TUTTE LE DONNE DI EDUARDO

In un libro di Barbara de Miro d’Ajeta l’universo femminile del teatro di De Filippo

Eduardo De Filippo è un autore che non ha bisogno di essere presentato. Le sue commedie, grazie anche alle riprese televisive e ai film, sono note anche a chi non ha avuto la fortuna di assistere agli spettacoli dal vivo. Ma proprio perché Eduardo è troppo noto per il suo carisma di attore, non sempre ha avuto, da parte dei critici letterari, il giusto riconoscimento come grande autore del teatro mondiale. Fondamentale, per la valutazione critica, è la recente attenzione di Anna Barsotti, che ha aperto ‘nuove strade’ per la conoscenza del teatro di Eduardo.

Tra gli studiosi che si stanno cimentando nel lavoro di analisi testuale delle opere, spicca Barbara de Miro d’Ajeta. Foggiana, è stata docente di storia del teatro e dello spettacolo presso l’Università ‘l’Orientale’ di Napoli. Il suo amore per il teatro di Eduardo non è cattedratico, ma vivo e sentito. Nasce da un recupero memoriale, risalente al tempo in cui il padre Vittorio, di origini partenopee, professore e preside del Liceo Lanza nonché sindaco di Foggia, recitava a memoria le più belle piéce di Eduardo. La famiglia de Miro d’Ajeta al completo assisteva ‘incantata’ alla declamazione dei ‘pezzi forti’ del suo repertorio.

Autrice di sillogi poetiche, Barbara de Miro ha approfondito il teatro eduardiano. Fondamentale il suo primo libro: ‘Eduardo De Filippo. Nu teatro antico, sempre apierto’ (Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 430, ill. 1993). Nel secondo volume ‘La figura della donna nel teatro di Eduardo de Filippo‘, sonda ed approfondisce un tema inedito e intrigante: l’universo femminile, protagonista dell’opera del grande erede di Scarpetta e del teatro ‘popolare’ partenopeo.

La de Miro focalizza l’attenzione del lettore sull’evoluzione che porta Eduardo prima ad osservare, e poi ad evidenziare nei suoi personaggi, le nuove dinamiche psicologiche, che muovono l’agire e l’essere delle donne nel mondo contemporaneo. Eduardo, nelle opere d’esordio, aveva assunto un punto di vista maschilista, rispecchiando, in un certo senso, quello che era il sentire comune nel Ventennio fascista: la donna era ‘fissata’ nello spazio limitante delle quattro mura domestiche, nel suo ruolo di sposa e madre esemplare, angelo del focolare, cui erano preclusi ‘altri varchi’, altre uscite nel mondo.

Nel secondo dopoguerra, de Filippo, attento sensore delle dinamiche in atto, registra i cambiamenti della società italiana: le sue donne diventano le protagoniste di una microstoria che non è solo personale, ma testimone del tempo. Concetta Cupiello, Amalia Jovine e Filumena Marturano, per citare le più note ‘eroine’ di Eduardo, incarnano una figura di donna consapevole del proprio ruolo nel mondo. Sono donne forti, che ‘appaiono deboli’ agli occhi del partner soltanto perché, a differenza del maschio, si mettono continuamente in gioco: non vogliono rinunciare a quei turbamenti, a quelle incertezze, alle sensibilità, a tutte quelle peculiarità che marcano la loro profonda differenza. Donne mature che sanno rinunciare, se necessario per l’equilibrio del loro microcosmo familiare, oltre che all’amore, all’assunzione di un ‘punto di vista’ meramente femminista, al loro pieno potere.

Le donne di Eduardo sono tantissime, tutte diverse tra loro, la De Miro d’Ajeta le analizza nel vivo delle azioni sceniche. La casistica psicologica è oltremodo variegata: molte sono ribelli alle grette convenzioni piccolo borghesi, reagiscono anche violentemente per affermare il proprio punto di vista contro il mondo circostante. Queste donne talvolta anticipano idee ancora oggi non ancora pienamente interiorizzate dai più. Rivendicano pari dignità, infrangendo una consolidata ottica maschilista, per affermare ad esempio che il tradimento della moglie non è affatto più immorale di quello del marito. Rivendicano la libertà di agire autonomamente, di avere un proprio spazio sociale ed un posto di lavoro.

Tutti ricordiamo la personalità di Concetta che in “Natale in casa Cupiello” assume un ruolo prevaricante sul protagonista maschile. Luca è un sognatore, un eterno fanciullo alle prese con il suo presepe mentre il mondo gli sta crollando addosso, degno rappresentante di quell’uomo inetto tipico di tanta letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Solo di fronte alle difficoltà, si sveglierà dal letargo per riprendere il ruolo da troppo tempo demandato alla responsabilità della sua donna che, proprio perché ha agito, ha sbagliato, ma ha anche avuto l’umiltà di riconoscere i propri errori. La donna “porta sì ‘o cazone’ (i pantaloni)”, ma il suo è stato quasi un ruolo obbligato, assunto per supplire alla plateale irresponsabilità del suo partner.

In fondo, Concetta è ancora radicata al regime patriarcale: è buona amministratrice dell’economia domestica, si sacrifica per la famiglia, è depositaria della privacy dei suoi figli che le confidano i loro segreti e le loro aspirazioni, e saprà uscire dal suo ruolo egemonico appena il marito, finalmente conscio dei suoi doveri familiari, gliene darà la possibilità. Dopo che sarà passata “a ‘nuttata”, Concetta rientrerà in un ruolo compartecipato: Luca abbandonerà la virtualità del presepe per rientrare nel vivo della sua famiglia reale, fino ad allora rimossa.

A Napoli la guerra è finita da appena sei mesi, ma i tedeschi non hanno ancora lasciato l’Italia. Quasi tutte le sale sono requisite. Eduardo ottiene il teatro lirico per una sola rappresentazione a beneficio dei bambini poveri della città. Il 25 marzo 1945, alle ore sedici e trenta, in un silenzio teso, si alza il maestoso sipario del San Carlo per la rappresentazione di “Napoli milionaria!”.

Amalia Jovine, protagonista della commedia, esce dall’ambito della casa-presepe, che aveva limitato l’orizzonte del Natale in casa Cupiello: la storia della sua famiglia diventa drammatico emblema, e spaccato, di una società postbellica che sembra aver smarrito i suoi punti di riferimento ideali. È una storia che apre una finestra sulla vita ‘spericolata’ dei bassi napoletani, come di tutti i bassi delle città appena uscite da una guerra ‘totale’ lunga e alienante. L’avidità di Amalia, la sua spietatezza sono elementi del tutto nuovi nella tipologia femminile cui ci aveva abituato il teatro di Eduardo.

L’evento della guerra ha rivoluzionato il costume, i connotati delle figure femminili sono cambiati profondamente. Eduardo registra fedelmente ciò che è accaduto: la profonda crisi della cellula familiare, scossa nelle fondamenta, è aderente alla realtà storica. Anche le altre donne di “Napoli milionaria!”, insieme ad Amalia, raccontano modi di vivere e di pensare di una società che non è soltanto partenopea: in tempo di guerra hanno dovuto affrontare, per vari motivi, emergenze economiche per loro inusuali. Lo hanno fatto consapevolmente, prendendo in carico i rischi e le responsabilità di devianze dalla morale del tempo.

Il sogno delle ragazze che hanno ceduto alle avances dei soldati anglo-americani era di accedere ad un mondo diverso, affrancandosi dalla povertà dell’Italia. Sognavano che i seduttori le sposassero e le portassero con sé in America. Sogno americano, spesso infranto dal cinismo dei soldati che, dopo lo sbarco in Italia, si comportarono con le donne italiane come si comportano, nei territori occupati, i soldati di tutti i tempi in ogni luogo del mondo: alla seduzione seguiva l’abbandono.

C’è un altro anticipo rispetto ai tempi: la rivendicazione dei diritti umani delle prostitute, un tema che diverrà eclatante in Filumena Maturano, con un concetto ‘moderno’ non ancora accettato dalla società contemporanea: la compartecipazione dei clienti nella responsabilità morale della prostituzione. Un’azione che invece, in passato come oggi, è pesata e pesa soltanto sulle spalle delle donne.

Nella più lunga, meticolosa e bella didascalia mai scritta da Eduardo, Filumena, la più celebre e consapevole eroina del suo teatro, appare in scena mentre le ultime luci del giorno dileguano. È in piedi sulla soglia della camera da letto, le braccia conserte in atto di sfida; in camicia da notte, piedi nudi nelle pantofole scendiletto, capelli in disordine, con qualche filo grigio che denuncia tutti i suoi quarantotto anni e un atteggiamento da belva ferita, pronta a spiccare il salto sull’avversario.

Lo spazio scenico riservato a questa donna, valutata stizzosamente da Domenico Soriano soltanto ‘tre sorde (tre soldi)’, assurge ad emblema del nuovo spazio riservato alla donna nel mondo contemporaneo. In un mondo di donne-oggetto, Filumena si pone come soggetto volitivo, e soprattutto pensante. È in questo la vera portata rivoluzionaria del personaggio. Singolare è il fatto che questa ex prostituta avanzi dei diritti come il rifiuto di abortire i figli della colpa, la volontà di crescerli e di presentarli a testa alta nella società. Diritti fino allora negletti non solo alla sua marchiata categoria sociale, ma alla donna in genere. Il dramma della Maturano culmina in un celebre monologo, quello della ‘Madonna d’ ‘e rrose’, che Titina de Filippo ebbe l’onore di recitare davanti a papa Pio XII, in un’udienza speciale. In esso Filumena narra di quando, incinta del primo figlio, e incerta se abortire, affrontò a tu per tu l’immagine di una Madonna posta su un altarino eretto nel bordello, come in tanti vicoli di Napoli, e le parve di sentirsi rispondere: ”E figlie so’ figlie!’ Questo leit-motiv accompagnerà le decisioni più importanti della sua vita, l’incoraggerà a non abortire, a rifiutarsi di svelare a Domenico Soriano quale dei tre giovani sia effettivamente suo figlio.

È interessante sapere che “Filumena Marturano” nacque da una precisa rivendicazione di Titina de Filippo, conscia del nuovo ruolo delle donne in un teatro non più maschilista: stanca di fare da spalla al più celebre fratello, reclamò un ruolo da protagonista. Chiese ad Eduardo di delineare un personaggio apposta per lei, così come faceva solitamente quando si ritagliava dei perfetti ruoli maschili per le sue ‘prove’ di prim’attore.

L’interpretazione di questo personaggio segnò il trionfo non solo per Titina, ma per tutte le grandi attrici che si sono cimentate, nel corso degli anni, nel difficile ruolo, sia in teatro che al cinema. Chi non ricorda in “Matrimonio all’italiana” la esaltante prova d’attrice di Sofia Loren primeggiante su uno slavato Marcello Mastroianni, schiacciato nel ruolo di Domenico Soriano?

Teresa Maria Rauzino

Correva l’anno 1957 … quando scoppiò l’Asiatica

Le cronache del “Foglietto” e della stampa pugliese

Pochi ricordano che l’influenza Asiatica fu una pandemia influenzale di origine aviaria, che negli anni 1957-60 provocò circa due milioni di morti nel mondo.

“Correva l’anno 1957 – ricorda Paolo Guzzanti, in un articolo del 6 marzo 2020 sul Riformista – Si crepava parecchio con l’Asiatica, un’influenza feroce che arrivò nel 1957 e che poi si ritirò, tornò a ondate e dopo una lunga immersione ebbe un sobbalzo nel 1969, ribattezzata col nome di Spaziale, ma anche influenza di Hong Kong, per dire da dove veniva. Allora i viaggiatori per la Cina si contavano sulla punta delle dita. In Italia più di ventimila ci lasciarono la pelle con la prima ondata e in otto milioni si misero a letto con febbri altissime”. Guzzanti non ricorda ospedali presi d’assalto nel 1957: “Allora esistevano i medici di famiglia che suonavano alla porta con una curiosa valigetta panciuta e ottocentesca, contenente un grande stetoscopio, il macchinario per prendere la pressione e un bollitore di alluminio in cui sterilizzare siringhe di vetro opaco e aghi d’acciaio che venivano usati più volte e che ti sfondavano la pelle del sedere”.

A me è venuta la curiosità di indagare su cosa accadde in Puglia . Grazie alle risorse digitali del portale www.internetculturale.it, in questi giorni in cui le biblioteche e gli archivi sono chiusi, ho potuto effettuare una ricerca sui giornali pugliesi dell’epoca.

“La voce del Popolo” di Taranto del 28 settembre 1957 ci informa che l’ Asiatica dilagava: “L’epidemia si fa più fortemente sentire nelle zone sovraffollate e dove la gente è meno nutrita (il solito mezzogiorno e le solite isole). I casi mortali sono stati fortunatamente pochissimi, da 20 a 25 su centinaia di migliaia di ammalati. Per il resto si va a tentoni. Quanti casi si sono veramente avuti in tutta Italia? Chi dice 100 – 200.000, chi parla di un milione. I Comuni o minimizzano le cose (a Taranto si è parlato di appena 1500 casi contro i 30mila riconosciuti ufficialmente a Bari) o non sono in grado di dare notizie precise, perché la gente si cura da sé senza dichiarare la malattia (e d’altronde, quando anche la dichiarasse, che cosa ne otterrebbe?) E’ in fase decrescente o crescente l’epidemia? Chi dice di sì, chi dice di no. E questo famoso vaccino c’è o non c’è? E’ possibile immunizzarsi o non c’è niente da fare? Tot capita tot sententiae (Tante teste, tanti pareri). Sovrasta l’interrogativo: e se l’Asiatica fosse stata pericolosa, che fine avrebbero fatto le centinaia di migliaia di cittadini contagiati?”.

Il vaccino per l’Asiatica, effettivamente, esisteva. Il virus A/Singapore/1/57 H2N2 (influenza di tipo A), era stato isolato per la prima volta in Cina nel 1954; nello stesso anno fu preparato un vaccino che riuscì a contenere la malattia.

Ma vediamo cosa successe in Capitanata.

Sul periodico Il Foglietto del 5 settembre1957, si sottolinea che, dalle informazioni reperite da fonti vicine all’ufficio sanitario, l’influenza Asiatica non ha ancora raggiunto la città di Foggia. Tuttavia, perché alcune zone italiane non ne sono rimaste immuni, a scopo cautelativo su proposta dell’assessore all’igiene dott. Cortellessa, si sta eseguendo una disinfezione su larga scala in tutta la città nel contempo, il sindaco, professor Vittorio De Miro d’Ajeta ha emanato la seguente ordinanza: 1) I proprietari dei locali di pubblici spettacoli, caffè, alberghi, locande, opifici industriali e mezzi di trasporto collettivi sono obbligati a fare seguire disinfezioni nei propri esercizi; 2) i proprietari dei locali di pubblico spettacolo, oltre ad osservare le norme igienico- sanitarie vigenti, sono obbligati a fare effettuare, giornalmente, il lavaggio dei pavimenti con acqua e soda, altresì, tenere i locali stessi costantemente arieggiati, evitando anche il sovraffollamento; le disinfezioni saranno effettuate sotto il controllo del personale dell’ufficio sanitario del Comune. Gli inadempienti saranno denunciati alle autorità competenti.

“Il Foglietto” del 19 settembre 1957 illustra il decorso dell’Asiatica: “In questi ultimi giorni c’è stato uno improvviso sviluppo, fortunatamente in forma benigna, dell’epidemia influenzale di moda. L’Autorità sanitaria comunale ha potuto controllare poco meno di 200 casi, nessuno dei quali allarmante. La sintomatologia è molto varia tanto da lasciare perplessi se trattasi o meno dell’Asiatica, anche se casi specifici del genere sono stati rilevati su ammalati giunti nella nostra città, uno dei quali proveniente da Moncalieri, due da Castellammare ed uno da Bari. Il Comune ha disposto per una vasta e accurata disinfezione di tutto l’abitato, con particolare riguardo alle bocche fognanti ed ai punti di maggiore concentramento, quali mercati e simili, ed è da registrare che quest’anno, con la perfetta organizzazione del servizio di nettezza urbana, la disinfestazione delle mosche ha dato ottimi risultati. C’è’ da augurarsi che la situazione si normalizzi prima dell’apertura delle scuole”.

“Il Foglietto” del 26 settembre 1957 ci informa che 150 casi di Asiatica sono stati segnalati nel Comune di Volturino. Da oltre 10 giorni la malattia è andata rapidamente diffondendosi, per fortuna in modo benigno e col decorso di pochi giorni, tanto che molti non richiedono neanche l’assistenza medica.

“Il Foglietto” del 3 ottobre 1957 rende noto che la Segreteria dell’UDI (Unione donne italiane), nella riunione del 27 settembre, visto l’aggravarsi della situazione di disagio esistente in provincia per il dilagare della epidemia asiatica, constatato che migliaia e migliaia di famiglie sono nell’ impossibilità di poter acquistare i medicinali occorrenti, ha chiesto alle autorità di governo di intervenire con stanziamenti straordinari perché i Comuni possano distribuire i medicinali gratuiti e generi alimentari come latte, zucchero, carne etc, alle famiglie bisognose.

Sullo stesso numero, “Il Foglietto” ci informa che l’Asiatica ha colpito il 30% della popolazione dauna, per cui in Capitanata i contagi ammontano a circa 200.000. Il decorso della malattia si rivela sempre benigno. Quindi niente allarmismo. Per misure precauzionali, dopo una conferenza stampa indetta e presieduta dal prefetto Cuonzo e le ampie relazioni del medico provinciale Raheli, dell’ufficiale sanitario Spina, del Provveditore agli studi Cassano, si è deciso all’unanimità di rinviare al 14 ottobre l’apertura di tutte le scuole della Provincia.

“Il Foglietto” del 10 ottobre1957 riporta il primo necrologio. La 22enne Fernanda Graziano, figlia del maresciallo Luigi, attivo dirigente della locale sezione del Partito Monarchico Popolare, è deceduta in seguito a sopravvenute complicazioni dell’Asiatica. La sua morte ha suscitato nella cittadinanza viva impressione e commozione.

Il 24 ottobre 1957, il giornale annuncia che in Trinitapoli, vittima dell’ Asiatica, si è spento il dottor Urbano Giuseppe, consigliere e tesoriere da oltre un decennio dell’Ordine dei Farmacisti di Capitanata, nonché presidente della locale sezione dei combattenti e vicepresidente del circolo cittadino. La popolazione, costernata, ha seguito la salma durante i funerali “riusciti imponenti”.

Il medico (nonché grande intellettuale foggiano) Arturo Oreste Bucci, sul “Foglietto” del 14 novembre 1957, informa i lettori sulle norme igieniche da seguire per contrastare l’Asiatica. Premette che, durante l’epidemia colerica del 1911-12, la Direzione generale della Sanità destinò, nelle zone colpite dal morbo, molti giovani medici con il compito di divulgare le principali norme di prevenzione. Tennero moltissime conferenze per spiegare al popolo i principi generali della igiene ed i relativi precetti. “Qui, da noi– ricorda Bucci – furono destinati quattro o cinque di tali propagandisti; parlavano nelle strade dei vari Comuni della Provincia, preferibilmente nei rioni popolari e più affollati, ove imperava e, purtroppo impera la promiscuità dei sessi e prevale la sporcizia personale e della casa. Ebbe, così, il piacere di conoscere uno dei detti medici, il più alacre della troupe, il dottor (Carlo Alberto) Ragazzi, che -poi- per lunghissimi anni diresse l’Ufficio centrale di Igiene di Milano. Un giorno mi disse: “Lei sa qual è il motivo principale per cui tutti questi mali infettivi, come vaiolo, tifo, colera, peste, lue, etc., che ogni tanto deliziano l’Europa, provengono sempre dall’Oriente? E’ la mancata conoscenza, da parte di quei popoli, del sapone”.

La rievocazione del brevissimo colloquio, per associazione di pensieri, fa calare il dottor Bucci nella realtà locale, sulla scarsa igiene di alcune categorie di esercenti. Vecchie, deplorevoli abitudini che sfuggono all’occhio dell’acquirente disattento, e anche di chi ha il compito di vigilare: “Chi è pratico dell’acquisto di generi alimentari avrà notato -salvo le eccezioni- che i salumieri e i loro dipendenti, per prendere più facilmente due fogli di carta, nei quali pesano e involgono la merce richiesta, portano il dito indice della mano destra alle labbra per umettarlo. Tale operazione si ripete, durante la giornata, centinaia di volte, in modo che quel dito passa, continuamente, tra il contatto dei vari generi che si vendono (formaggio, latticini, salami, etc.) e le labbra del venditore. Anche la pasticceria non sfugge al contatto delle mani quando deve essere consegnata al cliente, malgrado nelle lucenti vetrine di quasi tutti i negozi del genere e nei bar facciano bella mostra le speciali grosse pinze. A loro volta i tabaccai non sono tutti forniti di spugnetta per umettare i valori bollati, motivo per cui, spesso, pressati dalla urgenza di imbucare una lettera si è costretti ad inumidire, con la propria lingua, il francobollo che, a sua volta, è passato per le mani non troppo nette del venditore che continuamente manipola generi diversi e moneta. Da questa scheletrica e non completa elencazione non sfuggono i farmacisti, qualcuno dei quali preleva dai barattoli e tubetti, con le mani, pasticche e pillole”.

Il dottor Bucci non teme di essere etichettato come pignolo, purtroppo l’amara realtà è questa. Certo sono abitudini radicate, ma l’Ufficio comunale sanitario, vigile sentinella della salute pubblica, dovrà prenderle in esame per adottare gli opportuni necessari provvedimenti. Con sollecitudine e soprattutto con perseveranza. E’ in ballo la salute e il buon nome di una città come Foggia, incamminata ormai sulla via del progresso!

Teresa Rauzino

su “L’Attacco” del 19 maggio 2020

Angela Campanile sui “sammechelari” di Peschici

Oggi è il 29 settembre, festa di san Michele.
La Grotta di Monte Sant’Angelo è stata sempre una meta di fede.
Quando non c’erano le macchine e i bus, molti ci andavano a piedi o sui carretti. Come i sammichelari di Peschici. Le modalità del pellegrinaggio sono descritte in questo interessante saggio di Angela Campanile (Centro Studi Martella)                               

STORIA DELL’ANTICA COMPAGNIA DI PELLEGRINI DEVOTI DI SAN MICHELE ARCANGELO

Da sempre la gente del Gargano è stata devota di San Michele Arcangelo ed anche i peschiciani hanno praticato e praticano questo culto al Santo della grotta. La devozione nei tempi passati, comunque, era tale che almeno una volta all’anno, e anche due volte (a maggio e a settembre), molte persone benestanti e non, si recavano presso la santa grotta per adorare e venerare il Santo.

A Peschici c’era una vera e propria “compagnia” di devoti che raggiungevano la meta a piedi, per un voto fatto al Santo o per una tradizione di famiglia; questi partivano prima e, attraverso scorciatoie, raggiungevano i pellegrini che viaggiavamo sui carretti (dai quindici ai trenta a seconda dell’annata), che erano gli unici mezzi di trasporto di quel periodo. I devoti prenotavano il posto sui carretti, a volte, da un anno all’altro, per paura di. restare appiedati e non poter magari assolvere al voto fatto a S. Michele.

I carretti, una volta ripuliti e riverniciati, venivano resi il più accoglienti possibile: quattro tavole di legno, disposte in senso orizzontale, fungevano da sedili, resi un po’comodi da cuscini che ogni passeggero portava con sé. Venivano sistemati, da una fiancata all’altra dei carri tre cerchioni per reggere l’incerata che serviva a proteggere i passeggeri dalla eventuale pioggia, ma soprattutto dal freddo: non bisogna dimenticare che per raggiungere Monte bisognava passare per la Foresta Umbra! I bambini piuttosto piccoli venivano sistemati nei sacchi di paglia per meglio proteggerli dal freddo. Sotto al carretto pendeva un lume che, acceso, serviva ad illuminare le buie strade (infatti il viaggio si svolgeva di notte). I muli da traino erano due, il più forte veniva sistemate tra le due sbarre del carretto, l’altro di lato, “a valanzein”. La capienza di ogni carretto era di dieci o al massimo dodici passeggeri, sistemati con tutte quello che serviva al pellegrinaggio: le cose più delicate, tuttavia, (come le uova sode) venivano messe al sicuro in un lungo cassetto. Quando tutto era pronto, i carri si allineavano uno dietro l’altro e, il primo carrettiere, con sonore schioccate di frusta (u scriat), dava il segnale di partenza.

La “compagnia” più numerosa era quella del pellegrinaggio nel mese di maggio. Si partiva la sera del giorno sei quando il pellegrinaggio era organizzato solo per Monte; quando invece il pellegrinaggio comprendeva anche le visite al convento di San Matteo e la visita alla Madonna dell’Incoronata, la partenza veniva anticipata o al cinque o al tre di maggio. La strada era lunga e dissestata, ma si cantava e si pregava senza tregua; i canti erano quelli sacri ed immancabile cm la recita del rosario ed il canto delle litanie che coinvolgeva i pellegrini di tuffi i carretti. Chi c’è stato racconta: “quando si arrivava alla Foresta Umbra cominciava ad albeggiare ed i canti degli uccelli erano bellissimi; gli alberi della foresta erano quasi tutti intrecciati tra di loro e si passava quasi sotto una lunga capanna verde: era uno spettacolo indescrivibile”.

Il viaggio continuava con passo più deciso, visto che la luce del giorno rendeva più agevole la strada. Verso le dieci circa, finalmente, si giungeva alla località chiamata “Parchetto”: da qui si cominciavano a vedere le case di Monte ed allora i canti sacri, dedicati a San Michele, aumentavano d’intensità ed ardore. Poco dopo c’era la sosta. Sull’immenso prato si cominciava ad apparecchiare; pagnotte di pane e l’immancabile frittata facevano da protagonisti e non mancava la damigiana di vino: bisognava riscaldare lo spirito e la carne, dopo una lunga nottata di viaggio all’aria aperta.

Rifocillati e con in vista ormai la meta, ci si rimetteva in viaggio più volentieri. Verso mezzogiorno si arrivava alle ultime salite che erano veramente impossibili da fare con i carretti carichi ed allora bisognava scendere e si proseguiva a piedi.

Prima di arrivare in paese, la “compagnia” peschiciana si univa alle compagnie di altri paesi e tutti in fila, cantando le litanie, si faceva ingresso prima nel paese e subito dopo nella Santa grotta.

La prima visita al santo a volte era drammatica: c’era chi scendeva le scale del santuario in ginocchio o addirittura strisciando con la lingua strepitava per terra, chi gridava al miracolo, chi piangeva. Si cercava subito un rifugio per riposarsi e per pernottare.

Siccome i pellegrini erano tanti e le taverne disponibili non di numero sufficiente, di solito ci si rivolgeva a privati che affittavano sia la stalla per gli animali, che uno stanzone, arredato solo di sacconi di paglia, per le persone. Dopo aver fitto questo, c’era chi si ricava di nuovo dal santo, chi girava il paese, chi si riposava; la sera però ci si ritrovava, anche insieme a pellegrini che si erano conosciuti gli aiuti precedenti, per farsi delle sane mangiate di carne e “turcinell” arrostiti e grande bevute di vino: chi non poteva permetterselo, consumava ciò che aveva portato da casa.

La mattina tutti pronti per partecipare ai festeggiamenti in onore del santo; la sera, stanchi e stremati, si ritornava sui pagliericci. La mattina dei giorno nove, dopo l’ultima visita al santo e l’acquisto di qualche ricordino (medaglie, cavallucci fatti di pasta di scamorza (i cavallott’), pennacchi variopinti, che servivano ad adornare la “capezza” del mulo, zoccoli di legno con il sopra di cuoio e con un tacco molto ampio, ostia ripiene, sportine) da portare a parenti e conoscenti, si ripartiva; ora la strada era in discesa e si camminava speditamente!

A pochi chilometri da Peschici iniziava una vera e propria gara di velocità tra i carrettieri più giovani e, come si diceva “cap a vent”: il mulo che per primo entrava a Peschici era il migliore in assoluto, con somma soddisfazione dei proprietario che si sarebbe vantato fino al prossimo anno.

Il pellegrinaggio comunque non era ancora finito e i pellegrini, dopo essersi ripuliti, scendevano nei pressi della spiaggia e qui si formava una fila su due colonne, al centro della quale c’era il suonatore di campanello, che serviva a scandire le lodi della Madonna durante le litanie: due o tre donne, le più brave si mettevano a cantare e intonavano canti e litanie. La processione raggiungeva infine la chiesetta di San Michele al Castello: la celebrazione di una messa concludeva il pellegrinaggio.

Nei ricordi di chi c’era è rimasto un episodio che ha caratterizzato un pellegrinaggio negli anni della seconda guerra mondiale, quando, soldati inglesi nel vedere venticinque o trenta carretti in fila, di notte e con i lumi accesi, si insospettirono e non solo bloccarono il pellegrinaggio, ma fecero prigionieri i ragazzi che indossavano dei vestiti militari inglesi comprati al mercato, scambiandoli per disertori. L’eco delle urla di disperazione delle mamme che si vedevano portar via dal carretto i propri figli, è ancora rimasto vivo nel ricordo di chi ce lo racconta. Diversi furono i ragazzi che rimasero in mutande, nonostante il freddo, pur di non essere sorpresi con quei vestiti. Per fortuna tutto si risolse quando arrivarono i carabinieri da Vico e spiegarono il perché di quell’insolita carovana.

ANGELA CAMPANILE

Il presente saggio è tratto da “Peschici nei ricordi” di Angela Campanile, II volume della collana “I luoghi della memoria” del Centro Studi Martella, edizioni Claudio Grenzi, Foggia 2000.

Anno 2000. La ricostituita “Compagnia dei Sammichelari” di Peschici sale il tornante di Monte Sant’Angelo nei pressi dell’olmo di San Michele.

 

SPRAR DI RODI GARGANICO, UN PROGETTO VINCENTE

Un convegno del Rotary club Gargano accende i riflettori sulla tutela dei migranti non accompagnati
Il Rotary Gargano, su iniziativa della sua presidente Angela Masi, sabato 19 maggio ha organizzato, presso l’Auditorium Filippo Fiorentino dell’IISS “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico, un convegno sulla tutela giuridica dei minori migranti non accompagnati.
Sono intervenute l’avv .Gerarda Carbone, che ha illustrato l’attuale legislazione, i regolamenti e le direttive in materia di immigrazione che tutelano i minori migranti, e l’avv. Daniela Tafanelli che ha descritto la funzione del “tutore” del minore non accompagnato.
Carmine d’Anelli , Sindaco di Rodi Garganico, ha portato i suoi saluti e quelli della cittadinanza.
Durante il convegno sono stati illustrati gli interventi dello Sprar Villa San Michele, una struttura ubicata in località “Piano” tra Rodi e Lido del Sole, gestita operativamente dalla LIA srl, un’agenzia bergamasca individuata quale ente attuatore, rappresentata dalla dottoressa Elisabetta Scabrosetti. La LIA garantisce assistenza sociale, sanitaria ed educativa specifica, volte alla integrazione ed inclusione sociale dei migranti minorenni, in collaborazione con il Comune di Rodi Garganico e l’IISS “Mauro del Giudice” che ha attivato un corso di prima alfabetizzazione in L2 e di potenziamento culturale in diritto.
Maria Voto, assessore ai Servizi Sociali, che sta seguendo personalmente, sin dall’inizio, l’iniziativa dello Sprar, ha affermato che si tratta di un importante progetto triennale che favorirà, attraverso percorsi seri e mirati di integrazione, il dovere di accogliere e dare una mano a questi giovani migranti minori e non accompagnati. Al contempo, sul piano sociale, la presenza dello Sprar contribuisce ogni giorno a rafforzare la cultura dell’accoglienza a Rodi Garganico, che include questi ragazzi, con altruismo e rispetto, quotidianamente.

Si è parlato ancora di integrazione, prima attraverso un video realizzato dallo Sprar e poi con una relazione della vice coordinatrice della struttura rodiana, dott.ssa Luigia Bocale, che ha illustrato le procedure per l’accoglienza dei 15 minori e le varie attività svolte nel corso di quest’anno, in collaborazione con due scuole (IISS “Mauro del Giudice” di Rodi e IPPSAR di Vieste), Associazioni come “Euro Form Lavoro”, “I bambini di Antonio”, “Il Gruppo Enigma”, Pro Loco, con partecipazione attiva in manifestazioni come “Il Carnevale rodiano” e la “Sagra delle Arance”.

Ma cos’è lo SPRAR?

E’ l’acronimo con cui viene denominato il “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati in Italia” che garantisce interventi di “accoglienza integrata” attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. E’ costituito dalla rete degli Enti locali che, con il concorso delle realtà del terzo settore, accedono al Fondo nazionale per la realizzazione dei progetti di accoglienza. La nascita del Sistema ha segnato una svolta nella storia dell’asilo in Italia. In primo luogo perché, per la prima volta, si è iniziato a pensare e a programmare in termini di “sistema”, in secondo luogo perché l’accoglienza è uscita dalla dimensione privata per entrare in quella pubblica. Mentre, fino al 2001 gli interventi in favore di richiedenti asilo e rifugiati erano esclusivo appannaggio delle realtà del terzo settore, che gestivano l’accoglienza in totale autonomia e al di fuori di una cornice istituzionale definita e omogenea, con l’avvio del PNA si è concretizzata l’assunzione di responsabilità da parte degli Enti locali e dello Stato centrale.
Tante le figure professionali impegnate nelle attività quotidiane dei progetti: operatori di accoglienza, mediatori culturali, persone occupate in attività amministrative, operatori legali, personale ausiliario, insegnanti di italiano, coordinatori di équipe.
Durante il periodo di accoglienza si interviene perché le persone ospiti acquisiscano strumenti che possano consentire loro di agire autonomamente dopo l’uscita dai programmi di assistenza. Gli interventi si incentrano soprattutto sull’apprendimento dell’italiano (obiettivo prioritario), sulla conoscenza e sull’accesso ai servizi, sull’individuazione di reti sociali di riferimento. Il processo di autonomia socio-economica della persona prende avvio e si consolida attraverso la conoscenza del territorio e il recupero dei propri background (personali, formativi, lavorativi), associati all’acquisizione di nuove competenze. Sul fronte dell’inserimento occupazionale, nella quasi totalità dei casi, si procede a una mappatura del fabbisogno lavorativo del territorio, attivando tirocini o borse lavoro e promuovendo inserimenti lavorativi nei settori in cui è avvenuta la formazione.
Aprire un centro Sprar, che accoglie un numero limitato di minori (max 15), oltre ad essere un gesto di profonda umanità, scongiura l’apertura dei CAS  “Centri di accoglienza straordinaria”, dove vengono trasferiti tantissimi rifugiati (fino a un massimo di 150) senza distinzione di età e genere. Infatti, nei Comuni in cui è prevista l’apertura degli Sprar, il Ministero non può, per legge, disporre l’apertura di CAS, in caso di arrivi consistenti di migranti.  Tali strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata. Ad oggi I CAS costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza e generalmente provocano una diffusa ostilità da parte delle popolazioni residenti.

161 anni fa a Rodi garganico nasceva Mauro Del Giudice, il magistrato che fece tremare il Duce

 Fu il giudice istruttore del Processo Matteotti

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«Quella corruzione si è ancora più aggravata
sotto questo regime che si dice repubblicano, 
ma non è né repubblicano, 
né monarchico, né socialista, né comunista; 
è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro
allo scopo di sfruttare il potere, 
come né più né meno faceva il fascismo».


(Mauro Del Giudice, da Cronistoria 1954)

L’editorialista del foglio lucerino “Il Foglietto” informa i lettori che la grave e delicata istruttoria del processo Matteotti è stata avocata dalla sezione di accusa di Roma, presieduta da Mauro Del Giudice, un magistrato di “altissimo valore morale e giuridico”. L’insigne magistrato, autore di numerose, apprezzate pubblicazioni, è un comprovinciale, pubblicista del settimanale.
Del Giudice era nato il 20 maggio 1857 a Rodi Garganico, in provincia di Foggia, da un’agiata famiglia borghese che aveva basato la sua ascesa sociale sul fiorente commercio agrumario. Il padre Luigi gestiva un magazzino in prossimità della Galleria ferroviaria e possedeva un veliero di 400 quintali di stazza – denominato “Il Gargano” – che gli serviva per il traffico sugli abituali mercati di Trieste, Fiume, Pola e Spalato (Jugoslavia). La famiglia era imparentata con i Ciampa, noti armatori ed esportatori campani, proprietari, in quel periodo, di due piroscafi, di cui uno di 5.000 tonnellate.

Mauro Del Giudice, come i coetanei appartenenti a ceti sociali emergenti, seguì gli studi classici presso il seminario di Molfetta (Bari) e quelli universitari a Napoli, dove nel novembre del 1880 si laureò in Giurisprudenza. Dirittura morale e lucida analisi politico-sociologica già connotano le sue pubblicazioni giovanili. Nel primo decennio del Novecento scrisse “Il Fenomeno Giuridico nella Scienza Sociale”, vero e proprio trattato di sociologia basato su una rigorosa analisi dei sistemi di Comte, Spencer e Marx. E’ però l’opera successiva “La scuola storica italiana del Diritto”, che induce il Consiglio Superiore della Magistratura Italiana, nello scrutinio del 1920, a promuovere per “merito eccezionale” il magistrato rodiano alla Corte di Cassazione.
Dopo 14 mesi lo troviamo alla Corte di Appello, come Presidente della IV sezione Penale e della Sezione di Accusa del Tribunale di Roma. Fu questo il periodo più drammatico della sua vita di magistrato. Del Giudice, sessantottenne, assunse personalmente il grave peso e la terribile responsabilità dell’istruttoria del processo Matteotti; la portò avanti con coraggio, resistendo a ogni pressione esterna, finché fu rimosso dall’incarico su diretta pressione del Duce, che temeva di essere inquisito per la sua contiguità con gli assassini. Il magistrato fu promosso (promoveatur ut amoveatur) e costretto a lasciare il suo ufficio romano per quello di Catania. Mussolini, tramite il segretario del PNF Roberto Farinacci, avvocato difensore di Amerigo Dumini, principale sicario di Giacomo Matteotti, ottenne che il processo fosse trasferito a Chieti «per ragioni di ordine pubblico». Con sentenza del 24 marzo 1926, la Corted’Assise teatina, addomesticata dal regime fascista, mise fine alla vicenda processuale dell’assassinio Matteotti: condannò Dumini, Volpi e Poveruomo a pene lievi che un provvido decreto di amnistia e indulto, preventivamente emanato, cancellò del tutto. La tragedia del delitto Matteotti finì in una farsa.
Le vicende del 1924-1926 toccarono profondamente Mauro Del Giudice. Gaetano Salvemini lo comprova negli “Scritti sul Fascismo”: «Non solo furono messe le camicie nere invece dei soldati a far la guardia a Regina Coeli, affinché chi andava e veniva capisse chi era il padrone del vapore; ma due agenti furono messi alle costole di Del Giudice e altri due in borghese alla portineria di casa. I fascisti cominciarono a far dimostrazioni sotto le sue finestre: “Viva Dumini!” “Viva Volpi!” “Morte ai nemici di Mussolini!”. Poi vennero le scritte sui muri del Palazzo di Giustizia. Anche i giornali fascisti, tra i quali il più facinoroso era “L’Impero”, moltiplicarono le minacce: «E’ inutile alludere più o meno velatamente a Mussolini per il Delitto Matteotti; il Duce salvatore della patria non si tocca; il fascismo non lo permetterà mai a nessun costo. Chi tocca il Duce sarà polverizzato. Sarebbe la notte di San Bartolomeo!». Conclude Salvemini: «I fascisti riprendevano le spedizioni punitive e la polizia stava a guardare. Del Giudice e Tancredi erano avvertiti!».
«Ignobili tentativi – scrive l’insigne giurista Alberto Scabelloni – furono messi in opera, per ottenere la deviazione del processo e il salvataggio dei mandanti; gli si propose il laticlavio, la nomina a Presidente di Sezione alla Cassazione, altri onori e utilità materiali, ma la sua retta e indomita coscienza resistette eroicamente. Per punire cosiffatta irriducibile intransigenza, il fascismo, togliendogli la garanzia dell’inamovibilità, lo sbalzò in Sicilia, assegnandogli le funzioni di Procuratore Generale a Catania, trasferendolo così dalla giudicante alla requirente, con palese e prepotente arbitrio. Da quel momento la carriera di Mauro Del Giudice fu troncata e contro di lui cominciò il periodo delle persecuzioni, durato fino al crollo del fascismo».
Il magistrato che, tornato dapprima nel suo paese d’origine si era poi stabilito a Vieste, alcuni anni prima di morire, volle documentare la triste vicenda dell’istruttoria Matteotti. Il 9 febbraio 1947 scriveva ad Alberto Scabelloni, suo fedele allievo:

«Carissimo Alberto, a novant’anni di età e torturato da un esasperante esaurimento nervoso, lavorando nei due mesi di gennaio e febbraio, ho completato la “Cronistoria del processo Matteotti” da me istruito nel biennio 1924-25, con questo titolo: “Note e ricordi di Mauro Del Giudice”. Vi premetto le parole di Francesco Domenico Guerrazzi, apposte al suo lavoro storico su Beatrice Cenci: “La storia non si seppellisce coi cadaveri dei traditi; essa imbraccia le sue tavole di bronzo, quasi scudo che salva dall’oblio i traditi e i traditori”».
Fu proprio Scabelloni a curare la prima edizione del volume. Il suo compito non fu affatto agevole, incontrò molti ostacoli per coprire le spese editoriali. Alcune personalità, cui si rivolse per ottenere le sottoscrizioni, pur definendosi avverse al regime fascista, negarono il loro contributo.

In una lettera indirizzata nel 1950 «all’adorato maestro», Scabelloni denunciò il pesante clima di trasformismo: «La informo che ho spedito in tutta Italia ben 240 schede di sottoscrizione e ha gentilmente aderito soltanto l’onorevole Mario Berlinguer. Che nazione di eroi e di coraggiosi!».

E in un’altra missiva, datata 24 marzo 1950, scrive ancora a Del Giudice: « Un turpe speculatore mi offriva due milioni di lire per acquistare il manoscritto con il pretesto di pubblicarlo in francese e in spagnolo, ma con il malcelato disegno di impadronirsi e togliere l’incomoda e tremenda testimonianza da qualsiasi circolazione. Risposi che nessuno avrebbe potuto piegarmi. Cronistoria si pubblicherà quando potrò coprire le spese di stampa». Siamo nel 1950. Erano trascorsi sette anni dalla caduta del fascismo. Dopo le elezioni del 1948 vi era stata la piena riaffermazione dei principi di libertà, ma dovettero passare ancora quattro anni prima che Scabelloni potesse finalmente pubblicare lo scottante manoscritto. Il libro uscì, postumo, soltanto nel 1954, per i tipi dell’editore Lo Monaco di Palermo.

Mauro del Giudice, ahimè, non ebbe la soddisfazione di vederlo: aveva già raggiunto le celesti dimore nel 1951.

Cosa aveva scritto di tanto eversivo nella sua “Cronistoria”, da intimorire non solo gli epigoni e i simpatizzanti del disciolto Partito Nazionale Fascista, ma anche gli “homines novi” della prima Repubblica?

«Rileggendo la cronaca di quel processo scritta dal magistrato inquirente – osservò Matteo Matteotti quando ripubblicò il volume nel 1985 – le responsabilità dei capi del regime fascista ne escono rigorosamente illustrate in una requisitoria che parla con la crudezza della verità fin nei dettagli. E’ utile e avvincente leggerla a sessanta anni di distanza, come espressione del pensiero di un magistrato imparziale e coraggioso che ha fatto fino in fondo il suo dovere. Egli conclude la cronistoria con un giudizio molto severo sulla classe politica e sul popolo italiano che solo un uomo integerrimo può permettersi di scrivere».
Del Giudice non perdonò mai agli intellettuali e agli uomini della sua generazione di aver avallato il fascismo con la connivenza e la passività, e continuavano a farlo nella nascente “Repubblica Italiana”. La chiusa della “Cronistoria” è lapidaria: «Quella corruzione si è ancora più aggravata sotto questo regime che si dice repubblicano, ma non è né repubblicano, né monarchico, né socialista, né comunista; è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro allo scopo di sfruttare il potere, come né più né meno faceva il fascismo».
Teresa Maria Rauzino (*)

(*) L’articolo è tratto dal saggio di TERESA MARIA RAUZINO, “Mauro Del Giudice, un magistrato scomodo”, in “Figure egemoni del Novecento”, Ori del Gargano a cura di Giuseppe Cassieri, Schena, Fasano 2006.

http://www.mondimedievali.net/microstorie/DEL%20GIUDICE.pdf

Il 1° Maggio garganico (amarcord di Antonio Monte)

Dall’antica civiltà contadina del Gargano   1° Maggio -Anni Cinquanta –

 

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Gli effetti devastanti dell’ultima guerra mondiale misero a dura prova la maggior parte della popolazione Garganica. Le famiglie provate  da lutti e da malattie diventarono ancor più povere e la classe operaia ancora più segnata dalla miseria. Molti genitori furono costretti  ad affidare i propri figli a gestori artigianali ed agricoli per garantire loro un pezzo di pane.

I ragazzi venivano messi a disposizione delle maestranze per l’intera giornata, impediti di fatto a frequentare la scuola dell’obbligo. Gli scapaccioni erano consentiti ai superiori anche per qualche errore banale e talvolta utilizzati per placare i loro cattivi umori. Apprendere un mestiere era un obbligo. L’apprendistato, per chi intraprendeva  l’arte della campagna, consisteva nel pascolare le bestie ricevendo come retribuzione: il pane quotidiano, un litro di olio e un chilo di sale al mese, una forma di cacio a Natale ( la grandezza a discrezione del  padrone)  e una piccola paghetta.

I ragazzi erano maturi e consapevoli della situazione economica familiare tanto da risparmiare l’olio e il sale e riportare la quantità residua alle proprie case.

I genitori pattuivano con i datori di lavoro: il salario e due giorni di riposo bimensile e la garanzia della festività del 1° Maggio.

I giovani lavoratori, oltre alla fatica del lavoro quotidiano,  dovevano sottostare agli ordini degli anziani garzoni:  prelevare l’acqua dai pozzi e dalle cisterne, raccogliere la legna per il fuoco serale,  lavare la pentola e il piatto (unico per tutti), attendere che gli anziani iniziassero l’assaggio dei pasti.

Il rispetto e l’obbedienza verso l’anziano e il padrone erano doveri indiscutibili.

Il Segno della Croce era l’unica preghiera che conoscevano per ringraziare il Signore dopo aver portato la mandria nella stalla ogniqualvolta le intemperie  incombevano in aperta campagna e quando le bestie spaventate  da vento, tuoni e fulmini, non erano più controllabili  e prendevano direzioni diverse.

La festa del 1° Maggio, in tale contesto,  diventava il mezzo per onorare le prestazioni di tutti i lavoratori, per mostrare il coraggio represso che si sprigionava attraverso lo sfogo collettivo, ed era rivalsa di tutte le ingiustizie accumulate durante l’anno.

I preparativi iniziavano alcuni giorni prima della festa. I ragazzi e le donne raccoglievano nei campi fiori rossi e bianchi per poterne poi utilizzare i petali .

La mattina del primo Maggio la popolazione  si radunava nella piazza davanti alla camera del lavoro per formare il corteo. I più piccoli in prima fila,  vestiti di camice rosse e in mano le bandierine con lo stemma della falce e del martello; seguivano  le donne con il capo ornato di ghirlande rosse. Alcune di esse sostenevano grossi  cesti pieni  di petali di rose e papaveri lanciati per terra al passaggio di  rappresentanti sindacali e di partito.

Gli esponenti di spicco portavano all’occhiello il garofano rosso e con il megafono pronunciavano frasi di rivendicazioni oppure davano inizio all’inno del partito: “Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa, trionferà”  mentre tutte le bandiere sventolavano.

Gli uomini si accodavano con i propri mezzi di lavoro: biciclette ornate di fiori rossi; asini e muli ricoperti di mantelli rossi, tutti allineati, che non mancavano di ragliare per lo spavento, non appena la banda attaccava.

Il corteo, in prossimità dell’abitazione di qualche benestante aumentava la tonalità degli inni provocatori ; e chiaramente si udivano versi come: “ mangiatillo e sugatillo il limone , lo sappiamo che non ti piace ma oggi devi farti capace che il limone devi mangiare,” , proprio perchè il primo maggio era l’unico giorno in cui i padroni si sostituivano ai loro garzoni per i fabbisogni della campagna.

L’altro corteo più contenuto, quello della democrazia cristiana, partiva dalla parte opposta  ed era composto da impiegati, professionisti e praticanti religiosi con le bandiere bianche marchiate dallo stemma dello scudo crociato.  Meno numeroso dell’altro si presentava però più ricco di mezzi. Al seguito, infatti, i primi trattori della storia trainavano rimorchi da cui donne  lanciavano petali di rose bianche e di margherite; i cavalli con criniere intrecciate e ricoperti da mantelli bianchi, sembravano essere stati preparati come a partecipare ad antichi rodei medioevali. Scalpitavano storditi dal canto di “ oh bianco fiore simbolo d’amore” o dagli applausi ricevuti dall’esponente del partito in risposta alle battute pronunciate al megafono.

I due cortei si svolgevano nel pieno rispetto reciproco, per ordine e per compostezza.

Si scioglievano dopo i comizi tenuti dai rispettivi rappresentanti politici e sindacali e dopo aver  fissato l’appuntamento nel pomeriggio per la scampagnata organizzata in località diverse.

Nei luoghi prefissati, in aperta campagna, era un vero assalto: frittate, formaggi, lampascioni al forno, salsicce, taralli e ciambelle erano letteralmente divorati mentre il vinello aspro nostrano, nei fiaschi, passava di  mano in mano, liberando risate ma anche frasi e battute di  provocazione verso maestranze e padroni.

Per l’occasione si organizzavano diverse attività agonistiche: il tiro alla fune, la corsa nei sacchi e il noto palo della cuccagna: l’uno sormontato da prodotti alimentari legati dallo stendardo rosso per il partito comunista e l’altro dallo stendardo bianco per il partito della democrazia cristiana.

La corsa degli asini era lo spettacolo più divertente. Gli animali non sempre ubbidivano al proprio fantino, si fermavano di colpo disarcionandolo oppure prendevano direzioni diverse.

 

Si organizzava anche una gara ciclistica con la partecipazione di corridori provenienti da regioni limitrofi e la strada faceva da  vera trincea ai manifestanti dei due partiti.

Prima dell’arrivo dei corridori era il direttore di gara, affacciato allo sportello della balilla, unica macchina al seguito, che dettagliava a megafono l’andamento della corsa.

Quando annunciava la fuga di qualche corridore nostrano, il boato di gioia s’innalzava nei pressi dell’arrivo, la folla si ammucchiava velocemente lasciando pochissimo spazio al passaggio dell’autovettura.

I nostri atleti si allenavano dopo aver zappato  l’orto, unica loro palestra, sostenuti da un’alimentazione fatta di “pane, scorza e mollica”.

Spesso per partecipare alle gare in altri paesi, si partiva in bici al mattino presto, qualche volta si vinceva e poi si faceva ritorno sempre in bici.

Questi “atleti” erano amati da tutti, non tanto per il valore delle vittorie ma per come si allenavano, senza trascurare il duro lavoro quotidiano.

La vittoria dei paesani sprigionava la gioia di tutti i presenti. Ma  abbracci e  brindisi annientavano completamente le rivalità, tanto che “ bianco e rosso”, colori che nel dopoguerra avevano annientato il nero, si fondevano in un unico colore ,.

La vittoria esaltava il valore umano accampato in ogni cittadino Garganico, rappresentava il riscatto della situazione sociale e un forte stimolo a credere nelle proprie capacità , giacché molti,  consapevoli che avrebbero abbandonato la propria terra natia, erano ugualmente consapevoli di dover confrontarsi con ostacoli e rivali di sicuro presenti lungo le strade del mondo.

Attualmente il 1° Maggio si svolge in modo  diverso. La piazza della Capitale è l’unico luogo dove i lavoratori arrivano da ogni parte d’Italia stremati dai lunghi viaggi  effettuati in pulman o in treno messi a disposizione dai rappresentanti politici e sindacali per  ascoltare i loro comizi confezionati con belle parole, con frasi e verbi ben coniugati  e tantissime promesse e che si concludono con il suono assordante di concerti rock.

Una volta, la giornata del primo maggio aveva altra valenza. Nel Gargano era una sorta di embrione della Libertà che sbocciava con la Partecipazione.

In primo luogo, quella degli organizzatori, che coinvolgendo i cittadini  a mettere a disposizione il proprio tempo libero, seppero preparare manifestazioni senza incidenti;

quella delle donne che, nonostante la riservatezza, nota caratteristica di quei tempi, accompagnarono, senza vergogna, i propri mariti, i propri figli al grido: “ 1° Maggio Festa dei Lavoratori “;

quella dei ragazzi temperati dallo spirito di sacrificio che si sono riscattati raggiungendo poi traguardi ambiti in Italia e nel mondo, nonostante l’analfabetismo e la povertà;

quella dei tanti protagonisti sportivi nostrani passati nel dimenticatoio;

quella di coloro i quali hanno sfilato per le strade  con entusiasmo pacifico e che hanno onorato e arricchito “quel dì di festa”.

A costoro va il merito di aver segnato una pagina della Storia.

Antonio Monte

 

                                                                                                                                                                                   

 

La festa della Madonna di Loreto a Peschici

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La festa in onore della Madonna di Loreto è una festa di primavera. I fedeli raggiungono in processione il piccolo santuario , dedicato alla Madonna di Loreto, che dista due chilometri da Peschici.
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Il tempio ospita diversi ex voto a forma di barche, remi e aerei, donati da pescatori e numerosi emigranti, trasvolati sani e salvi nelle lontane Americhe.
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Tonino Notarangelo alla festa della “Madonn u Reit” (Madonna di Loreto). Sullo sfondo un ex voto marinaro.

Nell’immaginario collettivo, in questa chiesa “si venivano a prendere i bambini”, dono della Madonna.

Una suggestiva leggenda, tramandata da Michelantonio Fini, è ancora viva nel ricordo popolare. Nel cuore della notte, in vicinanza del “nodo” roccioso di Peschici, un veliero proveniente dalle coste della Dalmazia fu sorpreso da un fortunale. L’acqua, implacabile, sferzava i marinai e i pennoni. Il vento fischiava impetuoso. Ogni speranza di salvezza sembrava perduta. A un tratto, sulla cima del monte, sospeso fra terra e cielo, ecco un guizzo come di stella, una luce sperduta nella pineta.

I naufraghi sapevano che in quella direzione vi era una chiesetta solitaria: vi dimorava una Madonnina bella e pietosa, padrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte. Piangendo, si prostrarono in ginocchio: ”Salvaci Tu, Stella del mare, salvaci, per pietà!”

La preghiera fu prontamente esaudita. Tutti furono salvi, barca e marinai. Per ex voto, la chiesetta fu ricostruita, bella e grande come la barca salvata…

La festa della “Vergine di Loreto” si celebra (tempo permettendo…) il lunedì successivo alla Pasquetta. E’ tradizione preparare graziosi dolci come i “can’strillë”, a forma di cestelli con un uovo in mezzo, e altre specialità come i “panettelle” e i “culace“.

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La Madonna di Loreto e il Bambinello furono incoronati alcuni anni fa da mons. Domenico D’Ambrosio (ex arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, e di Lecce) con due nuove corone donate dalla popolazione di Peschici.
A montare le corone fu Giovanna Iervolino, stilista e maestra orafa, che ce ne ha raccontato la storia: “Circa sei anni fa, ci fu a Peschici una raccolta di oro (pezzi nuovi, vecchi e rotti). Venne nel mio negozio la signora Pupillo – “Graziellë ’u pustìnë” – per propormi la realizzazione della corona del Bambino della statua che si trova nella chiesa della Madonna di Loreto. La testa del Bambino era piccolina e fu per me un lavoro relativamente veloce e facile da realizzare. Infatti, il Bambino fu incoronato subito, ma all’insaputa di tutti (per evitare furti). Era rimasto ancora parecchio oro e mi fu proposto di realizzare anche la corona della Madonna. Da precisare che non ho fatto questo lavoro per scopo di lucro, la mia opera più le pietre sono donazione mia e della mia famiglia. In più anche mia suocera che vive in Calabria, entusiasta, mi ha consegnato dell’oro. Proprio in virtù di questa gratuità, non è stato posto un termine di consegna. Dopo quattro anni ho completato la corona della Vergine. L’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, vedendola, fu subito preso da un’indescrivibile euforia: ‘Dobbiamo incoronare la Madonna nel giorno della sua festa!’ E così è stato.”
Giò Iervolino ci svela anche il significato simbolico del materiale utilizzato per confezionare la corona della Madonna: “E’ ora di spiegarlo, forse è passato un po’ di tempo, ma meglio tardi che mai! Un giorno venne una signora nel mio laboratorio chiedendo spiegazioni sui colori e materiali usati nella realizzazione della corona della Madonna di Loreto. In una visione d’insieme, i colori della corona sono l’azzurro il blu e il bianco, tipici della Vergine.
Ma la sola prospettiva frontale non ci permette di percepire il resto.
Spostandoci sui due lati, ci sono due coralli rossi, che rappresentano le fiamme dell’incendio di Peschici del 24 luglio 2007, che hanno lambito il Santuario. L’ho interpretato col corallo poiché è un elemento marino, Peschici è circondata dal mare. Il corallo é posto su una lamina a forma di cuore, che si ripete su tutta la corona.
Sulla lamina successiva c’è un albero verde in giada, che raffigura il verde degli alberi del Gargano, nello specifico la Foresta umbra.
Guardando la corona dall’alto, si vede una stella di perle (altro elemento marino), la Madonna infatti è anche detta stella maris (stella del mare ), quell’astro che illuminò i marinai durante la tempesta. Sopra c’è una croce, è lei la Madre di Cristo! Se la corona fosse stata tutta bianca e azzurra sarebbe stato un semplice monile, ma questa è una corona speciale: la corona della Madonna di Loreto!”.
Teresa Maria Rauzino