poveri lumini, che oltretutto vanno a elettricità?

Nel folto della Chiusa è già entrato il deserto: la radura cresce simile a un atollo nel l’incalzare dei bulldozer che levano gli alberi dalla terra, come le penne a una gallina. C’erano, al mio arrivo, un centinaio di piante con le radici contro il cielo, e i camion dai 6 piedi nero-gialli sul cofano, che aspettavano si compisse l’opera degli spaccalegna e delle seghe elettriche. Qua e là,  a guisa di covoni, alzavano le cataste dei rami, fino alla spuma del mare, ed era uno spettacolo triste a guardarsi. Poiché indugiavo a seguire l’ arrancare dei motori diesel per le pettate della Macchia, un guardiano armato di doppietta è uscito da un cascinale a darmi lo sfratto, e per via di quel fucile tenuto a tracolla e di quella voce perentoria che invocava la proprietà privata, ho capito che in Puglia le baronie non moriranno mai, e Giustino Fortunato sarà sempre attuale.

Perché dunque L’ENI si è ostinato, nonostante le polemiche gli inviti di “Italia nostra”, ad alzare le torri della petrolchimica in una cittaduzza che viveva di triglie fresche, d’emigrazione e d’asparagi? All’origine, la responsabilità dell’impianto ricade sul metano di Biccari e di Candela. Le popolazioni hanno premuto per avere la fabbrica in casa, e il Colosso s’è arreso; alle insistenze dei parlamentari ha promesso 500 posti di lavoro (In realtà, con l’automazione ve ne saranno sì e no 250). Ma ha scelto Macchia come sede degli insediamenti, e nulla è valso a dissuaderlo. Manfredonia offriva il comprensorio di Siponto, dove già esiste un concentramento industriale sostenuto da due strade statali, da un aeroporto e dalla ferrovia. I terreni incolti, attorno, hanno un prezzo vile, e l’Adriatico è sempre a un tiro di fionda. La risposta dei tecnici è stata: “no”.

Tre necessità

Le relazioni in possesso degli uffici stampa spiegano che l’Ente aveva tre necessità fondamentali da soddisfare, per dare vita a un complesso produttivo ed efficiente: i fondali per il porto, l’acqua da pompare e la struttura del terreno. Il porticciolo di Manfredonia, adatto alle barche da pesca, è proprio davanti alla Chiusa dei Santi; può essere ampliata con un braccio a mare di 1500 metri e dotato di fondali capaci di accogliere le “Liberties” e dopo una piccola operazione di dragaggio.

A Siponto, invece, il porto andava costruito ex novo e bisognava fare i conti con i torrenti che smottano le vene di terra friabile a carattere alluvionale.

La giustificazione non fa una grinza, e poi a contestarla bisognerebbe essere geologi o capitani di fregata. Come fa un giornalista a misurare i pescaggi utili in 6 km di costa? Eppure le delucidazioni dell’ENI, a parte le spese superflue fatte altrove, hanno un debole: i venti e le correnti marine. L’Ente di Stato sostiene che vanno verso nord; gli uomini delle paranze giurano, invece, che la loro direzione prevalente è il sud. Noi siamo empirici e nella diatriba, ci scusi l’ENI, preferiamo dar retta a chi ha navigato per decenni in questi mari, e li conosce come le proprie tasche. Venti e correnti hanno la loro importanza. Quando il porto di Manfredonia sarà invaso dalle “Liberties” e dai trasporti da trentamila tonnellate, gli spurghi delle navi andranno alla deriva, come accade in Liguria, nel Tirreno e al largo di Bari. Chi salverà allora dai viscidi liquami i comprensori turistici di Mattinata, di San Menaio, di Rodi e di Peschici? Dice l’ENI: “La fabbrica è a ciclo chiuso; non vi saranno fumi né scorie. L’acqua verrà prelevata soltanto per raffreddare gli impianti e tornerà al mare pulita”. Dobbiamo crederci? Saremmo tentati a farlo: ormai le meraviglie della scienza sono infinite, perché non dovrebbe rimanere pura e limpida l’acqua salmastra che spruzza qualche pallina, sospesa in una torre d’acciaio? Ma nella storia del Colosso di Stato, purtroppo, c’è un punto  nero che si chiama Panigaglia. Appunto, il disastro di Portovenere ci rende guardinghi, e ci induce a diffidare. Lo stesso discorso del “mare pulito “e dei “cicli chiusi” i nostri petrolieri lo hanno fatto 10 anni or sono ai poveri Liguri, che ora d’estate stanno a mollo nella nafta e nuotano nel bitume. Anche Portovenere, come Manfredonia, era un posto stupendo, con rocce da favola a picco sul mare. Panigaglia protestò, cercò di resistere, ricorse ai vertici della politica, Ma alla fine dovette piegarsi. Manfredonia, al contrario, non avrà neppure una scaramuccia da ricordare. Sei organi di controllo, provinciali e regionali, hanno dato il loro benestare alla petrolchimica prima della decisione del Comitato interministeriale per la programmazione. Della tardiva delibera della Giunta comunale non parliamo, per carità di Patria. La colpa dunque non è dell’Eni; se colpa esiste ricade per intero sulla politica del Mezzogiorno ancorata alle “regole” della vecchia provincia dura a morire. Il “campanile”, in Italia, è ancora in grado di decidere da costruzione di un porto o di ostacolarla. Un vescovo può ammorbidire un’Opera Pia, due parlamentari in lotta elettorale si appalesano carissimi nemici in pubblico e rimangono affabili amici in privato, scambiandosi il giuoco delle parti, a ogni mutar di fronda. La supremazia degli Enti nasce dalla debolezza e dalle acquiescenze dei controllori, che finiscono per tramutarsi in controllati.

Concorrenza

Eppure L’ENI, a pochi chilometri in linea d’aria da Manfredonia, ha la baronia turistica di Pugno Chiuso, con palazzi sulle grotte marine, suites fronte scoglio, cuochi francesi e servizio telefonico internazionale. Centinaia di chilometri quadrati di terreno da costruzione sono di sua proprietà e le villette continuano a spuntare nella piana, anche se rimangono invendute. Sulle prime si potrebbe pensare a un fenomeno di autolesionismo. Invece il discorso muore appena si guarda una carta geografica. Vieste  è al riparo da ogni minaccia, in cima allo Sperone del Gargano. I liquami non la toccheranno mai. Il fenomeno allora si chiarisce alla luce di una operazione di selezione operata sul piano della concorrenza. La Petrolchimica a Manfredonia significa la liquidazione della spiaggetta a mare e degli impianti turistici di Siponto. I foggiani, d’estate, se vorranno bagnarsi e respirare un po’ d’aria vergine, dovranno ripiegare sul Pugno Chiuso insieme agli inglesi, agli scozzesi e agli americani. Il progetto dell’autostrada Adriatica taglia fuori il comprensorio all’altezza di Mattinata: non c’è via di scampo. Le basiliche di Siponto non hanno avvenire. E Rodi, San Menaio, Peschici? A poco a poco languiranno soffocate dal cemento armato e dall’incoscienza di chi continua, certo in malafede, a concedere autorizzazioni a costruire case a sei piani sul filo della spiaggia, o grattacieli in cima alle colline. Su questo tratto di costa la lottizzazione ha toccato indici da baracca e chi prima è riuscito a vendere le terre a mare, s’è premurato di chiedere i vincoli panoramici nella fascia intermedia per valorizzare le zone a monte.

Vecchio adagio

Nella battaglia con Agnelli, che sotto Peschici ha creato un villaggio modello, rispettoso dell’ambiente naturale, con casine nascoste dagli alberi e tetti a botte, l’alluvione s’è schierata dalla parte dello Stato, fracassando strade e albergo. Mai intemperia ha convalidato il vecchio adagio che da secoli corre sulle bocche dei meridionali: “Piove con quel che segue”. Il turismo, in fase di introiti calanti, obbedisce alle leggi da giungla del colpo di spugna: ti cancello o sono cancellato, e non dà tregua. Ma il garganico che va a Pugno Chiuso a bere una coca Cola il pomeriggio della domenica, e cova con occhi teneri le veneri inglesi del mini-golf, queste cose le ignora. All’iniziativa privata che offre stanze affocate sotto i tetti a duecentomila lire al mese, in pieno agosto, la pianificazione degli enti contrappone il “tutto-mare” 8000 lire al giorno, aria condizionata esclusa. Chi potrà reggere al confronto, sulla distanza lunga? Pesca, sci acquatico, motoscafo, e ora anche la caccia, naturalmente in riserva: gli Enti non dimenticano nulla. Le pendici della Foresta Umbra scompariranno presto dentro le palizzate del “fortilizio della feria” e si tirerà d’inverno e d’estate agli ultimi caprioli del demanio forestale, come al Gran Paradiso si tira ai cervi o agli stambecchi: un tanto al pezzo. Ecco il disegno del Colosso, delineato da Manfredonia a Vieste. In questo viaggio abbiamo sentito parlare di “Parco del Gargano”, e la dizione oscura ci ha indotto a mettere le carte in tavola. Non siamo contro il turismo d’élite, ci mancherebbe altro. Il mondo, dal Magnifico ai nostri giorni, ha sempre avuto la stessa faccia. Sappiamo cosa voglia dire nella bilancia dei pagamenti l’oro straniero. Ma “l’egoismo tecnologico” deve avere una frontiera. Non si può spacciare un paese usando la prevaricazione. Creare un parco a Vico equivarrebbe a porre le premesse per sacrificare in 10 anni l’ultima grande faggeta che ha l’Italia. I parchi, da noi, nascono per le lottizzazioni, la gioia degli speculatori, e i sogni ingordi dei costruttori di residences con piscine. Pescasseroli, e quel che sta accadendo in Abruzzo, sono un grande insegnamento. La speranza, dunque, è che L’ENI si accontenti delle frange di Umbria, per i molti riposi marini dei baroni del petrolio. Ma si accontenterà?

Matteo De Monte

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MEMO/ MATTEO DE MONTE

Matteo De Monte (Cagnano Varano 1920-Foggia 1984) entrò al «Messaggero» nel 1939. Era stato una scoperta di Francesco Maratea, pontifex  maximus del giornalismo dell’epoca, e questo titolo lo faceva apparire come l’eletto destinato alla grande carriera. Bisogna collocare la figura di de Monte in un «Messaggero» profondamente diverso da quello di oggi: un giornale padronale, tradizionalista, i corridoi silenti, l’obbligo della giacca e della cravatta, la preponderanza degli anziani. Nel 1956, in quella redazione simile a un club londinese, arrivò la notizia che de Monte era rimasto intrappolato a Budapest, in seguito all’entrata dei carri armati sovietici in Ungheria, nella stessa stanza dell’Hotel Duna con Indro Montanelli e Matteo Matteotti. Poi, de Monte uscì dall’Ungheria, si fermò a Vienna e di lì telefonò il “servizio”: un articolo sterminato che dilagava in prima pagina e continuava nell’interno. Il direttore, Sandro Perrone, volle fare uno strappo alla  regola, e per la prima e ultima volta nella storia del giornale, fu pubblicata la fotografia dell’autore dell’articolo.

De Monte ebbe come maestri di giornalismo Francesco Maratea e Mario Missiroli. Viaggiò in Africa, Asia, Europa e America, in occasione di grandi avvenimenti della cronaca e della politica; dalla rivoluzione d’Ungheria al Congo, dalla crisi di Peron ai fatti militari di Algeria e delle Antille, fino agli ultimi avvenimenti dell’occupazione sovietica di Praga e della guerra tra Arabi e Israeliani. Vinse il “Premio Marzotto”, il “Bagutta”, il “Premio Internazionale Roma”, il “Premio per la difesa della Natura” del CNR. Giornalista colto, scrittore raffinato, elzevirista delicato, collaborò a numerose riviste e alla TV, portandosi sempre, dovunque andasse, il Gargano “dentro”.

(a cura di Giuseppe Maratea sul quotidiano “L’Attacco” del 17 febbraio 2021)

“Il lago e la città scomparsa. Una leggenda eziologica nel Gargano settentrionale” di Vito Carrassi

Paesaggio, comunità locale e tradizione narrativa in una ricerca condotta da Vito Carrassi nel Gargano settentrionale. Punto di partenza, una leggenda popolare che ricostruisce i memorabili eventi che avrebbero determinato l’odierna configurazione del territorio.

Il lago di Varano, con il sottile istmo che lo separa dal mare e i cinque paesi che gli fanno corona (Ischitella, Cagnano Varano, Carpino, Rodi Garganico, Vico del Gargano), non è solo un suggestivo elemento del paesaggio garganico; è anche il protagonista di una tradizione narrativa che qui, per la prima volta, viene esaminata in tutti i suoi aspetti. Si tratta di una leggenda eziologica, ovvero di un racconto che spiega le origini di un luogo o le cause di un fenomeno. Mescolando storia, mito e credenze popolari, questa leggenda narra un evento memorabile, la scomparsa di un’antica e ricca città, Uria (biblicamente punita con un diluvio per i peccati dei suoi abitanti), e la conseguente origine del lago, dei paesi circumlacuali e del santuario dell’Annunziata. È quest’ultimo che, fin dal nome, ci riporta all’umile ma portentosa protagonista della leggenda, Nunzia. È lei la figura chiave, unica superstite di un passato sommerso dal lago e (ri)fondatrice di una storia e di un mondo nuovi, simboleggiati dal Crocifisso venerato nel santuario. Una leggenda affascinante e densa di significati, che ci invita a riflettere sui rapporti che intessiamo con i nostri luoghi e sull’impatto che il paesaggio ha nelle vicende umane.

L’autore, Vito Carrassi, nato a Castellaneta, in provincia di Taranto, nel 1976, è un ricercatore di Letterature moderne comparate. Ha insegnato Storia delle tradizioni popolari all’Università di Bari, dove ha collaborato con la Cattedra di Antropologia culturale. È autore di numerose pubblicazioni, in particolare “The Irish Fairy Tale”, una monografia sul fairy tale irlandese (pubblicata anche in edizione inglese), di articoli in riviste internazionali e di saggi in volumi collettanei. La sua ricerca si svolge nell’alveo delle discipline demoetnoantropologiche, con una predilezione per lo studio teorico, storico e comparativo dei generi narrativi della tradizione orale. Ricordiamo una raccolta di racconti, “Epifiabole”, edita da Palomar di Alternative nel 2003 e il romanzo,” Irish story”, pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo nel 2007. Edita da Manni nel 2012, la raccolta “Deliziose facezie per ameni buontemponi”: trentatré brevissimi racconti come lampi, sospesi tra reale e surreale. Hanno l’obiettivo esplicito di disorientare chi legge, di inserirlo in un’atmosfera che, attraverso il gioco linguistico, i ghiribizzi della fantasia, le riflessioni e le manovre all’ombra di autori prediletti, risveglia le molteplici attività della mente.  Evocativi, elusivi, allusivi, ambigui, i testi esplorano con ironia sottile l’ordinaria follia che ci circonda o è dentro di noi. Infine “Il lago e la città scomparsa. Una leggenda eziologica nel Gargano settentrionale”, edizioni Di Pagina, nel gennaio 2021.

Padre Massimo non è più tra noi

fr. Massimo durante l’omelia

A Vico del Gargano nel Convento dei Padri cappuccini alle ore 11,30 si celebrava da anni la messa degli Artisti, officiata da padre Massimo Montagano.

La “Messa degli Artisti”, da lungo tempo attiva in molte Chiese di varie città d’Italia, si propone di mettere in risalto il ruolo dell’arte all’interno della liturgia, contribuendo alla diffusione della conoscenza del valore storico ed artistico di preziose Chiese italiane che vantano pregevoli organi ed importanti opere d’arte.  I musicisti, che animano il rito, organisti e formazioni varie con organo, eseguono musiche d’autore ed improvvisazioni ispirate alla liturgia prima, durante e alla fine della Messa. Sono presenti attori che leggono i testi sacri. Infine viene reso omaggio alla memoria di un artista che abbia contribuito ad accrescere la religiosità cristiana componendo musiche sacre, erigendo monumenti, creando icone, attraverso i propri dipinti o in ogni altra forma espressiva e artistica.

I locali del Convento di Vico del Gargano ospitavano da una ventina d’anni anche il  Laboratorio del Teatro K. diretto da padre Massimo: un giardino fiorito in mezzo al deserto dei nostri paesi, un lungo viaggio didattico sulle strade del teatro, nella ristrettezza di mezzi, senza clamore, ma ricco di risultati, che ha visto la formazione di oltre trecento allievi fra ragazzi e adulti da dodici a settant’anni. Provenienti da Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Rodi, Vieste, Vico del Gargano, hanno calcato la scena del laboratorio studenti, medici, avvocati, farmacisti, insegnanti, pensionati, casalinghe, artigiani, musicisti, pittori, scultori, per formare tutti insieme il variopinto popolo del teatro. Fra tutti il giornalista Michele Angelicchio, che lo ricorda così:” Addio Maestro, Dio ti ha voluto al suo fianco per la scena del paradiso… Ci hai insegnato che … Vita e morte sono una cosa sola, così come sono tutt’ uno il fiume e il mare e come i semi che sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera…”.

Vent’anni di studio severo intorno a dizione, gestualità, recitazione, lettura, mimica e testi della ricca letteratura teatrale: Brecht, Shakespeare, Pirandello, Eduardo De Filippo, Ignazio Silone, Diego Fabbri, Michelangelo Manicone, Alda Merini, Oriana Fallaci, allestendo gli spettacoli laboratoriali  “Voci di passaggio”, “Terramarata, ovvero della terra e del sangue”, “Marezzo”, “Dicendo di Padre Manicone”, “Elettra”, “La Vita, cos’è?”,“Kolbe”e “Omaggio a Francesco”.

Padre Massimo coltivava da anni la sua innata passione per il teatro. Il suo curriculum è ricco di esperienze che lo hanno portato a un livello di altissima qualità artistica. Diplomatosi all’Accademia delle Belle Arti di Foggia,  ha frequentato a Roma l’Internationale Cinema Institute. E’ stato aiuto regista per più stagioni liriche al Teatro Comunale “Giordano” di Foggia. Nel 1989 fondo’, con l’attore Pino Casolaro, il Centro di ricerca e produzione “Officina Teatrale”, in cui insegnava regia e dizione. Partecipò, fra l’altro, alla realizzazione di documentari e fiction sulla vita di Padre Pio e ai film “Del perduto amore” per la regia di Michele Placido e “Tra il cielo e la terra” prodotto da Rai Uno per la regia di Giulio Base. 

A Rodi Garganico officiava la santa messa del Sabato sera presso il Convento dello Spirito Santo, restaurato grazie all’impegno dei Padri Cappuccini di Vico e della popolazione rodiana. Lascia un bel ricordo, le sue originali omelie lasciavano un bellissimo segno nei fedeli che accorrevano numerosi ad ascoltarle. 

Teresa Maria Rauzino

I VILLEGGIANTI AUTUNNALI DELLA “VECCHIA” PESCHICI, SNOB E UN PO’ FUORI DEL TEMPO

I turisti  italiani  e stranieri che nel 1966 si recavano in ottobre nel  “magico Gargano” sembrano  figure rarefatte e diafane, come uscite da un vecchio album. Amano leggere i versi dannunziani,  ma anche i libri sugli itinerari pugliesi e sulle cattedrali di Puglia. Si cimentano a scrivere poesie decadenti in francese. Amano, a piccoli gruppi,  organizzare  escursioni all’abbazia di Calena e alla basilica di Monte Sant’Angelo. Queste atmosfere emergono in una corrispondenza sulla “Stampa” dell’inviato speciale Francesco Rosso, da sempre innamorato di Peschici e della montagna sacra.

L'immagine può contenere: albero, cielo, nuvola, pianta, spazio all'aperto, natura e acqua, il seguente testo "Peschici (Foggia) Panorama da Monte Pucci"

 

ABITUDINI, LETTURE ED ESCURSIONI IN UN ARTICOLO DEL 1966 DI FRANCESCO ROSSO 

Peschici, ottobre (08.10.1966).  Dopo metà settembre, si affacciano al mare i buongustai delle vacanze, persone che hanno inclinazione al vivere disteso, amano la mezza solitudine, le compagnie scelte, le conversazioni folte di silenzi fertili di immaginazioni, e che possono soddisfare il loro piacere per l’età e per le favorevoli condizioni economiche. Chiusi i frastornanti campeggi, partite le ultime roulottes, spenti i fragori delle canzoni yé-yé, si fa vita d’albergo la sera, di spiaggia la mattina, con le lunghe parentesi pomeridiane alla ricerca di quanto possono offrire i dintorni, paesaggi e monumenti d’arte. Guardo la gente che mi sta intorno in questo romito angolo d’Italia che è il Gargano, oggi sulla cresta dell’onda negli itinerari turistici, alla pari con la Sardegna, anzi, con qualche novità rispetto alla grande isola per la febbre degli « investimenti » che l’ha assalito, per cui società milanesi e torinesi si contendono i « lotti » più panoramici per costruire altri alberghi, altri campeggi, altre zone residenziali con ville fornite di ogni conforto. Penso che anche nelle altre località balneari favorevoli, per la latitudine, alle vacanze autunnali, la vita non si svolga diversamente da quella che passa negli alberghi garganici, alcuni dei quali veramente di classe. I compagni imprevedibili, cioè i fedeli dell’attuale snobismo, qui non avrebbero posto. Sono, anzi, siamo quasi tutti snob d’altri tempi, forse un po’ ridicoli agli occhi dei ventenni, e tuttavia lieti di poter manifestare liberamente, lontani da sguardi critici, le nostre inclinazioni. Studio i miei compagni di tarda vacanza quasi con amore, e mi sembra di sfogliare un vecchio album nel quale ritrovo figure un po’ desuete, benché indossino blue jeans, magliette dai colori allegri, costumi succinti, anche troppo per l’età ed il peso di coloro che se ne inguainano. Ma non ci sono timori; siamo fra noi, sembrano dire con sorriso disarmante, quasi tutti uguali, chilo e anno in più o in meno. Una coppia mi incuriosisce più degli altri; lui è alto, ancora snello, coi capelli evidentemente ossigenati, di un biondo spudorato sul volto avvizzito. Lei è diafana, sempre accuratamente abbigliata in bianco, abiti vaporosi che truccano un poco la sua magrezza. Abbronzatissimo lui; preoccupata di non esporsi ai raggi del sole lei, riparata dall’ombrellone durante le soste sulla spiaggia, da un vasto cappello di candido tulle mentre passeggia all’ombra dei pini, o sulle scogliere battute dalla brezza che le gonfia il bianco abito, forse di chiffon. La donna ha rinunciato a tenere il passo col tempo e la moda; l’uomo no, e si abbiglia come un ventenne, assume atteggiamenti spavaldi, da atleta. Sua moglie lo guarda con dolcezza materna e lo assolve con tenerezza dall’innocente vanità di voler apparire giovane. Gli altri compagni d’albergo, torinesi e milanesi in maggioranza, con alcune coppie di tedeschi ed inglesi per dare un tono cosmopolita all’ambiente, non sono gran che differenti dalla coppia tipica; noto che le donne sono più guardinghe degli uomini durante il giorno, consapevoli della spietata crudezza con cui la luce solare rivela i segni del tempo, quindi meno inclini a mettersi in evidenza. Si rifanno di sera; gli abiti severi, i gioielli, la luce attenuata dei lampadari, le penombre del vasto soggiorno, restituiscono quel tanto di mistero femminile che circonda ogni donna, a qualsiasi età. La mattina si sta sulla spiaggia, un po’ di elioterapia e rapidi tuffi nel mare che i temporali d’autunno hanno già rinfrescato. Il pomeriggio è più lento a trascorrere, bisogna trovare occupazioni distensive ed interessanti. Alcuni passeggiano sul litorale affondando nella soffice rena; talvolta si chinano a raccogliere una conchiglia vuota spinta fin lì dalla risacca. Si soffermano a guardare i colori di madreperla dell’interno, l’accostano all’orecchio per ascoltare il murmure del mare, che si ripete ai loro piedi. Ricordi, sembrano dire, è un gioco che abbiamo già fatto. Scende un velo di malinconia, subito lacerato da improvvise apparizioni, ancora possibili in quest’angolo d’Italia che si è appena avviato sulla strada della mondanità. Un pastore sospinge sul l’arenile il suo gregge belante, tra latrar di cani addestrati a guidarlo. Una coppia è ferma, poco lontano da me. Lui scatta una fotografia, lei recita ad alta voce: « Ora lunghesso il litoral cammina la greggia… ». Ecco, un po’ di D’Annunzio era inevitabile. Il direttore dell’albergo ha allestito una bibliotechina particolare, interamente dedicata agli itinerari pugliesi; i clienti sfogliano puntualmente ogni sera, prima e dopo cena, la guida più suggestiva, un cospicuo volume di Alfredo Petrucci dedicato alle chiese di Puglia, soprattutto a quelle romaniche.

 Domani pomeriggio andiamo ad ammirare le antiche porte bronzee niellate d’argento di Monte Sant’Angelo? Due anni fa, poco mancò che quei paesani maciullassero gli inviati del ministero della Pubblica Istruzione andati lassù per toglierle dai cardini, e portarle ad Atene per una mostra. Armati di forconi, montarono la guardia giorno e notte alle « loro porte », finché il pericolo dell’espatrio non fu dileguato.

Oppure scendiamo a Santa Maria di Càlena, ad ammirare la badia medioevale e la cattedrale romanica senza tetto, invasa dal cielo che inonda di luce drammatica le navate ignude, trasformate in magazzino?

Ognuno sceglie il suo itinerario con cura, facendo in modo che gli altri clienti lo sappiano, per non essere in troppi nello stesso luogo. Che lo sappiano, ma indirettamente; qui la privacy è rispettata con scrupolo, buon giorno e buona sera quando ci si incontra, ma ognuno per sé, a godersi da solo, e come desidera, queste ore di piacevole abbandono. C’è però un momento del giorno, verso sera, quando fuori già si sono addensate le tenebre e la sala da pranzo è ancora chiusa, in cui l’educazione subisce un mezzo tracollo; l’assalto ai tavoli nella sala di scrittura. Si direbbe che ognuno di noi abbia timore a star chiuso nella propria camera a scrivere, e tutti cerchiamo il tavolinetto con la lampada schermata di verde per le nostre confidenze epistolari. Per deformazione professionale, rispetto meno di ogni altro il cerchio di segretezza in cui si chiudono i miei compagni di vacanza ritardata. Una sera, mentre fuori cadeva una ticchettante pioggerella sui pini che circondano l’albergo, ho finto di camminare con noncuranza nella sala di scrittura, dietro le spalle di una signora milanese intenta alla sua attività epistolare. Forzando gli occhi, intravidi che stava scrivendo versi. « La pioggia nel pineto », pensai. Mi accostai ancora un poco; no, l’anziana scrittrice aveva più raffinata cultura. « Les sanglots longs des violons de l’automne… »  ho letto. Siamo davvero, e tutti, un po’ fuori del tempo, noi villeggianti autunnali.

Francesco Rosso

Pagina 3 (08.10.1966) LaStampa – numero 229

abbazia Calena (Peschici) in una foto degli anni sessanta by Romano Conversano

abbazia Calena (Peschici) in una foto degli anni sessanta by Romano Conversano

abbazia Calena (Peschici) in una foto degli anni sessanta by Romano Conversano