“We Like Milano” di Maurizio Scalzi

La prima raccolta interattiva di storie di quartiere. Una guida alternativa attraverso la città di Expo 2015.

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Tutto è cominciato nella primavera del 2014. Macchina fotografica sotto braccio, Maurizio Scalzi ha percorso a piedi i quartieri di Milano, alla caccia di racconti, sensazioni ed emozioni legate alla trasformazione della sua città, in vista dell’Esposizione Universale 2015. Ne é nato uno storytelling lungo 15 quartieri: dall’estremità sud-est fino ai suoi margini nord-ovest, per concludere dedicando un intero capitolo ad Expo 2015. Il risultato, col patrocinio del Comune di Milano, é un’incredibile raccolta polifonica, fatta di sguardi molto diversi tra loro, di percorsi suggeriti, di senso di comunità, di ricette locali, di odori e sapori. Attraverso interviste, aneddoti, luoghi imperdibili come il museo del giocattolo o la balera dell’ortica, oltre al tratto della “milanesità”, con le aree sconosciute e spesso a torto trascurate della città – una per tutte la Bicocca – è emerso lo spirito nuovo di una città multietnica e multiculturale, a cui va ormai stretto il perimetro del solo centro più blasonato. 15 mini video-racconti e oltre 150 foto inedite ad alta definizione definiscono il mosaico d’insieme, quale vero e proprio tributo allo spirito inaspettatamente comunitario di interi quartieri. E’ il ritratto di un’identità complessa che segue la sua evoluzione da borgo a città metropolitana, da polo industriale a capoluogo intraprendente e creativo, da capitale della moda e del design ad agglomerato globale e multietnico, nell’avvicendarsi di confronti, equilibri raggiunti o anche solo cercati. Alle immagini, dense ed emozionanti, il compito di riassumere la nuova Milano attraverso quella che è una vera e propria esperienza di lettura interattiva e critica 2.0.

“We Like Milano” è disponibile su iPad e Mac in italiano e in inglese

press office:
press@welikemilano.com

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“CHE MORTE NON VI SEPARI”, UN AVVINCENTE ROMANZO DI CHRISTIAN MORETTI CONTRO L’OMOFOBIA

“CHE MORTE NON VI SEPARI. FUOCO SULLA MIA CARNE”

che morte non vi separi di Christian Moretti

«Lo chiamo per tre volte, poi richiudo gli occhi e quella è stata l’ultima volta che i nostri occhi si sono incrociati»

Cesare è un ragazzo come tanti. Ha diciotto anni, studia e vive come vivono tutti i diciottenni. Un giorno, però, entra nella sua vita un altro ragazzo, Tor, di origine svedese. Lentamente, ma inesorabilmente, tra i due nascerà qualcosa di incontrollabile, un amore assoluto che li porterà a vivere una relazione intensa e sempre meno nascosta agli occhi del mondo. Ma è soltanto uno spiraglio di luce in un mondo oscuro. Usciti da un locale gay, i due vengono aggrediti da un gruppo di omofobi che feriscono in modo lieve Tor, ma riducono in fin di vita Cesare. La vicenda prende una piega totalmente diversa, portando questo amore ad un livello ancora diverso, oltre il confine tra la vita e la morte.

Christian G. Moretti, l’autore di questo avvincente romanzo contro l’omofobia, nasce in Italia a San Giovanni Rotondo (FG). All’età di diciannove anni, da Rodi Garganico si trasferisce a Parma per studiare Civiltà e Lingue Straniere Moderne. Al conseguimento della laurea triennale si trasferisce a Barcellona in Spagna. A ventuno anni va a vivere nel Regno Unito dove risiede per sei anni, consegue una laurea Master e un dottorato di ricerca in Letteratura Comparata presso la University of Kent dove insegna, inoltre, letteratura italiana.
Dal 2011 si sposta in Irlanda, a Limerick, dove attualmente risiede e insegna lingua, letteratura e cultura Italiana e Spagnola.
Moretti è già autore di “Conversations with the Self”, monografia edita dalla casa editrice accademica Troubador, e di una lunga serie di saggi pubblicati su riviste accademiche statunitensi, britanniche, canadesi, australiane, italiane e irlandesi. Ha curato l’introduzione della versione tedesca del romanzo “Acqua Storta” di Luigi Romolo Camino, edita da PulpMaster, ed ha partecipato a numerosi congressi di letteratura presso atenei internazionali tra cui Paris Sorbonne (Francia), University of London (Regno Unito), Harvard University (Stati Uniti), University Col-lege Cork (Irlanda), University of Kent (Regno Unito), University of Exeter (Regno Unito).
“Che Morte non vi Separi” è il suo primo romanzo, edito da Europa Edizioni di Roma, nell’aprile 2015, nella collana “Edificare Universi”.

che morte non vi separi di Christian Moretti
ISBN 978-88-6854-542-0 Euro 13,90
Il volume è in vendita online

Rina Stefania, emigrata da Cagnano a Londra (reportage di Jessica Coccia)

La storia di nonna Rina Stefania, emigrata da Cagnano a Londra
foto nonna jessica a Londra

Ogni giorno sentiamo in televisione che centinaia di extracomunitari vengono in Italia. Non è giusto dire che dobbiamo “raderli al suolo”, “buttarli a mare” o rimandarli nel loro paese, perché basta pensare che anche i nostri nonni emigravano per guadagnare un po’ di soldi, perché qui morivano di fame proprio come loro. Non solo i miei nonni molti anni fa, ma anche oggi numerose famiglie di Cagnano vanno via, vanno all’estero sempre per lo stesso problema.
Ho raccolto la testimonianza di mia nonna Caterina (Rina) Stefania che oggi ha ottanta anni, da ragazza emigrò a Londra, mi ha raccontato la sua storia:

“Avevo già conosciuto l’amore ma, vedendo che in casa dei miei genitori non riuscivano a mangiare, anzi a vivere bene, mio fratello lavorava, pensai che anche io dovevo farlo. In Italia non trovai lavoro e fui costretta ad emigrare. Appena lo dissi al mio ragazzo lui non voleva, perché avevo già venti anni e voleva sposarsi, ma io volevo aiutare la mia famiglia.
E così partii nel mese di maggio del 1955 con altre mie amiche. Partii con la valigia di cartone comprata a debito; la pagai dopo che lavorai per un po’ di tempo. Prendemmo il treno e dopo varie tappe europee ci imbarcammo sul traghetto che portava in Gran Bretagna. Dopo circa 2 ore di navigazione approdammo in terra inglese, dovevamo raggiungere Londra in treno, ma arrivati ad una città bisognava cambiare convoglio, noi non sapevamo quale prendere non potevamo chiedere a nessuno (lo facevamo in italiano ma nessuno ci capiva), perché la lingua era diversa, allora ogni treno che arrivava noi chiedevamo al signore con il cappello e la divisa (il capo treno) se era quello giusto.
Arrivate a Londra, il primo giorno ci fecero conoscere la fabbrica, il posto in cui lavorai per circa dieci anni, era una ditta denominata Worcester, dove si inscatolavano i pomodori, il mais e il tonno in barattoli; era una catena di montaggio che passava in diverse macchine.

in fabbrica

Vivevamo in una casa in sei persone, quando passava la polizia non doveva trovare più di sei persone perché, se succedeva, ci rimandavano nel nostro paese.

davanti casa

Si lavorava tutti i giorni tranne il sabato e la domenica. Delle volte non uscivamo e non andavamo nemmeno nei locali, perché i soldi servivano alle nostre famiglie in Italia: eravamo andate lì per guadagnare i soldi, non per spenderli.
Festeggiavamo in casa onomastici e compleanni, facevamo gite nei dintorni, al mare, andavamo alle giostre e organizzavamo picnic.
con le amiche di casaalle giostre 3
picnic
sulle rocce al mare 29 7 1963

Altre mie amiche che erano li già da anni mi raccontarono che loro, per mangiare in un posto distante cinque chilometri, ci andavano a piedi. Se arrivavano con un po’ di ritardo, non mangiavano più perché il pranzo si serviva tutto ad un orario ben stabilito. Quando andai io non c’era più e si mangiava nelle proprie case, mettendo dei soldi ciascun coinquilino e comprando il cibo.
Ho fatto molte amicizie con ragazze inglesi, e ci divertivamo. Quando eravamo in vacanza il fine settimana andavamo nei parchi, buttavano anche il cibo alle papere; vicino alla cascata c’era umidità e crescevano le cicorie solo che gli inglesi non le conoscevano… e noi le raccoglievamo e le cucinavamo con la carne.
al parco
a worchester 24 6 1959

All’inizio nel piccolo paese dove vivevamo non c’era nemmeno un negozio italiano per comprare il cibo italiano ed andavamo in un paese poco distante, però dopo un anno aprirono un negozietto anche nel mio paese.
Con il mio ragazzo mi scrivevo sempre le lettere, infatti ogni volta che arrivava il postino, e mi dava la lettera, ero felice perché ero certa che lui era vivo; allora era arruolato nell’esercito.

il fidanzato di Rina Stefania

Avevo anche imparato un po’ la lingua inglese, però dopo dieci anni trascorsi a Londra ritornai dai miei cari. Era il mese di dicembre del 1963. Per i primi anni ci sono stati i contatti con le amiche inglesi, ma poi si sono persi. E pensare che ci facevamo anche i regali.
Finalmente l’11 gennaio del 1964 mi sposai con il ragazzo che avevo conosciuto prima di partire. Fu una bellissima festa, secondo le usanze del Gargano e di Cagnano.
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Ho avuto cinque figli però ebbi una grande sventura, a distanza di soli tredici anni dal matrimonio lui morì. Ho cresciuto cinque figli da sola ma devo ringraziare anche loro che hanno lavorato e si sono guadagnati i soldi e li mettevano in famiglia, ma questo dopo gli studi.
E ora sono qui a raccontare la storia della mia vita “migrante” a mia nipote.”

Ieri, quando mia nonna mi raccontava la storia le brillavano gli occhi, quasi quasi si emozionava. E’ bello ascoltare la storia di mia nonna, mi ha fatto capire i sacrifici che si fanno per l’amore della famiglia.
Io penso che non bisogna uccidere o discriminare gli extracomunitari che vengono in Italia perché vengono per guadagnare un po’ di soldi e spesso per sfuggire alla morte nei loro paesi di origine martoriati dalle guerre.

Jessica Coccia
VC CAT IISS “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico

“Lettera a Giacomo Leopardi” dello studente Antonio Manicone (5° posto Concorso Nazionale “Raccontar … scrivendo”)

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Lo studente Antonio Manicone della classe III C CAT dell’Istituto di Istruzione Statale Superiore “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico si è classificato al quinto posto del concorso Nazionale di narrativa : “Raccontar… scrivendo” organizzato dalla “Casetta degli artisti” di Recanati per avvicinare gli studenti a Giacomo Leopardi, in un ideale colloquio con il grande Poeta. Un concorso che nasce dalla volontà di aprire “un dialogo” tra i giovani e Leopardi, considerandolo un ragazzo dei nostri tempi con il quale condividere e/o dibattere pensieri, desideri, aspirazioni.
Il tema della Sezione C del Concorso per gli studenti della scuola secondaria di 2° grado era infatti il seguente:
“… e intanto vola. Il caro tempo giovanil; più caro Che la fama e l’allor, più che la pura Luce del giorno, e lo spirar…. (Giacomo Leopardi./ Le ricordanze).
Leopardi considera la giovinezza il periodo più felice della vita. Sei consapevole di avere ora, nelle tue mani questo bene così prezioso? Come pensi di vivere la tua gioventù affinché col passare degli anni, diventi il ricordo più bello della tua vita e non un amaro rimpianto? “.
La cerimonia di premiazione si è svolta a Recanati sabato 16 maggio.
Ecco la “lettera” di Antonio Manicone a Giacomo Leopardi, che la Giuria ha ritenuto meritevole di encomio e di pubblicazione in un volume con tutti gli elaborati vincitori del concorso.

Quante volte, carissimo e stimatissimo Signor Leopardi, ho supplicato il cielo che mi facesse corrispondere con un uomo di cuore, d’ingegno e di dottrina straordinario, il quale trovato potessi pregare che si degnasse di concedermi la sua amicizia.
Ma, con il cuore lacerato dalla sua muta e trasparente presenza fisica e con il rimpianto di non poter esser nato durante il suo meraviglioso periodo per conoscerla, mi deprimo e prego Iddio che un giorno, in qualche modo, io possa incontrarLa.
Non le nascondo l’immenso dispiacere che provo nei Suoi confronti quando leggo più volte le sue maestose e a volte malinconiche opere, dove parla della sua mancata giovinezza; si, proprio la GIOVINEZZA!
Chi meglio di Lei sa cos’è quel periodo, relativo allo sviluppo della vita umana, compreso tra l’adolescenza e la vita da adulto?! Io no di certo, in quanto sono dentro a questo meraviglioso periodo che ognuno su questa terra dovrà trascorrere.
Per tutti la GIOVINEZZA è la più bella parte della vita, proprio per la spensieratezza e la gioia che la contraddistinguono. Essa è un’età speciale: gli adolescenti non sono ancora entrati totalmente nel mondo degli adulti e possono vivere questi anni privi di preoccupazioni e di pensieri, pur essendo capaci di “intendere e di volere”.
Molta gente si pente di non aver trascorso la giovinezza nel modo migliore e tra questa io vedo Lei, Signor Leopardi, preso dal “frenetico e maledettissimo studio”, come proprio Lei lo definiva, che si è preso tutti gli anni della sua giovinezza.
Invece, io sono qui, tra questi vecchi suoi infiniti libri e questa scrivania che, dopo numerosi anni, sa molto di me, ed oggi, finalmente, sono intento a scriverLe questa lettera che tanto avevo a cuore.
Mi trovo a rispondere a domande riguardanti, appunto, la GIOVINEZZA, in particolare la mia; le domande sono le seguenti: “Sono consapevole di avere, ora, nelle mie mani, questo bene così prezioso? Come penso di vivere la gioventù affinché, col passare degli anni, diventi il ricordo più bello della mia vita e non un amaro rimpianto?”.
Potrò sembrarLe molto risoluto, ma sono pienamente a conoscenza del fatto che sto attraversando la mia giovinezza e farò tutto il possibile affinché un giorno molto lontano non abbia rimpianti di questo meraviglioso periodo. Sono sicuro quando dico che la giovinezza la si trascorre principalmente con gli amici, perché è con questi ultimi che si cresce, si litiga, si gioca, ci si diverte e soprattutto si matura.
Durante questo periodo, l’adolescente tende a essere spensierato, dilettevole ed è appunto per questo che questa età viene considerata la più bella della vita.
In questo periodo, però, l’adolescente è anche costretto a fare delle scelte molto importanti per il suo futuro. E decidere le proprie scelte è molto complicato in quel periodo tanto spensierato e anche un po’ “infantile”, perché è lo stesso “scegliere” a essere difficile a quell’età. C’è chi è CORAGGIOSO, scegliendo di scegliere di fare delle scelte utili alla propria vita, scelte significative, e invece c’è chi è DEBOLE, o meglio non sceglie affatto, cerca la strada più semplice, ingenuamente perché “sceglie di non scegliere” cosa è meglio per la sua vita. Nella vita non esistono mezze misure, mezze risposte, mezze verità. Bisogna scegliere da che parte stare, e scegliere equivale a vivere.
“Scegliere di non scegliere è di per sé una scelta e chi sceglie di non scegliere, sceglie di non vivere”. Ce lo ha ribadito, proprio un mese fa, Ismaele la Vardera, un giornalista siciliano ventiduenne impegnato nella lotta al sistema mafioso, invitandoci ad agire con consapevolezza a partire da quel che è possibile fare, anche nel proprio piccolo. “Le piccole cose fanno la differenza. Il silenzio è dolo”: su questo concetto Ismaele ha scritto addirittura un libro.
Ed ecco, Signor Leopardi, io, nonostante sia una persona maledettamente timida, titubante, realista e a volte ingenua, mi considero tra gli adolescenti CORAGGIOSI, perché sono sicuro che sceglierò di scegliere di farla quella scelta tanto significativa per la mia vita.
So che lei pensa di essere tra le persone DEBOLI perché crede di non aver fruito della propria giovinezza nella maniera più opportuna, ma mi creda se le dico che, invece, Lei è tra i CORAGGIOSI, perché ha avuto il coraggio di scegliere, ha deciso di trascorrere la vita nel modo che più le veniva meglio, PRIVILEGIANDO il vero e unico suo amico, lo Studio, che nonostante il dolore che Le ha portato, non l’ha mai abbandonata ed è stato sempre fonte di arricchimento interiore e perché no, di grande curiosità intellettuale.
Lei non è molto diverso da me, in quanto è una persona eccessivamente dubbiosa e Lei meglio di chiunque altro può capirmi quando Le dico che chi dubita sà, e sà più che si possa! Lei, come me, è sempre alla ricerca del vero, che per trovarlo dubita e lo fa anche tanto; pochi, come noi, sanno che il vero consiste nel dubbio.
Eccellente Signor Leopardi, si è giovani una sola volta in questo gioco, e non si torna indietro, eh sì, non si può tornare indietro!
Il giovane non pensa. Agisce, segue solo l’istinto, è forte, folle, sicuro di sé, non sopravvive, vive!
E’ per questo che quando si è giovani si commettono numerosi sbagli, e sbagliando si impara, si matura e, inconsciamente, si cresce.
Ormai è calato il sole qui e con sé anche la sua luce, che lascia il posto a questa meravigliosa, maestosa e trasparente luna che s’innalza sempre più nel cielo stellato.
Di quante altre discussioni vorrei parlarLe, quante altre cose vorrei scriverLe …
Carissimo Leopardi, potrà mai il Suo “cenere muto” visionare questo misero foglio?
Adoro pensare al fatto che in qualche modo Lei riesca a farlo, perché alla fine è sempre stato “UN SEPOLTO VIVO”, come sempre si considerava; Lei è sempre qui, anche oggi, tra le sue opere, i libri, nelle scuole, tra i giovani, ed ecco, questa è la prova che Lei “ha scelto di scegliere” ed è proprio la sua scelta che l’ha portata qui tra di noi ancora oggi; dopo due secoli Lei è ancora vivo!
Le giuro che continuerò sempre a leggere e studiare le sue opere, la sua vita e, di volta in volta, mi impegnerò a intendere il suo messaggio, che con tanto studio e amore ci ha voluto lasciare.
E oggi, l’addio finale non è “un funebre rintoccar di campana”, come scriveva in una lettera a suo padre Monaldo, non lo è affatto, bensì è un dolce suono di clacson, che indica che è sabato sera, e questo giorno, se non dovesse saperlo, per noi giovani rappresenta lo svago, lo stare in compagnia e il trascorrere il fine giornata, in modo che un domani si possa avere soltanto nostalgia e nessun rimpianto della GIOVINEZZA TRASCORSA.
Alla prossima.

P.S. Signor Leopardi, dopo la visione del “Giovane Favoloso”, non posso non notare la somiglianza fisica nonché morale, gestuale e psicologica, tra Lei e mio fratello maggiore Giuseppe. Ogni volta che lo guardo è come se ci fosse Lei qui dinnanzi a me. Persino a tavola è come Lei … non usa mai quel maledettissimo coltello!
Ancora, cordiali saluti.

Antonio Manicone

Torre Mileto (una lirica di Antonio Monte)

Torre eretta per la guardia del mare. Il sole gioca con essa a girotondo, dall’alba al tramonto. Questa località è stata un punto di preghiera per molte divinità.
Attualmente identificata come simbolo della Capitanata.

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Torre Mileto

Ricordo in su la torre
giù il mare pareva specchio
dalle travi del trabucco
calava la rete il vecchio.

Ricordo una vela bianca
solcare quel vetro infinito
un gabbiano mai stanco
la scortava a volo impazzito.

Ricordo l’alito del vento
gonfiare il cuor di felicità
il sole più contento
m’irradiava di serenità.

Ricordo il coro appassionato
di tante rondini volar
ho il quadro immortalato
che mai più potrò scordar.

Antonio Monte da Milano

IL TETTO DI CRISTALLO E LE DONNE ANTIFASCISTE NEL RACCONTO DI MIRIAM MAFAI

Miriam Mafai, la “ragazza rossa”, ci ha lasciato tre anni fa … Era una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. Aveva partecipato alla Resistenza e militato nel Partito comunista, poi si era dedicata a un’intensa attività giornalistica, specie sul quotidiano “La Repubblica”, che contribuì a fondare nel 1976. Interessante la sua produzione saggistica, con cui ha raccontato quasi un secolo di storia dell’Italia. Aveva 86 anni, ma uno spirito analitico sempre acuto e attento alle dinamiche politico-sociali.

Il 20 febbraio 2004 assistetti al Liceo Scientifico “Volta” di Foggia ad un incontro con Miriam Mafai sul tema “Donne tra politica e sociale nel secondo dopoguerra”.
I temi proposti dalla Mafai sono ancora oggi di strettissima attualità…

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MIRIAM MAFAI DONNA TRA NOI

“Non ho mai amato il lamento di Pasolini perché sono sparite le “lucciole”. Lo so che è un modo di dire: non ci sono più le lucciole, il mondo cambia, tutto viene omologato, ma il tempo delle lucciole era anche il tempo in cui le donne andavano a lavare, a sbattere i panni sul greto del fiume. Ora, se io devo scegliere fra le lucciole e la lavatrice, io scelgo la lavatrice. E faccio a meno delle lucciole”.

Ecco uno dei tanti, stimolanti, polemici spunti offerti da Miriam Mafai al pubblico attento e partecipe che ha “invaso” il Liceo Volta, partecipando attivamente ad un interessante dibattito sul tema della “differenza”. Una cosa davvero insolita nella storia dei tanti convegni organizzati a Foggia ed in provincia. La Mafai, “grande firma” del giornalismo italiano ha parlato della condizione della donna. Dal dopoguerra ad oggi, un periodo caratterizzato da grandi conquiste politico-sociali. Un incisivo excursus, quello tracciato: è la testimonianza di una donna del Novecento, che quella storia l’ha vissuta da protagonista. Di una donna fra noi, che ha sempre dato voce sulla stampa e nella saggistica al ruolo femminile, escluso ab aeterno dal palcoscenico della Storia.

IL NOVECENTO, SECOLO DELLE DONNE

Secondo Miriam Mafai, il Novecento è stato un grande secolo. Il Novecento è tutto: è il secolo dei lager, dei gulag. E’ il secolo della paura. Il Novecento è stato anche questo. E’ stato anche, e va ricordato, il secolo dell’ emancipazione e della liberazione delle donne. E’ come se un continente intero fosse stato liberato, anche se poi ognuno ha fatto della propria libertà quello che ha voluto: si tratta di milioni di persone che erano senza diritti, in condizioni di inferiorità dal punto di vista legale, dal punto di vista sociale e psicologico.
Il Novecento è stato il secolo che ha pagato il debito con le donne della Rivoluzione francese. Evento bellissimo sul piano della conquista dei diritti, ma che non mantenne le promesse di uguaglianza. Fu un’infamia, perché sì, le donne furono sempre in testa al corteo dei popolani, e poi? Nulla. Resta celebre l’affermazione di una donna del tempo, Olivia de Bouche: “Ma se noi possiamo salire sul patibolo, avremmo pur diritto di salire in tribuna? (cioè il diritto di parlare?)”. La rivoluzione francese non tenne conto dei diritti delle donne: forse, perché esse non portavano le armi: il vero cittadino, “le citoyen”, portava le armi. E forse il diritto di voto in Italia nel 1946 è stato ottenuto solo in virtù del fatto che migliaia di donne hanno partecipato alla lotta di liberazione. E, in qualche modo, simbolicamente, hanno preso le armi, hanno sparato, sono state attive. Sono diventate, a tutti gli effetti, “cittadine”.

LE DONNE NEL SECONDO DOPOGUERRA

Drammatiche le condizioni di vita delle donne , che ebbe modo di vivere anche la Mafai quando soggiornò in Abruzzo, nell’immediato dopoguerra: “I loro bambini non andavano a scuola perché non avevano le scarpe. Non è un modo di dire, proprio non ce l’avevano. Non sapevano quale fosse il sapore della carne, perché la mangiavano solo qualche volta all’anno. “Era una condizione terribile: per me venire da Roma e vivere in quelle povere case abruzzesi – ricorda- fu un colpo durissimo, ma venni, sì, come mi veniva richiesto, per organizzare le donne. Era un’epoca in cui le donne raccoglievano le olive, raccoglievano l’uva e lavoravano il tabacco, erano soprattutto contadine. In tutto l’Abruzzo vennero aperte delle Camere del Lavoro, ci furono le lotte per le terre: in particolare quella per il Fucino, un antico lago prosciugato dal principe Torlonia, fu una lotta che durò due-tre anni. Noi chiedevamo che quella terra venisse data ai contadini. Quella lotta è stata vinta, ma è stata vinta anche e soprattutto per l’intervento delle donne: erano loro che andavano ad occupare le terre assieme ai braccianti, ai giovani. Furono le protagoniste di quella battaglia. La lotta per il Fucino venne condotta dal sindacato, dai partiti di sinistra, da parte dei parroci e, alla fine, fu una lotta vittoriosa. Io ricordo questo, e poi la lotta di raccoglitrici di uva e di olive, per dire che queste battaglie di carattere economico-sociale hanno connotato quella regione, ma anche gran parte della Sicilia, della Calabria, della Puglia. E su questo bisogna indagare, bisogna capir meglio, bisogna sapere di più, vedere quello che resta nei documenti degli Archivi e portarlo alla luce”.

IL NON-PROTAGONISMO FEMMINILE

Le donne sono dei personaggi, ma non sanno di esserlo, in genere si sottovalutano, non si vantano, come i maschi, di qualcosa che hanno fatto, non lo ritengono importante. Le donne hanno partecipato a queste “battaglie” senza farlo mai notare, in umile silenzio. Si sono mimetizzate, e non sono mai apparse in primo piano nelle pagine storiografiche dedicate a questi eventi. Dopo le lotte per le terre, che le hanno viste indiscusse protagoniste, addirittura sembra che esse spariscano. Se ne perdono i nomi, le facce. Miriam Mafai ricorda: ” Io ho scritto ‘Pane nero’ un libro sulle donne, ebbene quando sono andata ad intervistare quelle che avevano partecipato alla Resistenza, mi dicevano: “Ma io non ho fatto niente. Sì, è vero, ho ospitato dei prigionieri, li tenevo nascosti. “. Ora, quando un civile, allora, teneva nascosti dei prigionieri nella cantina o nel granaio, rischiava la vita. Però quelle donne erano proprio convinte di non aver fatto niente. Questa sottovalutazione di sé deriva dalla generale sottovalutazione: non essendo riconosciute, esse stesse non si riconoscono. Che fare per dare loro il giusto merito di azioni importanti? “Valorizzare questo contributo delle donne, illustrarlo, divulgarlo. E’ un dato che ci aiuterà ad incoraggiare le nuove generazioni e, forse, altre donne di altri paesi e di altri mondi”.

IL TETTO DI CRISTALLO

Che dire del “tetto di cristallo”? Una donna può salire la scala, ma c’è un tetto che non si vede e che gli impedisce di arrivare in cima? “.Oggi esisterà pure il tetto di cristallo – risponde Miriam Mafai- ma una volta, non parlo di secoli fa, ma di 40 anni fa, non esisteva addirittura la possibilità di intraprendere alcuna professione. Fino al 1963 le donne non potevano accedere in magistratura. Ci fu una battaglia sul varo di un articolo di legge della Costituzione: stabiliva che l’accesso era consentito ai “cittadini”, secondo le norme stabilite, escludendo di fatto le donne. Ricordo che ci fu una battaglia delle donne della Costituente, di tutte le donne, dalle democristiane alle comuniste, perché la formula fosse cambiata, e fosse sufficientemente ambigua: l’accesso alla magistratura doveva essere consentito “secondo le norme vigenti”. Senza specificare che fosse riservata ai soli cittadini, agli uomini. Uno dei più illustri giuristi italiani, che poi diventerà presidente della Repubblica, Giovanni Leone, sostenne, in quella sede, che le donne “non erano atte a giudicare”. Sapete perché? Perché in alcuni giorni del mese, nei fatidici giorni… Uno avrebbe potuto benissimo rispondere: “E allora quelle in menopausa?”.
Io ricordo questo per dire che questo accadeva non nella preistoria: siamo alla metà del secolo scorso. In un’Italia democratica che sta elaborando la propria Costituzione, per la quale le donne hanno combattuto contro i tedeschi. Le donne ottengono il diritto di voto, finalmente, ma non sono ancora “atte a giudicare”. Questo dibattito risale al 1947, ci vollero quasi 20 anni di battaglie, che sono state fatte dalle parlamentari di tutti i partiti. Finalmente nel 1963 (nel frattempo c’erano state delle donne cocciutissime, che facevano sempre regolare domanda per entrare in magistratura e veniva sempre respinta) dalla Cassazione, otteniamo una legge per cui anche alle donne è consentito entrare in magistratura. Una delle prime donne-magistrato fu una pugliese, Livia Pomodoro, attuale presidente del Tribunale dei minori”. C’è stato un lungo processo, attraverso queste battaglie, per affermare dei diritti sacrosanti. Sappiamo, sulla nostra pelle, che nessuno regala niente: sono tutte cose che sono state conquistate.
Che dire. infine,delle condizioni di estrema soggezione nei confronti del capofamiglia, del padre o del marito: “Oggi non avete idea di cosa fosse: una donna anche di ceto medio, per lavorare, doveva avere il permesso del marito, se il marito non glielo consentiva e non lo permetteva, non poteva farlo. Il potere e l’autorità sui ragazzi era del padre di famiglia e non della madre.

QUALE LA SITUAZIONE DELLE DONNE DI OGGI?

“Indubbiamente – ha affermato la Mafai- non c’è confronto con quella della mia generazione. Oggi, nelle Università vi sono più donne che uomini, e le ragazze sono indubbiamente più brave dei maschi. Ricordo ancora quando entrai negli anni 60/70 a Montecitorio come cronista parlamentare, di donne eravamo solo in due: io ed una giornalista straniera. Oggi, in politica, ci sono donne autorevoli. Come ce ne sono in magistratura: la Bocassini è il simbolo di una magistratura competente e combattiva. Molti obiettivi sono stati raggiunti, ma, ripeto, affinché l’ottimismo non appaia addirittura stupidità, nulla è conquistato una volta per sempre. Un tempo, quando eravamo in poche a Montecitorio, nei nostri confronti, scattava una sorta di cavalleria da parte dei giornalisti maschi, eravamo il fiore all’occhiello, non rappresentavamo affatto un pericolo. Nel momento in cui in una professione, in posizione di prestigio ci sono molte donne, ebbene questo può rappresentare, provocare anche una, non dico reazione di rifiuto, ma di resistenza da parte degli uomini. Io non sono così sicura che alcune posizioni che abbiamo ottenuto anche all’interno della famiglia non siano, in qualche modo, a rischio, in pericolo. L’insufficienza dei servizi sociali e di assistenza per i bambini mette a rischio l’indipendenza di una donna; siamo in un paese in cui da una parte si sollecita ad avere bambini, dall’altro la maternità non è assolutamente aiutata e tutelata come sarebbe giusto.

INTERNET, RETE SOLIDALE DEL TERZO MILLENNIO

Come sarà questo nuovo millennio? La Mafai non condivide l’ottimismo acritico dei più: nessun facile ottimismo, nessuna posizione può essere conquistata per sempre. Non bisogna mai abbassare la guardia, considerato il reale rischio di arretramento rispetto a certe conquiste consolidate. Non solo per le donne – anche se corrono un rischio maggiore perché le loro conquiste sono più recenti e, quindi, anche più fragili. In questo momento, in Italia sono a rischio anche le conquiste dei lavoratori, i diritti dello stato sociale.
Il nuovo millennio si è aperto in modo drammatico. “Spero – ha concluso la Mafai – che questo millennio consolidi i diritti delle donne, di quelle donne che li hanno già conquistati, delle donne del mondo industrializzato ed occidentale.
Ma l’auspicio è che si riesca ad estendere questi diritti anche ai milioni, forse miliardi, di donne che invece in tanta parte del mondo non godono di nessun diritto e sono afflitte dalla miseria, dalla fame dalla malattia, dalla mancanza di istruzione e di salute. Il fatto del tutto nuovo è che siamo qui a Foggia, o a Trento, o a Belluno e ci occupiamo di quello che succede alle donne che stanno in Nigeria. Un po’ di anni fa, quello che accadeva non solo in Nigeria, ma in tutto il mondo non lo sapeva proprio nessuno. Il fatto che ci sia mobilitazione, il fatto che io possa ricevere sul mio computer messaggi da sottoscrivere, è un fatto quanto mai positivo: rappresenta il segno di una crescita di interesse per questi problemi. In fondo, abbiamo l’impressione che il mondo sia problematico, perché ne abbiamo conoscenza. E indubbiamente oggi siamo tutti molto più sensibili ai mali del mondo. Il 3° millennio si apre, dando a noi delle possibilità di intervenire anche sulle tragedie che avvengono altrove, e di cui un tempo non avevamo percezione. Che oggi ci sia, ad esempio, un movimento contro l’infibulazione, lo vedo come un fatto positivo, i fenomeni si intrecciano. Si è creata una grande rete, che può diventare rete solidale. Le possibilità di Internet sono ancora tutte da sfruttare, in questa direzione.

TERESA MARIA RAUZINO

SCHEDA MIRIAM MAFAI: http://it.wikipedia.org/wiki/Miriam_Mafai