E se non fosse stato Sueripolo a fondare Peschici (e Vico)?

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” .. E se non fosse stato Sueripolo, con i suoi compagni d’arme, a fondare Peschici (e Vico) nel 970 d.c., come riferito dal Sarnelli (che non cita alcuna fonte specifica), ma gruppi familiari in fuga dall’isola di Lastovo (distante solo 100 km da Peschici) dopo l’attacco condotto dai Veneziani (intorno all’anno mille e con il beneplacito dei bizantini) che distrussero l’isola in quanto i suoi abitanti, dediti a sistematici atti di pirateria, avevano messo in seria crisi le rotte commerciali della Repubblica veneta?”. La croata Lastovo (oggi chiamata Làgosta), un’isola della Dalmazia, è posta in mezzo all’Adriatico meridionale, non lontano dalle Tremiti.

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Questa nuova ipotesi sulla fondazione di Peschici è contenuta in un interessante saggio di Nikolić Jakus Zrinka dal titolo “Slavi ma non schiavi”.
L’autrice porta a sostegno della sua tesi la circostanza che dai cartolari dell’ abbazia di Tremiti del 1023 e 1043, che fanno riferimento a donazioni di abitanti slavi di Peschici e Devia, emerge l’esistenza di una comunità fortemente strutturata con a capo anche uno zupan (di Devia).
Nikolić Jakus Zrinka è una docente associata del Dipartimento di Storia – Facoltà di scienza umanistiche e sociali – dell’Università di Zagabria, presso cui tiene corsi di storia medievale della Croazia e sulle famiglie e la nobiltà croata di quel periodo storico.

Il saggio, segnalato alla nostra attenzione dal colonnello Vincenzo Tedeschi, è stato tradotto (dall’inglese in italiano) da Day Gilles Trinh Dinh.
Grazie ad ambedue!

Ecco il saggio in Inglese

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e in Italiano

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Una storia secolare, quella dell’origine slava di Peschici, culminata nel vocabolario Latino-Croato,  opera di Giacomo Micaglia,  nativo del piccolo paese garganico, che i gesuiti usarono per portare la Controriforma in Croazia 

QUANDO A PESCHICI GLI SLAVI ERANO DI CASA

Armando Petrucci, nell’introduzione al “Codice diplomatico di Tremiti”, afferma che fra il X e XI secolo il mare Adriatico fu un elemento unificante, una sorta di ponte per le opposte sponde del Gargano e della Dalmazia: i contatti e gli scambi commerciali delle popolazioni che le abitavano erano frequentissimi.

E’ certa l’esistenza, fin dal VII secolo, di una via marittima avaro-sklavena dalla Dalmazia al Gargano, trafficata ancora nel X sec.; al 962 risale la presa di Siponto da parte del rex sclavorum Michele Visevic.

Una conquista pacifica perchè gli Slavi dalmati avevano stabilito sul Promontorio delle vere e proprie colonie a Peschici e a Devia (tra i laghi di Lesina e Varano).

Il nome di Peschici del resto significa “sabbia fine”; il toponimo slavo Pjeskusa indica un suolo sabbioso (sulla costa dalmata la lunga penisola di Pelisac era chiamata in italiano Sabbioncello).

Il dialetto ha conservato vocaboli illirici, individuati già nel 1956 dal glottologo tedesco Gerhard Rohlfs.

La colonia di Devia era costituita da un gruppo di piccoli proprietari guidati da uno iuppano (ancora negli anni Cinquanta lo zupan era il capo- villaggio in molte regioni della ex Iugoslavia); di fatto indipendente dall’imperatore bizantino.

Questa comunità prosperò fino alla dominazione normanna, intrattenendo ottimi rapporti con gli slavi di Peschici e soprattutto col monastero di Tremiti.

I benedettini fondarono, proprio in quel periodo, numerosi monasteri sulle isole antistanti la costa dalmata: la Dalmazia e la Puglia adottarono lo stesso tipo di scrittura, la beneventana di Bari, o dalmata, grazie alla diffusione che ne fecero i monaci tremitesi.

Ma gli slavi tornarono e in massa a Peschici e nel Gargano più tardi, verso la fine del Quattrocento, per sfuggire all’incombente dominazione turca.

Nel 1592 il canonico lateranense Timoteo Mainardi, nel regesto “Raggioni di Santa Maria di Tremiti”, parlando di Peschici affermò che, prima della rifondazione slava, avvenuta nel 1500, vi erano solo la Torre dellj Prigionieri e poche casette dentro Peschici vecchia. L’intero nucleo abitativo fu dunque ricostruito d della Piazza sino al Castello.

I Morlacchi ( gli slavi erano chiamati così) vi fabbricarono anche poderose mura di cinta e Peschici divenne il baluardo dei paesi vicini contro gli attacchi saraceni, prima che fossero edificate le torri di Montepucci, Calulunga ed Usmai, in collegamento con tutte le altre del sistema difensivo pugliese.

In un documento del 1618 presente nell’Archivio di Stato di Foggia, il sindaco di Peschici Matteo de Boscio, riferendosi agli Schiavoni e adventitij, li ritiene pienamente meritevoli del favorevole trattamento fiscale riservato loro da Alfonso I d’Aragona, “perché ha più d’anni cento che per loro e loro predecessori questa terra  abbitata, hanno fabricato le muraglie di essa, fatto la terra che prima non vi era, sono stati sempre reali e fideli di Sua Maestà”.

I Morlacchi erano stati esentati per venti anni dal pagamento dei fiscali da un privilegio di Carlo V, confermato da Filippo Il con la seguente motivazione: Peschici era stata il baluardo delle Terre vicine  e “I suoi abitanti, prima che fossero edificate le torri viceregnali, in ogni occasione avevano “ammazzato più turchi che andavano dipredando in queste marine”.

Non casualmente dunque il primo dizionario latino-italiano-croato pervenutoci è opera di Giacomo Micaglia, un gesuita nativo del piccolo paese garganico, e probabile antenato di Pietro Giannone. Egli si definiva slavo di lingua, italiano di nazionalità ed originario, appunto, di Peschici; un religioso pronto a utilizzare la propria conoscenza della lingua per collaborare a un’iniziativa che, da una colonia, tornava alla madrepatria. Il dizionario servì infatti ai Gesuiti per la riconquista cattolica della Croazia: fu pubblicato nel 1649-51, in piena Controriforma.

Erano gli anni in cui a Peschici e a Vieste furono istituiti dei consolati, che mantennero dal XVI al XVIII secolo rapporti e collegamenti diplomatici tra le comunità slave in esse presenti e la città di Ragusa (Dubrovnik).

Solo la fine delle libertà ragusee con l’annessione all’impero napoleonico nel 1804, e la lenta progressiva assimilazione delle comunità slave del Gargano, misero fine a questa storia. Che sopravvive nei toponimi: dove se non a Peschici possiamo ancora trovare nella toponomastica i nomi di Sarbiche e Cruateche?

TERESA MARIA RAUZINO

Torre di Belloluogo (Lecce) ridotta a discarica. L’appello-denuncia di Beniamino Piemontese

18 ottobre 2016

APPELLO-DENUNCIA

S.O.S. TORRE DI BELLOLUOGO

A Lecce, la Torre di Belloluogo non ha pace… e nemmeno io!!!

 

di Beniamino Piemontese

(socio fondatore dell’Osservatorio Torre di Belloluogo)

 

La Torre di Belloluogo a Lecce

 

APPELLO-DENUNCIA

S.O.S. TORRE DI BELLOLUOGO

A Lecce, la Torre di Belloluogo non ha pace… e nemmeno io!!!

 

di Beniamino PIEMONTESE

(socio fondatore dell’Osservatorio Torre di Belloluogo)

 

La Torre di Belloluogo non ha pace… e nemmeno io!!!

Da pochissimi mesi il Comune di Lecce ha affidato ad una società privata  (anzi, esattamente, ad una a.t.i. associazione temporanea di imprese) l’intero complesso monumentale della Torre di Belloluogo, di proprietà pubblica comunale, comprendente oltre allo splendido monumento trecentesco più importante della città, e persino dell’intero Salento, qual è la Torre di Belloluogo, appunto, anche gli altri edifici storici che costituiscono le sue pertinenze, come anche il grande Parco di Belloluogo che si stende intorno alla stessa Torre per circa 12 ettari (almeno questa è l’area verde complessiva di proprietà del Comune di Lecce).

Nel mio sopralluogo effettuato nella serata di ieri, lunedì 17 ottobre 2016, ho avuto la disgrazia di trovarmi di fronte ad un gravissimo scempio compiuto da ignoti (???), da vandali sciagurati ed irresponsabili (oltre che ignoranti) che hanno riversato nel fossato circostante la Torre di Belloluogo una enorme quantità di materiali di ogni sorta, tonnellate e tonnellate di rifiuti (pietre, mattoni, terra, alberi e rami secchi, cancellate di ferro e tanto altro ancora…), materiali provenienti da chissà dove, forse persino dall’area del Parco attorno alla Torre, trasformando in una fetida ed immonda DISCARICA il suggestivo ed imponente fossato che dall’epoca della fondazione della Torre di Belloluogo, quindi da circa 7 secoli, è sempre stato pieno delle acque sorgive di una prodigiosa falda acquifera che contribuisce, e non di poco, a rendere ancora più affascinante, suggestiva ed unica la bellezza di questa Torre e del suo complesso monumentale.

Non servono altre parole per esprimere il mio disgusto e la mia rabbia per questa situazione allucinante, incredibile a vedersi ed anche a dirsi, tant’è orribile.

Le dieci fotografie che fanno seguito a queste mie parole (e che allego al mio APPELLO-DENUNCIA) sono la documentazione inoppugnabile di quanto dico e che valgono più di ogni altra cosa a rappresentare lo scempio compiuto presso la Torre di Belloluogo, sono state da me scattate ieri sera nel corso del mio allucinante sopralluogo.

Queste immagini fotografiche costituiscono una parte integrante del mio presente ed accorato appello-denuncia.

Contro gli ignoti (fino a questo momento) responsabili di tanto scempio va la mia più ferma netta e sdegnata condanna per questo gesto di inaudita gravità.

A tutte le autorità competenti, ed in primo luogo al Sig. Sindaco di Lecce che rappresenta il Comune di Lecce che è il proprietario del bene pubblico monumentale artistico, storico e culturale della Torre di Belloluogo, rivolgo il mio pressante ed urgente appello perché venga fermato immediatamente questo scempio e possano essere nel più breve tempo possibile, individuati e puniti i responsabili.

Beniamino Piemontese

(socio fondatore dell’Osservatorio Torre di Belloluogo)

Lecce, 18 ottobre 2016

 

DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA

Torre di Belloluogo  – Lecce, 17 ottobre 2016

Foto di Beniamino Piemontese

 

 

DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA

Torre di Belloluogo (17 ottobre 2016)

Foto di Beniamino Piemontese

LECCE

www.messapi.info

 

 

Kàlena. La storia di quello che siamo (articolo di Francesco A. P. Saggese)

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A qualche settimana dalla conclusione del censimento 2016 dei “Luoghi del Cuore del Fondo Ambientale Italiano” e a qualche migliaio di voti dal podio, riprendo carta e penna per parlarvi dell’abbazia di Kàlena. Non credo nei miracoli, ma ritengo che le cose possano cambiare quando i cittadini lo vogliono davvero.

Ho già scritto dell’importanza di questa ‘battaglia culturale’ di fronte all’immobilismo pubblico e privato, come pure dell’importanza di questa battaglia tutta garganica, perché credo – come tanti – che questo patrimonio, sito nell’agro di Peschici, appartenga al Gargano intero.

E sono in tanti a sostenere questa battaglia: lo hanno fatto e lo fanno ciascuno a modo proprio, con l’intento comune di ridare vita all’abbazia; da ultimo si è aggiunto l’appello lanciato su Striscia la Notizia da Teresa Maria Rauzino, tenace sentinella dell’abbazia.

Sono tanti i sostenitori, dicevo, ma ne servono di più, ancora di più. Serve il sostegno di ognuno. Mentre vi scrivo l’abbazia è collocata al 80° posto della classica totale dei “Luoghi del Cuore F.A.I. 2016” – comprendente i voti on-line e cartacei – con 1852 voti, e al 34° posto per i voti web con 777 voti.

E mentre vi scrivo l’abbazia se ne sta lì nella sua piana, con le porte chiuse, sola, abbandonata alle incurie del tempo, alla noncuranza degli uomini, agonizzante.

Abbiamo già perso quasi tutto degli altari, delle cripte, dell’abside, delle sue antichissime campane, i cui rintocchi “erano segnali di gioia, di dolore, di pericolo e di momenti di raccoglimento e servirono per unire e formare la nostra piccola comunità nella fede e nella cultura” come scrive Enzo D’Amato in Salviamo Kàlena. Un’agonia di pietra ( Atti del convegno di Studi 8 settembre 2002 – Peschici, a cura di Liana Bertoldi Lenoci, Edizioni del Parco, p. 100): abbiamo così anche perso la sua voce.

Ora siamo rimasti noi, la nostra voce, le nostre azioni, la nostra buona volontà. Sta a noi sciogliere il nodo peggiore di questa lunga storia, quello dell’indifferenza.

A scalare la classifica dei “Luoghi del Cuore del F.A.I.” ci sono tutte quelle persone che vorrebbero vedere difesi, valorizzati e recuperati i luoghi abbandonati come Kàlena.

Sul Gargano quanti siamo? Un mistico indiano ricorda che diventeremo ciò che cerchiamo continuamente di essere. E noi che ci definiamo ‘garganici’, cosa vogliamo essere e quanto siamo disposti ad adoperarci per cominciare a scrivere il finale che Kàlena – insieme a tanti altri ‘luoghi’ abbandonati – si merita, ridando così a questo luogo il posto giusto nella storia.

“Sarebbe certo un grave errore lasciarlo cadere nell’oblio per ignoranza o per ignavia, quasi che fosse una terra senza storia” (Pasquale Corsi in Salviamo Kàlena, p. 66). Ha detto bene Corsi. Kàlena è da troppo tempo vittima e prigioniera d’inettitudine, di carte bollate, di assenze, di inciviltà, e la sua liberazione sarà un contributo alla ricchezza di un territorio e alla sua stessa civiltà.

Dobbiamo allora ritornare a sensibilizzare cittadini, associazioni e istituzioni sulla tutela e sulla valorizzazione di questo immenso patrimonio storico e artistico.

Ricordatevi che tutto ciò è ancora possibile, anche attraverso un voto ai LUOGHI DEL CUORE DEL F.A.I. 2016 fino al 30 novembre.

Un voto che si può esercitare in due modi: sul web a questo indirizzo: http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248 (una volta cliccato sul link è necessario registrarsi e confermare la registrazione sulla propria posta elettronica e poi votare, non basta quindi un semplice ‘mi piace’); attraverso la sottoscrizione degli appositi moduli predisposti dal F.A.I.

L’Abbazia di Kàlena ha scritto la storia di quello che un tempo siamo stati, di quello che siamo, di quello che saremo, non dimentichiamolo mai.

Francesco A. P. Saggese

Vota ABBAZIA DI KALENA, PESCHICI (FOGGIA) – I Luoghi del Cuore  http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248
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A Cagnano un centro antiviolenza dedicato ad Antonietta Caruso (articolo di Leonarda Crisetti)

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Dal 22 ottobre 2016 il comune di Cagnano Varano si dota di uno sportello centro antiviolenza (CAV) che sarà d’aiuto sia alle donne del Gargano segnate dalla violenza fisica e verbale, sia ai figli delle donne maltrattate e persino uccise, che vivono la violenza di riflesso. È intestato ad Antonietta Caruso, che rappresenta il primo caso di femminicidio nel Gargano che si ricordi: nel 1965 all’età di 23 anni, la giovane donna peschiciana è stata infatti uccisa per mano del “fidanzato”- padre del bambino che probabilmente aveva l’età di 4 anni, gettata in mare da una rupe. Lo sportello, sito al palazzo municipale, apre una volta a settimana, di giovedì, dalle ore 16.00 alle ore 19.00 – fa sapere l’assessora alle politiche sociali, insegnante Mariella Scanzano, che dà inizio alla cerimonia d’inaugurazione, poco dopo le ore 17,30, con un brevissimo e suggestivo video che, attraverso immagini in movimento, suono e versi, narra la condizione sofferta della donna soprattutto di colore, condizione che però non ha impedito a diverse donne di emergere e di offrire il proprio contributo al progresso dell’umanità.

Lo sportello – precisa Beatrice Cannarozzi intervenuta in qualità di presidente del CAV “Antonietta Caruso” – intende sensibilizzare, prevenire, informare sulla violenza, promuovere la cultura della non-violenza, sostenere le donne nel percorso di autoemancipazione, aiutandole ad uscire dalla condizione di inferiorità. Si avvale del contributo delle istituzioni, di personale specializzato (psicologi, legali, assistenti sociali …), delle forze dell’ordine e di ogni persona sensibile alla condizione di inferiorità della donna.

L’amministrazione comunale ha aderito ai programmi antiviolenza della regione Puglia [L. R. 29/1014]– che sotto questo profilo può dirsi all’avanguardia in Italia insieme a poche altre regioni – e deciso di attivare questo servizio d’ambito di zona per la precisa motivazione di contrastare ogni forma di violenza sulle donne e sui minori attraverso la prevenzione e la sanzione, collaborando con i paesi viciniori e utilizzando le risorse che la legge mette in campo – informa il sindaco Claudio Costanzucci Paolino, la cui amministrazione, avendo già inaugurato un circolo per anziani intestandolo a “Carmelo Palladino” – che è stato tra i primi ad individuare nella questione sociale il vero problema dell neonato stato italiano -, dimostra di prestare attenzione ai problemi delle fasce più deboli della popolazione.

Non tutti i comuni hanno risposto all’appello della regione – puntualizza l’avvocatessa Maria Pia Vigilante, presidente dalla “GIRAFFAH!” Onlus di Bari che collabvora al progetto – perché la necessità di avere un servizio per contrastare la violenza di genere è sottovalutata e di fatto a dominare nella società è ancora il maschio. I dati ISTAT dicono invece che in Puglia ogni giorno viene violentata una donna su tre, che le donne subiscono ogni forma di violenza, che la violenza attraversa ogni ceto sociale e si fa subdola e sottile nelle sfere più elevate. Aggiunge che chiunque, in qualsiasi ora del giorno, può chiedere aiuto per sé e per gli altri, chiamando il 1522; che le donne che si rivolgono al CAV sono coraggiose perché decidono di interrompere il circuito della violenza per sé e per i propri figli, costretti a subire indirettamente la violenza nel teatro della propria cosa, perché è dentro le pareti domestiche che spesso la violenza si consuma.

Sul mondo dell’infanzia costretta a subire la violenza riflessa fa il punto infine l’assessora alle politiche sociali, la quale ama immaginare un mondo di adulti che si fanno abbraccio intorno ai bambini, posti al centro di un cerchio di persone che li curano e si premurano di insegnare loro i valori della vita. Affinché tale mondo diventi una realtà è però necessario promuovere una cultura nuova, che dia spazio al dialogo e alla collaborazione, valorizzi l’educazione di genere, non permetta che le bambine vengano messe a zittire, insegni alle donne il rispetto di se stesse. Per questa ragione l’amministrazione comunale di Cagnano dei progetti visionati ha deciso di privilegiare i punti che riguardano la prevenzione e l’attenzione al mondo dei bambini, dei fanciulli e degli adolescenti.

È duqnue importante che le donne maltrattate, molestate, picchiate, stuprate, offese, insultate, denigrate, private del diritto di parola, … violentate, sappino che, se lo desiderano, potranno essere accompagnate nel percorso che le condurrà fuori dalla violenza; che il CAV con sede a Cagnano offre servizio di prima accoglienza (ascoltando e sostenendo le richieste d’aiuto), di sostegno psicologico (qualora ne facciano richiesta), di consulenza legale (se c’è necessità di denunciare, chiedere la separazione o altro), di orientamento nel mondo sociale e lavorativo, per aiutarle a recuperare l’autostima e la fiducia in sé e ad essere indipendenti economicamente.

A impreziosire la serata d’inaugurazione del circolo antiviolenza, i contributi di giovani artisti talentuosi di Cagnano Varano: Carolina Tancredi al sax, Francesco Monaco al piano, Alida Zogli che declamaversi declinati al femminile, Carmel Aurora Bocale che cantato la condizione femminile con la sua bellissima voce.

Tutti i convenuti danno spazio infine all’ottimismo e contagiano il pubblico presente in sala, alimentando la convinzione che dalla violenza si può uscire, a patto che si cominci a costruire una “nuova grammatica” fatta di regole condivise dalle mamme e dai papà, dalle associazioni e dalle istituzioni, … con il contributo indispensabile degli uomini.

Leonarda Crisetti 

TERRE & TERRITORIO: UN CONVEGNO PER PREVENIRE I RISCHI IDROGEOLOGICI DEL GARGANO

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Il Convegno “Terre & Territorio: Inchieste o Prevenzione?”, organizzato il 22 ottobre dagli Ordini dei Geologi, degli Avvocati e degli Architetti pugliesi nell’Auditorium dell’Istituto superiore “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico, è iniziato con un breve video di intenso impatto emozionale. Immagini tragiche dell’incendio di Peschici del 2007, dell’alluvione del Gargano del 2014, fino agli ultimi preoccupanti eventi dell’estate 2016 a Lido del Sole, hanno ricordato al pubblico presente l’estrema fragilità del Gargano. Un territorio violato da eventi catastrofici in cui l’uomo è stato spesso corresponsabile, con interventi che non hanno affatto rispettato l’ambiente. Eventi che hanno avuto costi pesanti, e che non vanno rimossi dalla memoria collettiva. Per non dimenticare mai le persone che, in quelle tragiche circostanze, hanno perso la vita.
“Il Gargano è un territorio che evidenzia un’estrema vulnerabilità, e non soltanto dal punto di vista idrogeologico – ha spiegato la geologa Giovanna Amedei, coordinatrice dell’evento – Spesso dimentichiamo che il nostro promontorio è anche una zona ad altissimo rischio sismico”.
Dopo i saluti dei presidenti degli Ordini professionali (l’arch. Gaetano Centra, l’avv. Domenico Afferrante e il geologo Domenico Impagnatiello), che hanno ribadito la necessaria sinergia tra le diverse figure professionali per efficaci interventi di sistemazione idrogeologica, ma anche l’importanza della celerità dei lavori di ripristino da realizzarsi, ci sono state varie relazioni di carattere tecnico.
Gianluca Ursitti, presidente della Camera Penale di Foggia, con una incisiva esposizione supportata da ampia casistica, ha spiegato come la Legge, oggi più che in passato, venga in difesa del Territorio con l’introduzione di reati prima impuniti come il reato ambientale. Ma tutto questo non può bastare perché, con il tempo, potrebbero scoprirsi criticità insospettate; basti pensare al largo utilizzo, consentito in passato, dell’amianto, oggi rivelatosi cancerogeno. Certamente le Inchieste sono utili come mezzo per individuare le eventuali responsabilità a tutela del territorio, ma alla luce degli ultimi eventi la prevenzione è più che mai necessaria.
Il presidente del Consorzio di Bonifica del Gargano, Giovanni Terrenzio, ha illustrato l’interesse dell’Ente alla tutela e prevenzione del territorio, evidenziando, con dati alla mano, a che punto siano le progettazioni e le gare espletate, ammettendo però che alcuni lavori non potranno essere avviati prima di sei mesi, per i lunghi tempi necessari a ultimare tutti gli adempimenti burocratici previsti dalla normativa.
Altrettanto utile ed esaustivo l’intervento dell’arch. Gianfranco Merafina della Regione Puglia che, con delle efficaci slide, ha illustrato i dati aggiornati degli abusi edilizi sul Gargano: nel 2014 sono stati 174 i casi denunciati, 159 nel 2015, e 147 fino al mese di settembre del 2016. I dati del triennio 2014-2016 sono abbastanza confortanti per l’area garganica, perché di fatto evidenziano una diminuzione dell’abusivismo proprio nelle località interessate dall’alluvione del 2014, ad eccezione di una città, che detiene la “maglia nera”: l’unico incremento che si è avuto finora nel 2016 si è registrato a Vieste. Un maggiore controllo del territorio, nonché la consapevolezza di alcuni privati che di fatto hanno provveduto spontaneamente ad alcuni abbattimenti, hanno creato una piccola riduzione del fenomeno, ma bisogna sicuramente fare di più.
Barbara Valenzano (direttrice del dipartimento mobilità, qualità urbana, opere pubbliche, ecologia e paesaggio della Regione Puglia), ha precisato, nel suo intervento, come i fondi stanziati per eseguire i lavori di ripristino e messa in sicurezza idrogeologica non siano ancora stati spesi. Di fatto, a due anni dall’alluvione del 2014, mancano ancora le progettazioni esecutive per poter dare corso agli stanziamenti, che ammontano a ben 212 milioni di euro! Un vero peccato perché se da parte degli Uffici tecnici comunali non verranno accelerati i tempi di consegna degli elaborati richiesti, molti finanziamenti rischiano di tornare al mittente, con ulteriori danni (e tagli in termini economici) per eventuali altre tranche di finanziamento da parte della Unione Europea. La Valenzano ha sottolineato che gli uffici tecnici regionali sono a disposizione per venire incontro alle esigenze dei Comuni, e che i fondi succitati (cui si sono aggiunti stanziamenti per altre emergenze) sono ancora pienamente disponibili.
Tra i rappresentanti politici, da registrare la presenza e gli interventi dei consiglieri regionali Giannicola De Leonardis e Rosa Barone; entrambi hanno manifestato la piena disponibilità ad intraprendere nuove strategie per evitare la perdita dei finanziamenti, nonché la necessità di creare un clima di collaborazione generale. Rivolgendosi agli studenti del Corso CAT (Costruzioni, Ambiente e Territorio) e alle ragazze del corso Iter dell’Istituto superiore ospitante il Convegno, Rosa Barone ha ribadito la necessità di una nuova cultura della legalità. Bisogna imparare a farlo ripartendo dai più giovani, che devono comprendere l’importanza di preservare questi luoghi bellissimi, che possono dare certezza lavoro e futuro proprio alle nuove generazioni, oggi costrette ad emigrare all’estero come i loro nonni e a spendere lì la loro professionalità.
Presenti al Convegno anche l’associazione FARE AMBIENTE, con Marcello Amoroso, e il movimento NO TRIV, con Raffaele Vigilante; entrambi i rappresentanti ambientalisti hanno manifestato la loro vicinanza all’idea della prevenzione e ribadito la necessità di vigilare sempre sul territorio, e di non snobbare, come è stato fatto recentemente, lo strumento dei referendum popolari, specie quando sono in atto azioni altamente lesive dell’integrità ambientale del nostro mare e del nostro territorio. Vigilante ha ricordato come proprio il Gargano, in cui pure il movimento contro le trivellazioni era molto forte, abbia avuto la più bassa percentuale di votanti al referendum No Triv, impedendo di raggiungere il quorum.
Sponsor dell’evento la Fasso Bortolo, la cui mission aziendale è stata presentata al pubblico dal responsabile tecnico commerciale Paolo Catalano.
Giovanna Amedei, su richiesta dei presenti, ha invitato tutti al prossimo anno, auspicando la qualificata presenza di altri ordini professionali che hanno già manifestato la piena disponibilità alla collaborazione.

Teresa M. Rauzino 

MAURO DEL GIUDICE, IL MAGISTRATO CHE FECE TREMARE IL DUCE

Nel 1947 il magistrato rodiano Mauro Del Giudice scrisse a Vieste  la “Cronistoria del processo Matteotti”. Si era ritirato qui, ospite del fratello Luigi, dopo le turbinose vicende che l’avevano visto protagonista dell’istruttoria più scottante del Ventennio fascista. Il libro fu pubblicato soltanto 7 anni dopo, nel 1954, da Alberto Scabelloni e Salvatore Migliorino  per i tipi dell’editore Lomonaco di Palermo. Ancora oggi è di scottante attualità.

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Quando per Roma si sparse la voce che il 10 giugno 1924 “una banda di criminali fascisti” aveva rapito il deputato socialista Giacomo Matteotti, il magistrato Mauro Del Giudice ebbe l’immediata premonizione che una tegola stesse per cadere sulla sua “povera testa”. A quel tempo, era presidente della IV sezione penale della Corte di Appello e della Sezione d’Accusa. L’indagine, avviata dalla procura generale, aveva dato fino a quel momento scarsi risultati. Come era accaduto in precedenza per i delitti politici di eccezionale gravità, il procuratore Crisafulli, in data 19 giugno 1924, presentò l’istanza per l’avocazione dell’istruttoria alla Sezione di Accusa.

Quella mattina, Del Giudice trovò il documento sul suo tavolo di lavoro. Il suo amico Donato Fagella, primo presidente della Sezione di Accusa, con aria apparentemente indifferente, gli domandò: «Che intendi fare?». Del Giudice non era abituato a tirarsi indietro. Non lo fece neppure stavolta. Alla veneranda età di 68 anni, non delegò a nessuno la tremenda responsabilità di un’istruttoria che si preannunciava scottante perché coinvolgeva il direttivo del PNF (Partito Nazionale Fascista) e il capo del Governo.

Fagella aveva ricevuto dall’alto fortissime pressioni per esercitare tutta la sua influenza su del Giudice, per indurlo a rinunciare all’incarico e affidare l’istruttoria al consigliere Favori, gradito al Governo, ma stimava troppo il magistrato rodiano per insistere. Mise in guardia Del Giudice sull’alta posta in gioco, era in serio pericolo la credibilità stessa della Giustizia: «Del processo che tu istruisci non rimarranno che le sole carte, però da esso deve uscire intatto l’onore della Magistratura di Roma».

Mauro Del Giudice era ancora più pessimista: di quell’istruttoria, molto probabilmente, non sarebbero rimaste neppure le carte. Il regime le avrebbe fatte sparire dopo aver operato il salvataggio degli assassini, dei loro complici e mandanti. Rassicurò Fagella: con il suo compito d’istruttore avrebbe fatto onore alla Corte d’Appello di Roma. Il suo nome, unica ricchezza che possedeva su questa terra, sarebbe uscito illibato. Si augurava che i suoi colleghi facessero altrettanto.

Il 19 giugno 1924 iniziò l’istruttoria. Il procuratore Crisafulli, in quotidiano contatto col ministro Oviglio, da cui riceveva ordini e direttive, gli affiancò il sostituto Umberto Guglielmo Tancredi. Del Giudice temeva indebite interferenze, ma i suoi dubbi sull’integrità morale di Tancredi furono fugati appena vide che costui, a differenza di Crisafulli, era disponibile ad accertare pienamente le responsabilità non solo degli esecutori materiali del delitto, ma anche degli alti mandanti, compreso Mussolini.

La sera stessa, Del Giudice e Tancredi si recarono al carcere di Regina Coeli. Decisero di interrogare per primo Amerigo Dumini, il quale, appena li vide, con spavalderia e “modi da teppista”, li apostrofò bruscamente: «Ma loro cosa sono venuti a fare? Il Presidente (Mussolini ndr) è informato di quanto loro stanno facendo?».

Del Giudice lo fissò severamente, facendogli capire che era in presenza dei giudici delegati ad istruire un gravissimo processo a suo carico. L’inquisito capì che, se avesse mancato di rispetto ai magistrati, per lui era pronta la cella di rigore ed anche peggio. Mise da parte i suoi modi arroganti, ma si chiuse in un silenzio profondo e non volle confessare.

Quando, due mesi, dopo la giacca insanguinata di Matteotti fu trovata sotto un ponte della Flaminia, Del Giudice interrogò Dumini ponendogli sotto gli occhi l’indumento macchiato di sangue, ma costui sostenne il suo sguardo senza battere ciglio, e senza mostrare il minimo segno di pentimento.

L’Agenzia Stefani annunciò che Mauro Del Giudice aveva emesso i mandati di cattura contro Cesare Rossi (direttore dell’ufficio stampa, ritenuto l’eminenza grigia del Duce) e contro Giovanni Marinelli (segretario amministrativo del partito nazionale fascista).

La notizia suscitò immenso stupore e fu appresa con vivissima soddisfazione non solo a Roma, ma in tutte le città d’Italia. Si capì subito che l’Autorità giudiziaria aveva posto il dito nella piaga e sarebbe andata fino in fondo. «Avremmo dovuto spiccare altro mandato di cattura contro Benito Mussolini – precisa Del Giudice – se non ci fosse stato l’ostacolo costituzionale di essere costui deputato e capo del Governo, e quindi soggetto alla giurisdizione del Senato, costituito in alta corte di Giustizia».

Il Duce, avvertito il pericolo, usò subito l’arma dell’intimidazione. Commenta Del Giudice: «Due giorni dopo l’eseguito arresto di Marinelli, ai soldati regolari destinati alla guardia esterna del fabbricato di Regina Coeli, ove si svolgeva la maggior parte dell’istruzione penale, Mussolini sostituì i suoi militi fascisti vestiti in alta uniforme. All’improvviso, mi vidi accompagnare per la strada da un maresciallo di Pubblica Sicurezza in abito borghese e da un agente subalterno anch’esso vestito in borghese. Due altri agenti in borghese erano stati posti a guardia nella portineria del palazzo ove io abitavo. In questo modo era diminuita la mia libertà personale. La sera di quel giorno e la successiva, una cinquantina di fascisti facinorosi vennero a fare una dimostrazione ostile sotto la finestra di casa mia, gridando a squarciagola: «Viva Dumini, viva Volpi e morte ai nemici di Mussolini!». Pochi giorni dopo vennero affisse rimpetto le finestre di casa mia larghe strisce di carta stampata, sulle quali si leggevano queste parole di minaccia: «Chi tocca il Duce avrà piombo». Altre scritte del genere comparvero sui muri del Palazzo di Giustizia e in tutti i quartieri di Roma».

Cesare Rossi dopo una settimana di latitanza, perduta la speranza di essere aiutato da Mussolini a varcare la frontiera con un passaporto falso, si costituì. Confessò che il Duce, per imporre la dittatura assoluta in tutta l’Italia, aveva chiesto il suo aiuto e quello di Marinelli per creare un organismo segretissimo, cui aveva aderito il generale Emilio De Bono (comandante supremo della Milizia fascista e Direttore generale della polizia) «con lo scopo di atterrire i deputati d’opposizione, mediante atti di energica violenza, ossia con ferimenti, bastonate, purghe forzate di olio di ricino e, occorrendo, con l’uccisione dei suoi più pericolosi avversari, inducendo così tutti al silenzio più completo».

La banda dei sicari, guidata da Dumini, aveva effettuato alcuni attentati contro i deputati Amendola, Misuri e Forni, poi aveva devastato il villino di Francesco Saverio Nitti. Di tutti questi misfatti, Rossi spiegò minutamente i particolari indicando i nomi delle persone che vi avevano preso parte. La deposizione era pienamente credibile: era un tremendo atto di accusa per mandanti ed esecutori materiali. C’era quanto bastava per convincere Del Giudice ad allargare il processo ai delitti minori, estendendo l’accusa di associazione per delinquere all’intero partito fascista.

Il procuratore capo Crisafulli cercò di correre ai ripari: fece capire a Del Giudice che era «giunto il momento di liberarsi del guaio che era loro capitato addosso», dichiarando la loro incompetenza e mandando gli atti al Senato.

Del Giudice lo fissò negli occhi, dandogli una secca risposta: «Mandare gli atti al Senato, che per quattro quinti è asservito a Mussolini, sarebbe fare il giuoco di costui, che ha supremo interesse al salvataggio degli assassini e dei loro mandanti. Io non mi presterò mai a ciò!».

E infatti non si prestò. Questa coerenza fu pagata a duro prezzo da Mauro Del Giudice, come testimonia il giurista Alberto Scabelloni: «Per punire cosiffatta irriducibile intransigenza, il fascismo, togliendogli la garanzia dell’inamovibilità, lo sbalzò in Sicilia, assegnandogli le funzioni di Procuratore Generale a Catania, trasferendolo così dalla giudicante alla requirente, con palese e prepotente arbitrio. Da quel momento la sua carriera fu troncata e contro di lui cominciò il periodo delle persecuzioni, durato fino al crollo del fascismo».

Teresa Maria Rauzino

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