Anche Peschici pagò il suo tributo alla Resistenza

I fratelli Vincenzo ed Antonio Biscotti, due giovani partigiani originari di Peschici (il primo medaglia d’argento, il secondo medaglia di bronzo al valore militare), sepolti nel ” Campo di gloria del Cimitero Monumentale di Torino”, furono uccisi in combattimento nel febbraio 1945 presso Pollone (Biella).

 

6-32 Antonio e Vincenzo Biscotti

 

Nel volume “Meridionali e Resistenza. Il contributo del Sud alla lotta di liberazione in Piemonte 1943-45” a cura di Claudio Dellavalle (Presidente dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti”), ed edito dal Consiglio Regionale del Piemonte, due pagine sono dedicate alla storia dei fratelli Biscotti:

“Vincenzo Biscotti (Mitra 1) nasce a Peschici (FG) il 27 gennaio 1921. La famiglia emigra nel Biellese a Pralungo. Nel 1937 Vincenzo era stato recluso nel carcere minorile per aver svolto propaganda comunista; arruolato fra i paracadutisti della Folgore, aveva ricevuto l’addestramento militare per le azioni d’assalto e dopo l’8 settembre fu tra gli organizzatori della Resistenza nel Biellese centrale; nella primavera del 1944 era stato nominato vicecomandante della 2 brigata Garibaldi, costituita nel gennaio del 1944. Nell’autunno del 1944 nella conduzione politica e militare della brigata si verificarono alcuni dissidi, che portarono i fratelli Biscotti a cercare di costituire una formazione indipendente. Secondo alcune fonti, il Cln biellese avrebbe operato il riconoscimento formale della nuova formazione, che ai primi di febbraio del 1945 contava su una sessantina di uomini, come brigata “Matteotti”; il comando garibaldino biellese aveva invece dichiarato irregolare la formazione di Biscotti e definito come disertore il suo leader. Durante il rastrellamento del 3 febbraio 1945 Vincenzo fu ucciso in combattimento presso Pollone (Biella) insieme al fratello Antonio, (Mitra 2). Antonio era più giovane di qualche anno essendo nato nel 1925 a Tavigliano (Bi). Vincenzo verrà insignito della medaglia d’argento al valor militare alla memoria. La memoria ancora viva fra i partigiani della 2^ Brigata concorda nel definire i fratelli Biscotti come partigiani coraggiosi e risoluti, dal carattere molto orgoglioso e poco disposto alla sottomissione”.

Il quotidiano “La Stampa” di Torino ne parlò nell’articolo del 26 gennaio 1968 dal titolo “Medaglie alla memoria a due fratelli partigiani uccisi combattendo nel Biellese uno accanto all’altro“, inviato dal corrispondente (p. m.) di Biella il 25 gennaio 1968

“I fratelli Vincenzo e Antonio Biscotti, comandanti partigiani caduti combattendo nel Biellese l’uno a fianco dell’altro pochi mesi prima della Liberazione, sono stati decorati rispettivamente di medaglia d’argento e di bronzo. Le motivazioni sono apparse sulla Gazzetta Ufficiale. I fratelli Biscotti avevano creato una formazione autonoma di tendenza socialista. La proposta per la decorazione era stata presentata alcuni anni or sono dal dott. Alberto Buratti, che a quell’epoca era capo di Stato Maggiore della seconda Brigata Garibaldi operante nel Biellese. A Pralungo, vive tuttora la madre dei valorosi partigiani, signora Loreta Biscotti, che dedica la sua esistenza al culto della memoria dei due figli caduti per la libertà”. (LaStampa 26/01/1968 – numero 22 pagina 7).

Ecco le motivazioni delle medaglie conferite alla loro memoria:

VINCENZO BISCOTTI
Da Peschici (Fg), classe 1921.
Entrato tra i primi nelle file partigiane, si distingueva in numerosi combattimenti per ardimento e dedizione, restando ferito due volte. Comandante di un distaccamento, attaccato da soverchianti forze avversarie, accettava intrepidamente l’impari combattimento. Dopo strenua resistenza, resasi la situazione insostenibile, ordinava ai suoi uomini di ripiegare mentre egli, insieme con un fratello, restava in posto per proteggere la ritirata. Nel corso di tale generosa azione, colpito insieme al fratello da raffica nemica, decedeva da prode per la causa della libertà.
Pollone (Bi), 3 febbraio 1945.

ANTONIO BISCOTTI
Da Tavigliano (Bi), classe 1925.
Benché di giovane età, entrava nelle file partigiane partecipando dall’inizio alla lotta con grande slancio ed ardimento. Nel corso di un cruento combattimento contro preponderanti forze nemiche si offriva di restare al fianco del fratello, comandante del reparto, per proteggere il piegamento dei commilitoni. Colpito da una raffica di mitra immolava insieme al fratello, la sua giovane esistenza alla causa della libertà.
Pollone (Bi), 3 febbraio 1945.

I fratelli Biscotti sono stati citati dallo storico Vito Antonio Leuzzi in un articolo apparso sulla Gazzetta del mezzogiorno del 24 Aprile 2016.

Due valorosi partigiani che rappresentarono un mito per “garibaldini” come Livio Franco Monti (Sipel ), il quale non riusciva ad accettare il fatto che la loro figura fosse stata ingiustamente dimenticata, e quasi cancellata, dalla memoria collettiva.

Teresa Maria Rauzino 

 

PS Le due foto dei fratelli Biscotti e delle tombe sono tratte dal volume BIELLESERIBELLE pubblicato sul web:

https://picasaweb.google.com/gualaluciano/BIELLESERIBELLE#5593573487150362386

https://picasaweb.google.com/gualaluciano/BIELLESERIBELLE#5415459791730675538

 

 

Maria Rita D’Orsogna scrive ai NO TRIV: “Vinceremo. La storia è più grande di Matteo Renzi”

 

Maria Rita D'Orsogna

Non ci siamo riusciti. Nonostante tutta la nostra buona volontà, il nostro entusiasmo, la macchina del no, dell’astensionismo, dei geologi al soldo delle fossili, dei lobbisti del petrolio ha avuto la meglio su di noi.

Lo sapevamo tutti che non era una partita alla pari fin dal primo giorno: una data a casaccio, la stampa ufficiale contro di noi, gli spauracchi immaginari della disoccupazione e delle luci spente, un primo ministro che invita all’astensione. Onore a noi tutti per averci provato e per averci creduto fino all’ultimo voto.

Mi dispiace molto, e per prima cosa voglio ringraziare tutti quelli che si sono adoperati condividendo post su Facebook, promuovendo incontri di quartiere, facendo passaparola. Voglio ringraziare ogni nipote che lo spiegava al nonno perchè votare si, e ogni nonno che ha capito che era importante. Voglio ringraziare tutti quelli che sebbene lontani da comunità trivellate o trivellande si sono presi la briga di studiare, e sono diventati piccoli attivisti. Anche se non ci siamo riusciti è stato lo stesso una bella pagina di democrazia sana, in cui molti si sono sentiti investiti, con il desiderio di poter far qualcosa di buono.

La sconfitta ci insegna che abbiamo ancora tanta strada da fare.

Non è un caso che laddove le trivelle siano state oggetto di discussione negli scorsi anni ci sia stata maggiore affluenza. Chi sa, chi ha capito, chi ha vissuto il petrolio nelle proprie comunità ha votato SI. E’ stato in parte non realistico pensare che i residenti di Trentino Alto Adige o di Umbria potessero davvero capire, soprattutto dato tutto quello che veniva scritto sul Corriere della Sera, o gli schiamazzi televisivi o il comportamento immondo dei politici italiani, quasi tutti amici dei petrolieri.

Come dico sempre, l’opinione pubblica te la crei giorno per giorno, con calma e non quando c’e’ l’emergenza. Quando ho iniziato questa battaglia, pochi pochi pochi erano quelli che ci credevano. Non c’era Greenpeace a fare titoloni. L’opinione pubblica te la crei parlando, spiegando e soprattutto quando si instaura un filone di fiducia fra il convincitore ed il convincente. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole amore.

E’ per quello che ho aperto questo blog. Per continuare ogni giorno a raccontare, a spiegare. Non ci si può aspettare che gente che non ha mai sentito parlare di trivelle prima d’ora adesso riesca a vedere il quadro completo del tutto, andando oltre le petrolballe di Matteo Renzi, o a spiegargli che era un voto simbolico o che la petrol-monnezza è vera o che gli 11mila posti di lavoro sono solo nella fantasia dell’ENI.

Nel 2008 andai a San Vito Marina, dove c’era già Ombrina che faceva i test. La gente andava al mare tranquilla, quasi all’ombra di questi enormi tralicci bianchi e rossi. Quasi nessuno si chiese niente. Feci domande a gente che non conoscevo. Fui stupita del fatto che quella piattaforma fosse un non problema. Non erano d’accordo o contrari, semplicemente non si erano posti il problema.

A suo tempo Marevivo diceva che Ombrina era tutto fatto per bene, e fino al 2011 Legambiente parlava della necessità del “gas di transizione”, distinguendo fra petrolio e gas naturale.

Lo sappiamo come è andata a finire con Ombrina. E credo che guardare la differenza fra il 2008 e il 2016 sia emblematico. Ci vuole tempo, ci vuole perseveranza, ci vogliono numeri spiegati in maniera chiara, e ragionamenti e idee, e non gli scoop, persone famose e le urla condensate in due mesi. E questo specie in Italia dove la solidarietà e il fare squadra sono spesso un miraggio.

Come diceva Francis Bacon e come ricorda il mio amico Fausto Di Biase: “Nullus sermo in his potest certificare, totum enim dependet ab experientia”.

Ma non tutto è perduto. Questo referendum ha avuto il merito di aver portato il tema petrolio nelle case degli italiani, nel bene o nel male. Ha portato quantomeno il dubbio che le trivelle non siano benessere e ricchezza per l’italiano medio.

Purtroppo per noi, ci sono altre concessioni in terra e in mare, previste in varie parti dello stivale per i prossimi mesi, per i prossimi anni. Grazie a tutti i dibattiti referendari, quelli che avranno la sfortuna di viverci vicino avranno vita più facile nel contrastare questi progetti, se lo vorranno. Sapranno che si può e si deve lottare, anche se si è in pochi, anche se è difficile. Avranno materiale ed esempi. E’ tutto scritto, documentato, dai pesci ai terremoti. E’ scomparso il vuoto mediatico che c’era dieci anni fa e questo anche grazie al referendum che ha obbligato stampa e TV ufficiali a parlarne, anche se spesso male.

A suo modo questa sensibilizzazione è già una vittoria. E adesso cosa fare? Occorre andare avanti, concessione per concessione, comunità per comunità. E’ qui la nostra forza, sul locale. E’ persa la battaglia del referendum, non la guerra.

Anche se Matteo Renzi e Claudio Descalzi andranno a brindare, la storia è dalla nostra parte. Cent’anni fa facevamo buchi perché pensavamo che far buchi fosse lo stato dell’arte. Lo stato dell’arte nel 2016, nonostante il referendum, nonostante chi ci governa, non è fare buchi. E’ fare tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi con le fonti fossili senza trivellare ad infinitum, senza distruggere la vita di nessuno, senza martoriare l’unico pianeta che abbiamo.

Dobbiamo continuare a opporci alla petrolizzazione d’Italia come fatto finora, ogni santo giorno, e cioè dal basso, progetto per progetto. Dobbiamo continuare a esigere un ambiente ed una democrazia pulite, un Italia che guardi alle rinnovabili e al futuro e non alle trivelle e al passato. Vinceremo. La storia è più grande di Matteo Renzi.

MARIA RITA D’ORSOGNA

http://www.dorsogna.blogspot.it/2016/04/il-referendum-non-raggiunge-il-quorum.html

la lettera è stata pubblicata dal quotidiano “L’ATTACCO” del 19 aprile 2016

La cronaca di Silvio Petrucci del viaggio di Mussolini a Foggia

Nel 1935 uscì un libro di Petrucci  dal titolo “In Puglia con Mussolini”, cronache delle giornate pugliesi di Mussolini nel settembre 1934.

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Silvio Petrucci nacque a Sannicandro Garganico il 13 luglio 1894. Si laureò a Roma in giurisprudenza; svolse la professione di avvocato sino al 1924, anno in cui entrò nel giornalismo. Lavorò nella redazione romana de «Il Popolo d’Italia» fino al 1939, allorché fu nominato redattore capo de «Il Messaggero» fino al 25 luglio del 1948. Morì a Roma il 17 febbraio del 1971.

Petrucci fu un giornalista d’assalto fin dalle prime battute. Lo scioglimento del PNF di due piccoli comuni garganici, Faeto e Lesina, fu commentato  molto duramente da Petrucci in un articolo apparso su «Roma Fascista». Il fondo venne ripubblicato sul «Foglietto», giornale della Daunia, il 28 luglio del 1927 (n° 29). Esso si intitolava “Beghe e beghisti”: «Faeto e Lesina, dimenticati e minuscoli paesi della Capitanata – scriveva Petrucci –  attraversano un periodo di improvvisa, antipatica notorietà. I due fasci sono stati soppressi per le insanabili e ingiustificabili beghe, che ne rendevano inutile l’esistenza. Provvedimento severissimo, ma salutare e ammonitore…. Il Segretario Federale di Foggia e il Segretario generale del P.N.F. hanno voluto evidentemente colpire la turbolenza beghista di pochi irriducibili, nostalgici del vecchio tempo e dei vecchi sistemi, che credono di poter rinnovare, ancora oggi, le lotte per il predominio personalistico sulle popolazioni…».

Silvio Petrucci prospetta per i beghisti cronici, se continueranno, «la comoda, vicinissima villeggiatura delle isole Tremiti».

 Il giornalista garganico, pur vivendo a Roma, insieme al fratello Armando fu un importante organizzatore del “consenso” al regime fascista, oltreché della promozione turistica del Gargano Nord. La sua villa di San Menaio, negli anni Trenta, fu ritrovo di feste e di comitive di giovani, nonché luogo di riunione per artisti e politici, amici provenienti da tutte le parti d’Italia. 

villa petrucci

Nel settembre 1934, Petrucci seguì Mussolini durante la visita di cinque giorni in Puglia. La cronaca del viaggio fu pubblicata nel volume celebrativo delle realizzazioni del Regime In Puglia con Mussolini, edito nel 1935.

Nel resoconto di Petrucci,  Foggia, «cuore della Capitanata», il giorno della visita del Duce si presentò «avvolta in una bruciante vampata di entusiasmo». La città «colma di grano», che custodiva, nelle cosiddette fosse, piene di chicchi di oro, il prezioso prodotto della sua terra, gli preparò un’accoglienza di schietto significato rurale. Anche se la trasformazione agraria del Tavoliere era appena all’inizio, Foggia vantava «con fierezza» il primato della produzione granaria fra tutte le province italiane: «Il Fascismo ha qui mobilitato masse di contadini, agricoltori che sono dediti alla vita dei campi, perché ha voluto salutare nel Duce soprattutto il condottiero di quella battaglia del grano, che in questa terra ha trovato schiere di veliti».

Secondo le stime di Petrucci, ben 150.000 persone, «dai più lontani paesi del Gargano e dell’Appennino, dagli estremi lembi della pianura», si riversarono nel capoluogo, durante la notte e per tutta la mattina, per accogliere Benito Mussolini. E qui il suo racconto giornalistico assume toni davvero epici: «Formidabili correnti umane percorsero il Tavoliere inondando i campi di grida gioiose e di una parola breve e folgorante “Duce!”». Tutta quella folla si schierò per le vie della città, «avvolta in uno sfolgorante alone tricolore, ad aspettare fremente sotto un implacabile sole». La gente, al colmo dell’entusiasmo, vedendolo apparire, esplose in un unico grido: «Duce! Duce! Duce!». 

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Nel mezzo del piazzale della stazione, tutti i gagliardetti dei fasci giovanili della provincia «si levarono in alto, guizzando come fiamme al sole. Si innalzò un coro di canti, squilli, accompagnati da un tripudio di bandiere». 

Ed il Duce cosa fece? Dopo aver accolto il primo gioioso saluto di Foggia, montò su un’automobile per dirigersi fino al Palazzo del Governo. Qui un manipolo di Balilla «moschettieri», in servizio d’onore lungo lo scalone, immobile sull’attenti, presentò le armi con fierezza, mentre un “leggiadro sciame» di Piccole Italiane lanciò uno squillante «A Noi!». A Mussolini venne offerto, a nome di tutta la Capitanata, una targa d’argento, sul cui piano era presente una visione dei campi del Tavoliere, dominata dalla figura di un seminatore.

Il Duce nel suo esaltante cammino ricognitivo delle magnifiche e progressive realizzazioni fasciste, proseguì la visita alle case rurali del villaggio “La Serpe” (l’odierno Borgo Mezzanone). Fece fermare la vettura davanti ad una casa, dove ad attenderlo c’era un folto, pittoresco, gruppo di uomini e donne del Gargano, nei loro sgargianti costumi tradizionali. Al suono caratteristico di fisarmoniche, tamburelli e nacchere, intonarono canzoni campestri e intrecciarono danze popolari. Qui una fanciulla di Monte S. Angelo avanzò, porgendo al Duce una statuetta in alabastro dell’Arcangelo Michele, un’altra gli offrì un fascio di spighe e poi tutte le altre offrirono spighe ed anche dei fiori. Una fanciulla in costume avanzò verso di lui. Gli portò il saluto del nonno che, da anni emigrato in America, in quel momento, aveva voluto fargli pervenire, da così lontano, «il pensiero devoto e grato dei pugliesi staccati dalla terra natale». Ma la commozione le troncò la parola: la fanciulla, prorompendo in singhiozzi, si inginocchiò e baciò la mano del Capo.

Il corteo proseguì nella campagna, fermandosi a tre chilometri da Foggia, dove sorgeva l’Istituto Sperimentale d’Agraria, fondato nel 1925 dall’Ente dell’Acquedotto Pugliese. Il Duce visitò i locali dell’azienda. E prosegui nella sua marcia trionfale. Presso la scuola rurale “Arnaldo Mussolini”, una schiera di bimbe, in divisa di Piccole Italiane, lo accolse con uno squillante «A Noi!». La più piccola gli si avvicinò e gli chiese una fotografia, Mussolini assicurò che gliela avrebbe spedita, e prese immediata nota del suo nome e indirizzo. Al Duce venne quindi offerto un carro romagnolo, bianco, rosso e verde, con una coppia di buoi. Il corteo proseguì nella sua marcia trionfale nelle campagne foggiane: dopo un po’ raggiunse la località dove stava sorgendo una borgata rurale. Il grandioso progetto di bonifica prevedeva, per la trasformazione fondiaria del Tavoliere, la costruzione di quindici nuovi centri urbani e di diciotto borghi rurali. Il primo centro rurale, in avanzato corso di costruzione, intitolato al martire fascista Raffaele Laserpe, fu visitato quel giorno.

Quindi il Duce ritornò alla Stazione. Quando, alle 18.15 precise, apparve alla Folla e la salutò, questa si sollevò «in un grido ruggente: “Duce! Duce! Duce!”». A placare tutta questa esaltazione furono gli squilli delle trombe; il clamore si spense d’improvviso non appena Mussolini cominciò a parlare.

Nella cronaca del Petrucci, dopo il discorso del Duce, «una luce raggiante riempì i volti di tutti e molti occhi brillarono di lacrime. Il clamore della luce si propagò su tutta la città e investì l’ampiezza solenne del Tavoliere, che sembrò scuotersi in ogni sua zolla. E il saluto fu festoso e trionfale, come il saluto che accolse l’ospite attesissimo al suo primo apparire sulla terra di Puglia, e al suo ingresso nelle città, al suo passaggio per i paesi e per le campagne».

Silvio Petrucci chiude la sua cronaca con un resoconto sulle realizzazioni del regime: dalla Marcia su Roma al 1936, in Puglia erano stati eseguiti o iniziati lavori pubblici per un ammontare di circa due miliardi e cento milioni. L’Acquedotto, da solo, aveva già assorbito oltre 555 milioni; e 557 milioni erano stati spesi per l’edilizia scolastica. A tale cifra andava aggiunta quella non precisata per sovvenzione nella costruzione di ferrovie, concessa dall’industria privata, nonché quella cospicua, ma non controllabile statisticamente, delle spese fatte dai Comuni e dalle Province per opere eseguite a loro completo carico.

Secondo il Petrucci, in Puglia, Mussolini era stato accolto trionfalmente da una popolazione «che viveva il fascismo in maniera attiva», perché il Regime aveva affrontato i suoi numerosi problemi contemporaneamente, mediante un’azione rapida, metodica ed energica. Nel campo delle bonifiche la Capitanata vantava un primato incontestabile, con un’opera di grande importanza, igienica, economica e sociale: la trasformazione fondiaria del Tavoliere. L’opera, già all’inizio, aveva dato vita al primo villaggio rurale “La Serpe”. Nello stesso periodo era in pieno sviluppo la bonifica idraulica di Lesina, dove erano impegnati con un “esercito” di operai, moderni mezzi tecnici. Nel campo delle comunicazioni i servizi ferroviari erano stati perfezionati ed intensificati, con il vasto rinnovamento edilizio delle stazioni e degli edifici post-telegrafonici. Le linee marittime erano state migliorate: considerevoli i lavori portuali di Manfredonia.

Tra le opere di maggiore importanza, di cui il regime esaltava il compimento, figurava la ferrovia Garganica, inaugurata dal conte Costanzo Ciano. Invano attesa per mezzo secolo, la ferrovia era stata costruita per precisa volontà del Duce; essa preludeva ad un grande sviluppo soprattutto turistico ed economico. Se dalle ferrovie si passava poi alle strade, si notava lo stesso scopo di avvicinamento più diretto, quasi di affratellamento tra le varie regioni. Era stata riordinata la circoscrizione giudiziaria; il capoluogo e i vari comuni si erano impegnati in un profondo risanamento igienico e rinnovamento estetico; mai così “prosperoso” era stato l’impulso dato all’edilizia. Gli unici edifici pubblici costruiti in Puglia, prima del 1922, erano state alcune caserme. In quasi tutti i comuni ora erano sorti edifici scolastici; era stata portata l’energia elettrica; moltiplicate le palestre e i campi sportivi e accanto alle case del Fascio si elevavano le prime case economiche per il popolo; erano inoltre state create le prime istituzioni assistenziali.  

Secondo il Petrucci, il Regime «aveva compiuto, tra queste popolazioni, una radicale trasformazione sociale, riuscendo a conquistare in pieno le masse, per lo più mancanti di una tradizione associativa e perciò più esposte agli abusi del “feudalesimo”padronale. Attraverso l’ordinamento corporativo, i contratti di lavoro e le provvidenze sociali, il fascismo aveva di colpo elevato i lavoratori della Capitanata allo stesso livello dei camerati delle province più progredite, di fronte ai quali in passato si erano trovati in condizioni d’umiliante inferiorità. Mussolini era un prodigioso seminatore che, di tanto in tanto, si muoveva da Roma, per recarsi in quei luoghi in cui aveva scagliato il seme con la mano, per ammirarne la prima fioritura o il novello frutto».

 

Teresa Maria Rauzino

Le foto di Mussolini a Foggia sono tratte da Raffaele Colapietra, La Capitanata nel periodo fascista, Amministrazione provinciale, Foggia 1978.

 

IL PETROLIO AMARO DELL’ADRIATICO

In due convegni, tenuti a Peschici e a Foggia, la prof. Maria Rita D’Orsogna illustrò i danni di carattere ambientale e territoriale provocati dalle attività petrolifere di esplorazione e perforazi…

Sorgente: IL PETROLIO AMARO DELL’ADRIATICO

Riflessioni sul Convegno del Venerdì santo a Vico by Francesco A. P. Saggese

 

confratellino

Credo che nessuna cosa accada per caso. E così, penso, neppure questo convegno. Per lo stesso motivo, credo anche che questo convegno non possa esaurirsi qui, con una stretta di mani. Dobbiamo stringerci le mani, ma dobbiamo trovare anche l’energie per andare oltre questo momento di dibattito, cercando strategie per non disperdere questo patrimonio di tradizioni religiose e di conoscenze.

Non ci possiamo più limitare a preoccuparci episodicamente del nostro patrimonio culturale, dobbiamo occuparcene costantemente, e lo dobbiamo fare in tanti. Non possiamo più pensare al nostro passato come qualcosa da mettere da parte, un vecchio libro che prende polvere in uno scaffale, che di tanto in tanto qualche uomo di buona volontà corre ad aprire. Dobbiamo trovare uno spazio in senso fisico, in cui trovi concretezza questa costante occupazione culturale, una culla che possa custodire la memoria della nostra tradizione legata alla Settimana Santa.

Mi sono chiesto: cos’è la tradizione? A darmi la risposta è stato papa Giovanni XXIII, il quale scriveva che ‘la tradizione è il progresso che è stato fatto ieri, come il progresso che noi dobbiamo fare oggi costruirà la tradizione di domani’. Ma la tradizione sono anche mio padre e mia madre, che qualche giorno fa, nella merceria del paese, hanno comprato la stoffa per il camice da confratello per il mio nipotino di tre anni, perché Venerdì Santo ci deve essere anche lui.

Occorre per ciò uno spazio che porti nuove e vecchie generazioni alla partecipazione attiva alla vita delle confraternite, che le spinga ad aprire cassetti, a cercare negli armadi, a entrare negli archivi parrocchiali, nelle biblioteche, a catalogare, a scrivere, a documentare, a promuovere manifestazioni, convegni, mostre permanenti e itineranti. Un luogo che, attraverso il presente, possa fare da ponte tra il passato e il futuro, e che sappia promuovere lo studio e la ricerca sulla nostra Settimana Santa nel resto del nostro Paese e del mondo. Sì, il resto del mondo: dobbiamo raccontarci al mondo (anche e soprattutto) sotto questo aspetto.Un luogo d’incontro libero, aperto a tutti, studiosi, confratelli, appassionati.

Penso così a un “Centro di Studi e di Documentazione sulla Settimana Santa a Vico del Gargano” che possa contenere tutte queste prospettive, capace di fare sistema, rete, con altre realtà della nostra Capitanata. Perché no?! Vi prego. Cosa potrebbe impedirlo se non la pigrizia culturale di cui ci siamo da troppo tempo ammalati? Credo – e so di non essere solo – che il nostro territorio potrà salvarsi nella misura in cui siamo capaci di recuperare, custodire, tutelare e promuovere la nostra tradizione, facendolo non in maniera episodica, ma lungimirante, guardando lontano lontano, come fa il contadino quando aspetta di raccogliere il frutto dall’albero che aveva piantato con un piccolo seme. Uno spazio che sappia porre al centro del nostro futuro le nostre radici, perché perdere il passato significherà inevitabilmente perdere il futuro.

Non dobbiamo dare per scontato nulla di quello che oggi è sotto i nostri occhi: penso alle numerose confraternite che nel tempo si sono estinte, ne ho contate tredici – ma il mio dato potrebbe non essere esatto. Oggi ne sono rimaste cinque. Un patrimonio, quello delle confraternite e del Venerdì Santo di Vico che, senza timore alcuno, a mio giudizio, andrebbe tutelato e, perché no, inserito nel patrimonio orale e immateriale dell’UNESCO (dove trovano posto antiche tradizioni che spesso non hanno una codificazione scritta ma sono tramandate oralmente nel corso delle generazioni) considerata l’unicità della manifestazione religiosa.

Mi fermo qui. Così, dobbiamo saper guardare lontano, ancor prima di arrivarci. Questa credo che non sia una sfida, ma una necessità.

Francesco A.P. Saggese

Quando le prof. venivano censurate dai Presidi-duce

Quando le prof. venivano censurate dai Presidi-duce del Liceo Lanza perché entravano in classe “coi capelli ossigenati e le labbra cariche di minio”

prof Quitadamo

 

Le tendenze misogine dei Presidi del Lanza trovano il loro riscontro “ideale” nell’intensa propaganda del Regime contro l’inserimento della donna nel mondo del lavoro e a favore «del suo ritorno al vero ed unico posto che la natura le ha assegnato: la casa». La natalità, sinonimo di potenza, poteva essere difesa solo a condizione di riportare la donna italiana all’interno della famiglia, escludendola dal lavoro fuori casa e sottomettendola di nuovo al marito. Ma il risultato fu fallimentare: il tasso demografico non aumentò, le donne non abbandonarono la scuola e i posti di lavoro che “avevano invaso”.

Il 7 marzo 1938, il preside Matteo Luigi Guerrieri trasmise in Provveditorato la relazione finale per l’anno scolastico 1936-1937, redatta dal suo predecessore Giuseppe Marchese, che ho reperito presso l’Archivio di Stato di Foggia e che ho pubblicato nella mia monografia sul “Regio Liceo Lanza di Foggia” (Edizioni Parnaso, 2004).

Una relazione un po’ fuori della norma, come dichiarato espressamente nell’incipit dallo stesso preside Marchese: «Nelle condizioni particolari in cui mi trovo, di Preside collocato a riposo, non posso né debbo fare questa volta una relazione lunga ed esauriente; non posso perché mi mancano molti dati ed elementi di giudizio e non ho la forza, per ovvie ragioni sentimentali, di ritornare nella sede della mia scuola che ho lasciato con stringimento profondo di cuore, dopo quaranta anni di lavoro disinteressato ed appassionato». Il Preside eviterà, quindi, di parlare delle «deficienze degli insegnanti». Deliberatamente, eviterà di scendere nei dettagli: non farebbe opera giovevole. Ormai lontano dalla scuola, non vuole gettare l’ombra o il sospetto di durezza, che non ebbe mai: vuole, semmai, lasciare un buon ricordo di sé, in virtù di quell’«amore vivo che sente per tutta la famiglia scolastica». In ogni caso, farà pervenire al superiore Ministero qualche breve osservazione e considerazione di visione generale, frutto della lunga esperienza e dell’immenso amore che ha per la scuola, la più delicata e nobile tra le istituzioni della Patria.

Ma Marchese non smentisce il proprio stile neppure in questa relazione di commiato. Le sue critiche toccano i tre punti cardine dei cahiers de doléances del Liceo foggiano: i problemi logistici; i rapporti con la dirigenza dell’Onb; la misoginia. Un inconveniente che difficilmente sarà eliminato o corretto è infatti,  a suo dire,  “l’invasione” della donna nell’insegnamento medio.

Invasione crescente in un territorio solitamente marcato dai maschi.

Anche Marchese ha la sua tesi contro le docenti, già osteggiate dai Presidi-duce che lo hanno preceduto, e si avventura in una personale, contraddittoria argomentazione sulla “donna insegnante”: «La donna è nata per essere educatrice, ma a fare questo mestiere nella scuola anzi che nella casa, dovrebbe rinunciare al sacrosanto diritto di formarsi una famiglia, perché la donna maritata non può dare tutta l’attenzione e la passione richiesta alla scuola, la quale invece, per causa della donna insegnante, resta spesso in un certo stato di disordine e di abbandono». Le femmine hanno l’onere di badare ai figli: non possono perdere tempo a casa per preparare le lezioni o correggere i compiti, come i docenti maschi: «È risaputo che l’opera educativa di un insegnante coscienzioso non si esaurisce nella scuola, giacché occorre tempo ed agio per la quotidiana preparazione e per la correzione dei compiti e la preparazione degli esperimenti e degli esercizi; per questo dove troverà tempo e voglia la donna, che deve pur accudire ad una numerosa figliolanza?».

La debolezza argomentativa del preside Marchese svela l’arcano della sua misoginia. È l’intelligenza delle donne a fargli paura: «Io sono per il ritorno della donna nella casa a fare quello che facevano le donne romane: sapranno forse anche meglio a suo tempo offrire i figli alla Patria, se non sono donne troppo intellettuali». A questo punto, egli abbandona l’argomentazione precedente, “annacquata” da riflessioni sul ruolo sociale della “madre di famiglia”, sui suoi compiti fondamentali ed esclusivi che la distolgono da altri impegni. Di slancio e senza mezzi termini, chiarisce che non fa alcuna differenza se la donna sia coniugata oppure nubile: «La donna nella scuola, se è mamma di famiglia pensa più ai figli e alla casa che alla scuola: se è ancora nubile, tormentata ed assillata dalla febbre che mette nel sangue la naturale disposizione a trovare marito, à poca voglia e scarsa passione per la scuola: riesce indubbiamente educatrice perfetta solo quando non sia agitata e tormentata da questo prepotente bisogno, ma le donne che non vogliono il marito, che non bramano la prole sono poche e non sono perfette, e, credo, neppure desiderate».

Non si tratta di personali pregiudizi, tende a precisare Marchese fornendo, a suo dire, “prove oggettive” dell’inadeguatezza delle insegnanti: «Io ho sperimentato ed imparato che le donne procurano alla scuola molti fastidi. E poi io dubito che la donna sia capace di educare la gioventù studiosa a forti sensi di virtù, che sia pronta a dare esempi di forza d’animo nelle gravi contingenze della vita ed abile a plasmare gli animi a virili propositi, se è proclive a tingersi le labbra, a guastarsi i capelli e, per la vanità, neppure la santa voce dell’ammonizione e del richiamo la distoglie dal tenace proposito di seguire le biasimevoli consuetudini della moda e del capriccio. Ed io purtroppo ho visto anche le donne maritate entrare nelle aule ad educare i giovani coi capelli ossigenati e con le labbra cariche di minio».

La “filippica” di Marchese è davvero veemente, ma la chiusa della stessa lascia adito ad una lieve speranza nella “conversione” delle donne alla mission educativa voluta dal fascismo: «Sì, non poco la Patria da voi o, donne, aspetta, ma farete opera santa se cambierete costumi e pensiero. […] Faccio voti che il Signore ci dia luce intellettuale, buona volontà e aiuto costante per serbare puro ed incontaminato lo spirito dei nostri educatori, ferma la volontà di fare il bene come meglio si può, anche col sacrificio più duro, materiale e morale, per il bene e la reverenza che si deve alla gioventù, che è la speranza più vaga delle nostre anime e il tesoro più considerevole della Patria».

Amen!

Teresa Maria Rauzino

 

Il mio volume sulla storia del “Regio Liceo Lanza, dalle scuole Pie agli anni del Regime” è scaricabile qui : https://rauzino.files.wordpress.com/2010/12/il_regio_liceo_lanza.pdf

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Quando si studiava sul serio …

terry

Il mitico Liceo Lanza di Foggia l’ho frequentato soltanto in IV ginnasiale. Correva l’anno scolastico 1969-70, il preside di allora era il prof. Michele Melillo. Il primo impatto non fu positivo.

Avevo la media dell’otto, prescritta per l’esonero totale. Agli esami di terza media avevo preso “ottimo” in tutte le materie e un “distinto” in Latino, allora materia facoltativa. Ma ebbi solo l’esonero parziale delle tasse.

Mia madre ci rimase male, protestò in segreteria, ma non ci fu niente da fare. La mia professoressa di Lettere era Rosa Goffredo. Una bella signora distinta. Ricordo che a un compito di italiano presi sette e mezzo. Era un voto alto, mi dissero le mie amiche liceali che avevano avuto la prof. come docente al ginnasio. Ma io prediligevo i temi nostalgici, la Goffredo se ne accorse ed al terzo compito mi bloccò con un punitivo cinque e mezzo.

Da allora cercai di scegliere le tracce su argomenti di studio “oggettivi”. Eravamo in tanti studenti, in quella IV ginnasio del corso D, sicuramente sui trenta. Quell’anno si facevano i doppi turni. Uscire di scuola di sera non era certo piacevole, quando pioveva. Durò per tutto l’autunno e l’inverno.

Ricordo vagamente, tra i compagni di classe, Isabella Varraso (ora insegna geografia economico-politica presso la facoltà di Economia all’Università di Foggia) e Teodoro Maruotti, un bel ragazzo biondo. La mia compagna di banco si chiamava Carla, aveva i capelli cortissimi. Gli altri visi si sono persi nei tenui ricordi di quell’anno: ricordo Marilena Torres, Rita Bucci, Immacolata. Di loro ricordo soltanto i visi, i nomi, non tutti i cognomi. Eravamo in collegio, quell’anno, presso le Canossiane dell’Educandato Concettina Figliolia, sito in un palazzo gentilizio risalente alla metà del Settecento,  che si affacciava sul Piano delle fosse, e frequentavamo da esterne il Liceo/ginnasio Lanza. Il convitto delle Marcelline, con annesso liceo privato, era troppo caro e non tutte le famiglie di provincia potevano permettersi di pagare una retta così alta. Noi del IV ginnasio non ce la facevamo a svolgere tutti i compiti assegnati, nonostante fossimo molto studiose. Dopo la chiusura della sala studio e la cena, ricordo che portavamo di nascosto i libri su in camerata, avevamo delle piccole torce e studiavamo sotto le lenzuola per non farci vedere dalle suore. Le amiche collegiali che frequentavano il Poerio, il Giannone e il Rosati, ma anche lo scientifico, non avevano questo problema: finivano i compiti sempre prima di noi. Trovavano il tempo di uscire per Foggia, il pomeriggio.

concettina figliolia

Io ricordo solo il tratto a piedi, i Tre Archi, Piazza Giordano…il Palazzo degli studi. Non fu un anno bello. Potevo tornare a casa solo per le vacanze. Peschici era troppo lontana, la Garganica impiegava tre ore, e la mattina dovevo prendere il pullman a Calenella quasi ad alba, alle 4 di mattina. Avevo una forte nostalgia: la vista della stazione di Foggia mi faceva venire una stretta, ogni volta che vi tornavo.

Il mio medico di Peschici, il dottor Michele Protano (ex presidente dell’amministrazione provinciale di Foggia ndr. ), che mi conosceva da piccolina, mi prescriveva cure ricostituenti. Medicine che io non volevo prendere. La mia malattia era un’anemia/nostalgia. Captavo che qualcosa in famiglia non stava andando per il verso giusto. Mio padre stava davvero male. Sindrome vertiginosa, ma nessun medico l’aveva ancora capito. Lui che lavorava sui ponti, quell’anno dovette stare a terra, in casa. A fine Agosto fu visitato da un luminare dell’università di Torino, il primario otorino laringoiatra delle Molinette, prof. Paolo Menzio, in vacanza a Peschici, che seppe diagnosticare la malattia e prescrivergli la cura opportuna. Papà a ottobre ritornò al lavoro, ma io non tornai più al Lanza. Dal V ginnasio fino al terzo Liceo frequentai il Tondi, presso la sede staccata di Vico del Gargano.
Misteriosamente mi sparì il mal d’autobus, che mi aveva sempre afflitto da piccola ed era stato uno dei motivi della mia decisione di andare in collegio a Foggia, l’anno prima. Mi dispiacque molto non poter frequentare il Liceo più prestigioso della provincia. Ma rimossi il Lanza dalla mia mente.
Quel nome l’ho ritrovato tra le carte dell’Archivio di Stato di Foggia. Una storia ritrovata.

Teresa Maria Rauzino

 

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Il mio volume sulla storia del “Regio Liceo Lanza, dalle scuole Pie agli anni del Regime” è scaricabile qui :  https://rauzino.files.wordpress.com/2010/12/il_regio_liceo_lanza.pdf