Concorso Letterario IL ROVO X Edizione

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Il primo agosto, nel cuore del centro storico di Cagnano Varano, in Largo Purgatorio, si è conclusa la decima edizione del Concorso Letterario “IL ROVO”. È stata una splendida serata, ricca di emozioni trattandosi della prima in presenza, dopo quella dello scorso anno, svoltasi virtualmente durante la pandemia Covid.  A questa ha preso attivamente parte la famiglia del compianto ed amato Maresciallo Maggiore Vincenzo Carlo Di Gennaro, medaglia d’oro al valore civile, scomparso tragicamente il 13 aprile 2019, mentre si trovava in servizio a Cagnano Varano. Il Concorso letterario “IL ROVO” gli ha dedicato, dall’anno della sua morte, una delle sue sezioni, la sezione Legalità ed ha reso partecipi sua sorella Lucia Di Gennaro, la compagna Stefania Gualano, nonchè Il padre signor Luigi e una rappresentanza dell’Arma dei Carabinieri, nelle figure del Colonnello Sante Picchi e del Maresciallo Graziano Foschi.

Tutto si è svolto in un’atmosfera a dir poco magica, sotto un cielo trapunto di stelle e con l’aiuto di due straordinari musicisti, Il contrabbassista Salvatore Curatolo e il chitarrista Claudio Pelusi. La serata si è dipanata tra la lettura dei lavori e le premiazioni dei vincitori delle tre sezioni, Legalità, Poesia e Prosa. Il tutto si è concluso con un aperitivo letterario preparato dal ristorante CATAMÈ, e consumato all’aperto nella piazza di Largo Purgatorio.

Ha coordinato la serata Alberto Mangano, giornalista e scrittore foggiano.

La fotografia e il filmato dell’evento sono stati affidati al sensibile occhio del professor Giuseppe Grossi.

I Vincitori, provenienti da tutta Italia, hanno apprezzato i premi e la serata, organizzata con impeccabile maestria dai fondatori del Concorso. I vincitori del primo premio delle due sezioni, Prosa e Poesia, hanno ricevuto un premio di cinquecento euro, una targa e un voucher offerto dal concorso Letterario “Il Tratturo Magno” de L’Aquila, con il quale il Concorso nazionale “IL ROVO” è gemellato, e che permetterà loro di soggiornare gratuitamente, di fare una visita guidata e di partecipare ad una cena di gala nella città de L’Aquila nella giornata dell’evento del “Tratturo Magno” che si terrà il 24 settembre 2021.

La concorrente vincitrice del primo premio della sezione Legalità ha vinto una targa, una scultura in plexiglass, simbolo della legalità, dell’artista Antonio Perilli e un voucher del Tratturo Magno.

I secondi e terzi premi hanno vinto una targa e cesti del ristorante Catamè di Cagnano Varano, o dell’Agriturismo Biorussi di Carpino, o una cassetta di Vini cantina D’Araprì di San Severo.

È stato assegnato anche un premio Radici e Territorio ad un concorrente di Cagnano della sezione poesia.

vincitori della X° Edizione del Concorso Letterario “IL ROVO” 2021 sono:

Sezione Poesia

1° Premio “Eva delle nuvole –Alzheimer” di Davide Rocco Colacrai
2° premio “Ogni notte” di Dafne Indovina
3° Premio “Clelia” di Federico Marcelli

Sezione Prosa

1° Premio “La danza della notte” di Dafne Indovina
2° Premio “Giglio Bianco” di Alessandra Manfroi
3° Premio “Lettera” di Matteo Pedicillo

Sezione legalità

1° Premio “Pandemia e legalità un’occasione per crescere” di Alessandra Manfroi

Premio della Giuria
“Alla mia età” di Camilla Grossi

MENZIONI DELLA GIURIA

Sezione poesia
“‘I kriatùre d’ù mùnne” di Lucio Marchesiello
“DAD” di Arianna Piazza, giovane poetessa di soli undici anni

Sezione Legalità
“Esplosione” di Marco Yurij Mennella

Sezione prosa
“Lame” di Chiara Barberis

Premio Radici e territorio
“Goccia dopo goccia” di Michele Stefania

È stata donata una targa alla memoria della poetessa garganica Maria Antonietta Cocco.

Sono state donate delle targhe ricordo alla famiglia del Maresciallo Maggiore Vincenzo Carlo Di Gennaro e all’Arma dei Carabinieri.

GIURIA TECNICA

Sarah Pelusi – Interprete di conferenza, traduttrice letteraria, filologa.
Ottavia Iarocci – Docente di lingua e letteratura italiana. Scrittrice.                                     

Samuele Michele Ruben Giannetta – Docente di lingua e letteratura italiana. Poeta.
Rita Pelusi – Docente di Lingue e letterature straniere. Scrittrice.
Palma De Simone – Dirigente scolastica, docente di lingua e letteratura italiana.

GIURIA

Caterina Pelusi – Laureata in diritto, Direttrice di banca.
Emilia Massaro – Laureata in Economia, Commercialista, docente di Diritto ed Economia.
Roberta Di Nauta – Laureata in Lingua e letteratura italiana.
Sara Di Bari – Laureata in Scienze del turismo. Blogger

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Il 3 agosto, a Vico del Gargano, presentazione di “Cronaca nuda” di Matteo Rivino

“I libri non moriranno mai. Leggi, scrivi, pensa e vivi. Sono i punti cardinali dell’ospitalità vichese, rivolta ad accogliere chi ama i libri e la scrittura – ha dichiarato Rita Selvaggio, assessore alla Cultura – Ed è con questa convinzione che si vuole continuare a credere nel valore della parola scritta: eterna suggestione di un tempo coniugato al presente”.

E’ questo il senso della terza edizione della rassegna  “Un libro per amico”, manifestazione dell’Estate Vichese dedicata alla lettura, nel cui ambito,  martedì 3 agosto,  in Largo del Conte, con inizio alle ore 21.30, ci sarà la presentazione del  nuovo romanzo di Matteo Rivino: “Cronaca nuda” (Porto Seguro Editore). Interverrà Antonella Laganella, Giudice onoraria presso la Corte d’Appello di Campobasso, sezione Minorenni.

Sarà gradito il dialogo con il pubblico presente.

Il libro di Rivino vuole accendere i riflettori su un tema di grande attualità: la violenza contro le donne. Una storia familiare che si ripete. Al centro della vicenda Paolo, figlio unico di Giulia e Pietro. Un bambino difficile, che crea problemi a scuola compiendo atti di bullismo sui compagni più deboli. Lo seguiamo negli anni della fanciullezza, nelle sue avventure tra la scuola, il campanile, la casa, dove cresce seguendo le orme del padre, uomo da sempre violento nei confronti della moglie, che a un certo punto decide di lasciarlo, anche per cercare di educare il figlio a valori diversi. Ma Paolo, crescendo, diventa a sua volta maschilista e prevaricatore, a tratti molto pericoloso. Stenta a instaurare amicizie vere e durature. Il rapporto con le donne è problematico. Assistiamo alle sue esperienze con varie ragazze, nessuna delle quali, dopo averlo conosciuto da vicino, accetta di sottostargli, suscitando la sua ira. Non fa eccezione Letizia, che pur innamorata, non ce la fa a subire  i suoi scatti violenti. Il rapporto fra i due è il punto culminante del romanzo. Il racconto si sviluppa come un album fotografico le cui istantanee sono rappresentate dai singoli quadri che lo compongono, fino all’inaccettabile epilogo.

L’autore del romanzo, Matteo Rivino, nato a Monte Sant’Angelo, vive dal 1961 a Milano, dove ha trascorso l’intera vita lavorativa come dirigente di aziende industriali. Attaccatissimo al suo paese d’origine, dove trascorre ogni anno le vacanze estive, nel 2006 ha pubblicato “I virtuosi della trottola”, un significativo spaccato della civiltà contadina e della vita quotidiana di Monte Sant’Angelo fra la seconda guerra mondiale e il primissimo dopoguerra. Un centro culturale di altissimo livello, ma dove, spesso, a malapena, si riusciva a sbarcare il lunario.

Nel 2007, in collaborazione con Francesco Corbellini, ex presidente dell’ENEL, Rivino scrive, per la Sestante Edizioni di Bergamo, un volume dedicato alla vita della società GIE (Gruppo Industrie Elettromeccaniche per impianti all’estero SPA), di cui  è stato dirigente per 25 anni.  Il Gruppo, con sede a Milano, è stato ai vertici mondiali nel campo dei grandi impianti di produzione e distribuzione di energia elettrica. Come scrive in prefazione Luigi Iperti “la storia del GIE è un capitolo importante della storia dell’impiantistica italiana ed in particolare di quella storia, che ancora non è stata scritta, se non per occasionali capitoli, del lavoro appassionato di ingegneri, tecnici ed operai che hanno speso i loro anni migliori in giro per il mondo per contribuire a creare, attraverso gli impianti produttivi da loro costruiti, nuovi strumenti di progresso economico e sociale”. Il gruppo GIE era costituito da Ansaldo di Genova, Breda termomeccanica di Milano, Ercole Marelli & C. di Milano, Franco Tosi di Milano, Industrie elettriche di Legnano di Legnano, Italtrafo di Napoli, Magrini Galileo di Bergamo e Riva Calzoni di Milano.

Nel 2010, sempre per la Sestante Edizioni di Bergamo, Rivino pubblica “La vita da prete di don Francesco”( don “Ciccio” Ciuffreda ), parroco della Chiesetta e del rione Fosso di Monte Sant’Angelo, che ”ha umanizzato il soprannaturale a beneficio del prossimo, cui ha dedicato la vita“.

Ancora nel 2010, per Seneca Edizioni di Torino, l’Autore scrive il suo primo romanzo storico “Ai confini del Reame”. Narra la storia di due giovani, Luigino e Michele e delle loro rispettive famiglie, una dell’aristocrazia terriera, l’altra popolare, tra fine Settecento e inizio Ottocento. La vicenda si svolge a Monte Sant’Angelo ai confini, appunto, del regno di Napoli, al tempo di Ferdinando IV di Borbone. Furono gli anni in cui, sull’onda della rivoluzione francese e sotto la spinta delle armate napoleoniche, ebbe inizio il tramonto del sistema feudale, che per secoli aveva immobilizzato la società e l’economia del Sud Italia, e la trasformazione della proprietà terriera feudale in proprietà terriera privata della rampante borghesia.

Il secondo romanzo storico di Rivino “Corre il tempo”, edito da Schena, segue le vicende della cittadina garganica in un momento epocale della storia d’Italia. Protagoniste due famiglie, Peddanera e Ambrosio, seguite dal secondo decennio dell’ottocento fino ai giorni dell’Unità d’Italia e del brigantaggio postunitario, in un contesto storico riproposto con rigore. Il racconto prende le mosse da una sanguinosa spedizione di briganti, svoltasi nel 1814, allorché si stava per concludere il decennio di dominio francese sul Regno di Napoli, e accompagna i protagonisti nel lungo cammino del Risorgimento.  I fatti personali e familiari s’intrecciano con quelli collettivi, all’ombra della basilica di San Michele, al cui culto Monte Sant’Angelo deve la propria esistenza.

Si attende la conclusione della trilogia.

Teresa Maria Rauzino

“Francesco Maratea, una vita per il giornalismo” by Giuseppe d’Avolio

Sabato 7 agosto, a Vico del Gargano, presentazione del libro “Una vita per il giornalismo – Francesco Maratea, tra Aventino, Liberazione e “ tempi nuovi”. Introdurrà la discussione Giuseppe Maratea, interverranno Michele Angelicchio, Giuseppe d’Avolio, Antonella Laganella, Teresa Maria Rauzino e Piero Paciello, direttore quotidiano L’Attacco.

Alle 21,00 di sabato 7 agosto, nel sagrato della Chiesa di San Domenico di Vico del Gargano,  sarà presentato il libro “Una vita per il giornalismo – Francesco Maratea, tra Aventino, liberazione e “tempi nuovi”, a cura di Giuseppe Maratea.

Vichese doc, classe 1889, provetto giornalista già a 15 anni, ha vissuto e commentato gli avvenimenti del tempo, sino al 1977, anno in cui ci ha lasciati.

Ha viaggiato per il mondo e conosciuto i protagonisti dell’epoca, da Ciano a De Gasperi, da Segni a De Gaulle, da Krusciov a Kennedy, da Churchill a Tito, per non parlare degli intellettuali e degli artisti, che era uso frequentare a Roma.

Insignito della “Legione d’onore” francese nel 1957, nel 1965 ha conseguito il primo “Premio Saint Vincent”, un anno prima di Indro Montanelli.

Di fatto per 50 anni il giornalista per eccellenza de “Il Messaggero”, “il columnist di prima grandezza che nulla ha da invidiare ai più celebri del giornalismo mondiale”, (come lo definì Gino de Sanctis ), ha per ben due volte rifiutato di divenirne il direttore, fors’anche per essere sempre in prima linea e dare lezione della naturale, orgogliosa umiltà tipica dei garganici.

Giuseppe Maratea lo fa rivivere, con tutto il suo splendore, a volte profetico, con una raccolta dei suoi articoli, che spaziano dalla speranza e dai primi passi dell’Unione Europea ai ritratti penetranti e vivi dei capi di stato che hanno fatto la storia di allora.

Un monito per noi, per le nuove generazioni, per ritrovare le nostre radici ed essere degni del patrimonio culturale, professionale ed umano che persone come Francesco Maratea ci hanno lasciato in eredità.

Sì, è un libro avvincente, da leggere con attenzione, non solo per rivivere i ¾ del “secolo breve”, ma, soprattutto, per riflettere e riprendere il cammino di chi, forte del rigore nello studio, attento ai particolari, dotato di profondità di pensiero, aduso alla correttezza ed all’altrui rispetto nei rapporti quotidiani, mai servo a nessuno, ha difeso, in tempi di dittatura, la bandiera della libertà e della giustizia sociale e ci ha consegnato la Costituzione della Repubblica Italiana.

Mirabile l’articolo “Vecchio Gargano”, commovente fotografia “dell’isola “, come Francesco lo definisce, agli albori della Repubblica, un’isola, “terra vergine difesa dal suo stesso destino di proscrizione nella profondità del tempo remoto, preservata dal suo perenne anacronismo”, dove  “la felicità era una giornata di pioggia dopo le rogatorie al Crocifisso, un tomolo di grano, uno staio d’olio, una cesta di agrumi, un sacco di mandorle, di carrube più del raccolto precedente: tutta la felicità possibile”. 

Possiamo essere fieri dei grandi passi compiuti in 70 anni, ma tanti sono gli orrori culturali, i delitti ecologici, i colpevoli ritardi nello sviluppo ecosostenibile del territorio: la lettura degli articoli del Maratea può sostenerci nell’impegno a non rinunciare mai ai sogni ed ai progetti per fare del Gargano il Paradiso ritrovato.

In breve, sarà una serata da ricordare!

Giuseppe d’Avolio

(pubblicato su “L’Attacco” mercoledì 28.07.2021)

Franco Maruotti, portavoce originale dell’arte pugliese a Milano

Alla ViP Gallery di Milano, in Alzaia Naviglio Grande 4,  dal 10 al 19 luglio 2021 è in corso una mostra personale di Franco Maruotti, intitolata “Macchie mediterranee”. L’artista pugliese presenta una ventina di opere recentissime, con  scorci tipicamente mediterranei: colline, vigneti, uliveti, trabucchi sul mare, paesini del Gargano… dipinti con un uso della spatola che richiama a tratti le larghe pennellate di Cezanne. Una serie più o meno fitta di piccole “macchie” colorate che scompongono e ricompongono le splendide visioni del nostro territorio.

Abbiamo seguito in diretta Facebook, l’11 luglio, la “dinamica” presentazione della mostra “Macchie mediterranee” di Franco Maruotti a cura di Virgilio Patarini, art director Vi.P. Gallery Milano. Il noto critico d’arte, che ha già curato una monografia dedicata a Maruotti per la Giorgio Mondadori, si è soffermato su alcuni aspetti peculiari della Personale che mette insieme il soggetto e i soggetti prediletti dall’artista pugliese: scorci di “macchia mediterranea” ma soprattutto l’uso della “macchia di colore” come strumento per comporre, scomporre l’immagine e comporre l’opera. “In questo senso – sottolinea Patarini- il titolo della mostra di Maruotti è un gioco di parole: sono macchie i suoi quadri e si fondano sulla macchia”. Sono sostanzialmente due o tre le modalità da ammirare nelle opere in mostra, in primis la particolare stesura del colore. L’artista dipinge a spatola su tavola o su tela  di iuta scorci di marine e paesaggi del Gargano. Stilisticamente parlando, c’è una serie di dipinti dove le macchie della composizione sono prevalentemente grandi, quindi grandi macchie e qualche piccola macchia che va a definire il soggetto trattato. In altri quadri, la stesura del colore più uniforme. In questi lavori, si nota una scomposizione dei piani della rappresentazione attraverso grandi macchie: ampie campiture di stesura del colore e, in altri casi, una stesura del colore molto molto rapida, decisamente corsiva. Per ottenere l’effetto del cielo o di uno scorcio di colline, la pennellata si sovrappone vibrante mentre nelle prime opere la stesura è più compatta, più uniforme. Lo stile è sempre quello, ma ci sono delle diversità. Vi sono lavori che stanno fra uno stile e l’altro. Una serie di opere uniformi di colore ad altre più inquiete, più dinamiche.

Virgilio Patarini si sofferma su due piccoli dittici di Maruotti, che ritiene dei gioiellini: “Una piccola chicca è proprio l’ingresso di questa galleria, un piccolo scorcio della ViP gallery. Avvicinandoci, possiamo notare la scomposizione assoluta dell’immagine, soltanto allontanandoci riusciamo a definire la visione, cogliere quello che viene rappresentato. Un altro piccolo quadro rappresenta uno scorcio della galleria Itinerarte di Venezia, una porta laterale di una delle gallerie dell’Accademia, che – annuncia- presto diventerà la ViP Gallery Venezia. Anche qui una scomposizione. Lo stesso vale per altri lavori: una serie di piccole macchie che diventano tanti tasselli di un mosaico. Tessere che vanno a scomporre la visione e a comporre l’immagine del quadro. Una modalità stilistica che Maruotti utilizza solo da pochi anni per la realizzazione di paesaggi e di scorci di paesi del Sud, del Gargano”.

Vi sono anche altri lavori con questo stile, con questo modo di usare la spatola e di scomporre l’immagine attraverso tasselli, tessere e macchie. E’ chiara la derivazione. Virgilio Patarini ricorda una serie di opere celeberrime di Cézanne, ad esempio Mont Saint Victoire: “Ecco, questo è un chiaro riferimento, questo modo di scomporre l’immagine deriva esattamente da quel retaggio della scomposizione delle immagini che parte dalla pittura di Cézanne e poi va a declinarsi con gli impressionisti fino al puntinismo. In questo senso, Maruotti mette insieme diverse tradizioni della figurazione dalla seconda metà dell’Ottocento in poi. E c’è pure un retaggio dei macchiaioli. Possono far pensare alle tele  dei macchiaioli alcune opere di Maruotti con più ampie campiture, con una netta divisione tra le zone più scure dalle zone chiare. I macchiaioli sono i primi a praticare una sintesi della visione dell’immagine, scomponendola in grandi placche dove batte la luce, alternate a zone d’ombra. Giocando su questo genere di contrapposizione, vi è una prima scomposizione della visione che però è ancora molto pittorica, cioè parte proprio dalla pittura. I quadri dei macchiaioli ricordano i bozzetti, anzi nascono proprio dall’esperienza del bozzetto. La matrice è il lavoro che hanno fatto i macchiaioli come indica il titolo “Macchie mediterranee”, ma all’origine della pittura di Maruotti c’è una sintesi fra le esperienze dell’Ottocento e qualcosa del primo Novecento, c’è un uso “fauve espressionista” del colore ma solo in parte. Alcuni aspetti sono importanti c’è questo cercare di cogliere la visione dell’immagine attraverso dei piani, questo è un aspetto cruciale della pittura. Da un certo punto in poi, i pittori non si accontentano più di dare una rappresentazione fedele della realtà, ma cominciano a scomporre l’immagine, a scomporre la visione del quadro. Ecco, questo è quello che fa Maruotti recuperando questo tipo di eredità, ma facendolo a modo suo, soprattutto per la serie di opere con quest’uso sistematico della macchia, della piccola macchia che va a scomporre la visione in una sorta di mosaico pittorico. Questo stile è solo di Maruotti. Non ho in mente altri pittori che lo facciano in questa maniera”.

Virgilio Patarini non si dilunga, lo scopo della sua diretta Facebook è di dare solo qualche input, di far vedere un po’ di opere. Ma non rinuncia a una nuova carrellata sui quadri e soprattutto a qualche zoomata che metta in rilievo lo stile particolarissimo di Maruotti: “Avvicinandomi, vedete cosa significa lavorare sulla tela: qui si intravede come Maruotti lascia trasparire la trama della tela. Andiamo dentro questa collina, in questo mondo del Gargano. Ecco se noi andiamo a zoomare vedete come le macchie, le pennellate, le spatolate sono staccate una dall’altra, soltanto allontanandoci ricomponiamo l’insieme. Se andiamo a zoomare, vediamo una serie di macchie una accanto all’altra che dal punto di vista figurativo non rappresentano nulla. Soltanto da lontano cogliamo la visione, molto bella, ed anche l’effetto della luce. È chiaro che in questo modo si può spingere sull’acceleratore e accostare i colori. Guardate ancora questa collina: ci sono dei rosa, dei rossi, dei viola cioè colori che in realtà non sono naturalistici, c’è una scomposizione dell’immagine che alla fine passa dal fenomeno “noumeno”, cioè dalla visione, ad una reinvenzione della realtà, più di tipo mentale. E questo è interessante”.

Teresa Maria Rauzino

PERSONALE di Franco Maruotti, Macchie Mediterranee alla Vi.P. Gallery di Milano sul Naviglio Grande

La mostra è a cura di Virgilio Patarini e sarà visitabile, fino al 19 luglio, lunedì e dal mercoledì al sabato, h 15,30-18,30; domenica, h11-13 e 14-18. Chiuso il martedì. Ingresso libero. Fatte salve, ovviamente, eventuali restrizioni, a seguito dell’emergenza sanitaria.

Note biografiche Artista

Franco Maruotti, pittore ed incisore, già insegnante di Lettere presso il Liceo Psico-pedagogico “Poerio” di Foggia, vicepresidente e docente di pittura all’UNITRE (Università delle Tre Età) della città, responsabile del settore Arte del Centro Culturale Logos dal 1993 al 1998 e membro del direttivo degli Amici del Museo Civico di Foggia, svolge attività artistica dal 1967. Durante la sua carriera artistica ha partecipato a varie estemporanee di pittura, mostre collettive e manifestazioni artistiche in Italia e all’estero. Ha inoltre inaugurato molte personali in gallerie e fondazioni in tutt’Italia.

Monografie

Franco Maruotti. Paesaggi (2017). A cura di Virgilio Patarini, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano; Luci e colori della Daunia (2008). A cura di Gaetano Cristino, Centro Grafico Francescano, Foggia; Franco Maruotti. Testimonianze del passato (2000). Edizioni d’Arte De’ Marchi, Bologna.

Cataloghi

Le opere di Franco Maruotti sono inserite nei seguenti cataloghi: L’Elite; Art Leader; Rassegna dell’Arte Contemporanea Pugliese 1943-1993; Antologia di artisti italiani 1994; Catalogo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea in Puglia (edito da Art Leader); Top Art 1997- 1999; Presenze Artistiche nel Mediterraneo (1999), Promotions&News Milano; Boè; Avanguardie Artistiche; Catalogo Alba; ACCA in Arte Roma 2000 e 2009; Koinè 2013; Koinè 2014- Milano; Ferrara Art Festival 2014; CrossOver, Editoriale Giorgio Mondadori (a cura di Virgilio Patarini, 2017).

Presentato il “Diario spirituale” di monsignor Vailati a cura dell’arcivescovo Domenico D’Ambrosio

Il 26 giugno, giornata in cui si sono aperte ufficialmente le iniziative legate  all’anno commemorativo del ventennale della canonizzazione di padre Pio, nel santuario di  Santa Maria delle Grazie, a San Giovanni Rotondo, è stato presentato il “Diario spirituale di monsignor Valentino Vailati” pubblicato  dalle Edizioni padre Pio da Pietrelcina e curato da monsignor Domenico Umberto D’Ambrosio, arcivescovo emerito di Lecce. Dopo i saluti di Padre Franco Moscone (arcivescovo di Manfredonia-Vieste-san Giovanni Rotondo, presidente di Casa sollievo della sofferenza e direttore generale dei Gruppi di preghiera di padre Pio)  e di Fr. Maurizio Placentino, (ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio), è intervenuto il cardinale Marcello Semeraro  (prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi) sul tema “Per il controllo della mia anima”,  sottotitolo del libro.  A moderare l’incontro Stefano Campanella, direttore di Teleradio Padre Pio. L’evento è stato trasmesso in diretta dal canale web TV della testata.

L’EVENTO

La figura di monsignor Valentino Vailati è indissolubilmente legata alla causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Pio. Fu lui, infatti, a presiedere il tribunale ecclesiastico che se ne occupò.  Vailati venne definito “apostolo infaticabile della causa di padre Pio”. Nominato arcivescovo della diocesi di Manfredonia- Vieste, fece il suo ingresso il 22 agosto 1970 e subito, nel mese di ottobre, prese in mano la causa del venerato Padre.  Nella sua relazione di accompagnamento all’istruttoria, scrisse che le virtù teologali e cardinali esercitate dal frate di Pietrelcina avevano tutte le qualità per essere definite “eroiche”.

“Siamo qui a vivere questo momento bello, per me commovente – ha esordito monsignor Domenico D’Ambrosio, che ha curato la pubblicazione del diario – Mi viene alla mente una delle tante massime di mons. Vailati: “C’è un momento in cui la Storia tutto copre e c’è un momento in cui la Storia tutto scopre”. Ecco, stiamo scoprendo la bellezza e la grandezza di questo pastore della nostra Chiesa, che aveva una saggezza umana, una ricchezza unica. Sono i tre quaderni del Diario, manoscritti con una grafia tipica, ordinatissima, nessuno potrebbe sbagliarne la lettura. Vanno dal 19 agosto 1937, vigilia della sua ordinazione sacerdotale  fino a settembre 1997, qualche mese prima della sua morte che avvenne il 2 febbraio del 1998.  

E dentro c’è una storia molto bella. 

“E’ un momento in cui cominciano a rarefarsi i testimoni. Ed io sono uno di questi.  Ebbi un legame forte con monsignor Monsignor Vailati – continua D’Ambrosio -.Sono testimone della chiusura del processo diocesano, fui consacrato vescovo  10 giorni prima da Giovanni Paolo II, non ancora facevo ingresso nella Diocesi a Termoli. 

D’Ambrosio racconta  aneddoti che rendono tangibile il carattere schivo e lo stile mordace di Vailati. “All’assemblea della CEI sedeva sempre agli ultimi posti, si metteva in fondo perché quando si stancava  delle chiacchiere  dei vescovi usciva e si faceva le passeggiate, faceva un po’ di spesucce nei negozi che gravitano intorno a san Pietro, Da prete io partecipavo e intervenivo a nome della commissione presbiterale italiana, in quanto ero componente della triade che rappresentava il sud Italia. Un giorno feci un intervento, avevo 32 33 anni, ero giovanissimo, c’erano vescovi, rossi, cardinali. Quando esco, monsignor Vailati  mi ferma e mi dice: “Sono vent’anni che io vengo a Roma come vescovo, partecipo all’assemblea, non ho mai parlato. Tu  non sei neanche vescovo e hai parlato”. Ed io guardandolo: “Eccellenza, ho sbagliato?.” “Noo, mi sei piaciuto”. E stemperò così la mia ansia.   

Monsignor Vailati non ha scritto un diario perché andasse in stampa,  alla storia. Perché lo scrisse ? Per un controllo della  sua anima.     Questo il titolo bello e significativo del diario, ed è così, è proprio vero perchè c’è un esame continuo tra la chiamata e la risposta.  

D’Ambrosio, dopo aver letto e riletto il bellissimo itinerario di vita spirituale di questo “santo uomo” ha scritto in prefazione: “La lettura di queste pagine ci definisce la statura di monsignor Vailati: un uomo di Dio consegnatosi  a Cristo e alla Chiesa in una fedeltà che si rinnovava ogni  giorno, e che nel dipanarsi della contrastata vicenda umana sapeva spargere sempre il piccolo seme della parola  che dilatava gli spazi della speranza. Era un uomo che si lasciava guidare dalla grazia del Signore, i suoi giudizi erano sempre intessuti  dalla ricerca di quella parola che dava ragione a questa sua serenità. Con Vailati non c’era bisogno di prenotare, si andava, si suonava e si entrava, era così. 

Non  ha mai alzato la voce, in 20 anni, ma noi preti sapevamo  quando  era il momento in cui perdeva la pazienza: c’era un suo quasi impercettibile “movimento” e capivamo che era giunto al massimo. Scrutavano tutti i suoi piccoli gesti. Leggendo queste pagine con una grafia larga chiara, curata, ho avvertito la bellezza di un sereno, non privo di difficoltà, itinerario  di vita spirituale che attingeva alla parola dei padri, dei grandi maestri di vita spirituale e del magistero.  Il suo diario non è un resoconto autobiografico, ma un inedito e originale metodo di verifica della sua vita spirituale,  narra il suo stile di vita fatto di ministero e di accoglienza. Mi piace ricordare una bellissima definizione  che di lui fece monsignor Magrassi, alunno di Vailati quando era vicerettore e professore di esegesi biblica nel seminario maggiore di Tortona. Cosa scrive? “Vailati non si lascia prendere nel vortice dell’attivismo, ma fa sgorgare la sua azione da un clima di pacata riflessione, le decisioni sono sottoposte al vaglio del discernimento, l’agire sgorga da un crogiolo interiore di preghiera e di riflessione, non si lascia prendere da facili entusiasmi, è come lo  scoglio che sta fermo, mentre il mare si agita”. 

Dalla lettura  di questa singolare esistenza spirituale, emerge la singolare avventura di un uomo di Dio che, nel giorno della sua ordinazione presbiterale, prega e chiede al Signore:  “Fa che io comprenda quello che è avvenuto in me, sono contento di capire niente, perché segno che si tratta di una cosa grande, altissima e questo basta a darmi tanta gioia. Ti sono prediletto, Signore, mi getto in Te, voglio essere santo per glorificarti in terra e in cielo  mi sembra superfluo dirti che ti sarò fedele. Tu mi hai eletto,  mi farai anche fedele. Grazie, mio Dio, Ti amo”. 

Continua D’Ambrosio: “Quando si leggono queste pagine (A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti, direbbe Foscolo a Pindemonte) emerge una cura attenta e vigile della vita spirituale e del rapporto con il Signore. Monsignor Vailati era fedelissimo agli esercizi spirituali annuali, quando poteva partecipava con i vescovi di Puglia anche da vescovo emerito, diversamente, quando non poteva, andava a Loreto per dieci giorni, o per una settimana intera di esercizi spirituali.

Egli è stato innanzitutto un educatore, dal 1955 al 1960, prima nel seminario minore a Stazzano e poi nel seminario maggiore vicerettore e poi rettore del seminario teologico. A un certo punto, lo chiama il vescovo e gli dice: “Lei è stato nominato rettore del seminario regionale di Chieti. E’’ d’accordo? “. Vailati  dice di no, perchè  subito dopo c’era la nomina a vescovo. 

La stagione bella di monsignor Vailati, che poi ha portato a noi, è stata quella del Concilio vaticano II.  Era uno dei vescovi più giovani, 48 anni, ha portato nella nostra Chiesa il Concilio – come dissi nell’ omelia per il cinquantesimo della sua ordinazione presbiterale. (Decise lui: tu farai l’omelia per il mio cinquantesimo!).  Dissi, quella volta, che con lui la nostra Chiesa cominciò i primi balbettii di comunione, la corresponsabilità, l’impegno.  Il sinodo diocesano fu una grande avventura, il frutto  più bello del suo  stile di compartecipazione:  per cinque anni, dall’indizione fino alla conclusione coinvolse l’intera   comunità garganica. Ma Vailati  che  non amava le circonlocuzioni, andava dritto, e scrisse: “Una grande fatica, molto bella, ricca. E’ un  poco di ardimento, e soprattutto un gesto di speranza nella futura vitalità di questa Chiesa, che dovrò consegnare a Cristo risorto”. E, con lo stile  franco che lo connotava, a conclusione dell’assise, il 19 marzo 1990 annotò: “Non posso dire d’aver raccolto molti consensi. Pochi  sacerdoti infatti hanno camminato insieme con il vescovo. I laici erano più attirati dalla novità, lo Spirito santo farà germogliare  i semi   di verità di santità di apostolato per la crescita della chiesa diocesana. Ego feci hoc in nomine Domini”.

Riguardo a Padre Pio, D’Ambrosio sottolinea: “Monsignor Vailati visse una situazione che ho vissuto anch’io e che hanno vissuto i preti giovani degli anni sessanta. Va a Roma e scrive: “Nel 1961  (era già stato nominato vescovo all’Immacolata nel ‘60) prima dell’ordinazione in Segreteria di Stato fui consigliato di non recarmi da San Severo a San Giovanni Rotondo, 33 chilometri  per incontrare padre Pio, perchè ogni visita di un vescovo veniva strumentalizzata  dai giornalisti. Rispettai la disposizione dell’autorità superiore  e quindi non ebbi nessuna conoscenza personale di padre Pio”. 

Ricorda D’Ambrosio:”Vi posso dire, se non lo sapete, cari fratelli, che anche a  noi preti giovani era vietato venire qui, io non ho conosciuto padre Pio. Non andate a San Giovanni Rotondo! ci dicevano. Quando mi arrivò’ la nomina mi son detto tra me… ma guarda un po’…  ma ho obbedito. Poi il Signore si serve di altro per far conoscere e mi ha fatto conoscere, e da vicino, e sulla mia pelle, san Pio”. 

Sulla canonizzazione del frate, Vailati annota: “Ora  de providentia mi tocca essere responsabile in prima linea nell’ investigare sulla santità di quel frate, mi confondo pensando alla mia miseria  e mediocrità spirituale. Una gallina da cortile deve giudicare un’aquila”. “Incredibile. E’  lo stile! – commenta ammirato D’Ambrosio e prosegue :”Monsignor Vailati sa leggere la storia, la grande maestra. E la maldestra visione degli uomini sempre piccoli ed insipienti. Ecco cosa dice ancora a proposito di padre Pio: “E’ capitato altre volte e così  si ripete nella storia di padre Pio, quelli che fanno più brutta figura sono gli uomini, anche eminenti, di Chiesa”. Ed ecco un altro affondo di Vailati: “Se le intenzioni fossero state guidate da maggior spirito di fede, quanti errori di meno, minori sofferenze, meno scandali, minori difficoltà a credere nella  Chiesa, madre e maestra.  Ma poiché ciò che è storia nella vita di padre Pio si ripete in tante altre vite di servi di Dio, penso che anche in questo sbagliare umano ci sia un disegno misterioso di Dio, da adorare anche nelle oscurità”. 

Nel consegnare alla congregazione dei santi i numerosi volumi, nel presentare il lungo complesso lavoro dell’inchiesta condizionale, ecco la sintetica definizione di Vailati della santità di padre Pio: “In mezzo a tante vicende rifulge il santo ridotto all’essenziale sequela di Cristo, amore e passione”, e strappandoci un sorriso, aggiunge: “Penso che in paradiso padre Pio riderà  sul nostro gran lavoro per provare la sua santità. Se io ed altri investigatori ci fermiamo al ruolo di investigatori, di giudici,  tempo  sprecato!”. 

“Vi posso testimoniare – commenta D’ambrosio – che abbiamo tagliato un po’ di pagine. Erano troppo vere, troppo sincere. Vere vere. Le abbiamo tagliate…”. E conclude: “La lettura di questo diario ci mette a parte non della biografia di monsignor Vailati, ma di un serio itinerario di vita spirituale, nel quale si avverte da una parte la ricchezza dei doni con cui il Signore ha accompagnato un operaio, inviato a lavorare nella sua vigna, e dall’altra la risposta generosa, attenta, non priva di un costante attenzione a non sperperare i doni e i talenti ricevuti, sicché non sfugge il significato dello stesso sottotitolo che Vailati ha voluto  dare a questo suo dialogo con il Signore: “Per un controllo della mia anima”. Dal  Paradiso forse si divertirà, sentendo tutte queste cose che diciamo di lui, si farà delle risate, una delle sue, con quel  tipico humor inglese che non gli  difettava e che emerge da queste pagine. Io sono contento: mettiamo a disposizione di tanti la possibilità di lasciarsi interrogare  da un itinerario che è possibile a tutti, anche a noi. Se crediamo veramente che il Dio santo ci vuole Santi!”. 

I RINGRAZIAMENTI 

Monsignor Domenico D’Ambrosio ha ringraziato tutti coloro che hanno collaborato alla redazione del libro: ” Non è stato un lavoro semplice, anzi è stato davvero impegnativo. Praticamente ho lavorato due anni. Mi hanno aiutato in molti, parecchi “operai”. Il primo è stato Saverio Padovano che mi ha reso possibile la trascrizione agevole del manoscritto, dopo averne fotocopiato le centinaia di pagine. Insieme a me, Antonio  Tomaiuoli, Stefano Campanella hanno profuso tempo ed energie per fare un’edizione critica del Diario, ritrovando la fonte delle varie  citazioni bibliche, autori spirituali, citati da Vailati. Mattinate intere, nella sede di tv padre Pio a ricercare in internet.  

D’Ambrosio ha citato la presenza graditissima all’evento su Vailati di due suore venute appositamente da Genova: sono la superiora generale emerita e l’attuale superiora, suor Paola, della congregazione di diritto diocesano PORA (Piccola Opera Regina Apostolorum) fondata da monsignor Vailati (che la cita nel diario) e approvata dal cardinale Giuseppe Siri. D’Ambrosio ricorda che quando era arcivescovo a Foggia   vennero a trovarlo nel 2000-2001 e gli raccontarono la loro storia legata a Mons.Vailati:   “Di tutto questo non sapevamo nulla, perchè lui aveva questo silenzio questo lavorare lavorare, ma non appariva mai: era così”.

Il diario è arricchito dalla postfazione di Padre Franco Moscone, che ha ringraziato D’Ambrosio per il prezioso lavoro svolto.

Teresa Maria Rauzino

MONS. VAILATI A COLLOQUIO CON MONS. D. D’AMBROSIO CHIUSURA PROC DIOC 1990
Mons. Valentino Vailati, tra padre Gerardo di Flumeri (vice postulatore) e don Michele Nasuti (notaio) durante la chiusura dell’Inchiesta diocesana della Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Pio.

I difensori delle Torri del Varano

Missione speciale per gli arcieri storici ” Turris Maior” sul Gargano. Non erano soli

Alla foce orientale della laguna di Varano – recita una scheda dei “Luoghi del cuore” del FAI – vi sono due torri che distano tra loro a meno di un chilometro: Torre Varano Grande (detta Sanzone) e Torre Varano Piccola. Sono le torri costiere più antiche del Gargano, probabilmente della fine del ‘200, con struttura architettonica arcaica a base cilindrica e merli a coda di rondine, molto rari nelle torri pugliesi. Edifici fortificati inglobati all’interno dell’abitato di Foce Varano. La più piccola sorge in prossimità del canale, l’altra lungo la via omonima.

Purtroppo queste Torri versano in stato di degrado e di abbandono. Da anni. Senza che nessuno muova un dito per salvaguardarle. Soprintendenza e Comune di Ischitella sono latitanti. Che fare? Il ricercatore Giuseppe Laganella, per sostenere la causa e sensibilizzare la popolazione locale e gli Enti preposti al restauro e alla valorizzazione delle Torri, il 20 giugno ha portato sul posto gli Arcieri del gruppo storico “Turris Maior” di Torremaggiore (FG), capitanati dal maestro di tiro Pasquale Di Genova. La giornata di sensibilizzazione è stata altresì sostenuta da due associazioni pugliesi aderenti alla manifestazione: il Centro Studi Martella di Peschici (rappresentato da chi scrive) e l’Osservatorio ideale Torre di Belloluogo di Lecce (che ha visto la presenza di Beniamino e Ugo Raffaele Piemontese).

Gli Arcieri hanno animato la sonnecchiante contrada lacustre, sfilando in abiti medievali, con il ritmo incalzante del rullare dei tamburi, lungo il percorso di via Varano che unisce le due Torri. I residenti incuriositi si sono affacciati alle porte, alle finestre e ai balconi, chiedendo agli organizzatori il motivo della inusuale manifestazione, e incoraggiandoli a non desistere.

La giornata si è articolata in due momenti, la mattina nei pressi di Foce Varano, il pomeriggio nel centro cittadino di Ischitella. I “Turris Maior” hanno allestito un campo da tiro nei pressi della Torre Piccola, ormai cadente, e poi nel pomeriggio nella piazza Vera d’Aragona di Ischitella.

Non solo arcieri, ma anche balestrieri che hanno dato prova di sé con una simulazione di caccia su sagome di animali e dimostrazioni di tiro, sia statico che dinamico, secondo le antiche tecniche medievali di attacco. Dimostrazioni del tiro nobile con l’arco eseguite con archi storici, che dimostrano la destrezza e l’abilità dell’arciere. Non è mancata l’esposizione di armature medievali e dimostrazioni di scherma da parte di due Cavalieri teutonici in abiti d’epoca.

Pasquale di Genova ci racconta che il gruppo Arcieri Storici “Turris Maior” è nato quasi per gioco, nel senso che il tiro con l’arco era il suo gioco preferito, poi diventato “una passione, un’arte e uno sport”, in cui ha coinvolto via via i suoi amici ed estimatori. Ufficialmente il Gruppo nasce nel 2000, all’interno del Centro di Attività Culturali “Don Tommaso Leccisotti”, che dal 1985 organizza a Torremaggiore (Fg) il Corteo Storico di Federico II e Fiorentino. La rievocazione, incentrata sulla figura del mitico sovrano svevo (che morì a Castel Fiorentino, a pochi chilometri da Torremaggiore, il 13 Dicembre 1250), si caratterizza anche per il Palio delle Contrade. Da ottobre 2011 il Gruppo ha ottenuto una propria autonomia, costituendo l’Associazione Sportiva Dilettantistica Culturale “Arcieri Storici Turris Maior“, e affiliandosi al CSAIN, ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI, con il quale collabora nel progetto di diffusione della pratica del tiro con l’arco.

Il nome del gruppo, come attestato dal loro gonfalone, deriva da una delle cinque torri poste nel castello ducale di Torremaggiore, precisamente quella centrale, la più grande, antica ed unica a pianta quadrata, resto di una prima fortificazione normanno-sveva sorta probabilmente prima dell’anno mille.

Gli Arcieri, ormai noti in varie città d’Italia, si cimentano nelle rievocazioni storiche per promuovere la conoscenza della storia medievale di Torremaggiore, della sua provincia e delle aree limitrofe.

Per ciò che attiene il contesto storico, grazie ad un’accurata ricerca compiuta da alcuni membri del gruppo, viene promosso uno spettacolo nel quale, agli ordini del Maestro di Tiro, con una serie di esercizi statici o dinamici, vengono riproposte le tecniche di attacco/difesa di una postazione e le tecniche di caccia al cinghiale.

I “Turris Maior” si esibiscono nelle piazze in abiti medievali, anch’essi risultato di studi accurati, accompagnati dal rullare di tamburi che eseguono ritmi originali d’epoca.

Inizialmente, gli Arcieri si esercitavano nelle campagne di Torremaggiore, finché il Comune, grazie all’interessamento di una segretaria comunale di origine sarda che aveva preso a cuore le sorti del Gruppo, li ospitò in un ramo del fossato del Castello, quello Nord ribattezzato per l’appunto “Fossa degli Arcieri”, che nelle fredde serate d’inverno, con luci particolari, creava un’atmosfera irreale e suggestiva con l’enorme struttura sovrastante. Dopo i lavori di restauro, questo non è stato più possibile. Un vero peccato, perché di fatto gli Arcieri erano diventati i custodi di quell’area del Castello, tenendola sempre pulita ed attirando la curiosità di molti residenti e turisti che si fermavano per assistere alle prove del Gruppo.

Oggi gli Arcieri si esercitano nella Palestra dell’Oratorio di una chiesa, grazie alla disponibilità del parroco titolare. L’Associazione ha in attivo, sin dalla sua nascita, un laboratorio di artigianato medievale nel quale gli Arcieri imparano a costruire le proprie frecce in legno, con punte in ferro forgiato e piume d’oca. Pure i costumi d’epoca vengono realizzati in proprio. Ma diventano sempre difficili gli spostamenti e le trasferte con le armi e le varie attrezzature, comprese le tende dell’accampamento. Ci si muove con le auto e i furgoni degli Arcieri, ma ci vorrebbe un tir.

La vera peculiarità del Gruppo è che è formato da una cinquantina di persone di vari nuclei familiari, con donne e uomini, ma con tanti ragazzi e bambini: gli adulti trasmettono ai più piccoli le loro competenze, con varie esercitazioni pratiche. L’intento è di renderli autosufficienti in condizioni estreme, simili a quelle del Medioevo. Anche per staccarli dalle playstation e dalla schiavitù digitale dei cellulari.

A rimarcare il loro senso identitario, gli Arcieri si muovono in gruppo con le proprie famiglie, portando i loro saperi e le suggestioni federiciane non solo sulla collina di Castel Fiorentino o nelle contrade di Torremaggiore, ma in giro per l’Italia. Una risorsa del territorio che dovrebbe essere valorizzata dalle Istituzioni. Come le Torrette sgarrupate di Foce Varano.

Teresa Rauzino

Su L’Attacco 25 giugno 2021

Le liriche di Rosanna Santoro “scritte di getto”

A Rodi Garganico, stasera, 25 giugno, alle ore 20, presso il Villaggio turistico Fronte Mare, nell’ambito delle “Giornate della gioia” dell’Istituto Comprensivo “Pietro Giannone”, si terrà  la presentazione della silloge di Rosanna Santoro: #ioscrivodigetto (Girardi editore). Interverranno, oltre all’Autrice, l’attrice Giusi Zaccagnini e la cantante Rosalba Santoro.

La poetessa Rosanna Santoro, sul suo profilo Facebook ha dialogato, giorno dopo giorno, specie in questi due anni di pandemia, con i suoi follower, postando le sue liriche con l’hashtag #ioscrivodigetto. La decisione di pubblicarle è nata dall’esigenza dell’’Autrice di lasciare una traccia di sé al figlio ed essere di esempio per i ragazzi che incontra come docente. “La vita – scrive la Santoro – è un mistero da scoprire e questo libro sia un portafortuna per chi lo avrà. In questo periodo di distanziamento, sia un gancio per recuperare le intese perdute, le cose del cuore”. 

La raccolta si compone altresì di alcune prose, che spiegano un viaggio di “sangue e di terra”, di sentimenti che affiorano nei luoghi dove si incontra l’amore felice o dannato: un percorso esistenziale basato sull’autenticità e sulla permeabilità di un paesaggio che si fonde con l’Autrice. L’uso della scrittura immediata, basata sull’improvvisazione, è voluto e si lega con naturalezza alla storia di versi che narrano la vita di una donna. Un percorso duro che va dall’amore al cinismo del non amore. La vita, però, è anche amore immenso per la terra, per gli altri, e non solo per un uomo che l’ha resa donna, al di là di tutte le difficoltà di un amore difficile da vivere. L’amore guarisce le ferite più profonde e ci fa continuare a vivere perché senza non è vita. Il sentimento, in queste rime, è mistero che sconfigge la morte, nei legami eterni con quelli che amiamo di più. Di qua, la poetica del ricordo, degli affetti più grandi, di quei genitori nonni per i quali la vita è un atto d’amore per il mondo, per le formiche, per i ramarri di cui solo certi uomini speciali, forse toccati dalla luce dell’immenso, conoscono il linguaggio. L’universo cade dentro noi se ci apriamo ad esso, e ci perdiamo per essere granello in un margine. Questo il messaggio di un’opera che vuole essere solo la storia semplice di una donna qualsiasi.

Rosanna Santoro ha pubblicato altre sillogi, tra cui “Il giardiniere” che raccoglie liriche composte dal 2006 al 1993” (Gruppo Albatros Il Filo, 2008). Nel giardino dell’Autrice, il giardiniere è il Tempo: un regista attento, che scandisce le stagioni dell’anima, frammenti d’età che narrano la voce della natura, del giorno e della notte, della terra, con le sue zolle, dell’acqua, con i pozzi a segnare la via come traguardi. La raccolta si compone di testi misurati, lirici, a tratti sussurrati, ma precisi nel loro indagare, quietamente, i sentimenti che agitano l’emotività dell’Autrice che respira all’unisono con il Cosmo, di cui si sente non un granello ma un seme. Insieme a tutti gli uomini che, nella volontà di un progetto divino imperscrutabile, sono i destinatari di un sogno chiamato Natura, chiamato Futuro.

Ricordiamo le altre raccolte dell’Autrice: nel 2016, per Delos Digital, cura una collana di poesie, “Odissea Poesia”, e pubblica “30 persone”, una silloge nata in seguito alle discussioni con Franco Arminio, nell’ambito della casa della paesologia. Una riflessione che ha portato la Santoro a un atto concreto per uscire dall’autismo dell’amore,  recuperando il valore delle parole. In che modo? Dicendo grazie al mondo e all’amore ricevuto dagli altri, in quanto potrebbe mancare in futuro l’occasione di comunicare alle persone amate (o a noi affini)  i sentimenti che custodiamo nel profondo del nostro cuore. Ricordare persone, cose e  luoghi, ringraziarli. Il messaggio dell’Autrice è chiaro: bisogna avere i sogni dei folli, quelli che cambiano il mondo e danno senso alla nostra esistenza. E se qualcuno fa qualcosa di buono e di grande, bisogna sostare un attimo a ricordarlo per non smarrirlo e per riconoscerlo in futuro. Bisogna avere fiducia in una comunità di sognatori”.

Nella silloge “Certi amori – Dialoghi d’amore” Rosanna Santoro, in tandem con Fernando Feriozzi, sottolinea che nascono,  nella vita, in inusuali luoghi d’incontro, certi amori che non si dimenticano. I due autori intrecciano, in un dialogo d’amore, una microstoria in versi realizzata nel tempo della rete. Un uomo e una donna, due cuori scacciano le loro solitudini, inseguendosi in un amore impossibile. La raccolta si arricchisce di immagini forti e vere, immagini tipiche della quotidiana comunicazione virtuale dove, anche nel falso mondo di internet, la verità certe volte è possibile.

PROFILO AUTRICE

Rosanna Santoro, nata a Santeramo in Colle (Bari), si trasferisce a Bari nel ’95, dove si laurea in Lettere. Nel 2003 vince una borsa di studio per un Master di II livello presso l’Università di Bologna. Nel 2009 incontra Franco Forte, editor delle collane Mondadori, ed editore della Delos digital per il quale si occuperà di una rubrica di poesia nel mensile “Romance Magazine”. Nel 2014 diventa editor della Delos Book. È ideatrice del blog letterario, “Logokrisia”, luogo di incontro virtuale tra le maggiori autrici italiane, dove sperimenta una scrittura tutta al femminile. Si abilita come docente di Lettere, e si concentra sugli studi universitari. Nel 2017 si specializza sul Sostegno e ferma l’attività di editor, occupandosi di eventi culturali. Attualmente vive a Rodi Garganico, dove insegna e si occupa attivamente del ruolo dei paesi nella vita degli individui, questo anche per il suo impegno nelle comunità provvisorie della “Casa della Paesologia” di Franco Arminio.

Le visite di Orsini a Ischitella “murata”

Gli appunti del cardinale Orsini , futuro papa Benedetto XIII, che nel Seicento fece nella Diocesi di Siponto due visite pastorali preparate con gran cura.

Egli mpose nelle parrocchie decoro e ordine oltre ad una rigorosa amministrazione dei beni. Sul piano sociale istituì i Monti frumentari per sottrarre il popolo indigente al «peccato dell’usura

 

Nel 1680, Ischitella viene descritta da Sarnelli come “terra baronale”, murata. Situata «su un colle eminente, gode di buon’aria». Conta 258 famiglie, 1219 anime, di cui 894 in età di comunione. Vi sono 29 sacerdoti, 30 chierici, 7 romiti. Il borgo ha due chiese intra moenia: la parrocchiale sotto il titolo di Santa Maria Maggiore, consacrata, e quella di Sant’Eustachio. Fuori le mura vi sono ben otto chiese: la chiesa ed il Convento dei Padri Francescani dell’Osservanza, le chiese di sant’Antonio Abate, di san Rocco, di San Michele, di san Pietro in Cuppis, di san Martino, della ss.ma Annunziata di Varano e di santa Maria dell’Oliveto. La chiesa di santa Maria del Pantano, in condizioni di «indecenza», era stata sconsacrata da Orsini durante la precedente visita del 1678. Vi sono poi la badia di s.Pietro in Cuppis, la chiesa della ss.Annunciata di Varano e di s.Giovanbattista nella Parocchiale d’Ischitella.

Vi sono tre Confraternite (Santissimo Corpo di Cristo, SS.mo Rosario e SS.ma Concezione), la Congregazione di sant’Eustachio, un Ospedale e il sacro Monte della Pietà, tutti soggetti alla giurisdizione dell’Arcivescovo.

Tra la fine del 1675 e l’inizio del 1676, anno di nascita di Giannone, Ischitella fu visitata per diciotto giorni, dal 23 dicembre all’8 gennaio, dal ventiseienne arcivescovo di Siponto, il cardinale Vincenzo Maria Orsini. E’ il futuro papa Benedetto XIII, che nel 1723 metterà all’indice l’Istoria civile del Regno di Napoli. dello storico ischitellano Pietro Giannone. Orsini ritornò ad Ischitella nel novembre del 1678, per una seconda ricognizione di quattro giorni. Le due visite pastorali furono preparate accuratamente, secondo i dettami tridentini e l’esempio dell’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo. Attenendosi alle “Instruzioni à visitandi” inviate dal cardinale Orsini, i parroci della diocesi sipontina fecero effettuare ai fedeli le pubbliche orazioni e qualche processione, esponendo il Santissimo per quaranta ore. Nei giorni festivi precedenti, durante la Messa solenne, informarono il popolo sulla imminente santa Visita, ne spiegarono le ragioni, gli effetti, le cerimonie previste. Invitarono i fedeli a confessarsi e prepararsi per ricevere la Santissima Eucarestia, che sarebbe stata somministrata dall’arcivescovo nei giorni festivi, per «guadagnare il benefi cio dell’Indulgenza». Preoccupato che qualcuno, geloso della propria privacy, non confessasse tutti i peccati ai preti del luogo, Orsini mandò dei confessori forestieri oppure fece in modo che i vari sacerdoti della Diocesi «da una Terra andassero all’altra, come con gran frutto si faceva nelle solennità del Natale e della Pasqua». I Parroci fecero spesso suonare le campane delle chiese, specialmente il giorno precedente l’arrivo dell’arcivescovo. I Maestri di cerimonie di ciascun luogo, avvisati del suo ingresso solenne, alla porta della Terra (paese) da visitare fecero trovare pronto un baldacchino, su cui il presule venne trasportato dai nobili del luogo. Il Clero, le Confraternite e altre Compagnie del luogo precedettero con la Croce l’arcivescovo che entrava in città, cantando l’antifona “Sacerdos, Pontifex”, Salmi e Inni vari.

Nel Diario delle pontificali  funzioni, il cardinale Orsini annotò minuziosamente gli eventi delle giornate pastorali trascorse ad Ischitella durante la prima visita del 1675-76. Un arido elenco di cerimonie sacre da lui presenziate con cambio di vari abiti e paramenti sacri a seconda delle circostanze. Il 24 dicembre 1675, era di martedì, egli giunse davanti alla porta della Chiesa Matrice, vestendo la cappa magna, baciò la Croce e, dopo aver cantato gli inni sacri, benedisse il popolo lì convenuto. Asceso in trono, ricevette “l’ubbidienza” del clero locale, quindi celebrò sull’altare maggiore la Messa bassa, pronunciò il sermone e assolse i morti, col «piviale paonazzo». Dopo pranzo, ricevette il clero e, in sua presenza, indossò la cappa magna. Riaccompagnato in chiesa, l’arcivescovo cantò “solenni rime” e il vespro della Natività del Signore. Impartita la benedizione, si recò nel Coro per la compieta, che si cantò solennemente. Con il popolo, in chiesa, recitò il Santissimo Rosario presso l’altare della Vergine omonima, quindi si recò a benedire una moribonda. La mattina del 25 dicembre, «giorno del Sagratissimo Natale», Orsini si recò molto presto in chiesa e intonò la prima messa. Successivamente, cantò solennemente la seconda messa con il pallio. Si ripreparò, e cantò solennemente anche la terza messa. Dopo il Vangelo, fece un breve sermone al popolo. Il pomeriggio, assisté al Vespro e alla compieta. Quindi si ritirò in casa, «essendo mezza hora di notte», e celebrò privatamente la prima messa della sera, non potendo, per un’indisposizione, recarsi di notte in chiesa.Il 30 dicembre, dopo il Vespro, nella chiesa di Sant’Eustachio, benedisse la cassetta per riporvi le reliquie dei SS.mi Martiri. Vi incluse le reliquie di Santa Vincenza e Vittoria martire e le espose all’orazione. Quindi, deposti gli abiti sacri, pregò per un’ora, “facendo la vigilia”. Il 31 dicembre, giorno di San Silvestro, portò solennemente le reliquie nella chiesa matrice e le incluse nell’altare maggiore. Dopo pranzo, tornò nella suddetta chiesa e, indossata la cappa magna, pronunciò un sermone sul “terrore delle censure”: l’indomani doveva assolvere uno scomunicato. Il giorno di Capodanno, indossato il piviale “paonazzo”, assolse solennemente Cataldo de Leo da Cagnano, scomunicato da circa un anno e quattro mesi. «Portato l’assolto “ante gradas” dall’altare maggiore, assisolo sopra il faldistorio, gli feci una esortazione», annota Orsini nel suo Diario.Il 6 gennaio, solennità dell’Epifania, nella chiesa parrocchiale, dopo pranzo, consacrò un calice con patena di Rodi, benedisse due pianete, con stola e manipoli, alcuni corporali e due quadri: uno di san Michele, l’altro di san Giovanni Battista. Battezzò sette campane in onore rispettivamente di santa Maria,San Pietro, Sant’Eustachio, Sant’Antonio Abate, della Nunziata, San Martino,  San Rocco. Recitò il rosario e si ritirò in casa. A questa prima visita pastorale, Orsini ne farà seguire una seconda nel 1678. Una visita brevissima, di quattro giorni, con poche annotazioni nel Diario. Il 17 novembre visitò la chiesa parrocchiale, il 18 le chiese extramoenia, il 19 nella chiesa di san Francesco dei Frati Minori Osservanti impartì la cresima a 19 persone; consacrò tre calici e due patene, benedisse un camice, una tovaglia d’altare e dei corporali. Quindi benedisse una campana «ad honore de’ SS.Apostoli Filippo e Giacomo» di Rodi. Il 20 novembre ultimò la santa visita e partì per Rodi Garganico. Nel corso delle due visite pastorali nei vari paesi della diocesi sipontina, Orsini si mosse perfettamente in linea con quelle che erano le direttive tridentine, applicandole con spirito zelante. Come vescovo gli era stato affidato il controllo dei fedeli e del retto comportamento degli ecclesiastici; per questo motivo doveva visitare le parrocchie, sottoposte alla sua giurisdizione, con frequenza. All’insediamento del giovane cardinale, molti edifici religiosi si trovavano in uno stato di dissesto e di abbandono; egli cambiò decisamente questo stato di cose. Contemporaneamente, fece inventariare tutti i beni delle confraternite, ospedali e altri luoghi pii. Orsini avvertì che chi avesse “difettato”, ed in conseguenza lo avesse obbligato a trattenersi più giorni in quel luogo per avere «le antedette notizie, senza le quali l’arcivescovo non poteva partire dal luogo della Visita», doveva accettarne le conseguenze cioè «soggiacere alla pena di pagar le procurazioni di que’ giorni medesimi, ed’ altre ancora a suo arbitrio». Avendo preavvisato tutti, non vi sarebbe stata scusa che potesse ammettersi. Chi era ignorante, ricorresse all’aiuto dei periti, oppure accettasse la pena prevista. L’arcivescovo fu durissimo con gli incapaci: non dovevano assumere l’incarico di Amministratore delle cose divine, o del patrimonio di Cristo, «se non avevano talento proporzionato per l’uffizio che assunsero». Non meno sentita fu l’attenzione del cardinale Orsini verso i problemi sociali. Testimoniano questo suo zelo i Monti Frumentari, eretti nella diocesi di Manfredonia durante il suo arcivescovado. Nell’Appendix Synodi confermò le “Regole per lo monte frumentario” dettate da monsignor Cappelletti il 14 Settembre 1661 alla comunità di Monte Sant’Angelo. Ispirandosi ai principi del moderno credito agrario, si concedeva un prestito in grano dietro un pegno e un interesse esiguo (l’8%). Il Monte frumentario fu istituito per aiutare i contadini nel momento della semina, ma soprattutto «per troncar la strada al detestabil peccato dell’usura». Infatti, frequentemente i poveri, non potendo fronteggiare necessità impellenti, per un piccolo prestito erano costretti «a perder molto, ò far ubbligazioni con interessi gravissimi, e le donne non potendosi aiutare, ponevano in pericolo il proprio honore».  

Teresa Maria Rauzino

L’incendio di Palazzo Pinto di Ischitella raccontato da Michelangelo Manicone

Oggi ad Ischitella la traccia più evidente del principato dei Pinto è il Palazzo Ventrella. Sito nel piano, alla sommità di un alto colle, era stato edificato nel 1714 sui ruderi di un antico castello, crollato al suolo in seguito al “furibondo tremuoto” del 1640. Il palazzo Pinto, anche se incompiuto (doveva avere quattro piani), secondo Michelangelo Manicone era “il più bello e magnifico edificio del Monte Gargano. E a suo giudizio, gli edifici sono stati, e saranno sempre, corrispondenti alla “elevatezza” di coloro che li fecero e li fanno edificare. Nonostante le critiche precedenti, onore ai Pinto, dunque!

La sua accurata descrizione ci permette di visualizzare com’era il palazzo: un perfetto rettangolo, con un unico cortile della stessa forma geometrica, due scalinate di accesso, una ad Est, l’altra ad Ovest, ambedue comode, larghe, belle. Delle quattro facciate quella verso il Nord è la principale. Essa è antica, bella, graziosa; ha un portale sontuosamente arricchito di ornamenti delicati. Il portone è decorato da una log­gia ben lunga, sontuosa, leggiadra. Il palazzo è “comodo” ed ha tre piani: quello terreno ospita i “familiari di servizio”; sugli altri due sono gli appartamenti della famiglia del Principe”.

Sempre ne ‘La Fisica Appula”, Michelangelo Manicone ci fa rivivere i momenti convulsi del terribile incendio che, nella notte del 20 aprile 1804, “divorò” il palazzo dei Pinto: le fiamme, altissime, cominciarono ad alzarsi dal terzo piano:

“Sembra questo una fornace accesa. Dalle finestre abbrustite sbucano inquiete fiamme stridenti, fino al cielo. Lo spavento dilaga tra tutti gli abitanti. Ogni casa echeggia di disperati urli. Scrosciano i saldi tetti, cadono con immenso fracasso sui lastricati; e le soffitte del secondo piano crollano, e divengon pascolo delle fiamme divoratrici. Il palazzo arso e divorato al di dentro, vomita al di fuori un fuoco spaventevole. Temono gl’Ischitellani, che le fiamme portino l’incendio, la strage, e la desolazione nelle case vicine, e quindi in tutto il Paese. Ai pianti di tutti si commuove il zelante Ar­ciprete Domenico Montanaro, il quale accorre in Chiesa, espone il Santissimo Sagramento dell’Altare, e lo conduce in processione sulla piazza della facciata principale, accompagnato dalle lagrime di tutti. Fa la santa benedizione. Oh miracolo grande! Ormai lo Scirocco minacciava di portar l’incendio nel paese, e di ridurlo al nulla, quando, destasi un vento da ponente; le fiamme vengon quindi trasportate verso levante, così il fuoco non s’appiglia alle case, Ischitella non è ridotto ad un mucchio di sassi, ed il palazzo arso al di dentro, e divenuto inabitabile ne’piani superiori, offre alla vista finestre annerate, solitudine mesta, rovine luttuose”. Il fuoco era partito da una trave, posta all’interno di un camino del secondo piano: il massaro del Principe stava bruciando nel focolare delle “fiscelle di cacio”; le faville avevano attaccato la trave e l’incendio si era propagato nel corrispondente soffitto .Michelangelo Manicone racconta un gustoso aneddoto, relativo all’incendio: Il Palazzo Pinto “orrendamente avvampava”, e Don Rinaldo Netti della Padula, Agente del Principe, “placidamente” dormiva. Molta gente, accorsa nell’appartamento del secondo piano, entrò nella sua camera, gridando: “Signor Agente, fuggi, scappa”. Rinaldo, svegliatosi di soprassalto a queste voci, credendo fossero i ladri, li pregò di non ucciderlo, e di prendersi i denari. “Che denari, e denari – gli risposero- presto, fuggi, se non vuoi esser divorato dalle fiamme”. Ciò udendo Rinaldo si confuse, restò senza voce, e quasi senza respiro. Lo stato confusionale dell’Agente del Principe suscitò compassione in ogni cuore; egli fu sollecitamente trasportato nella vicina casa de’benefici Signori Ventrella, e si salvò.

Secondo Manicone, il “tenero e virtuoso” Don Rinaldo, suo grande amico, deve la salvezza della propria vita agli “umani” Ischitellani; il salvataggio del denaro, delle interessanti scritture del Principe, e della sua “roba” lo deve, invece, al coraggio di un’intraprendente donzella: Fiorenza di Lella, sua fedelissima servetta. Svegliata di soprassalto, nella sua casa, dalle grida del popolo, quando sentì che il Palazzo Pinto s’incendiava, si mise subito camicia, gonnella, e corpettino e “volò” lì. Giunta al portone, sollecitò tutti a salvare “la roba”. Quindi, “accompagnata da molte persone, senza temere né fuoco, né crollanti soffitti, entrò impavidamente nella camera del suo padrone, prese il baule, le carte, la roba; salvò tutto, facendo trasportare tutte le cose recuperate a casa sua. Detto fatto, raggiunse il suo padrone. Questi vedendola, le chiese:“Fiorenza, che sarà del baule, in cui eravi il denaro del Principe?”.– E’in casa mia – rispose Fiorenza.– E delle carte che n’è?– Sono pure in casa mia.– E quel denaro, che stava nel tiratojo di quel tavolino?– L’ho in petto.– E l’orologio mio?– L’ho in saccoccia.A tali parole Rinaldo si rincuorò, benedisse il Cielo, e ringraziò Fiorenza.

Per Michelangelo Manicone, questa intraprendente donzella ischitellana, che diede prova di tanto coraggio, fu una vera e propria eroina, onore del gentil sesso. Da meritare, senza ombra di dubbio, un posto “distinto” nelle Novelle Morali del Soave.L’immortalità gliel’ha invece conferita proprio lui, l’umile fraticello illuminista di Vico del Gargano, inserendo l’episodio nel suo indiscusso capolavoro: la sorprendente, eclettica Fisica Appula.

Teresa Maria Rauzino

La storia di San Pietro in Cuppis raccontata nel 1946 da Giuseppe d’Addetta sul Corriere di Foggia

Giuseppe d’Addetta è stato un intellettuale garganico molto attento alla valorizzazione del promontorio, e tra i più abili a raccontarne le millenarie radici. Nato a Carpino nel 1899, si spense a San Menaio nel 1980. D’Addetta fu molto attivo come scrittore e come giornalista. Fondatore dell’Associazione “Rinascita Garganica”, ebbe il merito di rilanciare la pubblicazione del mensile Il Gargano, che nei primi anni del Novecento era nato come Gazzettino del Gargano diretto da Filippo Ungaro e stampato dalla Tipografia Flaman a Montesantangelo.

Autore di monografie su Carpino e San Menaio e dintorni, ricordiamo Giuseppe d’Addetta per uno splendido reportage   su “La Montagna del Sole”, di cui intuì il potenziale turistico, battendosi tenacemente per superare i localismi e i campanilismi, e privilegiando la narrazione del Gargano come unicum da promuovere in tutto il mondo per le sue bellezze paesaggistiche e peculiarità culturali.

Ne è una splendida testimonianza   il “vagabondaggio garganico” a San Pietro in Cuppis (in agro di Ischitella), pubblicato sul quindicinale “Il Corriere di Foggia” del 1 luglio 1946, nell’ immediato secondo dopoguerra, e da noi reperito su internet culturale. Un articolo che suscitò un bel dibattito culturale con l’ intervento dello storico Ciro Angelillis, che viveva allora ad Arezzo e la replica di Giuseppe d’Addetta. 

San Pietro in Cuppis, antica cella (1058) della badia di Santa Maria di Kalena, a distanza di 74 anni dalla segnalazione di d’Addetta del suo stato precario, costituisce al pari della casa madre un’emergenza architettonica abbandonata dalle Istituzioni e dalla Soprintendenza preposta alla sua tutela. Una triste sorte che accomuna tutte le pertinenze di Kalena (ricordiamo San Nicola Imbuti sul lago di Varano e Monte Sacro in agro di Mattinata). 

Per i nostri lettori riproponiamo il dibattito del 1946 su San Pietro in Cuppis.

Ci aiuterà a conoscere la storia di questo prezioso monumento di Ischitella, che presenta una particolarità rara oggi ancora visibile: l’iconòstasi, che nell’architettura ecclesiastica è una struttura divisoria interposta fra la zona presbiteriale e riservata ai fedeli, di regola completata da immagini sacre (icone), a San Pietro in Cuppis completamente dilavate dagli agenti atmosferici.

Purtroppo tempo fa è stato asportato da ignoti un prezioso stemma duecentesco del feudatario di Lesina, Matteo Gentile. Ci resta solo una foto pubblicata nel 1988 nel volume “Gargano, arte storia natura”, edizioni del Golfo, Manfredonia.

 Una storia, quella raccontata da D’Addetta e Angelillis, probabilmente sconosciuta anche  agli stessi ischitellani.   

La riproponiamo, consci che per deliberare bisogna conoscere. 

Una conoscenza che finora è mancata a chi doveva tutelare questo monumento, come tutti i monumenti “sgarrupati” del Gargano Nord.

Vagabondaggi garganici 

San Pietro in Cuppis

Su una balza della collina dalla quale Ischitella solitaria mira la sua conca di agrumi ed in lontananza il lago pescoso e l’azzurrità del mare, dimenticati da decenni, si nascondono nella mestizia degli oliveti, i resti dell’antica Abbadia di San Pietro in Cuppis.

Sembrano da lontano le mura grigie di una casetta rustica tuttora efficiente, fornita anche del suo comignolo che si leva su uno dei lati. Il comignolo però non fuma mai e l’inganno della sagoma permane in chi non si avvicina. Ma il vagabondo, assetato di novità, percorre viuzze solitarie e rupestri, nella smania di conoscere ogni palmo, ogni roccia della sua terra, sia pure per assistere all’agonia di un passato che muore, per raccogliere l’ultima voce delle antiche mura che si sgretolano e si appiattiscono al suolo.

E giunto sulla balza, riposa nella piccola spianata l’affanno dell’erta, all’ombra breve che gli scheletri murari ancora diffondono, e si attarda nella sosta per sentire meglio, dopo l’attesa, la poesia del romitaggio diroccato che canta nella lontananza dei secoli ed i palpiti dei cuori che vissero, amarono e si disfecero.

Solitaria è la piccola spianata recinta da muri a secco, e quasi incolti sono gli oliveti d’intorno. Solo l’orto, delimitato ed intersecato dagli avanzi del fabbricato annesso alla chiesa, mostra che di tanto in tanto qualcuno si attarda e lavora nella vecchia Abbazia, che non si sa quando e ad opera di chi sorse. Ma spigolando qua e là, si rabbercia la storia e l’ansia di sapere s’acquieta. E ci è stato così possibile risalire ai secoli fino al 1310 con la cortese collaborazione del canonico teologo Don Silvestro Mastrobuoni, dotto studioso della curia sipontina, che per noi ha raccolto alcune delle notizie che riproduciamo.

In “Rationes Decimarum Italicae” di Monsignor Domenico Vendola (secolo XIII e XIV – Apulia Lucania, Calabria – Città del Vaticano 1939) è riportato, il numero 49 in Diocesi Sipontina, decima dell’anno 1310: “Monasterium San Petri in Criptanova solvit  unc.1 “. Ed al numero 117 la decima dell’anno 1325: “Abbas Joannes San Petri de Criptanova de Ysquitella unc. (once) I “.

Non si ha memoria in Ischitella, nel silenzio dei testi consultati, di un’altra Abbazia di San Pietro; né sembra probabile che ve ne siano state due intitolate allo stesso Santo nel territorio di quel comune.

Si deve pertanto ritenere che quella di San Pietro in Criptanova si identifichi con l’attuale San Pietro in Cuppis. Coppa significa infatti, in gergo dialettale, piccola collina; e dalla ubicazione della badia crediamo derivi l’attuale denominazione, popolare in origine e latinizzata nei documenti.

Nel 1567, a quanto lo stesso Mastrobuoni riporta nella sua “Cronotassi e blasonario dei vescovi ed arcivescovi sipontini”, la Chiesa aveva il suo Abate mitrato che intervenne, insieme all’abate mitrato della SS. Annunziata di Varano, nel Sinodo provinciale tenuto dell’arcivescovo Tolomeo Gallo.

La badia fu visitata dall’arcivescovo Orsini tra la fine di dicembre 1675 ed i primi di gennaio dell’anno seguente. Allora ne godeva il beneficio un consigliere del duca di Modena, don Filippo Gastaldo, U.I.D. (dottore in utroque iure) che lo aveva ricevuto da papa Clemente X, dopo la rinuncia dell’immediato beneficiato, chierico Don Giulio de Bassanis. La rendita del beneficio fruttava allora circa 109 scudi annui; oggi è passiva.

Nell’ Appendice al sinodo sipontino tenuto dall’arcivescovo Orsini nel 1678, la chiesa di San Pietro “detta volgarmente in Cuppis” è annoverata fra quelle esistenti fuori le mura di Ischitella. Di essa dice che si reggeva con le entrate del beneficio semplice di libera collazione, col titolo di abazia, che pagava il ius cattedratico di scudi 4:15 112, che aveva per sua Grancia la chiesa di San Cirillo nei pressi di Carpino, anch’essa mantenuta e riparata dallo stesso Abate Philippus Gastaldus. Tale chiesa di San Cirillo è ricordata anche nelle “Rationes Decimarum Italicae” su citate, riportando al numero 63: “Frater Franciscus procurator ecclesiae S. Cirilli de casali Capril ter. II. gr. VIII”.

Il Sarnelli in “Cronologia dei vescovi et arcivescovi sipontini” (1680) ricorda a pagina 434 l’abbazia in parola come beneficio semplice.

Poi, per circa un secolo, il buio ancora. 

Ma più tardi, di nuovo il Mastrobuoni ci informa, al n. 112 dell’opera citata, che con bolla  “Apostolus Paolus” del 4 luglio 1774 (33. della sua consacrazione episcopale), l’arcivescovo Francesco Rivera unì in perpetuo, alla mensa del capitolo cattedrale di Manfredonia, il beneficio semplice dell’Abbazia di San Pietro in Cuppis e l’annesso beneficio di San Cirillo con tutti i loro beni; che tale bolla, emessa in tempo di santa visita, ebbe esecuzione col possesso preso da un procuratore del capitolo il primo ottobre 1776 e che tali benefici erano goduti da Monsignor Nicola Saverio Santamaria, vescovo titolare di Cirene, morto in quell’anno. È certo quindi che fin da allora Abbazia era in grave decadenza e già ridotta alla modestia di una chiesa di campagna. 

 Detta concessione al capitolo di Manfredonia fu resa esecutiva con dispaccio reale del 3 luglio 1789.

Dalla Platea esistente nell’Archivio capitolare metropolitano sipontino, compilata sugli atti del notar Gaetano De Grazia di Vico, delegato della Real camera di Santa Chiara, del 1789 -90, si rilevano le notizie delle Platee preesistenti del 1677 e 1703 e del passaggio dell’amministrazione dei beni della badia di San Pietro in Cuppis al Capitolo di Manfredonia, nonché i nomi dei contribuenti e delle località della Colonia censuale.

Ma il patrimonio dell’ente non era formato soltanto da canoni e Censi. Dalla Platea del 1827 “ossia inventario dei beni tutti, rendite ragioni di qualsivoglia sorte, appartenenti alla venerabile badia di San Pietro in Cuppis “, risulta la descrizione di un appezzamento di terra detto Codarchio, della estensione di tomoli 81, in parte lavorativa, e per il resto deserto e macchioso, sulla cui cima verso Levante stava la chiesa. La tenuta confinava ad Oriente con la difesa dell’Università, a mezzogiorno con il vallone di Romondata, a Ponente con lo stesso Vallone e con l’altro di S. Januo ed a tramontana con il Vallone di Mandrelle del beneficio medesimo.

A quell’epoca -1827- i fabbricati annessi al tempio dovevano essere, almeno in parte, ancora abitabili perché la platea afferma che il romito aveva in uso un tomolo di terra dietro la chiesa, con qualche albero di olivo. Il resto era fittato per un’estensione di tomoli 63, in separati appezzamenti, a tali Antonio Papariscio, Michelantonio La Castelluccia, Luise Antonelli e Gironimo Laganella. Oggi alla chiesa non restano che un paio di tomoli di superficie dietro i ruderi, affittati da un trentennio a Leonardo Manicone. Probabilmente la stessa terra che una volta aveva in uso l’eremita.

Fino a circa 50 anni fa, nella chiesa già abbadiale, veniva celebrata la messa il 29 giugno di ogni anno e pii ischitellani curavano la manutenzione dell’antico tempio, come vecchi del luogo ci hanno assicurato per loro personale ricordo. Ora non esistono che le sue mura perimetrali alte ma senza volta e i ruderi bassi dell’annesso fabbricato. Su quelle si notano una finestra e due semplici ma bei portali a tutto sesto, della larghezza di m 1,20; dalle linee di tali vani sembra che la costruzione risalga al dodicesimo o tredicesimo secolo. Sulla facciata larga circa cinque metri, un rosone liscio sovrasta il portale ed alla sommità, presso a poco nel mezzo dello spiovente di sinistra per chi guarda, sono i resti dell’ arco campanario, che da lontano appare con il camino della casetta rustica dal quale non esce mai fumo. E il focolare dell’antica comunità badiale è davvero e per sempre spento. 

Oltre i 20 metri della lunghezza del tempio, è l’abside al cui centro, dall’interno, si apre una piccola finestra arcata che, dopo lo sguinciato spessore murario, si mostra all’esterno con la caratteristica fessura verticale, solita in simili corpi di fabbrica.

Ma la parete interna, prospiciente al piccolo spiazzale del Convento al quale si accedeva da un portone ancora visibile nella parte inferiore del mozzo muro di cinta che si prolunga oltre la facciata, presenta gli elementi più interessanti, costituiti dalla scultura sulla chiave del portale attraverso il quale dal cortile si entrava in chiesa e dalle mensole di sostegno del canale per la raccolta delle acque piovane convogliate nel pozzo tuttora esistente in fondo al cortile.

Sulla chiave vi è scolpito, con rozza fattura, qualche cosa che alle volte sembra un cavallo rampante con un vessillo che, retto dalla zampa destra, si spiega anteriormente alla testa, mentre altre volte il vessillo pare raffiguri una grossa effige frontale del leone di San Marco, nei cui confronti, sproporzionalmente piccolo, è il resto del corpo.

Le mensole poi, degradanti verso l’abside, che poco dista dal Pozzo, sono di foggia diversa l’una dall’altra, presentano frammenti scultorei mal conservati e linee dalle quali è difficile desumere cosa rappresentassero in origine. Sembrano resti di iscrizioni, profili muliebri ma potrebbero anche essere stato tutt’altro.

Ed alle basi e sulle mura del tempio e di quelle dell’annesso fabbricato, si notano scavi e fori praticati da delusi aspiranti a fantastici tesori.

E pietre e calcina dappertutto, dentro ed intorno all’antica chiesa, tra i fichi d’India, i peri selvatici e qualche giovane arbusto di olivo e di mandorle.

Quanta tristezza è in tutta questa rovina e quanto scoramento è nello sguardo del mio compagno che, dietro le lenti rotonde, si sperde in visioni di tuniche sante ed immacolate e forse anche di crinoline in gita al romitaggio.

Taciturni ricalchiamo la viuzza, leggera nella discesa, che ci porterà alla ghiaia rumorosa del Vallone Romondata per poi inerpicarsi fino al Forchione, dove la cortesia di Maria Rosa, attempata nella classica bellezza garganica, ci comforterà con squisite burrose ricottelle, pane fresco e spugnoso, e sorrisi e moine materne. 

Giuseppe d’Addetta

Il Corriere di Foggia, 1 luglio 1946, fasc. 27, pag.3.

A a proposito del monastero di San Pietro in Cuppis

 Riceviamo e pubblichiamo 

Arezzo, luglio 

Signor Direttore,

mi conceda un po’ di spazio nel suo giornale. Ho letto con attenzione con vivo compiacimento l’articolo di Giuseppe d’Addetta sui ruderi di un’antica Abbadia che ancora si rintracciano nel territorio di Ischitella, oggi nota sotto il nome di “San Pietro in Cuppis”. Ch’ io mi sappia, è la prima volta che siano stati descritti tali avanzi testimoni di una comunità monastica che ebbe vita e sviluppo nella circoscrizione di quel piccolo Comune. Ora il nome odierno di San Pietro in Cuppis non può che corrispondere a quello antico di San Pietro in cripta nuova come già lo stesso scrittore ha potuto desumere sia per la logica naturale sia per documenti e informazioni precise che ha opportunamente citato.

Però l’origine di tale monastero non costituisce più oggi un arcano.

È dimostrato in maniera ineccepibile che esso fu una delle tante Abazie dipendenti dalla celeberrima casa centrale di Pulsano nel tenimento di Monte Sant’angelo.

In un mio saggio intorno a Pulsano che doveva essere pubblicato in questi ultimi tempi, ma che per gli immensi danni di guerra da me subiti in Toscana, è stato rimandato, come per tanti altri miei manoscritti di storia garganica, alle calende greche, ho messo in rilievo la badia di San Pietro di cripta nuova di Ischitella quale appartenente appunto alla congregazione pulsanese fondata da San Giovanni da Matera. Ciò è il risultato da ricerche fatte in questi ultimi decenni sui Registi vaticani a cura specialmente del benemerito Monsignor Vendola vescovo di Lucera e raccolta in una preziosa monografia del padre Mattei Cerasoli composta per l’ottavo centenario della morte di San Giovanni e stampata nel 1938. Adunque “San Pietro di cripta nuova” o “critta nuova” iniziò con certezza il suo curriculum vitae nella seconda metà del secolo XII ad opera di frati pulsanesi, e seguì tutte le vicende di quella celebre congregazione benedettina che resse per circa tre secoli dopo di essersi propagata con rapidità meravigliosa in quasi tutte le regioni d’Italia fino alla valle del Po.

Una notizia specifica relativa al detto monastero di San Pietro è quella della nomina del Monaco di Pulsano Giovanni Eustachio a suo Abate, avvenuta con bolla di Clemente VI (quindi il 1342 e il 1352), dopo che il suo predecessore Lorenzo aveva rinunziato a pari dignità nelle mani dell’Abate generale di Pulsano.

Ho voluto offrire i ragguagli unicamente per chiarire il dubbio espresso dallo studioso garganico quando ha detto della vecchia badia “che non si sa quando e ad opera di chi sorse”. Epperò non aggiungo altro se non che, scomparsi, verso la fine del trecento, i Pulsanesi, la Casa madre e le abbazie dipendenti furono occupate, via via, da altri ordini, ma che in nessuna di esse tornò più all’antico splendore.

La ringrazio signor Direttore, e la ossequio. 

Ciro Angelillis

(Il Corriere di Foggia, 15 luglio 1946, fascicolo 29) pag 3.

Ancora su San Pietro in Cuppis

Signor Direttore,

ho letto con vero piacere l’intervento di Ciro Angelillis a proposito dell’antica abbadia Ischitellana. E sono esatte le notizie che egli riporta da padre Leone Mattei-Cerasoli relative al vecchio monastero di San Pietro in Cuppis. Quando scrissi quel mio vogabondaggio non conoscevo ancora l’opuscolo in parola dal titolo “La congregazione benedettina degli eremiti pulsanesi”  (badia di Cava 1900 38) ed il pregevole lavoro del detto padre Leone, lo rinvenni per caso rovistando nella biblioteca dell’amico Michelangelo De Grazia. E voi mi potete far fede di avervi scritto cercando di arrestare la pubblicazione dell’articolo per aggiungere ulteriori dati.

Tali dati erano non solo quelli riportati dal Mattei, che -contrariamente a quanto l’Angelillis afferma- nulla precisa sulle origini del Convento – ma accenna solo alla sua appartenenza prima del 1177 all’ordine dei pulsanesi, ma anche quelli forniti da Consalvo di Taranto ne “La Capitanata al tempo dei Normanni e degli Svevi” (tipografia editrice Conti-Matera-1925). Questo nostro storico rapporta che, alla dipendenza del monastero di Tremiti, nel XI secolo, era Calena che fra le altre celle possedeva anche quella di San Pietro di Ischitella con vigne e poderi. Inoltre un documento del 1225, con cui Federico II confermava privilegi ed immunità già da tempo goduti, attesta che apparteneva a Pulsano “Il monastero di San Pietro in Ischitella donato da Paolo signore d’ Ischia con tutte le terre, le vigne, le selve e i mulini “.

Tale notizia, la forma più vaga, è riferita anche dal Mattei- Cerasoli, il quale precisa inoltre che papa Alessandro III, con bolla rilasciata a Vieste il 9 febbraio 1177 ad Antonio priore di Pulsano, succeduto al beato Gioele, morto da pochi giorni (21 gennaio), seguendo l’esempio del predecessore Innocenzo II ed Eugenio III, prendeva sotto la protezione apostolica la Badia e tutti i monasteri e chiese Pulsanesi, di cui riporta l’elenco. In detto elenco è compreso San Pietro della critta nuova di Ischitella.  Così mi sembra che sia messo in evidenza tutto quello finora conosciuto sull’antica badia in oggetto. Questo però non significa che si conosce ad oggi quando è ad opera di chi sorse. Non si tratta di arcano perché nelle ricerche storiche nulla vi è di arcano. È solo una zona buia che potrebbe inaspettatamente schiarirsi. 

Ma ora siamo in due a lavorare perché io mi auguro che l’illustre storico garganico, che ha dimostrato di seguire benevolmente i miei poveri iscritti, voglia dare ancora il suo valido contributo alla ricostruzione delle cronache della diruta Abbazia che è stata fra le più importanti dell’alto Gargano. 

Giuseppe d’Addetta

(Il Corriere di Foggia, 5 agosto 1946, fascicolo 32) pag 3.

Foto San Pietro in Cuppis by Domenico Sergio Antonacci e Jessica Pizzarelli

Abbazia di San Pietro in Cuppis – Ischitella (FG) – GARGANO – Puglia

Video di Andea Grana e Team ARGOD

https://youtu.be/2bTXXHzalpA