Adolfo Zamboni nel 100mo anniversario del M. Mosciagh

Esattamente cento anni fa il sottotenente di complemento Adolfo Zamboni fu protagonista dell’eroica difesa del monte Mosciagh da parte del 141mo reggimento fanteria, brigata Catanzaro, che per due giorni riuscì ad arrestare di fronte ad Asiago la Strafexpedition austroungarica.
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Il 15 maggio 1916 l’Imperial Regio Esercito Austroungarico sferra una poderosa offensiva lungo l’arco di fronte tra Val Lagarina e Valsugana.
La 11a Armata ha il compito di operare lo sfondamento attraverso gli Altipiani di Folgaria, Lavarone ed Asiago, verso la linea Thiene – Bassano.
L’artiglieria austriaca batte sistematicamente con un intenso tiro di distruzione le difese italiane di prima linea, che, sconvolte, crollano il 19 maggio.
I tentativi di resistenza sulla seconda e terza linea di difesa, poco munite, si riducono ad un sacrificio nobile ma vano.
I forti di Verena e di Campomolon sono conquistati dagli Austriaci, che calano baldanzosi per le valli.
Sotto l’urto violentissimo del nemico i resti delle Brigate Alessandria, Lambro e Salerno il 25 maggio ripiegano occupando una linea discontinua tra M. Interrotto e M. Mosciagh.
I resti della Brigata Ivrea si ritirano presso Camporovere.
Asiago, bersagliata dai grossi calibri, è in fiamme.

Tale è la gravissima situazione quando giungono sull’Altipiano i fanti della brigata Catanzaro, trasferiti d’urgenza dal fronte del Carso, con l’ordine di tentare di arrestare l’impeto furioso del nemico.
Salendo a piedi la ripida strada per Crosara, i fanti incrociano gli abitanti in fuga dall’Altipiano che trascinano poche povere masserizie.
La lunga colonna sale faticosamente e si inoltra di notte per erti sentieri nella fitta boscaglia senza alcuna guida esperta dei luoghi.
I fanti procedono in fila, con la baionetta inastata, verso l’ignoto, temendo l’accerchiamento o un’imboscata, poiché non conoscono né la posizione raggiunta dal nemico né quella dove si sono ritirati i resti dei reparti italiani.

La mattina del 26 maggio il II battaglione del 141mo accorre verso il monte Mosciagh, ultima debole difesa di Asiago, dove sono già arrivati gli Austroungarici, che hanno attaccato di sorpresa prima dell’alba i pochi superstiti dell’89° reggimento Fanteria (brigata Salerno) e hanno catturato sei cannoni del 5 reggimento di Artiglieria da Campagna, che gli artiglieri hanno cercato strenuamente di difendere coi moschetti e le baionette.

Giunti nelle vicinanze dei cannoni, i fanti del 141mo si sistemano a difesa costruendo dei ripari coi sassi.
Gli Austriaci tornano all’attacco, approfittando di una violentissima grandinata.
Per tutta la notte, piovosa e tenebrosa, continua intenso il fuoco.
I fanti, messi a dura prova dalla stanchezza, dal digiuno e dal freddo, trascorrono un’altra notte all’addiaccio privi di tende, di coperte e persino di mantelline, nel bosco dove ancora persiste la neve.

La mattina del 27 maggio il nemico rinnova l’attacco con truppe fresche e prova l’aggiramento alla destra del 141mo, che è scoperta, ma la sua manovra non riesce.
Il capitano Ippolito, che comanda la 7a Compagnia, tenta un colpo di mano con pochi audaci che, muniti di corde, strisciano fino ai cannoni, ma il fuoco infernale impedisce il recupero dei pezzi.
Cadono i sottotenenti Marotta, Padula, Mastronardi e Siconolfi.
Il maggiore Corrado, comandante del II Battaglione, rimane ferito.

Appena fattosi buio i fanti del 141mo, condotti dal sottotenente Zamboni, attaccano impetuosamente alla baionetta la cima del Mosciagh per liberare i cannoni.
I tentativi sono ripetuti varie volte e per due ore la battaglia si svolge paurosa, perché le tenebre aumentano l’orrore.
Cadono un’altra decina di ufficiali ed un centinaio di soldati, ma la linea dei cannoni è raggiunta e superata.

Gli artiglieri riescono a recuperare i sei cassoni portamunizioni e un cannone, che il sottotenente Mestrallet conduce in salvo al galoppo fino ad Asiago con entrambi i cavalli feriti.
Agli altri cannoni, che malgrado gli sforzi degli artiglieri con l’aiuto dei fanti, non possono essere trascinati via a causa degli affusti danneggiati, vengono tolte le parti essenziali.

L’azione del Mosciagh, la prima vittoriosa dopo due settimane di batoste, acquista un grande valore morale in tutto il Paese trepidante e il Comando Supremo la esalta nel Bollettino n. 369 del 29 maggio 1916, pubblicato sulle prime pagine di tutti i giornali: “Un brillante contrattacco delle valorose fanterie del 141mo reggimento (brigata Catanzaro) liberò due batterie rimaste circondate sul Monte Mosciagh.”

Da questo fatto d’arme derivano il glorioso motto del 141mo Fanteria (“Su monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone”) e le motivazioni con cui viene concessa alla Bandiera del 141mo la Medaglia d’Oro al V. M..

Al sottotenente Adolfo Zamboni viene assegnata la Medaglia d’Argento al Valor Militare e la Croix de Guerre avec Palme, altissima decorazione francese conferitagli in presenza del Re d’Italia dal Presidente francese Poincarè durante la sua visita al fronte italiano.
Il sottotenente Zamboni merita anche la Citation a l’Ordre de l’Armée francese firmata dal Maresciallo Petain.

Quel furibondo combattimento in cima al Mosciagh nella notte tra il 27 ed il 28 coincide con la svolta fondamentale che porta al fallimento della Strafexpedition, come scrive lo stesso generale Cadorna, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito:
“Pure, fra tante angosce, una sensazione si faceva strada in me. Era, in principio, assai incerta e debole, e poteva apparire più illusione che speranza. Ma, dal 27 al 28 di maggio mi era parso, a un tratto, che fosse finita per gli Austriaci la fase bella del tentativo, l’avanzata irresistibile, quella che ogni giorno ci apriva una ferita di più nella carne.”

Gravemente ferito durante il combattimento sul Mosciagh, Adolfo Zamboni viene ricoverato in ospedale a Padova, dove approfitta per laurearsi in lettere col massimo dei voti e la lode
Prima dello scadere della licenza di convalescenza, con le ferite ancora sanguinanti, vuole raggiungere i suoi soldati tornati in linea sul Carso e il 6 agosto alla loro testa conquista la munitissima cima del monte San Michele, meritando la seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Promosso tenente per merito eccezionale di guerra, riceve la terza Medaglia d’Argento per le azioni sull’Hermada dell’agosto 1917.
Nel dopoguerra, promosso capitano, viene nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia per benemerenze di guerra.

Il Mosciagh mi ricorda i fanti della Brigata Catanzaro e quel maggio del 1916.
Sempre, quando passo, rivolgo un pensiero ai fanti della Brigata Catanzaro.
Ci sia sempre caro il Loro ricordo.
(Mario Rigoni Stern)

 

Adolfo Zamboni j.

“LUCE PERFETTA” DI MARCELLO FOIS VINCE IL PREMIO CASSIERI 2016

 

Il Comune di Rodi Garganico ha organizzato la terza edizione del Premio letterario per la narrativa “Rodi Garganico – Giuseppe Cassieri” con il Patrocinio della Regione Puglia, della Provincia di Foggia, del Parco Nazionale del Gargano. L’evento, che si terrà il 21 maggio 2016 dalle ore 18 presso l’Auditorium “Filippo Fiorentino” dell’Istituto di Istruzione Superiore “Mauro del Giudice”, si aprirà con l’inaugurazione della Mostra bio-bibliografica “Cassieri, scrittore europeo” a cura di Antonio Motta.
Nel corso della serata sarà assegnato il Premio “Rodi Garganico – Giuseppe Cassieri” ad un’opera di narrativa in lingua italiana, pubblicata tra gennaio 2015 e febbraio 2016.

Quest’anno il romanzo vincitore è “LUCE PERFETTA” di Marcello Fois.

ECCO LA MOTIVAZIONE DELLA GIURIA:
“Luce perfetta” di Marcello Fois chiude la trilogia dedicata alla famiglia Chironi di Nuoro con una inflessibile tragedia contemporanea. Il romanzo riprende con controllata architettura la genealogia dei protagonisti, calibrando con bravura la premonizione e la sorpresa, e proponendoci personaggi attraversati da passioni intense e distruttive, individui dall’identità sdoppiata e raddoppiata, solitudini impenetrabili, e un intreccio di vita e morte che è quasi una coesistenza.
Nella Sardegna della speculazione edilizia e dell’Anonima Sequestri si snoda una vicenda narrata con precisione e freddezza, necessarie a restituire anche stilisticamente il cinismo, l’incomunicabilità, il senso di oppressione che caratterizza i protagonisti.
La scrittura solida ed incisiva, la compattezza del racconto, la capacità dell’autore di fare del paesaggio un elemento mai decorativo ma sempre essenziale, la volontà di esaminare le pieghe più difficili e le pulsioni più temibili dell’animo umano fanno di “Luce perfetta” un libro doloroso e importante, meritevole della più alta attenzione”.
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Marcello Fois, nato a Nuoro nel 1960, si laurea in Italianistica presso l’Università di Bologna. Nel 1992 pubblica “Ferro recente” e “Picta” (con cui vince il Premio Italo Calvino). Sei anni più tardi è la volta di “Sempre caro”, primo romanzo di una trilogia che comprende “Sangue dal cielo” (1999) e “L’altro mondo” (2002), di genere noir, inserito in un contesto regionale ben definito, quello sardo. Cofondatore del Festival letterario di Gavoi, Fois è anche sceneggiatore televisivo, cinematografico e teatrale. Numerosi i riconoscimenti, fra cui il Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana e il premio Volponi con “Memoria del vuoto” (Einaudi, 2006). Nel 2012 è tra i finalisti del Premio Campiello con il romanzo “Nel tempo di mezzo” (Einaudi), mentre nel 2013 pubblica “L’importanza dei luoghi comuni” (Einaudi); nel 2014 cura il volume antologico “Sei per la Sardegna”, in favore degli alluvionati. Nel 2015 pubblica i romanzi “Ex voto” (Minimum fax) e “Luce perfetta” (Einaudi), che vince la III edizione del  Premio “Rodi Garganico – Giuseppe Cassieri”.

Sabato 21 maggio a Rodi il Premio Cassieri 2016

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Il Comune di Rodi Garganico ha organizzato la terza edizione del Premio letterario per la narrativa “Rodi Garganico – Giuseppe Cassieri” con il Patrocinio della Regione Puglia, della Provincia di Foggia, del Parco Nazionale del Gargano. L’evento, che si terrà il 21 maggio 2016 dalle ore 18 presso l’Auditorium “Filippo Fiorentino” dell’Istituto di Istruzione Superiore “Mauro del Giudice”, si aprirà con l’inaugurazione della Mostra bio-bibliografica “Cassieri, scrittore europeo” a cura di Antonio Motta. Nel corso della serata sarà assegnato il Premio “Rodi Garganico – Giuseppe Cassieri” ad un’opera di narrativa in lingua italiana, pubblicata tra gennaio 2015 e febbraio 2016. Ci sarà anche una menzione speciale. Un attestato di merito sarà riservato ad un lavoro scolastico singolo o di gruppo sull’opera di Cassieri (ricerca biografica sul campo, scrittura di un racconto, audiovisivo, intervista). La Giuria del Premio è composta da: Raffaele Nigro – Presidente; Antonio Motta; Lea Durante; Teresa Rauzino; Pasqualino Silvestri; Concetta Bisceglie. La serata sarà presentata dal giornalista Attilio Romita. Previsto un intermezzo musicale del soprano Rosa Ricciotti con il trio Celos (Pasquale Antonio Rinaldi – flauto, Nazario La Piscopia – pianoforte, Lorenzo Sannoner – percussioni) e i “tangueros” Giovanna D’Angelo e Michele Maggiore: “Viaggio dell’emigrazione tra la canzone napoletana e il tango argentino”.
Saranno presenti alla manifestazione Nicoletta ed Alessandro Cassieri.

Caro Renzi, restituisci l’Abbazia di Kàlena alla sua bellezza!

Abbazia di santa Maria di Kalena in una foto di Day Gilles Trinh Dinh

12 MAG 2016 — Per recuperare i luoghi culturali dimenticati il Governo mette a disposizione 150 milioni di euro. Fino al 31 maggio tutti i cittadini potranno segnalarli all’indirizzo di posta elettronica bellezza@governo.it
Una commissione ad hoc stabilirà a quali progetti assegnare le risorse. Il relativo decreto di stanziamento sarà emanato il 10 agosto 2016.
Da parte nostra, abbiamo appena segnalato all’attenzione di Matteo Renzi, capo del Governo italiano, l’abbazia di santa Maria di Kàlena in agro di Peschici (Foggia) un luogo simbolo del Gargano, oggi in condizioni di estremo degrado, da recuperare, ristrutturare o reinventare per il bene della collettività e dei cittadini del mondo che scelgono il nostro territorio come luogo da vivere non solo durante le vacanze.

L’ABBAZIA DI KÀLENA SIA RESTITUITA ALLA SUA BELLEZZA!

L’ex abbazia di Santa Maria di Kàlena, sita in agro di Peschici, nella provincia di Foggia, è da annoverare fra le più antiche d’Italia. Le prime notizie dell’abbazia risalgono al 1023, lo storico Pietro Giannone ritiene sia stata eretta dall’ 872 d C.
Il complesso monastico benedettino, trasformato in Masseria all’inizio dell’Ottocento, versa attualmente in uno stato di profondo degrado, a causa delle difficoltà di reperire fondi per procedere a un restauro globale.

Le due chiese, un tempo edifici religiosi dedicati al culto, attualmente si trovano in uno stato di completo e preoccupante abbandono; il campanile a vela è in condizioni molto precarie per il crollo parziale della parte superiore che è priva di copertura, situazione estremamente pericolosa per la sottostante preziosa scultura in bassorilievo di età bizantina raffigurante la Madonna.

Attualmente l’abbazia non svolge alcuna funzione, se non in occasione della festa della Madonna di Kalena, l’8 settembre, unico giorno in cui l’abbazia è aperta al pubblico, quando la popolazione vi si reca in processione per rievocare un’antica tradizione di culto.
Kàlena è diventata il simbolo della sorte dei numerosi, dimenticati e trascurati monumenti di Capitanata, per il quale la comunità di Peschici si è da tempo mobilitata attraverso una serie di iniziative: varie pubblicazioni degli storici del Centro Studi Martella per valorizzare il monumento e chiederne il restauro (“Salviamo Kalena” e “Chiesa e religiosità popolare a Peschici”), tre convegni, il più recente dei quali è il convegno «Insieme per Kàlena» del 26 febbraio 2007 presso il Tribunale della Dogana di Foggia, sede della provincia di Foggia, con la partecipazione di tutti gli enti preposti alla tutela del monumento. Migliaia le segnalazioni di Kalena al FAI come “luogo del cuore”.

Varie petizioni popolari sono state firmate da migliaia di persone, che chiedono l’esproprio immediato dell’abbazia. L’ultima, dal titolo “Kalena non deve morire!” è attiva su change.org (https://www.change.org/p/l-abbazia-di-k%C3%A0lena-non-deve-morire).

(in allegato l’elenco dei firmatari e le loro motivazioni).

Tra le voci più autorevoli che hanno spesso sollecitato il restauro dell’abbazia, quella dell’arcivescovo di Lecce, Monsignor Domenico D’Ambrosio, nativo di Peschici, che ha spesso lanciato una provocazione: “Se non fossi vescovo, occuperei l’abbazia!” e che recentemente ha sollecitato l’intervento del ministro Franceschini (lettera allegata).

Mille promesse, i fatti pochi, anche se importanti rispetto al passato. L’abbazia oggi, al contrario del 1997, è totalmente vincolata, compresa una piccola area prospiciente (la cosiddetta area di rispetto). C’è stato un piccolo intervento della Soprintendenza per risanare le creste murarie, a spese della proprietà (chiamasi intervento a danno). La statuetta della Madonna di Kalena è stata restaurata ed affidata alla Chiesa Matrice di sant’Elia profeta.

Rovente la recente polemica, sviluppatasi sui media e sui social network, sull’uso improprio dell’Abbazia di Kalena, divenuta stazzo di capre e covo di latitanti nella fiction televisiva “Questo è il mio paese” diretta da Michele Soavi e interpretata da Michele e Violante Placido. Far pascolare capre e pecore all’interno di una Abbazia protetta è vietato dall’art. 20 comma 1 del codice dei Beni Culturali, ma è stato fatto impunemente: nessun organo preposto alla vigilanza è intervenuto!

Eppure i monasteri benedettini del Gargano furono centri di vita e di spiritualità. I ruderi di questa civiltà, dimenticati tra i rovi e le ortiche, in questi ultimi anni sono stati rivisitati, e richiamati in vita per testimoniare il loro illustre passato, ma anche per richiamare l’attenzione dei tanti visitatori che affollano le spiagge del Gargano. E così l’Abbazia di Pulsano, affacciata sul magnifico golfo, e l’Abbazia di Monte Sacro, in un’oasi di silenzio e di pace, compaiono negli itinerari culturali e spirituali del Gargano, insieme al Santuario di San Michele Arcangelo. Ormai a mancare all’appello è solo l’Abbazia di Kàlena.

Il nostro sogno è di vedere l’abbazia restaurata nella sua interezza e restituita alla fruizione dei fedeli e dei cittadini del mondo, desiderosi di conoscere la nostra storia millenaria.

Solo la volontà politica (che finora è stata velleitaria, per non dire assente) potrebbe realizzare questo sogno.

Chiediamo al Capo del Governo Matteo Renzi, che ha lanciato questa iniziativa, di dare un segnale, per riacquistare la fiducia dei cittadini di Peschici, duramente colpiti dall’incendio del luglio 2007 e dall’alluvione del settembre 2014. Gli chiediamo di procedere immediatamente alla ristrutturazione dell’ex abbazia di Kàlena, per far tornare il complesso benedettino agli antichi splendori.

L’Abbazia di Kalena sia restituita alla sua bellezza!

Peschici meriterebbe questo segno di attenzione!

Prof.ssa Teresa Maria Rauzino

Presidente Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici (FG)

 

POST SCRIPTUM : Ho inviato il tutto al Governo. Spero di  non essere la sola a farlo. Possono farlo tutti i cittadini, inviando la propria segnalazione su Kalena a bellezza@governo.it

Anche Peschici pagò il suo tributo alla Resistenza

I fratelli Vincenzo ed Antonio Biscotti, due giovani partigiani originari di Peschici (il primo medaglia d’argento, il secondo medaglia di bronzo al valore militare), sepolti nel ” Campo di gloria del Cimitero Monumentale di Torino”, furono uccisi in combattimento nel febbraio 1945 presso Pollone (Biella).

 

6-32 Antonio e Vincenzo Biscotti

 

Nel volume “Meridionali e Resistenza. Il contributo del Sud alla lotta di liberazione in Piemonte 1943-45” a cura di Claudio Dellavalle (Presidente dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti”), ed edito dal Consiglio Regionale del Piemonte, due pagine sono dedicate alla storia dei fratelli Biscotti:

“Vincenzo Biscotti (Mitra 1) nasce a Peschici (FG) il 27 gennaio 1921. La famiglia emigra nel Biellese a Pralungo. Nel 1937 Vincenzo era stato recluso nel carcere minorile per aver svolto propaganda comunista; arruolato fra i paracadutisti della Folgore, aveva ricevuto l’addestramento militare per le azioni d’assalto e dopo l’8 settembre fu tra gli organizzatori della Resistenza nel Biellese centrale; nella primavera del 1944 era stato nominato vicecomandante della 2 brigata Garibaldi, costituita nel gennaio del 1944. Nell’autunno del 1944 nella conduzione politica e militare della brigata si verificarono alcuni dissidi, che portarono i fratelli Biscotti a cercare di costituire una formazione indipendente. Secondo alcune fonti, il Cln biellese avrebbe operato il riconoscimento formale della nuova formazione, che ai primi di febbraio del 1945 contava su una sessantina di uomini, come brigata “Matteotti”; il comando garibaldino biellese aveva invece dichiarato irregolare la formazione di Biscotti e definito come disertore il suo leader. Durante il rastrellamento del 3 febbraio 1945 Vincenzo fu ucciso in combattimento presso Pollone (Biella) insieme al fratello Antonio, (Mitra 2). Antonio era più giovane di qualche anno essendo nato nel 1925 a Tavigliano (Bi). Vincenzo verrà insignito della medaglia d’argento al valor militare alla memoria. La memoria ancora viva fra i partigiani della 2^ Brigata concorda nel definire i fratelli Biscotti come partigiani coraggiosi e risoluti, dal carattere molto orgoglioso e poco disposto alla sottomissione”.

Il quotidiano “La Stampa” di Torino ne parlò nell’articolo del 26 gennaio 1968 dal titolo “Medaglie alla memoria a due fratelli partigiani uccisi combattendo nel Biellese uno accanto all’altro“, inviato dal corrispondente (p. m.) di Biella il 25 gennaio 1968

“I fratelli Vincenzo e Antonio Biscotti, comandanti partigiani caduti combattendo nel Biellese l’uno a fianco dell’altro pochi mesi prima della Liberazione, sono stati decorati rispettivamente di medaglia d’argento e di bronzo. Le motivazioni sono apparse sulla Gazzetta Ufficiale. I fratelli Biscotti avevano creato una formazione autonoma di tendenza socialista. La proposta per la decorazione era stata presentata alcuni anni or sono dal dott. Alberto Buratti, che a quell’epoca era capo di Stato Maggiore della seconda Brigata Garibaldi operante nel Biellese. A Pralungo, vive tuttora la madre dei valorosi partigiani, signora Loreta Biscotti, che dedica la sua esistenza al culto della memoria dei due figli caduti per la libertà”. (LaStampa 26/01/1968 – numero 22 pagina 7).

Ecco le motivazioni delle medaglie conferite alla loro memoria:

VINCENZO BISCOTTI
Da Peschici (Fg), classe 1921.
Entrato tra i primi nelle file partigiane, si distingueva in numerosi combattimenti per ardimento e dedizione, restando ferito due volte. Comandante di un distaccamento, attaccato da soverchianti forze avversarie, accettava intrepidamente l’impari combattimento. Dopo strenua resistenza, resasi la situazione insostenibile, ordinava ai suoi uomini di ripiegare mentre egli, insieme con un fratello, restava in posto per proteggere la ritirata. Nel corso di tale generosa azione, colpito insieme al fratello da raffica nemica, decedeva da prode per la causa della libertà.
Pollone (Bi), 3 febbraio 1945.

ANTONIO BISCOTTI
Da Tavigliano (Bi), classe 1925.
Benché di giovane età, entrava nelle file partigiane partecipando dall’inizio alla lotta con grande slancio ed ardimento. Nel corso di un cruento combattimento contro preponderanti forze nemiche si offriva di restare al fianco del fratello, comandante del reparto, per proteggere il piegamento dei commilitoni. Colpito da una raffica di mitra immolava insieme al fratello, la sua giovane esistenza alla causa della libertà.
Pollone (Bi), 3 febbraio 1945.

I fratelli Biscotti sono stati citati dallo storico Vito Antonio Leuzzi in un articolo apparso sulla Gazzetta del mezzogiorno del 24 Aprile 2016.

Due valorosi partigiani che rappresentarono un mito per “garibaldini” come Livio Franco Monti (Sipel ), il quale non riusciva ad accettare il fatto che la loro figura fosse stata ingiustamente dimenticata, e quasi cancellata, dalla memoria collettiva.

Teresa Maria Rauzino 

 

PS Le due foto dei fratelli Biscotti e delle tombe sono tratte dal volume BIELLESERIBELLE pubblicato sul web:

https://picasaweb.google.com/gualaluciano/BIELLESERIBELLE#5593573487150362386

https://picasaweb.google.com/gualaluciano/BIELLESERIBELLE#5415459791730675538

 

 

Maria Rita D’Orsogna scrive ai NO TRIV: “Vinceremo. La storia è più grande di Matteo Renzi”

 

Maria Rita D'Orsogna

Non ci siamo riusciti. Nonostante tutta la nostra buona volontà, il nostro entusiasmo, la macchina del no, dell’astensionismo, dei geologi al soldo delle fossili, dei lobbisti del petrolio ha avuto la meglio su di noi.

Lo sapevamo tutti che non era una partita alla pari fin dal primo giorno: una data a casaccio, la stampa ufficiale contro di noi, gli spauracchi immaginari della disoccupazione e delle luci spente, un primo ministro che invita all’astensione. Onore a noi tutti per averci provato e per averci creduto fino all’ultimo voto.

Mi dispiace molto, e per prima cosa voglio ringraziare tutti quelli che si sono adoperati condividendo post su Facebook, promuovendo incontri di quartiere, facendo passaparola. Voglio ringraziare ogni nipote che lo spiegava al nonno perchè votare si, e ogni nonno che ha capito che era importante. Voglio ringraziare tutti quelli che sebbene lontani da comunità trivellate o trivellande si sono presi la briga di studiare, e sono diventati piccoli attivisti. Anche se non ci siamo riusciti è stato lo stesso una bella pagina di democrazia sana, in cui molti si sono sentiti investiti, con il desiderio di poter far qualcosa di buono.

La sconfitta ci insegna che abbiamo ancora tanta strada da fare.

Non è un caso che laddove le trivelle siano state oggetto di discussione negli scorsi anni ci sia stata maggiore affluenza. Chi sa, chi ha capito, chi ha vissuto il petrolio nelle proprie comunità ha votato SI. E’ stato in parte non realistico pensare che i residenti di Trentino Alto Adige o di Umbria potessero davvero capire, soprattutto dato tutto quello che veniva scritto sul Corriere della Sera, o gli schiamazzi televisivi o il comportamento immondo dei politici italiani, quasi tutti amici dei petrolieri.

Come dico sempre, l’opinione pubblica te la crei giorno per giorno, con calma e non quando c’e’ l’emergenza. Quando ho iniziato questa battaglia, pochi pochi pochi erano quelli che ci credevano. Non c’era Greenpeace a fare titoloni. L’opinione pubblica te la crei parlando, spiegando e soprattutto quando si instaura un filone di fiducia fra il convincitore ed il convincente. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole amore.

E’ per quello che ho aperto questo blog. Per continuare ogni giorno a raccontare, a spiegare. Non ci si può aspettare che gente che non ha mai sentito parlare di trivelle prima d’ora adesso riesca a vedere il quadro completo del tutto, andando oltre le petrolballe di Matteo Renzi, o a spiegargli che era un voto simbolico o che la petrol-monnezza è vera o che gli 11mila posti di lavoro sono solo nella fantasia dell’ENI.

Nel 2008 andai a San Vito Marina, dove c’era già Ombrina che faceva i test. La gente andava al mare tranquilla, quasi all’ombra di questi enormi tralicci bianchi e rossi. Quasi nessuno si chiese niente. Feci domande a gente che non conoscevo. Fui stupita del fatto che quella piattaforma fosse un non problema. Non erano d’accordo o contrari, semplicemente non si erano posti il problema.

A suo tempo Marevivo diceva che Ombrina era tutto fatto per bene, e fino al 2011 Legambiente parlava della necessità del “gas di transizione”, distinguendo fra petrolio e gas naturale.

Lo sappiamo come è andata a finire con Ombrina. E credo che guardare la differenza fra il 2008 e il 2016 sia emblematico. Ci vuole tempo, ci vuole perseveranza, ci vogliono numeri spiegati in maniera chiara, e ragionamenti e idee, e non gli scoop, persone famose e le urla condensate in due mesi. E questo specie in Italia dove la solidarietà e il fare squadra sono spesso un miraggio.

Come diceva Francis Bacon e come ricorda il mio amico Fausto Di Biase: “Nullus sermo in his potest certificare, totum enim dependet ab experientia”.

Ma non tutto è perduto. Questo referendum ha avuto il merito di aver portato il tema petrolio nelle case degli italiani, nel bene o nel male. Ha portato quantomeno il dubbio che le trivelle non siano benessere e ricchezza per l’italiano medio.

Purtroppo per noi, ci sono altre concessioni in terra e in mare, previste in varie parti dello stivale per i prossimi mesi, per i prossimi anni. Grazie a tutti i dibattiti referendari, quelli che avranno la sfortuna di viverci vicino avranno vita più facile nel contrastare questi progetti, se lo vorranno. Sapranno che si può e si deve lottare, anche se si è in pochi, anche se è difficile. Avranno materiale ed esempi. E’ tutto scritto, documentato, dai pesci ai terremoti. E’ scomparso il vuoto mediatico che c’era dieci anni fa e questo anche grazie al referendum che ha obbligato stampa e TV ufficiali a parlarne, anche se spesso male.

A suo modo questa sensibilizzazione è già una vittoria. E adesso cosa fare? Occorre andare avanti, concessione per concessione, comunità per comunità. E’ qui la nostra forza, sul locale. E’ persa la battaglia del referendum, non la guerra.

Anche se Matteo Renzi e Claudio Descalzi andranno a brindare, la storia è dalla nostra parte. Cent’anni fa facevamo buchi perché pensavamo che far buchi fosse lo stato dell’arte. Lo stato dell’arte nel 2016, nonostante il referendum, nonostante chi ci governa, non è fare buchi. E’ fare tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi con le fonti fossili senza trivellare ad infinitum, senza distruggere la vita di nessuno, senza martoriare l’unico pianeta che abbiamo.

Dobbiamo continuare a opporci alla petrolizzazione d’Italia come fatto finora, ogni santo giorno, e cioè dal basso, progetto per progetto. Dobbiamo continuare a esigere un ambiente ed una democrazia pulite, un Italia che guardi alle rinnovabili e al futuro e non alle trivelle e al passato. Vinceremo. La storia è più grande di Matteo Renzi.

MARIA RITA D’ORSOGNA

http://www.dorsogna.blogspot.it/2016/04/il-referendum-non-raggiunge-il-quorum.html

la lettera è stata pubblicata dal quotidiano “L’ATTACCO” del 19 aprile 2016

La cronaca di Silvio Petrucci del viaggio di Mussolini a Foggia

Nel 1935 uscì un libro di Petrucci  dal titolo “In Puglia con Mussolini”, cronache delle giornate pugliesi di Mussolini nel settembre 1934.

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Silvio Petrucci nacque a Sannicandro Garganico il 13 luglio 1894. Si laureò a Roma in giurisprudenza; svolse la professione di avvocato sino al 1924, anno in cui entrò nel giornalismo. Lavorò nella redazione romana de «Il Popolo d’Italia» fino al 1939, allorché fu nominato redattore capo de «Il Messaggero» fino al 25 luglio del 1948. Morì a Roma il 17 febbraio del 1971.

Petrucci fu un giornalista d’assalto fin dalle prime battute. Lo scioglimento del PNF di due piccoli comuni garganici, Faeto e Lesina, fu commentato  molto duramente da Petrucci in un articolo apparso su «Roma Fascista». Il fondo venne ripubblicato sul «Foglietto», giornale della Daunia, il 28 luglio del 1927 (n° 29). Esso si intitolava “Beghe e beghisti”: «Faeto e Lesina, dimenticati e minuscoli paesi della Capitanata – scriveva Petrucci –  attraversano un periodo di improvvisa, antipatica notorietà. I due fasci sono stati soppressi per le insanabili e ingiustificabili beghe, che ne rendevano inutile l’esistenza. Provvedimento severissimo, ma salutare e ammonitore…. Il Segretario Federale di Foggia e il Segretario generale del P.N.F. hanno voluto evidentemente colpire la turbolenza beghista di pochi irriducibili, nostalgici del vecchio tempo e dei vecchi sistemi, che credono di poter rinnovare, ancora oggi, le lotte per il predominio personalistico sulle popolazioni…».

Silvio Petrucci prospetta per i beghisti cronici, se continueranno, «la comoda, vicinissima villeggiatura delle isole Tremiti».

 Il giornalista garganico, pur vivendo a Roma, insieme al fratello Armando fu un importante organizzatore del “consenso” al regime fascista, oltreché della promozione turistica del Gargano Nord. La sua villa di San Menaio, negli anni Trenta, fu ritrovo di feste e di comitive di giovani, nonché luogo di riunione per artisti e politici, amici provenienti da tutte le parti d’Italia. 

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Nel settembre 1934, Petrucci seguì Mussolini durante la visita di cinque giorni in Puglia. La cronaca del viaggio fu pubblicata nel volume celebrativo delle realizzazioni del Regime In Puglia con Mussolini, edito nel 1935.

Nel resoconto di Petrucci,  Foggia, «cuore della Capitanata», il giorno della visita del Duce si presentò «avvolta in una bruciante vampata di entusiasmo». La città «colma di grano», che custodiva, nelle cosiddette fosse, piene di chicchi di oro, il prezioso prodotto della sua terra, gli preparò un’accoglienza di schietto significato rurale. Anche se la trasformazione agraria del Tavoliere era appena all’inizio, Foggia vantava «con fierezza» il primato della produzione granaria fra tutte le province italiane: «Il Fascismo ha qui mobilitato masse di contadini, agricoltori che sono dediti alla vita dei campi, perché ha voluto salutare nel Duce soprattutto il condottiero di quella battaglia del grano, che in questa terra ha trovato schiere di veliti».

Secondo le stime di Petrucci, ben 150.000 persone, «dai più lontani paesi del Gargano e dell’Appennino, dagli estremi lembi della pianura», si riversarono nel capoluogo, durante la notte e per tutta la mattina, per accogliere Benito Mussolini. E qui il suo racconto giornalistico assume toni davvero epici: «Formidabili correnti umane percorsero il Tavoliere inondando i campi di grida gioiose e di una parola breve e folgorante “Duce!”». Tutta quella folla si schierò per le vie della città, «avvolta in uno sfolgorante alone tricolore, ad aspettare fremente sotto un implacabile sole». La gente, al colmo dell’entusiasmo, vedendolo apparire, esplose in un unico grido: «Duce! Duce! Duce!». 

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Nel mezzo del piazzale della stazione, tutti i gagliardetti dei fasci giovanili della provincia «si levarono in alto, guizzando come fiamme al sole. Si innalzò un coro di canti, squilli, accompagnati da un tripudio di bandiere». 

Ed il Duce cosa fece? Dopo aver accolto il primo gioioso saluto di Foggia, montò su un’automobile per dirigersi fino al Palazzo del Governo. Qui un manipolo di Balilla «moschettieri», in servizio d’onore lungo lo scalone, immobile sull’attenti, presentò le armi con fierezza, mentre un “leggiadro sciame» di Piccole Italiane lanciò uno squillante «A Noi!». A Mussolini venne offerto, a nome di tutta la Capitanata, una targa d’argento, sul cui piano era presente una visione dei campi del Tavoliere, dominata dalla figura di un seminatore.

Il Duce nel suo esaltante cammino ricognitivo delle magnifiche e progressive realizzazioni fasciste, proseguì la visita alle case rurali del villaggio “La Serpe” (l’odierno Borgo Mezzanone). Fece fermare la vettura davanti ad una casa, dove ad attenderlo c’era un folto, pittoresco, gruppo di uomini e donne del Gargano, nei loro sgargianti costumi tradizionali. Al suono caratteristico di fisarmoniche, tamburelli e nacchere, intonarono canzoni campestri e intrecciarono danze popolari. Qui una fanciulla di Monte S. Angelo avanzò, porgendo al Duce una statuetta in alabastro dell’Arcangelo Michele, un’altra gli offrì un fascio di spighe e poi tutte le altre offrirono spighe ed anche dei fiori. Una fanciulla in costume avanzò verso di lui. Gli portò il saluto del nonno che, da anni emigrato in America, in quel momento, aveva voluto fargli pervenire, da così lontano, «il pensiero devoto e grato dei pugliesi staccati dalla terra natale». Ma la commozione le troncò la parola: la fanciulla, prorompendo in singhiozzi, si inginocchiò e baciò la mano del Capo.

Il corteo proseguì nella campagna, fermandosi a tre chilometri da Foggia, dove sorgeva l’Istituto Sperimentale d’Agraria, fondato nel 1925 dall’Ente dell’Acquedotto Pugliese. Il Duce visitò i locali dell’azienda. E prosegui nella sua marcia trionfale. Presso la scuola rurale “Arnaldo Mussolini”, una schiera di bimbe, in divisa di Piccole Italiane, lo accolse con uno squillante «A Noi!». La più piccola gli si avvicinò e gli chiese una fotografia, Mussolini assicurò che gliela avrebbe spedita, e prese immediata nota del suo nome e indirizzo. Al Duce venne quindi offerto un carro romagnolo, bianco, rosso e verde, con una coppia di buoi. Il corteo proseguì nella sua marcia trionfale nelle campagne foggiane: dopo un po’ raggiunse la località dove stava sorgendo una borgata rurale. Il grandioso progetto di bonifica prevedeva, per la trasformazione fondiaria del Tavoliere, la costruzione di quindici nuovi centri urbani e di diciotto borghi rurali. Il primo centro rurale, in avanzato corso di costruzione, intitolato al martire fascista Raffaele Laserpe, fu visitato quel giorno.

Quindi il Duce ritornò alla Stazione. Quando, alle 18.15 precise, apparve alla Folla e la salutò, questa si sollevò «in un grido ruggente: “Duce! Duce! Duce!”». A placare tutta questa esaltazione furono gli squilli delle trombe; il clamore si spense d’improvviso non appena Mussolini cominciò a parlare.

Nella cronaca del Petrucci, dopo il discorso del Duce, «una luce raggiante riempì i volti di tutti e molti occhi brillarono di lacrime. Il clamore della luce si propagò su tutta la città e investì l’ampiezza solenne del Tavoliere, che sembrò scuotersi in ogni sua zolla. E il saluto fu festoso e trionfale, come il saluto che accolse l’ospite attesissimo al suo primo apparire sulla terra di Puglia, e al suo ingresso nelle città, al suo passaggio per i paesi e per le campagne».

Silvio Petrucci chiude la sua cronaca con un resoconto sulle realizzazioni del regime: dalla Marcia su Roma al 1936, in Puglia erano stati eseguiti o iniziati lavori pubblici per un ammontare di circa due miliardi e cento milioni. L’Acquedotto, da solo, aveva già assorbito oltre 555 milioni; e 557 milioni erano stati spesi per l’edilizia scolastica. A tale cifra andava aggiunta quella non precisata per sovvenzione nella costruzione di ferrovie, concessa dall’industria privata, nonché quella cospicua, ma non controllabile statisticamente, delle spese fatte dai Comuni e dalle Province per opere eseguite a loro completo carico.

Secondo il Petrucci, in Puglia, Mussolini era stato accolto trionfalmente da una popolazione «che viveva il fascismo in maniera attiva», perché il Regime aveva affrontato i suoi numerosi problemi contemporaneamente, mediante un’azione rapida, metodica ed energica. Nel campo delle bonifiche la Capitanata vantava un primato incontestabile, con un’opera di grande importanza, igienica, economica e sociale: la trasformazione fondiaria del Tavoliere. L’opera, già all’inizio, aveva dato vita al primo villaggio rurale “La Serpe”. Nello stesso periodo era in pieno sviluppo la bonifica idraulica di Lesina, dove erano impegnati con un “esercito” di operai, moderni mezzi tecnici. Nel campo delle comunicazioni i servizi ferroviari erano stati perfezionati ed intensificati, con il vasto rinnovamento edilizio delle stazioni e degli edifici post-telegrafonici. Le linee marittime erano state migliorate: considerevoli i lavori portuali di Manfredonia.

Tra le opere di maggiore importanza, di cui il regime esaltava il compimento, figurava la ferrovia Garganica, inaugurata dal conte Costanzo Ciano. Invano attesa per mezzo secolo, la ferrovia era stata costruita per precisa volontà del Duce; essa preludeva ad un grande sviluppo soprattutto turistico ed economico. Se dalle ferrovie si passava poi alle strade, si notava lo stesso scopo di avvicinamento più diretto, quasi di affratellamento tra le varie regioni. Era stata riordinata la circoscrizione giudiziaria; il capoluogo e i vari comuni si erano impegnati in un profondo risanamento igienico e rinnovamento estetico; mai così “prosperoso” era stato l’impulso dato all’edilizia. Gli unici edifici pubblici costruiti in Puglia, prima del 1922, erano state alcune caserme. In quasi tutti i comuni ora erano sorti edifici scolastici; era stata portata l’energia elettrica; moltiplicate le palestre e i campi sportivi e accanto alle case del Fascio si elevavano le prime case economiche per il popolo; erano inoltre state create le prime istituzioni assistenziali.  

Secondo il Petrucci, il Regime «aveva compiuto, tra queste popolazioni, una radicale trasformazione sociale, riuscendo a conquistare in pieno le masse, per lo più mancanti di una tradizione associativa e perciò più esposte agli abusi del “feudalesimo”padronale. Attraverso l’ordinamento corporativo, i contratti di lavoro e le provvidenze sociali, il fascismo aveva di colpo elevato i lavoratori della Capitanata allo stesso livello dei camerati delle province più progredite, di fronte ai quali in passato si erano trovati in condizioni d’umiliante inferiorità. Mussolini era un prodigioso seminatore che, di tanto in tanto, si muoveva da Roma, per recarsi in quei luoghi in cui aveva scagliato il seme con la mano, per ammirarne la prima fioritura o il novello frutto».

 

Teresa Maria Rauzino

Le foto di Mussolini a Foggia sono tratte da Raffaele Colapietra, La Capitanata nel periodo fascista, Amministrazione provinciale, Foggia 1978.