IL LUOGO DELLA MEMORIA RITROVATO: ISCHITELLA, PATRIA DI GIANNONE

Nella cittadina garganica, Giannone visse per 18 anni (dal 1676 al 1694), ma le dedicò solo una pagina della sua opera “Vita scritta da lui medesimo”

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In un ideale percorso giannoniano, il luogo della memoria ritrovato è la piccola Ischitella.

Trent’anni prima della nascita di Pietro Giannone, il piccolo borgo dell’entroterra garganico, abitato da 1235 anime,  era stato quasi cancellato dal distruttivo terremoto del 31 maggio 1646. In quel drammatico evento si registrarono 96 vittime. Solo 26 case rimasero in piedi.

I Principi Pinto y Mendoza Capece Bozzuto, presero possesso del feudo di Ischitella il 19 novembre del 1674, due anni prima della nascita di Giannone. Le immense ricchezze derivanti dalla mercatura permisero alla famiglia, di origine portoghese, di acquistare un intero feudo sul Gargano, con il relativo blasone principesco.

Nel 1680, Ischitella viene descritta dall’erudito Pompeo Sarnelli come “terra baronale”, murata. Situata «su un colle eminente, gode di buon’aria», conta 258 famiglie, 1219 anime, di cui 894 in età di comunione. Vi sono 29 sacerdoti, 30 chierici, 7 romiti. Il borgo ha due chiese intra moenia: la parrocchiale di Santa Maria Maggiore e quella di Sant’Eustachio. Fuori le mura vi sono ben otto chiese: la chiesa ed il Convento dei Padri Francescani dell’Osservanza, le chiese di sant’Antonio Abate, di san Rocco, di San Michele, di san Pietro in Cuppis, di san Martino, della ss.ma Annunziata di Varano e di santa Maria dell’Oliveto. La chiesa di santa Maria del Pantano è stata sconsacrata da Orsini nel 1678. Vi sono tre Confraternite (Santissimo Corpo di Cristo, SS.mo Rosario, e SS.ma Concezione), la Congregazione di sant’Eustachio, un Ospedale e il sacro Monte della Pietà, tutti soggetti alla giurisdizione dell’Arcidiocesi di Siponto.

A Ischitella, Pietro Giannone visse per ben diciotto anni dal 1676 al 1694, ma gli dedicò soltanto una pagina della “Vita, scritta da lui medesimo”. Non sappiamo il perché dell’omissione. Questo “poco attaccamento” alla sua terra d’origine gli verrà rimproverato da Michelangelo Manicone che all’amato Gargano dedicò due libri: La Fisica Appula e La Fisica Daunica.

Effettivamente, Giannone dedica solo l’incipit della sua autobiografia agli anni trascorsi ad Ischitella. «Io nacqui da onesti parenti a’ sette di maggio dell’anno 1676, in una terra del monte Gargano, nella Puglia de’ Dauni chiamata Ischitella, prossima a’ lidi del mare Adriatico, dirimpetto all’isole Diomedee, ora dette di Tremiti».

Allevato nell’infanzia dalla pia e savia madre Lucrezia Micaglia, ed «erudito negli esercizi di pietà con somma accuratezza e religione», Pietro Giannone fu mandato «ad apprender grammatica» dall’arciprete della parrocchia di Santa Maria Maggiore di Ischitella, «uomo versato nella lingua latina per quanto comportava la condizione del luogo, ma molto più commendabile per la sua probità e per l’esemplari ed incorrotti suoi costumi».

Durante l’adolescenza, Giannone rischiò di morire: fu colpito da una febbre altissima ed il medico di famiglia, non tenendo conto sulla  sua gracilità, gli somministrò una eccessiva dose di antimonio, che gli provocò gravi effetti collaterali: «Mancò poco che non esalassi l’anima fra le braccia della mia cara madre – scrive Giannone –  Ma, sicome il pericolo fu grave, così, quelli cessati, in breve tempo tornai al pristino stato di perfetta salute».

Lo stato sanitario del Gargano, in quegli anni, era molto precario. Il Pisani attesta che nell’anno 1679 si verificarono “diverse sorte d’infirmità”, fra cui una grave epidemia malarica, che fece strage di bambini. La febbre del Giannone, per fortuna, non ebbe questa causa letale.

All’età di quindici anni, Giannone fu indirizzato dal padre Scipione agli studi di filosofia presso un frate francescano, valente professore e teologo rinomato nel suo ordine, il quale era stato nominato “lettore giubilato”.  Chi aveva avuto questo onorificenza poteva scegliere come dimora il convento più gradito.  Giannone ricorda che il suo maestro, «naturale del luogo, s’elesse il convento de’ suoi frati, costrutto da antichissimi tempi in Ischitella sua patria, e quivi venne a dimorare». Grazie a costui, che gli insegnò la filosofia con grande amore e diligenza, in pochi anni il giovane Giannone, applicandosi con somma attenzione, dopo aver seguito il corso di logica, fisica e metafisica, divenne un “piccolo filosofo” scolastico-scotista. Terminato il corso sulla filosofia d’Aristotele, i genitori, per fargli studiare giurisprudenza, decisero di mandarlo a Napoli. Avrebbe potuto contare sull’aiuto economico di uno zio di sua madre, che gli era molto affezionato: essendo questi un sacerdote «agiato di beni di fortuna», avrebbe potuto ospitarlo e sostenerlo negli studi.

Qui si chiude il sipario sugli anni vissuti ad Ischitella. Giannone partì per Napoli e non farà alcun cenno della sua “patria” nelle sue opere, se non in questa pagina autobiografica.

Il nostro intento, in questo saggio, sarà  di ricostruire il contesto socio-culturale di Ischitella e del Gargano tra Seicento e Settecento, ricorrendo ai pochi documenti coevi.

Tra la fine del 1675 e l’inizio del 1676, anno di nascita di Giannone, Ischitella fu visitata per diciotto giorni, dal 23 dicembre all’8 gennaio 1676, dal ventiseienne arcivescovo di Siponto Vincenzo Maria Orsini. Orsini ritornò ad Ischitella nel novembre del 1678, per una seconda ricognizione di quattro giorni. Le due visite pastorali furono preparate accuratamente, secondo i dettami tridentini e l’esempio dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo. Nel Diario delle pontificali funzioni, Orsini annotò minuziosamente gli eventi delle giornate pastorali trascorse ad Ischitella. Un arido elenco di cerimonie sacre da lui presenziate con cambio di vari abiti e paramenti sacri a seconda delle circostanze. Orsini diventerà papa con il nome di Benedetto XIII. Innocenzo XIII nel 1723 aveva messo all’indice l’Istoria civile del Regno di Napoli e la persecuzione contro Giannone fu proseguita dal 1724 al 1730 da Benedetto XIII.

Il giudizio di Giannone sul suo pontificato sarà crudo: “Così faceva in Roma, essendo papa, come essendo arcivescovo, non comprendendo, finché visse, che si fosse l’essere papa: e, per ciò, niente curando delle cose grandi di Stato, né della papal monarchia, era tutto inteso alle cerimonie e funzioni ecclesiastiche, a battesimi, a consacrar templi e altari, a benedir campane, alla mondizia e polizia degli abiti ed ornamenti di sacristia, e cose simili”.

IL CONTESTO SOCIO-CULTURALE GARGANICO DEL SETTECENTO

Il Settecento è caratterizzato  da un notevole incremento demografico. Dal riscontro del numero degli abitanti dei paesi del Gargano effettuato sugli “Stati delle Anime”, i paesi rispecchiano fedelmente la crescita demografica che si verificò in tutta l’Europa. Il territorio, ricco di agrumeti,oliveti e vigneti, assicurava il benessere degli abitanti, soprattutto per l’esportazione dei prodotti  tipici in direzione di Venezia e della Dalmazia. Estrazione e lavorazione della pece, raccolta della manna, rappresentano altri elementi caratterizzanti l’economia garganica.

Dal punto di vista culturale, il Gargano sa aprirsi a stimoli provenienti da Napoli  e da più lontane realtà culturali elaborando idee originali rispetto alla cultura dei lumi francese. Qui gli illuministi si riuniscono a Vico del Gargano nell’Accademia degli Eccitati viciensi, fondata il 3 maggio 1759 nella Chiesa extra-moenia di Santa Maria del Refugio (oggi detta del Purgatorio). E’ l’unico sodalizio illuminista di Capitanata di cui oggi si abbiano fonti documentarie, pubblicate dallo storico Filippo Fiorentino.

Dell’Accademia fece parte don Pietro De Finis, che aveva trentasei anni nel 1759. Già nel 1751 aveva aperto a sue spese, per tre anni, una scuola per tutti. Suo discepolo fu Michelangelo Manicone (che lo ricorderà come «il maestro (suo) di grammatica»).  Manicone non sarà  tra i soci fondatori dell’Accademia degli eccitati (aveva allora  soltanto 14 anni) ma respirò l’aria illuministica diffusasi nel 1759-60 a Vico del Gargano. Nella “Dottrina Pacifica” già dal 1790 grida contro gli abusi dei tiranni, invoca la riforma della Chiesa. Questo suo atteggiamento lo renderà inviso alle gerarchie ecclesiastiche conservatrici che lo relegheranno nel convento di San Francesco di Ischitella, un luogo-simbolo della vicenda familiare di Pietro Giannone, per la presenza delle spoglie materne ivi sepolte.

Descrivendo il territorio di Ischitella, Manicone mette in evidenza i precari equilibri ambientali, che rendono critica la salubrità di tutta l’area gravitante intorno al lago: l’acqua stagnante vizia l’aria, e decima la popolazione, nonostante il territorio sia ricchissimo di boschi, con alberi di faggi, cerri, carpini, e nonostante la sua valle sia sempre verde, «per l’amenità de’giardini d’agrumi e circondata da deliziose e fruttifere colline». Manicone individua un’altra causa di insalubrità ambientale nelle infime condizioni igieniche dell’abitato e lancia uno strale polemico verso i principi Pinto, «illustri Possessori dei luoghi cennati». La speranza di cambiamento, di un futuro diverso, é vivissima in Manicone, che lancia il seguente proclama: «Abitanti d’Ischitella, fate festa. Il Regno dello Spirito pubblico è già venuto; dunque l’Egoismo finirà!».

Teresa Maria Rauzino

Relazione al convegno su Pietro Giannone, tenutosi ad Ischitella il 17 marzo 2017 per commemorare il 279° anniversario della sua morte.

Galiani e Giannone, due garganici, due storie (saggio di Michele Eugenio Di Carlo)

Galiani fu uno dei principali diffusori del newtonianesimo in Italia; Giannone si collocò nel solco di un “giurisdizionalismo” che pretendeva di ridimensionare vigorosamente le prerogative della Chiesa negli Stati italiani ed europei

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Non sarebbe possibile esprimere la cultura napoletana della prima metà del Settecento senza essere continuamente rimandati alle illustri personalità di Pietro Giannone e di Celestino Galiani.

Galiani era nato nel 1681 a San Giovanni Rotondo – appena un casale alle dipendenze del monastero di San Giovanni in Lama, in una provincia definita «barbara» essendo stata completamente asservita alle esigenze fiscali del Regno.

Volle entrare nell’ordine dei Celestini e svolse il noviziato nel monastero della Trinità a San Severo con un tale fervore da meritarsi nel 1701 dai superiori gli studi presso il monastero di Sant’ Eusebio a Roma; luogo non secondario per la sua crescita culturale e per la sua futura preparazione.

Ed è infatti qui – nel monastero di Sant’ Eusebio – che, avendo a disposizione una biblioteca straordinariamente fornita, la sua vita prende la decisa direzione di quegli studi che lo porteranno verso una vita di successi e di soddisfazioni quale lettore di Teologia morale e Sacra scrittura, procuratore generale dell’Ordine dei Celestini presso la Santa Sede nel 1723 e generale degli stessi dal 1728, arcivescovo di Taranto nel 1731 e, addirittura, cappellano maggiore del Regno nel 1732.

Ed è sempre in questa biblioteca romana che Galiani, negli anni compresi tra il 1701 e il 1718, viene a contatto con le discipline che gli forniranno una preparazione matematico-scientifica  più congeniale alle proprie attitudini: dalla geometria euclidea e cartesiana fino allo studio del calcolo infinitesimale. E’ in questa biblioteca che Galiani si accosta all’ Ottica di Isaac Newton per poi affrontare i Principia mathematica. E non ha dubbi: tra le teorie cosmologiche di Cartesio e di Newton – da attento e appassionato scienziato qual era – sceglie quest’ultimo scrivendo le Osservazioni sopra il libro di Newton detto Principia mathematica. Nel 1714 la conferma della sua visione newtoniana della realtà arriva con La Lettera sulla gravità e i vortici cartesiani.

Celestino Galiani risulta, quindi, da studi documentati uno dei principali diffusori del newtonianesimo in Italia, diventando nel tempo un assoluto protagonista nella difficile e complessa mediazione tra le spinte culturali settecentesche dei «nuovi filosofi» e le tendenze conservatrici della Chiesa cattolica. Galiani svolgerà la sua attività culturale con prudenza, facendo circolare i suoi manoscritti – saggiamente mai pubblicati – tra i pochi intimi collaboratori e seguaci, tanto più che sin d’allora era risaputo che la Chiesa non accettava si superasse la linea «muratoriana».

Proprio la linea tracciata da quel Ludovico Antonio Muratori –  scrittore e storico nato a Vignola nel 1672 –  che studiando dai Gesuiti si era laureato in filosofia e in giurisprudenza diventando sacerdote e che nel 1700 era stato incaricato archivista e bibliotecario a Modena da Rinaldo I d’Este, presso il quale avrebbe svolto il delicato ruolo di consigliere fiduciario. Quello stesso Muratori che aveva gettato le basi metodologiche e scientifiche affinché la ricerca storica ponesse fondamento esclusivo nell’attenta e circostanziata analisi delle fonti, emulato e seguito da Giambattista Vico nella  propria vasta concezione ideale della storia.

Non era forse quanto aveva provato a fare lo stesso Giannone?

Benché Muratori, convinto assertore del rinnovamento della Chiesa e dello Stato, pur risoluto contro pregiudizi e superstizioni, circoscriverà l’estensione della ragione davanti a dogmi e sacre scritture, dettando il limite al cattolicesimo illuminato accettato dalla Santa Sede.

Eppure Alessandro Verri, nel suo Saggio sulla storia d’Italia del 1766, oserà scrivere – riferendosi a Giannone – che non gli è «mai riuscito di ritrovare nella sua Istoria il motivo de’ grandi tumulti ch’ha eccitati […] Il sig. Muratori negli Annali e nelle Dissertazioni dove tratta di storia ecclesiastica ha avuto maggior coraggio di lui, e non le sue sfortune. Questa m’è ognor paruta una contraddizione.»

Celestino Galiani – sebbene avrebbe occupato importanti ruoli sia sotto gli Asburgici sia sotto i Borbone – si dimostrerà nei fatti certamente più attento di Pietro Giannone nel tentativo riuscito di non provocare le reazioni dell’Inquisizione. E questo diverso atteggiamento tattico condurrà i due conterranei del primo Settecento verso destini del tutto dissimili.

Ben altra sorte del Galiani e del Muratori toccherà infatti al Giannone – l’altro grande garganico – il quale si colloca nel solco, profondamente scavato, di un «giurisdizionalismo» che pretende di ridimensionare vigorosamente le prerogative della Chiesa negli Stati per mezzo del controllo della pubblicazione degli atti ecclesiastici (placet o exequatur), delle relazioni tra papa  e autorità religiose di altri stati, della facoltà di intervento nelle competenze contestate del foro ecclesiastico sul territorio nazionale e che spinge verso una legislazione volta a limitare gli ordini religiosi ritenuti inutili e ad escludere l’estenzione del patrimonio immobiliare ecclesiastico con imposizioni di natura fiscale e vincoli all’acquisizione di nuove proprietà.

Pietro Giannone – giurista e storico nato ad Ischitella nel 1676, diventato dottore in diritto nel 1698 – aveva esercitato l’avvocatura presso lo studio Argento a Napoli, inserendosi pienamente nell’ambito della tradizione anticuriale napoletana. Nel 1723 pubblicherà il testo che darà la svolta alla sua esistenza e segnerà profondamente la cultura illuministica del Settecento non solo a Napoli, bensì in tutta l’Europa: Dell’Istoria civile del Regno di Napoli.

Un testo nel quale Giannone rivendica i diritti dello Stato contro le ingiuste pretese della Chiesa. L’Istoria, infatti, ripercorre la storia delle usurpazioni ecclesiastiche, nega l’origine divina del papato, critica persino le politiche ecclesiastiche di Carlo Magno con relative donazioni e l’acquisito potere temporale della Chiesa, polemizza con le invadenze della Chiesa nelle istituzioni civili del Regno: Exequatur, foro, immunità ecclesiastica, diritto d’asilo, privilegi feudali, ecc.

La dura requisitoria contro il potere temporale del papato e l’anticlericalismo acceso costano sin dal 1723 l’esilio a Giannone che, perseguitato a vita, morirà incarcerato a Torino nel 1748 sotto la dinastia dei Savoia.

E mentre Giannone vive dolorosamente l’esilio, appena preso possesso della diocesi di Taranto nel 1731, Galiani viene nominato cappellano maggiore del regno di Napoli: una carica prestigiosa decretata da Carlo d’Asburgo, che gli consentirà di essere l’arbitro delle scuole pubbliche e private, quale prima autorità amministrativa, disciplinare e giudiziaria nei riguardi di professori e studenti dell’Università di Napoli. Come cappellano maggiore detiene anche i poteri derivanti dalla giurisdizione ecclesiastica del regno, sempre in conflitto di competenza col foro ecclesiastico riguardo alle numerose cause inerenti diritti, privilegi e rendite delle chiese e delle cappelle regie sul territorio dello stato napoletano. Spettava, inoltre, al cappellano maggiore fornire il parere sulla concessione o meno dell’ exequatur  relativo a motupropri, brevi, pastorali, encicliche e bolle provenienti dallo Stato Pontificio.

In qualità di cappellano maggiore, finalmente può promuovere una riforma universitaria al fine di rilanciare la centralità degli studi statali nei riguardi di scuole private e di seminari religiosi; una riforma che prevede la chiusura di cattedre ormai obsolete e l’istituzione di numerosi nuovi corsi di studi riferibili alle scienze moderne e sperimentali: Astronomia, Fisica, Chimica, Botanica.

Da questo posizione di potere, prestigio e forza, Galiani fonda nello stesso anno con Nicola Cirillo (1671-1734) e Bartolomeo Intieri (1678-1757) l’ Accademia delle Scienze di Napoli, dove numerosi studiosi, accademici, ricercatori, scienziati si impegnano a diffondere le idee e le opere illuministiche di Isaac Newton, John Locke, Pierre Bayle, John Toland, Mattew Tindal, in contrapposizione con la scolastica e in perfetta antitesi con l’azione culturale dei Gesuiti in particolare.

A presiedere l’Accademia nei primi anni, fino alla sua morte, sarà Nicola Cirillo ( Grumo Nevano, 1671 – Napoli, 1735), scienziato e medico, che nel 1726 aveva ottenuto direttamente dalla corte viennese la cattedra più prestigiosa, quella di medicina pratica. Non senza le raccomandazioni del bibliotecario imperiale Garelli, lo stesso della cui amicizia si servirà per soccorrere e prestare aiuto all’amico dolorosamente in esilio a Vienna in quegli anni: Pietro Giannone.

All’insediamento di Carlo III di Borbone nel 1734 Giannone spera di rientrare in patria, ma, nell’ambito delle trattative per il riconoscimento del regno di Carlo da parte della Santa Sede, gli viene proibito il rimpatrio. Giannone perde la pensione e da Vienna si trasferisce a Venezia, da dove l’anno dopo viene espulso a causa delle pressioni dei Gesuiti e degli inquisitori di Stato. Si rifugia a Modena sotto falso nome e incontra, secondo Franco Venturi, il Muratori. Poi Milano, Ginevra e Torino nel 1736, dove tratto in inganno da Carlo Emanuele di Savoia per sottostare alla volontà di papa Clemente XII, viene arrestato e imprigionato.

Nel frattempo, da politico e diplomatico di classe, Galiani svolge un ruolo determinante nelle relazioni diplomatiche che porteranno al Concordato tra Stato Pontificio e regno di Napoli nel 1741, con importanti risultati per i Borbone.

Infatti, secondo Eugenio Di Rienzo, «le complicate e delicate trattative, nelle quali il Galiani riuscì ad attuare un’opera di difficile mediazione tra le pretese pontificie e spagnole e la difesa delle prerogative del Regno […], si protrassero ben oltre la data del 10 maggio 1738, giorno in cui il pontefice riconobbe formalmente Carlo di Borbone come re di Napoli. Incagliatisi sulle cruciali questioni del diritto d’asilo, dell’estensione dei poteri dell’Inquisizione, della sottomissione dei beni ecclesiastici ai tributi, della giurisdizione ecclesiastica, i colloqui diplomatici, interrottisi nel 1740 per la morte di Clemente XII, portarono solo il 2 giugno 1741 alla firma del concordato, nelle clausole del quale si poteva leggere in ogni caso un netto rafforzamento della posizione diplomatica del Regno di Napoli all’interno della penisola e sul piano internazionale, in gran parte dovuto all’opera del Galiani».

Ma come era stato possibile che lo Stato Pontificio, solo da alcuni anni costretto a legittimare Carlo di Borbone re di Napoli, accettasse e firmasse un trattato che lo sminuiva enormemente nell’arco dei tanto contestati – proprio da Giannone – poteri temporali, consegnando al regno di Napoli e al casato dei Borbone una affermazione sul piano politico-culturale che, passata alla Storia,  desta ancora ammirazione e rispetto?

La risposta è nel papa subentrato a Clemente XII, il quale non solo ci ricollega a Galiani, ma per vie dirette ci riconduce sorprendentemente alla storia della diocesi di Vieste e alla famiglia Cimaglia. Era il bolognese Prospero Lambertini, diventato papa col nome di Benedetto XIV e passato alla storia come il papa che ambiva a sopprimere il potere temporale per favorire in pieno clima illuministico la rinascita spirituale della Chiesa.

Prospero Lambertini aveva già conosciuto Celestino Galiani e i due avevano avuto modo di condividere una visione del mondo e della Chiesa scevra da pregiudizi, superstizioni, falsità storiche, diventando amici. Infatti, nella delicata questione dell’Apostolica Legazia di Sicilia, che aveva acuito i contrasti tra l’imperatore Carlo VI, quale re di Sicilia, e il papa Benedetto XIII, i colloqui diplomatici nel 1725 erano stati condotti da Prospero Lambertini, quale rappresentante della Santa Sede, e da Celestino Galiani, quale rappresentante dell’ imperatore. L’amicizia dei due, nel 1728, condusse ad una soluzione che si tradusse nella bolla pontificia Fideli,  che provocò le rimostranze sia degli ambienti più conservatori del papato, sia le proteste degli ambienti anticuriali e anticlericali di cui Pietro Giannone in esilio era diventato un emblema.

È senz’altro lecito, e attuale, chiedersi perché – nonostante l’avvento al papato di Prospero Lambertini e i notevoli risultati acquisiti dal concordato in direzione delle tesi giannoniane – Pietro Giannone continuerà ad essere prigioniero nelle carceri di Torino, fino a morirne nel 1748.

Davanti agli immani sforzi dei lumi «per l’affermazione dei diritti civili (tolleranza, libertà religiosa, emancipazione di etnie e generi fino ad allora oppressi)» possiamo oggi commuoverci, come Eugenio Di Rienzo nei suoi preziosi Sguardi sul Settecento. E, come lui, ci pare tuttora che «quelle battaglie non sarebbero state neppure possibili se non fossero state precedute dall’affermazione del più importante di tutti i diritti, quello della proprietà dell’individuo sulla sua persona, sui frutti del suo lavoro, sui suoi beni».

Michele Eugenio Di Carlo

Relazione tenuta ad Ischitella il 17 marzo 2017 al convegno in memoria del 279° anniversario della morte di Pietro Giannone e pubblicata dal quotidiano “L’ATTACCO” il 22 marzo 2017.

Facìmice Carnuàle e po ci ni parle (by Angela Campanile)

CARNEVALE 2017

Presentazione di Angela Campanile (Società Storia Patria sez Gargano) della sua piéce “Facìmice Carnuàle e po ci ni parle”, al Convegno del Centro Studi Martella” Carnuàl, Zeza e Quarandanna”, tenutosi nella sala Consiliare del Municipio di Peschici il 23 febbraio 2017, giovedì Grasso.

 

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Questa breve rappresentazione vuole dimostrare come il Carnevale fosse particolarmente sentito nei ceti poveri poiché era un’occasione per lasciarsi andare e dimenticare  miseria e affanni. Ci si mascherava con tutto ciò che si riusciva a reperire in casa o a farsi prestare da qualche conoscente: un vecchio lenzuolo, una divisa militare, la gonna della mamma e della nonna. A mascherarsi, più che i bambini, erano  gli adulti che poi giravano in gruppo per il paese e si recavano nelle case dove era possibile ballare al suono di una vecchia fisarmonica nei tempi più antichi, o di un grammofono a manovella più di recente.

Il penultimo giovedì, detto magro, era la festa dei poveri e tutti, ma proprio tutti i poveri, anche se a credito, si concedevano finalmente un bel pezzo di carne di maiale al sugo. L’ultimo giovedì, giovedì grasso, era la festa dei ricchi ed in questa occasione erano i benestanti a festeggiare con banchetti e canti.

Ogni quartiere preparava il suo fantoccio di Carnevale, fatto di paglia, carta e abiti i più malandati che ci fossero in circolazione; la mattina di martedì, ultimo giorno di Carnevale, i fantocci con in braccio l’immancabile bottiglione di vino, venivano appesi ai crocevia, sostenuti da robuste corde. A mezzogiorno tutti mangiavano i maccheroni fatti in casa, con il sugo di carne per i più ricchi e  con il sugo di polpette e ventresca per i meno ricchi. Era usanza mischiare agli altri maccheroni, un maccherone più lungo nell’unico piatto in cui tutta la famiglia una volta mangiava e chi, per sorte capitava questo maccherone veniva preso in giro come cannaroute, cioè il mangione della famiglia.

Dopo aver mangiato e bevuto, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese; non mancava chi si improvvisava attore e si esibiva in scenette umoristiche.  Poi si “operava” Carnevale. Nella pancia del fantoccio che veniva “operato” vi si infilava di tutto: scarpe vecchie, cipolle, corde, patate, barattoli ecc. e questo era il Carnevale che si metteva a cavalcioni su di un asino ed in processione era portato per le strade del paese seguito da un finto chirurgo, dalla finta moglie di Carnevale stesso e da tutte le maschere. L’operazione, che consisteva nell’estrarre tutto ciò che v’era in pancia, veniva ripetuta in diverse  strade del paese, accompagnata da  urla, frastuono e risate. All’imbrunire, l’asino con il suo carico e il suo seguito, si dirigeva verso il castello dalla cui rupe il fantoccio veniva gettato  in mare.

Negli anni trenta, oltre all’operazione chirurgica, si improvvisava la “Zeza, Zeza”, una sceneggiata cantata  i  cui personaggi,  sia maschili che femminili, sono stati interpretati per anni sempre dagli stessi attori, e così con la loro scomparsa anche la tradizione è scomparsa con loro.

La festa di Carnevale si concludeva nelle sale da ballo per i più giovani e nelle cantine per gli amanti del vino.

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 La piéce di Angela Campanile, dal titolo “Facìmice Carnuàle e po ci ni parle”, è stata interpretata da Raffaella d’Ambrosio, Angela Corleone e Michelina Tavaglione. Regia di Stefano Biscotti, presidente di Ars Nova. Ecco il testo.  

 

Si incontrano per strada per caso Vunginzelle e Luciette

 

L          Cummà Vunginzè, bbiate chi ti vàide! T’ava perse di ssimegghie, addunghe iè auàire che marìtite ti tàine n’ghiòuse!

 

V         Sci cummà Luciè, marìtìme mi tàine attaccate ca zuculelle, accàume nu purcilluzze  pi nan ci nu fa fuì! Ma tu che iè che dèice! Chi ti l’à ditte sta mupeie? Accàume a marìtime nan ci ni stanne, mi tàine accàume a na riggèine!

 

L          E manumale che nan ci ni stanne cchiù accàume a qua nimale di macchie di marìtite, almàine iè perse u stambe! Àvite che riggèine, vu dèice che à fatte a facce da salvariggèine!

 

V         Quande ni tèine di chiàcchire! Dandò vèine chi sta ceste n’gape?

 

L          Songhe iòute o mulèine a macinà cu morse di grane da spiculatòure, u ggiuste mi le stipate apposte pi sti ccassiòune!

 

V         Pi sti ccassiòune? Che tèine da fistià!

 

L          Addunghe iè Carnuale, e fa finì u munne, che no sa pinnende tu, accàume sta ndràite!

 

V         Aggià Carnuale iè!

 

L          Mo ave che iè Carnuale, mo ci sta pòure finenne, no sa che iogge iè u ggiuideie di puurette, ij iogge cucèine carne e maccaròune, cià discerne da tutte l’ate iurne! Du ggiuideie grasse, u ggiuste na mi ni pràime, quille che ciù fistiggiàssine i ricche!

 

V         O vèide quanda priezze ti vàine a te che iè Carnuale!

 

L          Nagnè fatte di priezze, iè che da mmane a mamme u carnuale iè state sembe fistiggiate, ci discirnàive, ci stàive nu morse di lligreie!

 

V         Pòure màmite tinàive a capa fresciche accàume a te!

 

L          Ij na chiamasse capa frèsciche, i uaie i tinèime tutte e agnè che ci ni vanne si fa nu morse di lligreie, ci allundànine nu morse, ma po so sembe i toue!

 

V         Sci che pòure mamme a tinàive fresciche a cape! Tate accàume a iogge vulàive i maccaròune, diciàive che u ggiuideie prèime du ggiuideie grasse iàive a feste di puurette, ijsse iàive puurette e vulàive fa feste. Mi ricorde che mamme, che na tinàive sòlite, pigghiave l’aue di iallèine nostre, mittàive acchiù pane che casce e faciàive i pulipette, po, pi dà a màure o sucarille, mittàive nu morse di vindresciche e cu sòuche tinàive na ddàure che mi iè rumaste ijnde i daie!

 

L          U sinde che màmite na iàive accàume a te, senza ggenie! Tu, no sacce dandò si asciòute. Sàura meie, attìvite nu morse, ij na dèiche che ta mbuà, ma almàine fa i cunde che ci vonne, addunghe i iurnate che ànna iesse tutte di na manàire! Si ci miname n’derre da sòule, accàume cià chinghiòude!

 

V         Cummà Luciè, agnè che no sa che passe ij, a cape na sta pinnende a fa quille che dèice tu. Po vòune cià nasce, ij, manghe da vagniàune mi songhe maie vistòute da mascicarelle. Stèvine tutte sòrime, cunziprìnime e i vucèine di case che ci sfrinàvine a lùtima sittimane di carnuale, ièvine turniturne truanne vistimende pi vestice da mascichire e nan ci pirdèvine manghe na sale da bballe.

 

L          E n’ànna fatte bbàune, che si megghie tu che na tèine nende da ccundà a sta sorte di ijtà! Martideie na me veste da mascichire, picchè nan ti viste pòure tu?

 

V         Accuscì ama fa, a vicchiezze a unnella verde! Addunghe mo ti le ditte che na le fatte maie manghe quanne iàve ggiòvine! Mo vidèime, capace che u lùtime iurne di carnuale  i facce pòure ij dòuie maccaròune!

 

L          Fatte i fatte toue, ciavessa mette a chiaue e n’avessima putè fa manghe a mascicarate!

 

V         A pigghie a pavòure angàure ta pirde a mascicarate!

 

L          Sàura meie, bbàune facisse si finalmende t’arriggilisse pòure tu di cape ijnde a sti iurne. Nouia puurette agnè che facèime feste e fistizzàule accàume i ricche, quiste sonne i feste nostre:  Natale, Pasque Sand’Aleiee a Carnuale! (passa G)

 

G         Paràule sande, cummà Luciè, ij aggià mi le fatte i maccaròune, i facce iogge, che iè u ggiuudeie di puurette e i facce u iurne di carnuale, u martideie, du ggiuudeie grasse na mi ni pràime, quille nagnè càusa nostre.  Venghe da pigghià nu morse di carne e osse di porche, a vogghie ammiscicà chi pulipette, sinnò troppe ci ni vò, agnè che ni sèime vòune e dòuie ijnde a case, acchiù di nu stuzzarelle di carna pidòune nan ci ni pozze mette!

 

L          Fa bbàune, ij pòure accuscì facce, sinnò quande ci ni vonne di sòlite!

 

V         Uvidè che à fatte pòure u maccaràune longhe?

 

G         Cummà Vunginzè, tu dandò ijsce! No sa che quille ci fa martideie che iè propie u iurne di Carnuale!

 

V         Agnè che no, ij mo accuscì mi songhe truate!

 

L          Nan ci fa case, cummà Ggiuannè che queste iè senza ggenie, na fa i fatte che ci fanne, à ditte che auanne i vo fa pòure iesse i maccaròune martideie,(risatina) e ditte fatte i fatte toue, avissa fa chiaue!

 

G         Addauàire cummà Vunginzè che na fa a lligreie di Carnuale!

 

V         Na tenghe ggenie, cummà Ggiuannè!

 

G         U ggenie, si no tèine, ti la fa minì n’grazie di Ddeie, i iurne aggià sonne triste, si i fa divindà angàure acchiù triste, che ciama attaccà na lenze n’fronde e ciama iì a minà a mare!

 

L          A’ fatte bbàune che ci l’à ditte, cummà Ggiuannè . queste na l’à capèite pinnende che a stu munne accàume ta pigghie ta purte! Fa i maccaròune e fa pòure quille longhe! U maccaràune longhe che facce ij u ccappe sembe marìtime, quille ci fa accàume na bbruttabbestie, mofalanne ci sèime accèise,  u bbucchirucce di vèine di cchiù ci l’avemmea bbìvite, na vi dèiche che iè successe!

 

V         U sinde a iesse accàume tringhe, po dèice paràule o marèite quanne ci arritèire mbriache da candèine! Bbiata te che u sippurte, nziamaie mu bbivesse ij nu morse di vèine, iarreie facenne pàuche a ndraulate, a cape aggià m’aggèire!

 

L          Tu mo che ti crèide quande mi ni bbàive! Pare che paidisce megghie chi na stizze di vèine!

 

V         O sinde che ti magne che, nandimàine, ci vò u vèine pi fàrite paidì! Agnè che ti magne i porche sane!

 

L          Iè megghie che nan ti risponne pinnende, vòune chi te ciavessa semba liticà!

 

G         Madonna meie, facìtile finòute! Cummà Luciè, picchè sèite liticate chi marìtite, accunde u fatte!

 

L          Pruffidiave che u maccaràune longhe ci le misse a bbellaposte ijnde u piattelle soue! Ma nagnè auàire pinnende!Na vo iesse ditte che iè magnamagne. Ma auanne le fricà ij, e ministrà tutte ijnde u piatte grosse, magname tutti nzàime e cu pigghia pigghie u cacchie du maccaràune longhe,  nan cià po pigghià chi me che ci le misse apposte!

 

G         E che magnate ijnde i piattelle assimite vouie!

 

V         Quille sonne ggindèile cummà Ggiuannè!

 

L          Nan ci vò né ggindèile e né nende, cu fatte che chi ci ammache di cchiù ci abbenghie, a me mi dà o càure! Ijnde u piattelle ogniadòune tàine a raziàuna soue!

 

G         Ogniadòune fa accàume cràide! Nouie magname tutte ijnde nu piatte, sàule che la lavà tutte qui piattelle, ij manimane mi spicce!

 

V         A cummà Luciettee ci làvine i figghie i piatte, ni tàine na morre di figghie fèmine!

 

L          Cianna mbarà a fa i suurizie!

 

V         Nzomme che marìtite na vo iesse ditte che iè cannaròute!

 

L          Iè tanda cannaròute, ci fricarreie casa vecchie e casa naue, iè talequale a qua bbelle da mamme, nagnè iòute nu pèile n’derre. A sàire, quanne ci finisce u piattelle, che iè pi dàuie vòlite du meie, tu sinde: “nende cchiù ci sta da magnà”! E che cià sta, po dèiche ij!

 

V         O sinde! E che tàine u sbulmine marìtite!

 

L          Quille fateie, u cristiane e a sàire i tàine fame!

 

V         Sàule ijsse fateie, marisse!

 

G         Cummà Luciè, ti ricurde quanne iemme ggiùvine nouie quanda bballe ci facemme di carnuale? Nan ci rumanemme manghe na sale da bballe!

 

L          Càume na mi ricorde! Stàive Nuculette  avvucèine a nouie che, quanne iàive carnuale, mittàive bballe tutte i dumeniche!

 

G         Mi ricorde, ij no sacce accàume nan ci scunfidave a svacandì a case ogne vòlite che mittàive bballe!

 

V         Vu dèice accàume nan ci scunfìdine! Sta cainàtime che quelle iè l’arte che fa, schimbaune e chimbàune case pi mette bballe!

 

L          Fanne bbàune, quille sonne i cunde che vòune ci ricorde, sinnò che avèssime accundà! Ij mi ricorde che iàive propie di carnuale quanne me fatte u prèime bballe chi marìtime, tanne iemme zèite, stàive tate che nan ci luave manghe nu minòute l’occhie da ngolle!

 

G         Che pigghiave pavòure che t’asciuppave nu stozze zìtite!

 

L          Tate iàive ggilòuse straurdinarie, pinze che m’à fatte fa a foue da ijnde a case, na mi faciàive manghe fa na parlate aggarbate cu zèite!

 

G         A vidè tate meie che iàive!

 

L          Cummà Ggiuannè, che ti truasse qualiche giacca vecchie! Martideie ama fa u carnuale, ij mo tutte e truate: cavizàune, scarpòune, cappelle, na camèisce tutte arripizzate, mi manghe sàule na ggiacche!

 

G         A tenghe vòune, ma ci l’ama mette a carnuale che facèime o capistrate nostre. Na cià putèive luà a giacche a carnuale di mofalanne prèime di minarle a mare, ij accuscì e fatte!

 

L          Nan ce pinzate, auanne nan ci facèime fricà!

 

G         Però u carnuale da strata meie iaive u cchiù bbelle di tutte Pèschice, l’ànna ditte tutte i cristiane.

 

L          Bbelle iàive, ma quanne l’ate appèise mmezze o capistrate nan ci l’ate attaccate bbàune u bbuttigghiàune du vèine, manumale che na passave nulle pi sotte quanne iè cadòute, sinno ci l’ava fa bbàune u carnuale u puurette che ci capitave!

 

G         Na mi fa pinzà che angàure tràime quanne u penze! No sa accàume iè quanne i cunde ne fa da sòule, tu pi me e ij pi te e nisciòune l’à ttaccate u cazze du fiasche. E che pavòure quanne iè cadòute, à fatte nu rimàure che na sapemme che iàive, sèime asciòute tutte da ijnde i case!

 

V         Ma si vi facèssive i fatte vostre nan ci capitasse propie nende!

 

L          Citte tu, sta senza ggenie, si fòssine tutte accàume a te i cristiane, pòvire paiàise!

 

G         Nan ta veste da mascichire martideie cummà Vunginzè, n’amma iì appresse a carnuale!

 

L          U dèice pòure! Me veste da pacchianelle, me bbuscicate nu sciallette che iè a fèine u munne!

 

G         Ij mi veste da òmine, mi tegne a facce accuscì na mi canòscine!

 

L          Ij mofalanne mi songhe vistòute da òmine, me misse i rrobbe du suldate di marìtime, pòure ij me tinde a facce e cu cappelle n’gape, na m’à canisciòute nisciòune nisciòune!

 

G         Ogne anne cagne vistimende, nan ciagghie ggènie a vèstime sembe di na manàire!

 

L          Pòure ij songhe accuscì! Pinze che, quanne stàive angàure zèite, n’anne mi songhe vistòute pòure da zèite cu vistèite di zia Mariette!

 

V         Si vistòute da zèite e po ti sì maritate! Nan ci dèice che iè malaùrie a vèstice da zèite prèime di spusàrice.

 

G         A sti mupeie crèide Vunginzè, quiste sonne fatte che ci dìcine, agnè che sonne auàire!

 

L          Sonne mupeie sci, no vèide che mi songhe maritate lustesse! Ammacare fosse state malaùrie, accuscì mi rumanàive zitelle!

 

V         Sacce ij, accuscì e sindòute e accuscì vi dèiche, agnè che mi le cacciate ij da cape!

 

L          Va troue auanne si fanne a zàiza zàize!

 

G         U dèice pòure, a fanne ogne anne, picchè na l’avèssina fa!

 

V         Ij agghie ggènie l’upiraziàune che fanne a Carnuale, ti fanne propie rèide! Da ca trippe iesce tutte quille che siste: scarpe vecchie, bbuatte cambradarie, bbiscicòune,sicchiotte, ij no sacce accàume penzine a mette tutte qui cunde e po, appresse a carnuale sta chi mai ti crèide!

 

L          Che ànna iesse tutte accàume a te i cristiane! Ijsce da ijnde sta case, iè certe che si fa nu tramòute u iurne di carnuale, sàule tu t’à ccappà sotte, sàule tu sta ijnde a case, che càusa iè!

 

G         Ciave raggiàune cummà Luciette, ta mucà a sta sembe ijnde a case. Po, ij no sacce accàume ti fèide a sta!

 

V         Vòune che sta abbituate nan ci fa case.

 

L          Ci ni ijscèime chi sti chiàcchire morte! Dille accàume iè u fatte, dì che iè marìtite che nan ti fa iesce e che ti fa sta chi dòuie pàide ijnde na scarpe!

 

V         Tu che iè che dèice! Ggiuannè, na bbadà che nagnè auàire!

 

G         Vu sapè u ggiuste? Questae iè a vàuce che ggèire ijnde u paiàise! Nagnè na càuse che dèice sàule cummà Luciette! Mo iè auàire o no, ta vèide tu cu màise di magge!

 

V         nagnè auàire e nagnè auàire. Anze, mo u sapèite che facce? Mi veste pòure ij da mascichire a vicchiaie, iè sàule che na sacce accàume me veste!

 

G         Vèine a casa meie che ci penze ij!

 

L          Pu minì pòure a casa meie, pòure che na rrangiame! Ci vidèime, fammicine iì!

 

G         Fàmmicine iì pòure a me! Stìtive bbàune!

 

V         Ij na v’abbaste a ringrazià, ci vidèime! (rimane sola) avogghie làure a spittà! Ata viste maie vouie che l’òua nàire iè divindate bbianghe? Va, va, avogghie a spittà! Stitive bbàune e bbàune carnuale a tuttiquande!

 

ANGELA CAMPANILE 

ECCO IL VIDEO : Facìmice Carnuàle e po ci ni parle

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Carnevale mije pecché sì morte? (by Matteo Siena)

CARNEVALE 2017

Intervento di Matteo Siena (presidente Società Storia Patria sez Gargano) al Convegno del Centro Studi Martella” Carnual, Zeza e Quarandanna”, tenutosi nella sala Consiliare del Municipio di Peschici il 23 febbraio 2017, giovedì Grasso.

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Carnevale mije pecché sì morte?

Perché non ci porti più il tuo fragoroso allegro fracasso di qualche anno addietro? La colpa è forse la nostra che non sappiamo più divertirci spassionatamente e senza molte spese? Che abbiamo fatto? Manchiamo forse  di idee o perché abbiamo trascurato le nostre antiche tradizioni?

Un tempo durante il periodo di Carnevale le nostre strade pullulavano di gruppi mascherati, che al tempo ritmico delle tarantelle a suon di mortai di bronzo, delle nacchere e dei buchetebù con tempo ritmico si cantava e si ballava.

Quant’è bella giovinezza – che ci fugge tuttavia- chi vuol esser lieto sia – del doman non c’è certezza! Sono versi che abbiamo imparato a scuola, ma che non recitiamo più.

Ora vediamo la storia del Carnevale.

Il suo periodo può avere una duplice dimensione, lunga o corta e questo dipende da quando cade la Pasqua. Secondo un’antica tradizione inizia dal 17 Gennaio, giorno di S. Antonio Abate. Infatti un antico detto recita così: S. Antuno – maschere e sune, li ultime pettile e i prima maccarune.

Le origini del Carnevale non sono altro che la continuazione dei Saturnali del periodo romano. Essi trovavano il loro inizio nel detto “semel in anno licet insavire, cioè almeno una volta all’anno si devono fare pazzie. Erano feste in onore  del dio Saturno: a cominciare dal 17 dicembre per terminare alla fine del mese. In questo periodo si abolivano le differenze delle classi sociali, fra patrizi e plebei, e si dava sfogo alla sfrenata licenziosità con orge, balli e allegrie. Per la plebe era anche l’occasione per sparlare dei patrizi e dei padroni utilizzando le satire.

Le persone che erano prese di mira in questo sparlare si prestavano al gioco, sopportando tacitamente le denunce, che fuori di quel periodo non avrebbero mai accettate.

Le feste terminavano con l’uccisione del re dei Saturnali, rappresentato da un fantoccio.

Cambiano i tempi, subentra il Cristianesimo, ma resistono le tradizioni delle denunce ai vassalli che il popolo minuto mal sopporta. Spariscono le feste dei Saturnali, e subentrano quelle del Carnevale, ma le denunce ai proprietari dei latifondi e agli sfruttatori degli operai restano sempre il punto di forze. Sono denunce gridate nelle vie cittadine, anche sottoforma di caricature, o nel testamento del signor Carnevale che sta morendo,

L’etimologia più accreditata di questa parola dovrebbe derivare da carnem levare, cioè eliminare la carne e prepararsi al grande digiuno della Quaresima. All’inizio di essa facevano bella mostra, al centro delle strade, le quarantane, pupe con abito dimesso e nero, poggiate su una patata su cui erano conficcate sette penne di galline per ricordare il periodo della Quaresima e la preparazione alla Pasqua.

I soliti beoni scontenti inveivano al loro apparire “Quarantana, Quarantana, che ti vonne magnà li cane, ha serrate li ucciaria pe quarantasette dije (periodo della Quaresima).

In questo periodo la Chiesa  raccomandava di abbandonare le orge, i pranzi succulenti e di consumare pasti sobri e poveri e, in determinati giorni, come personali sacrifici, anche qualche digiuno per la redenzione alla Pasqua e della propria anima.

Si derogava solo nel periodo del Carnevale, in cui si dava l’occasione di vivere giorni in piena allegria. Oggi  i mass-media ci distraggono e ci propinano programmi di giochi pseudo-culturali o ci annoiano nel mostrarci carri con rappresentazioni allegoriche o caricaturali dei personali politici più in auge.

Il Carnevale odierno, rispetto a quelli di una decina di anni fa, si è inaridito del tutto. Infatti non si odono più i canti e i suoni che iniziavano fin dal 17 gennaio, e per tutte le sere dei giovedì, dei sabati e delle domeniche vivacizzavano fragorosamente le vie del paese.

Per mia viva esperienza, posso dire che forse i periodi più belli, più spensierati sono stati quelli dell’immediato dopoguerra, perché indubbiamente si volevano dimenticare la vita di stenti e i lutti trascorsi.

Oggi lo fa da padrone il consumismo, che ha anche annichilito lo spirito creativo del Carnevale. Un tempo bastava poco per partecipare alle sfilate: ognuno si costruiva un suo abito o una sua maschera da far sorridere chi lo incontrava. Bastavano un paio di mutandoni con un cuscino sullo stomaco per essere un gran panciuto o un paio di pantaloni a mezza gamba e con un bastone su cui ci si appoggiava il traballante o con abiti dimessi le signorine imitavano la sciatteria delle zingare, con i capelli scapigliati e col viso sporco di fuliggine, che, nel leggere la mano degli sprovvediti spettatori, prevedevano sempre una ricca vittoria al gioco del lotto o una eredità inaspettata.

I giovani, soprattutto, si organizzavano in compagnie, inventando costumi, maschere e strumenti sonori. Predisponevano cortei nuziali con una sposa alta e impettita e uno sposo molto basso e mingherlino. Seguivano poi le coppie dei familiare: una madre con la gobba e con un marito sciancato col bastone, o la donna cannone al fianco del signorotto mingherlino, lu ialantome sottobraccio alla donna sdendata e sciattona, il guappo impettito con la donna dal seno voluminoso, lo spazzino con l’infermiera, il soldato pluridecorato e la moglie incinta. Tutte scene da far crepare dalle risate.

Seguivano anche i gruppi folkloristici delle pacchiane  e dei cafoni, senza contare i gruppi dei Ballerini e quello degli Schiavoni sia a piedi che con i cavalli bardati con coperte di seta.

Fra i ballerini non possiamo non ricordare il Carluccio detto anche Ballerino. Era vestito tutto di bianco, con una larga fascia rossa alla cintola e un vistoso fazzoletto rosso sulle spalle, piegato a triangolo e annodato sotto il mento. Calzava i zampitte, specie di sandali con suola sottile di cuoio tenuti da cordicelle fatte di peli di capre che si intrecciavano fino nella parte superiore del piede e sugli strangolari. Questi erano una specie di gambali di stoffa,che racchiudevano le estremità dei pantaloni per non intralciare la corsa e i balli. La camicia aveva lo sparato ricamato, le maniche a sbuffo e i polsini con i merletti, mentre il copricapo era un cono alquanto lungo, guarnito di stelle filanti e di campanellini, cosiddetti surdellini .

Al tintinnio dei surdellini facevano eco anche i due o quattro  campanacci assicurati alla cintola. Essi dovevano muoversi sistematicamente e con velocità a tempo di tarantelle con il suono secco e legnoso delle nacchere.

Il Carluccio o Ballerino per eccellenza, invece aveva il compito di dare inizio alle sfilate, a precedere i gruppi organizzati e di annunziare la lettura degli atti notarili e dei testamenti.

L’abilità stava nel correre e ballare a tempo di tarantella, suonata da un manicette (piccola fisarmonica con pochi tasti). I

ll suo vestito era tutto bianco, con una vistosa fascia rossa ai fianchi e con un lungo copricapo a cono guarnito di stelle filanti e surdellini. Doveva muovere continuamente la testa per tenere in equilibrio questo lungo copricapo.

Con pochi soldi si confezionavano vestiti e maschere, si allestivano carri con ballerini e notai che leggevano satirici e ironici atti, da far scoppiare di risate gli spettatori che sostavano sui marciapiedi.

Matteo Siena 

 

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Quarandanna, nel segno di Erigone (by Leonarda Crisetti)

Intervento di Leonarda Crisetti al Convegno del Centro Studi Martella” Carnual, Zeza e Quarandanna”, tenutosi nella sala Consiliare del Municipio di Peschici il 23 febbraio 2017, giovedì Grasso.

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Il rito quaresimale della Quarandanna,  vivo in vari paesi del Gargano, rimanda al mito di Erigone,  ed esprime  la difficile condizione delle giovani adolescenti 

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Esiste una relazione tra Carnevale e Quarandanna, che è di parentela perché, secondo alcune ipotesi Quarandanna è moglie, per altre è figlia o madre di Carnevale, ma anche temporale perché il rito della Quarandanna si celebra subito dopo quello di Carnevale. Esistono infine delle differenze tra i due rituali perché il Carnevale si caratterizza come periodo di baldoria, di abbondanza, di sfrenatezza, dato come – come sostenevano i romani – “semel in anno licet insanire”, e la Quarandanna inaugura un periodo di digiuno, di astinenza anche sessuale, di preghiera e di penitenza. Se le origini del Carnevale – collegate ai baccanali e ai saturnali –  sono note a tutti e in ogni caso trattate da chi mi ha preceduto, quelle della Quarandana, Quarandanna, Quarandène (nomi con i quali è conosciuta nel Gargano) lo sono meno. Spero di chiarirle in questo mio intervento e di soddisfare qualche altra curiosità  sulle origini, il significato, il rito di Quarandanna che, rinvia ad un mito e sottende simboli che spiegherò.

Oltre vent’anni fa, nel lontano 1994, docente di lettere alle scuola media “N. D’Apolito” del mio paese, dovendo fare capire ai ragazzi di 1a media  cosa fosse il mito in modo interessante, ho pensato di proporre loro l’esperienza della Quarandanna. Che cos’è?  Come si fa? Perché? Cosa si faceva con essa? Che fine faceva? Sono state queste le domande con le quali ho cercato di incuriosire i giovani studenti che sono scesi con entusiasmo sul campo, per raccogliere i dati utili alla ricerca, intervistando nonni, vicini e comari, e, aiutati dalle loro mamme, hanno costruito la loro Quarandanna. Tracce della ricerca sono in questo opuscolo, intitolato Quarandanna, la pupa impiccata, pubblicato a cura dell’associazione culturale L’Alternativa, che vado presto a sintetizzare

Quarandanna è una pupa di pezza, confezionata di anno in anno dalle donne, vestita in genere con i costumi del luogo nei colori scuri ( giacche, gunnèdda, zenale, tuccate ‘ngape) con fuso in mano e conocchia alla cintura. Secondo la tradizione Cagnanese Quarandanna è moglie di carnevale, fila tutto il giorno per pagare i debiti del marito ubriacone e viene impiccata l’ultimo giorno di Carnevale. Il cappio al collo, legato ad una corda tesa tra un capo e l’altro della strada, da un balcone all’altro, sulla finestra, oppure sulla mezza porta, è sospesa nell’aria per tutto il tempo della Quaresima ed è schernita, derisa dai bambini: “Povera Quarandanna!” In alcune versioni il pupazzetto della Quarandanna ha una patata con 7 penne sotto i piedi: ogni settimana se ne estrae una, fungendo da calendario. Un popolare informa che notte di sabato santo, quando si slegavano le campane, veniva estratta l’ultima penna di gallina dalla patata e si distruggeva la pupa, urlando con sollievo:

Jè ffenuta la mózza e la sana,
fóre fóre la Quarandana!

La mozza era la metà penna con la quale si contava la prima settimana di quaresima, che iniziava mercoledì delle ceneri. In altre versioni, la pupa ha una corona in mano. Ce n’erano tante per tutto il paese: “Vuna pe ogni capestrata; ce l’arrubbàvene e nuja la javame a truvà”- raccontano gli intervistati più anziani. Il rituale si ripeteva ogni anno, a partire dall’ultimo giorno di Carnevale, anche in altri paesi del  Gargano. Riguardo al perché, quasi tutti hanno risposto che la Quarandanna si faceva “perché così si usava”.

Per capire meglio il perché del rituale, ci vengono in aiuto i versi di una poesia di San Giovanni Rotondo, che ci offrono l’immagine di una Quarandana cristianizzata, simbolo della Quaresima. Colpita dalla pioggia e dal vento, la pupattola “persuasa venduleja”, mentre i giovani sospirano, la gente prega e fa penitenza. Ve la propongo:

Sòpe na funestràdda
ce sta nu pupazzàdda
cu ssètte pènne e nna patana sàutta
e ccu nna cròna mmane.
La vòria la fracca,
la nfàunna tutta l’acqua
e jjèssa persuuasa vendulàja
pe ssètte settemane,
la Quarandana.
P’àugnè ssettemana
la lèvene na pènna.
Suspìrene li ggiùvene e li uagliune
cu ppazijènza, chiane chiane,
la Quarandana.
E ll’òmme che la vède
ce lèva lu cappèdde
e ddice nu zinne a llu vecine
e ccu nna faccia strana
la Quarandana.
E ppe ttutte li nutte
e lli jurnate sane
prèga la ggènde
e ppenetènza faje,
pe ssètte settemane,
la Quarandana [4].

Le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro ci presentano invece una Quarandanna  bruttina, con la bocca storta, che digiuna mangiando mangia ricotta.

Quarandanna mussetòrta
ce ha mmagnate la recòtta.
La recòtta ne gnè ccòtta.
Quarandanna mussetòrta.

La  filastrocca di Sannicandro, inoltre, sembra incoraggiare i penitenti, ricordando loro che il tempo del digiuno sta per finire e, quando sarà Pasqua, si potranno mangiare anche i formaggi meno magri:

Quarandana vòcchetòrta,
Ne nde magnanne cchiù rrecòtta.
Quanne arrive Pasquarèlla
te magne recòtta ndrecciata e scamurzèlla [2].

La filastrocca di Monte Sant’Angelo – lascia intendere anch’essa che la Quarandéne sia simbolo di digiuno là dove recita – “Sò sserréte li vvucciarije e ppe qquarandasètte dije” –  dato che in tempo di Quaresima era vietato mangiare carne (eccezione fatta per i malati e le puerpere). Il testo presenta, inoltre, un’altra analogia con le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro là dove parla di “muse de chene”  in luogo di “musse” o “vocche torte”, là dove recita:

Quarandéne muse de chéne,
e mmùzzeche la lénghe a lli quatrére.
Sò sserréte li vvucciarije
e ppe qquarandasètte dije.
 

Elementi simbolici che ci consentono  di effettuare una chiave di lettura diversa e di ipotizzare che il rito non sia nato in epoca cristiana. Da un approfondimento, si capisce che il rituale di appendere bamboline, imitando l’impiccagione, è nato prima della venuta di Cristo, in Attica, regione della Grecia, e si riconduce al mito di Erigone, al quale bisogna accennare.[1]

Il mito narra che Erigone era figlia di Icario, un pastore che, per avere ospitato Diòniso [il nostro Bacco] ricevette in dono del vino e un tralcio di vite. Icario volle fare assaggiare la gustosa e inebriante bevanda ai pastori della sua regione ma questi, avendo ecceduto nel bere, si ubriacarono e, credendo di essere stati avvelenati con quella bevanda, lo uccisero. Avvedutisi dell’errore, i pastori si pentirono e nascosero il cadavere, senza dargli degna sepoltura. L’ombra d’Icario, che vagava senza pace, apparve in sogno alla figlia Erigone e le raccontò l’accaduto. Erigone, che era molto legata al padre, insieme al cane Maira si mise alla ricerca del cadavere, per dare al padre la sepoltura che meritava, finché dopo mesi lo trovò. Vinta, dalla paura di restare sola e povera, sopraffatta dal dolore si tolse infine la vita, impiccandosi ad un ramo dell’albero sotto al quale aveva prima sepolto Icario.  Maira, il cane di Erigone, si lasciò morire anch’esso, ai piedi di quell’albero, senza più mangiare. A memoria dell’evento sfortunato, Zeus trasformò Icario nella costellazione di Arturo (Boote), Erigone nella costellazione della Vergine e Maira nella costellazione del Cane (Canicola). Configurazione astrale che spiegherebbe il senso dell’immagine evocata verso della filastrocca di Monte Sant’Angelo là dove menziona il cane [costellazione del Cane Minore] che morde la lingua ai bambini  [per la sua vicinanza al segno dei Gemelli].

Il mito vuole inoltre che Erigone, prima di impiccarsi, augurasse la sua stessa fine alle vergini ateniesi, se non avessero vendicato la morte di suo padre. Maledizione che produsse i suoi effetti, perché dopo la morte di Icario e di Erigone, in Atene si registrò un’epidemia di giovani donne che morivano impiccandosi. L’evento drammatico causò una grande problematica sociale perché con le morti delle adolescenti si sarebbe interrotto il ricambio generazionale. Fu quindi consultato l’oracolo di Apollo, il cui responso fu di non di dimenticare il sacrificio di Icario e di Erigone, di  punire i loro assassini, di istituire una festa in onore della giovane donna, di offrire primizie durante la vendemmia a padre e figlia.

Il popolo ateniese, per placare l’ira di Erigone e per fare cessare l’epidemia suicida, decise quindi di istituire le Aiòra e di festeggiarle tra febbraio e marzo di ciascun anno, nello stesso periodo in cui si celebravano le Anthestéria in onore di Diòniso, spillando il vino novello [il periodo in cui festeggiamo il Carnevale]. Nacque, così, ad Atene la tradizione di appendere delle altalene agli alberi dove le fanciulle si lasciavano dondolare, per simboleggiare l’impiccagione di Erigone ed esorcizzare l’istinto suicida. Alcune versioni narrano di uomini ateniesi che si appendevano alle corde e si lasciavano andare aventi e indietro e, siccome, alcuni di essi cadevano, furono sostituiti dalle loro immagini (mascherine) che si facevano dondolare, sospese alla corda come le nostre pupe di stoffa.

Mito complesso quello di Erigone e Icario che, narrando il dono del vino, l’uccisione di Icario, il suicidio di Erigone, il suicidio delle vergini ateniesi, intende per spiegare: la resistenza del popolo al cambiamento (che Diòniso avrebbe provocato col dono del vino) ovvero la transizione da una società di pastori a una di contadini; l’importanza della famiglia, che è l’elemento primordiale della società, il luogo in cui si determina la continuazione della specie; l’importanza della donna alla quale la società greca agro-pastorale riconosceva l’importante compito di procreare e di assicurare il ricambio generazionale; le difficoltà, le paure, i dubbi della donna adolescente che – come Erigone – teme soprattutto di restare sola. Mito che richiese la messa a punto di un rito che svolse due importanti funzioni: una sociale, che consiste nell’aiutare le adolescenti a superare ancestrali paure, soprattutto quella di non procreare, che era la massima aspirazione della donna, ed esorcizzare l’istinto suicida; una economica, favorita dal dono della vite di Diòniso al padre di Erigone e quindi ai pastori, che agevolò la transizione da una società di pastori ad una società contadina.

Il rito dell’impiccagione che – come ogni rituale – consta di sequenze ordinate, reiterate nel tempo a scadenza fissa, prevede l’allontanamento dalla terra, la  sospensione nell’aria, l’oscillazione, la morte [elementi presenti tutti nel rito della Quarandanna]. Il suicidio è stato interpretato come rito di separazione [della figlia privata del padre], come rito di passaggio da giovane vergine a donna di matrimonio,  come rito propiziatorio della fertilità. La sospensione e allontanamento dalla terra come isolamento necessario per non farsi contaminare e ritornare alla vita con più energie.  Il movimento oscillatorio è stato visto come mezzo utile per consentire a chi vi partecipa di liberasi dalle negatività dell’esistenza.  L’aria, l’acqua e il fuoco – che fanno la loro apparizione nel racconto mitico – sono simboli di purificazione.

La prima Quarandanna della storia dovette essere pertanto Erigone, in onore della quale è nato il rituale di oscillare nell’aria sull’altalena. Il  rito ha poi viaggiato ed è giunto nei paesi del Mediterraneo probabilmente all’epoca della colonizzazione greca, superando le coordinate spaziotemporali, dato che fu riconosciuto  e  reimpiegato anche nel contesto del Gargano, per il fatto che nella società di pastori e contadini del promontorio  trovò le stesse matrici culturali della regione in cui era nato. Quando sopraggiunse il cristianesimo, non potendo sradicare il rito, lo mutuò, celebrandolo nello stesso periodo dell’anno e simulando l’impiccagione, apportando però alcuni cambiamenti.  È possibile riscontrare diverse analogie tra Quarandanna ed Erigone: entrambe si isolano, allontanandosi dalla terra, oscillano sotto i colpi del vento e e dell’acqua e infine muoiono, per consentire il ritorno alla normalità; tutte e due scelgono la forma dell’impiccagione: Quarandanna dopo la morte del marito Carnevale – vorrei ricordare che alcune versioni la fanno morire suicida (“Si ammazza perché non riesce a pagare i debiti del marito Carvevale ubriacone”), la seconda perché riesce a vivere da sola senza il padre (ucciso dai pastori per avere loro donato del vino).

Esistono però anche delle differenze e se il mito originario fa nascere la donna primordiale dalla terra e le affida il compito importantissimo di tenere in vita la specie umana, così riconoscendo la sua potenza,  il mito cristiano sminuisce il valore della donna, facendola nascere da una costola di Adamo e costringendola a vivere all’ombra del marito fino alla prima metà del Ventesimo secolo. Inoltre, se il rito originario simboleggia le paure ancestrali dell’ adolescente, soprattutto quella di non poter procreare, quello cristianizzato accosta sempre più il significato di Quarandanna a quello di Quaresima, che è preparazione alla santa Pasqua ed è  accompagnato da digiuno, penitenza, preghiera e castità.

Il rito fu reiterato finché durò la civiltà contadina, perché in quelle matrici culturali aveva un senso. Quando, con l’industrializzazione, la donna cominciò ad essere più libera e indipendente, perché le sue facoltà furono finalmente riconosciute, il lavoro retribuito e il suo essere nel mondo

non fu più solamente circoscritto al dovere di mettere al mondo i figli, potendo coltivare anche aspirazioni altre, il rito della Quarandanna non ebbe più ragione di esistere. Le ultime Quarandanna risalgono infatti agli anni Sessanta del secolo scorso, facendo eccezione per alcuni tentativi di riesumare la tradizione da parte delle scuole e delle associazioni.

La domanda è a questo punto: “Ha senso oggi riproporre il rito della Quarandanna?” Se pensiamo di ricreare le radici culturali che lo hanno originato, la risposta è no. Se invece ripensiamo al significato originario, che è fondamentalmente un rito di passaggio dell’adolescente alla vita adulta, e – per suo tramite – alla possibilità di concedere ai ragazzi in crescita spazi utili per dare fiducia, rasserenare, riflettere sulla propria condizione, allora si che potrebbe avere un senso. Perché tra le costanti che attraversano le società di tutti i tempi c’è la condizione difficile dell’adolescente, che io amo paragonare alla moleca – stadio del granchio quando è privo della corazza – ed è, perciò, molto vulnerabile, privo quindi delle difese che nascono con l’età e con l’esperienza. Gli adolescenti, sia maschi, sia femmine, che la civiltà tecnologica e conoscitiva ha reso più liberi ma anche più esposti, vanno tutt’oggi alla ricerca della propria identità e vivono le ansie di sempre: hanno paura di non riconoscersi guardandosi allo specchio per via dei cambiamenti, temono di non trovare l’amico/a o l’amore della vita, di non potersi realizzare, di diventare capri espiatori dei bulli, di non essere forti e indipendenti come gli adulti, di non essere apprezzati dai compagni e dagli insegnanti.  A differenza di ieri, però, mancano i riti d’iniziazione e gli adolescenti sono lasciati soli, in balia di nuove “sirene”. Agli amici, ai docenti, ai genitori, alle istituzioni qui presenti, a me stessa, vorrei perciò suggerire di fare più attenzione ai loro bisogni e di offrire ai giovani in crescita il nostro sostegno.

Leonarda Crisetti 

[1] Il mito che per alcuni risale ai tempi di Sofocle è stato narrato da Eratostene da Cirene e Nonno di Ponopoli (egiziani), da Apollodoro greco, da Igino e Servio latini, dal 3 secolo a. C. al V secolo d.C. .

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A bordo di Eolo … con il terzo (oggi quarto) Nautico (reportage Barbara Quagliano)

ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO 2016-17  IISS “MAURO DEL GIUDICE” RODI GARGANICO

Presso l’Istituto di Istruzione Superiore “Mauro del Giudice” è attivo dall’anno scolastico 2013-14 un Istituto Tecnico a indirizzo Trasporti e Logistica (nuova denominazione dell’Istituto tecnico Nautico dopo l’entrata in vigore della Riforma del 2009). E’ una scuola che forma con il mare… ma non soltanto per il mare. Infatti non solo apre validi sbocchi occupazionali “per andare a navigare” ma è soprattutto una scuola moderna che fornisce una solida preparazione tecnico scientifica che consente di accedere a qualsiasi facoltà universitaria oltre che alle Accademie navali.
Per le attività di alternanza Scuola-Lavoro,  gli studenti sono stati impegnati, l’anno scorso nel laboratorio della Scuola a risistemare una vecchia barca dismessa: l’Eolo. L’intento di quest’anno è di rimetterla in mare.

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Durante il terzo anno scolastico, all’Istituto Superiore “Mauro Del Giudice”, Corso Trasporti e Logistica, con i professori di Navigazione abbiamo intrapreso ed imparato bene teoricamente la costruzione di una barca in legno, quindi non ci restava che toccare con mano l’esperienza di ciò che avevamo “assaggiato” attraverso lo studio del manuale. L’alternanza scuola-lavoro consiste nella realizzazione di percorsi professionalizzanti attuati, verificati e valutati dalla Scuola, ma con l’accompagnamento di  imprese, associazioni, industrie o enti pubblici e privati.

L’alternanza è entrata  nelle prime scuole d’Italia il 12 settembre 2013, ma non tutte le scuole inizialmente erano pronte a questo tipo di attività, tanto che nel nostro istituto le classi terze del 2016 di ogni corso hanno potuto per la prima volta fruire di questa possibilità,  per portare  a termine gli specifici progetti programmati nel quinto anno scolastico. Il corso Trasporti e logistica (ex nautico) è l’ultimo corso realizzato nell’ITCG Mauro Del Giudice, infatti la  IV^D Nautico di oggi è stata la prima classe a far prendere vita al corso,  rappresentato fisicamente da me e dai miei compagni. Naturalmente essendo un giovane corso ad oggi ci mancano ancora laboratori di base per le nostre materie specifiche ed allo stesso modo anche per organizzare l’alternanza scuola-lavoro in  base delle nostre competenze, non è stato proprio facile! Purtroppo,  pur essendo la nostra Scuola ubicata in un luogo di mare non è stato semplice trovare cantieri navali o sinergie che potessero accompagnare dei ragazzi in un progetto scolastico. Il nostro tutor Stefano Di Reda non che professore di navigazione, logistica e oggi anche meccanica, e il suo assistente ITP Fabio Mazzamurro non si sono mai arresi, anzi laddove noi iniziavamo a non crederci loro ci incoraggiavano perché ci hanno creduto davvero e se per realizzare degli obiettivi bisogna crederci incondizionatamente, loro ci sono riusciti! Se non altro la Scuola insegna anche questo. Con la grande collaborazione del nostro Dirigente  Valentino Di Stolfo, siamo riusciti ad ottenere a Manfredonia l’Eolo, una barca dismessa in legno lunga 10m e larga 1,8m ma, purtroppo a nostro discapito,  le condizioni non erano fra le migliori, così la Scuola ci ha messo a disposizione  un’area, che è diventata  il nostro Cantiere. Con l’aiuto di un esperto capo cantiere, abbiamo iniziato a mettere in atto ciò che in classe avevamo precedentemente imparato. La voglia di apprendere da parte nostra c’era, forse non proprio da parte di tutti, ma per il resto avevamo tanta voglia di stare insieme e abbiamo imparato a condividere tutto, da un pezzetto di panino agli attrezzi, che ahimè, erano davvero pochi! Non bastavano per tutti, quindi  si procedeva a lavorare a turni. Una volta posizionata in maniera sicura la barca,  il professore Di Reda ci ha procurato guanti, mascherine, occhiali e caschetti necessari ed obbligatori per procedere in sicurezza al lavoro, così in maniera organizzata  ci siamo divisi i compiti.  Alcuni di noi scartavetravano il fasciame esterno della barca, altri smantellavano la sovrastruttura compito cui  erano addetti i ragazzi, altri ancora toglievano il cordame da sostituire nel fasciame.

Le giornate passavano ed il lavoro di squadra procedeva gradualmente. Naturalmente, come in ogni ambito si presentano regolarmente complicazioni.. Il fasciame laterale destro scartavetrandolo si è rotto essendo tanto usurato ed  andava sostituito, quindi il lavoro si è periodicamente interrotto. Ma come si dice, dopo la tempesta prima o poi torna sempre sereno! E allo stesso modo sono arrivati anche momenti di gratitudine, come quando la professoressa Rauzino ci ha portato il tiramisù, o ancora quando i professori Carone, Longo  e Prencipe ci hanno sorpresi,  rifocillandoci ogni volta con bevande fresche, rustici e gelati! Per noi son stati piccoli gesti, ma che fanno la differenza! I momenti di riposo e di svago li passavamo su dei divanetti da noi improvvisati con tutto ciò che ricavavamo in cantiere. In modo semplice abbiamo riempito quelle giornate di fine  maggio inizio giugno che inizialmente sembravano non finire mai.

Io penso che l’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro sia stata sicuramente formativa dal punto di vista scolastico e lavorativo, ma ci ha insegnato anche cosa significa il lavoro di squadra e condividere davvero tutto.

Questo impegno  ci ha in un certo senso responsabilizzati, certo chi più e chi meno ,.. ma in conclusione tutto questo lo dobbiamo ai prof. Di Reda e Mazzamurro che ci hanno messo tanto impegno, dedicato tempo e soprattutto che ci hanno creduto fino alla fine. Un grazie sicuramente lo dobbiamo a tutti i professori che ci hanno sostenuto, ed io personalmente confido di essermi trovata bene con i miei compagni nonché “colleghi di lavoro”! Non mi pento di aver portato loro il caffè quasi ogni mattina e nemmeno di essermi presa di nascosto qualche pezzetto di un loro panino, quando lo stomaco chiamava! Insomma ogni cosa ha avuto voce in capitolo ed è stato bello viverla questa esperienza, tanto quanto lo è ricordarla.

Quest’anno il Progetto è entrato nel vivo, con il trasporto di Eolo nel piccolo cantiere navale “Stella” di Capojale, dove sotto la guida di un esperto mastro d’ascia, completeremo il lavoro iniziato per procedere al varo del nostro barcone e alla sua messa in navigazione

La Scuola ci sta offrendo occasioni sempre migliori, e noi siamo felici e fieri di esserne i protagonisti, anche solo per poco tempo!

Barbara Quagliano

IV^D Trasporti e Logistica

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Il Rotary premia a Rodi gli studenti eccellenti del Gargano nord

16195216_10212228973910641_5831648095576438331_nSi è svolto il 28 gennaio 2017, presso l’Auditorium “Filippo Fiorentino” di Rodi Garganico, l’evento “Il Gargano premia le sue eccellenze”, organizzato dal Rotary Club Gargano e dall’Istituto di Istruzione Superiore “Mauro del Giudice”.
Durante la manifestazione sono stati premiati tutti gli alunni del Gargano nord che si sono distinti nell’anno scolastico 2015/2016 per i loro brillanti risultati: 100 e 100 e lode. 
Sono intervenuti Angela Masi (presidente Rotay Club Gargano), Nicola Pinto (sindaco di Rodi Garganico), Maria Aida Episcopo (dirigente Amministrativo UST Foggia), Stefano Pecorella (presidente del Parco Nazionale del Gargano), e i Dirigenti scolastici Valentino Di Stolfo (“Mauro Del Giudice”di Rodi ), Maria Carmela Taronna (liceo Virgilio, Vico del Gargano), Paolo Soldano ( IPSSAR Vieste), Costanzo Cascavilla (I.I.S.S. “Fazzini – Giuliani” di Vieste), Claudio Costanzucci (Liceo Scientifico Carpino), Francesco Giuseppe Donataccio ( De Rogatis-Fioritto di San Nicandro Garganico e Cagnano Varano).
Valentino Di Stolfo ha aperto la manifestazione ringraziando Angela Masi, presidente del Rotary Gargano, per l’attenzione al mondo della scuola, e ricordando il motto “amicizia e servizio” del club rotariano, che vede impegnate persone altamente competenti al servizio del sociale. E il sociale, come la Scuola, ha bisogno anche di eventi come questo.
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Angela Masi, dopo aver ringraziato per la collaborazione il DS dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Mauro Del Giudice” e il presidente del Parco del Gargano per il patrocinio dell’evento, ha sottolineato che questa sua idea, di premiare gli studenti che nell’anno 2015/2016 hanno conseguito il diploma con la valutazione di 100 e 100 e lode, intende gratificare dei ragazzi che hanno sicuramente dimostrato di possedere delle ottime potenzialità, certo non superiori a quelle degli altri, semplicemente ci hanno messo più impegno,  sfruttando al massimo le loro capacità.
 “Spesso i nostri ragazzi lasciano la nostra terra, vanno via all’università, e il 90% non torna più – ha ribadito la giovane presidente del Rotary – Anche io sono andata via, ma dopo la laurea in giurisprudenza sono tornata qui. La speranza è che anche questi ragazzi ritornino nel nostro territorio, una terra come il Gargano che soffre di tante mancanze, di tante difficoltà e che ha bisogno di mettere in circolo tutte le risorse che possiede, che sono poche, ma che vanno impegnate al massimo. Per dare sostegno, per avviare iniziative, perché i giovani sono la forza, sono la speranza di un territorio; se tutti vanno via, difficilmente il Gargano potrà crescere, e ritrovare quelle che un tempo erano le sue caratteristiche. Questa manifestazione nasce dalla voglia di valorizzare il loro impegno, mi auguro che in futuro ci siano sempre più eccellenze e che, un giorno, questi ragazzi propongano cose migliori di quanto stiamo facendo noi per questo territorio. La Scuola, ‘Istruzione – come diceva Nelson Mandela – è l’unico strumento per cambiare il mondo. Cominciamo dai nostri paesi!”.
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Maria Aida Episcopo, dirigente amministrativo dell’ufficio scolastico territoriale, dopo aver espresso il suo apprezzamento agli organizzatori dell’evento, si è rivolta direttamente agli studenti premiati, oltre che ai ragazzi del triennio dell’ IISS “Mauro de Giudice” presenti in sala:
“Nell’essere qui in una manifestazione che vuole premiare gli studenti eccellenti, vorrei rimarcare il mio pensiero: lo studente eccellente non solo è qui oggi per coronare il suo bellissimo sogno di gloria e di apprezzamento reputazionale, e tutte le autorità che sono qui in una rete strettissima di intenti lo vogliono significare, ma lo studente eccellente, per noi operatori della scuola, ha una funzione esemplare meravigliosa. Siete la meta da raggiungere, siete il vettore di un sano agonismo, quello che non fa sgambetti ma misura deontologicamente le qualità di uno studente. Ragazzi, voi non vi accorgete che, sedendo nel banco, in realtà siete sempre in cattedra, con il vostro buon senso, con le vostre buone pratiche, con il vostro spessore culturale, con la vostra Sapienza scolastica.
Oggi, nel premiarvi, dobbiamo anche ammettere che forse la Scuola italiana non è sempre in grado di far tutto per voi. Lo studente eccellente deve scalare la marcia perché la sua eccellenza si distanzia parecchio dai mezzi che noi stessi nella scuola abbiamo. La pubblica Istruzione italiana sta facendo dei passi da gigante, voi vedete i certamina che propongono al mondo scolastico, non solo le prove strutturali e canoniche dell’Invalsi, pensate ai certamina degli istituti tecnici e professionali dei latinisti, alla Notte dei licei. Gli studenti eccellenti sono registrati nell’ home page del MIUR, anagrafe dove sono riportati i nomi degli studenti 100 e lode. Il vostro sudatissimo 100 e lode, il vostro 100 viene fuori da una carriera lunga 5 anni: è un merito in termini di bontà della preparazione, di creatività, di risultati al vostro esame finale, in una ponderazione che premia l’uno e l’altro risultato.
Ragazzi, non perdete mai la vostra funzione di traino attivo, di studente attivo, che poi è anche un cittadino attivo, che dissemina i valori contro il disvalori. Tante volte le masse giovanili sono attratte da scorciatoie, da altre mete disvaloriali. Non-valori che non possiamo che coralmente biasimare, tralasciando forse il settore che meglio incanala l’ intera vita. Io parlo sempre con i miei giovani del “salvadanaio della vita”. Come il buon risparmiatore mette monetine in quel salvadanaio ad ogni traguardo, ad ogni risultato di vita ed anche scolastico, quel salvadanaio a un certo punto la vita lo apre e lo usa per rigratificare e per portare buoni risultati. Io penso che non si butti mai niente in termini culturali, in termini di apprendimento, in termini di conseguite abilità e competenze. Non si butta niente, magari rimangono periodicamente in uno stato vagale per poi attivarsi ed essere spesi al servizio di noi stessi, delle nostre mete di gratificazione nella società.
Che devo dire? Il Gargano è uno spazio geografico stupendo, ma è uno spazio antropologico, culturale e scolastico altrettanto stupendo e lo sto scoprendo sempre di più, e non solo in questo momento, l’ho scoperto qualche anno fa in cimenti che la provincia intera proponeva anche al Gargano. Una bellissima rete di intelligenze, di disponibilità di anime nobili, ed i risultati ci hanno fatto apprezzare lo stare insieme. Però tutte queste Reti Istituzionali, le belle Reti di noi importanti ma adulti, non sono altro che Reti per voi. Solo per voi studenti. Io so che al termine di ogni intervento c’è un applauso. Il mio è interamente devoluto agli studenti. Tutti!”
La manifestazione è stata impreziosita dalla presenza del soprano Rosa Ricciotti, cantante lirica e docente presso il Conservatorio di Rodi Garganico, che ha presentato i “talenti” della “classe di canto” del Conservatorio di Rodi Garganico: la giovanissima soprano Simona Ritoli, i tenori Francesco Canestrale e Rocco Caputo, accompagnati al pianoforte da Luca Cocomazzi.
Molto coinvolgente l’inno nazionale intonato dalla Ricciotti, dai suoi allievi , dai relatori e da tutto il pubblico presente in auditorium durante l’evento.
Ecco l’elenco dei 35 studenti premiati:
Di Vieste Gianluca
Del Duca Nicoletta
Sara Calderisi
Francesco Cionfoli
Felice Vecera
D’Andrea Antonia
De Filippis Francesca
Ottaviano Federica
Sinigagliese Chiara
Vendola Martina
Cannarozzi Michele
Di Cosmo Francesco
Carapellese Giovanni Maria
Dattoli Giandomanico
Gleeson Patrick
Scelsi Sarà
Della Vella Lorenzo
Martella Federico
Arcaroli Elisabetta
Budrago Michele
Fiani Antonella
Marcatonio Felice
Paolino Rosalba
Fania Nicola
Patetta Rosanna
Di Maggio Valentina
Polignone Silvia
Pertosa Costanza
Augello Laura
Bronda Saverio
Carrafa Elena
Facchino Graziana
Gravina Sara
Pasticci Carmela Pia
Testa Debora
Bravi tutti!
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