CORSI DI FORMAZIONE ALL’IISS “ MAURO DEL GIUDICE” DI RODI GARGANICO

CORSI DI FORMAZIONE SULLE NUOVE METODOLOGIE DIDATTICO-RELAZIONALI E/O AMMINISTRATIVE ALL’IISS “ MAURO DEL GIUDICE” DI RODI GARGANICO

 

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Nell’ambito del Progetto “Diritti a Scuola” (sezione D), i docenti e il personale ATA delle sedi di Rodi e di Ischitella dell’Istituto di Istruzione superiore “Mauro del Giudice” stanno seguendo dei corsi di Formazione sui nuovi linguaggi di comunicazione e sulle nuove metodologie didattico-relazionali e/o amministrative che, avviati dal 6 settembre, si concluderanno il 27 settembre.

Il modulo “PRIVACY, SICUREZZA DATI E INTRODUZIONE AL CODING”, tenuto dall’esperto Marco Sciarra, è articolato sulle seguenti tematiche: Introduzione al coding ; educazione ai media, social network e al safety; cittadinanza digitale; sicurezza dei dati e privacy; archivi cloud; ambienti di apprendimento per la didattica digitale integrata, per complessive 17 ore.

Il modulo “RISORSE EDUCATIVE APERTE (OER) E COSTRUZIONE DI CONTENUTI DIGITALI. L’USO DELLA LIM NELLA DIDATTICA”, a cura dell’esperto Carmelinda Augelli, verte su: risorse educative aperte (OER); dispositivi individuali a scuola (BYOD); la LIM come nuovo ambiente di apprendimento; l’e-Book; per complessive 16 ore.

Il modulo “LA FLIPPED CLASSROOM E LE METODOLOGIE INNOVATIVE E INCLUSIVE”, a cura dell’esperto Chiara Spalatro, spazia dalla didattica attiva e collaborativa alla didattica per competenze dalla progettazione alla valutazione, per passare alle tematiche dell’inclusione: “Bes non solo DSA: conoscere per fare”, alla metodologia CLIL dell’insegnamento delle discipline attraverso una lingua straniera, per complessive 17 ore.

L’Abbazia di Kàlena disvela l’umano sentiero (by Michele E. Di Carlo)

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Abbazia di Kalena (Peschici-FG)  in uno splendido scatto del pittore Day Thrin Dinh 

Lungo quella piana – una delle tante a cui padre Michelangelo Manicone, inascoltato illuminista e scienziato garganico del tardo Settecento, aveva rivelato futuri disastri di acque imponenti e incontrollate – solo Kàlena diffonde ancora una maestà virtuosa, autentica Signora del cielo e della terra, sempre più adagiata nella sua integrale solitudine celeste. Così come l’hanno immaginata nel futuro i suoi ispirati e audaci costruttori, così come i secoli passati l’hanno pietosamente preservata da terremoti devastanti e da alluvioni possenti, così come artisti di pregio l’hanno rappresentata nell’antico fulgore, così come fotografi di fama l’hanno immortalata già ferita e cadente. In quella piana – deturpata e ferita dalla stessa mano dell’uomo che oggi lamenta rovine – solo Kàlena emana ancora bagliori ricchi di cultura e di storia millenaria, avvolta nel mistero magico e simbolico dei tempi andati che, riaffioranti nel presente, svelano l’umano sentiero verso l’ unico futuro dignitoso a chi sa leggere nelle impalpabili trame di un misticismo indelebile. Più in là, verso la spiaggia – laddove l’insostituibile ma annientato sistema delle dune, in perenne e precario equilibrio tra mare, vento e terra, doveva pur rappresentare un’altra delle autentiche meraviglie della natura garganica – solo caos, cementificazione confusa, speculazione edilizia, devastazione di un territorio offeso, oltraggiato, a marcare un raccapricciante comune denominatore di un Gargano non più «sperduto», semplicemente perso.
Come salvare la sacra Abbazia di Kàlena quando non vengono rispettati i doni di un ambiente sorprendente e di un paesaggio incantevole? Se così è, l’Abbazia di Kàlena seguirà il triste destino incombente sui tanti luoghi della memoria. Un destino legato, qui come altrove, all’inerzia di comunità umane svuotate dalle antiche ambizioni culturali che affidarono alla nostra terra la fama riconosciuta di universo di cultura e di arte. Cultura e arte che qui, più che altrove, hanno origini antiche e tradizioni robuste, che persino l’uomo protostorico seppe esprimere e rappresentare degnamente, sempre con rispetto, comunque con amore.
Nelle tenebre di una notte stellata, guidati dal freddo vento del nord, capita di sostare davanti a questa grandiosa «agonia di pietre», di chiudere gli occhi e di ascoltare l’ode del mare e il fragore del vento sussurrare quiete e pace all’anima. Capita, oltre la selvaggia barriera innalzata dalla febbre edilizia di un uomo sempre più proteso verso un’assurda modernità e che affoga quel che resta della propria identità, sentire nel profondo dell’anima un antico e immortale canto gregoriano provenire dall’ Adriatico «aperto» al sole che nasce. Dove da sempre moltitudini di esuli preganti sono giunti alla «Terra promessa», accolti e protesi verso una «nuova rinascita». E Kàlena fu edificata lì, solitaria, a testimoniare la cultura dell’accoglienza dei discendenti garganici di Noé, quasi ad affidare alla notte dei tempi le voci greche, diomedee, omeriche, quali fonti delle nostre origini. E niente e nessuno, neanche l’ offensiva edificazione della piana, il colonnato alla «Mancina» di Vieste, la lottizzazione della Necropoli di S. Nicola, l’aggressione ai lidi garganici, le tante deturpazioni e sopraelevazioni dei nostri centri storici, i tanti paesaggi perduti , socchiuse le palpebre, potranno impedirci di sentire quella nenia antica sgorgare dalle onde del mare antico. Voce del passato, presenza primitiva, mossa a pietà e supplicante, affinché si liberi oltre l’orizzonte, ancora una volta, libero e forte, il nostro «grido di dolore».
Michele Eugenio Di Carlo
pubblicato sul Quotidiano l’Attacco il 7 settembre a pag. 25
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Kalena in alcuni splendidi scatti del pittore Day Thrin Dinh

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Antonio, cuore del Gargano (articolo di Rocco Sgherzi)

“Ciao Antonio! I parchi dove pascoli adesso le vacche sono ricchi, cocevoli e sempre parati! Le puscine sono sempre colme d’acqua chiara e la masseria fresca e luminosa! Che stracciate gli farai mangiare lassù, eh! Mannaggia alla raggia che tenevi in corpo e all’arteteca che ti pigliava quando le cose non giravano come dicevi tu! Razzaccia garganica❤️” Rocco Hrokr Sgherzi

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A Giacomo Facenna.
Con sommo rispetto e dal profondo del cuore.

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Sei andato via, Antoni. Il vuoto che hai lasciato nella tua famiglia, tra i tuoi amici e tra i tuoi conoscenti é incommensurabile! Non solo perché eri il ragazzo che eri, con la tua dedizione al lavoro, con la tua gioia di vivere, con il tuo essere compagno, con la tua capatosta e la tua generositá! Ma per quello che eri dentro: un Massaro Garganico! Fiero e contento di esserlo! Non so quanti possono capire… ma io sono (e rimango) figlio di Massaro! Io conosco quella “febbre” che ti scorre nelle vene, quella “maffia” del tuo portamento, quello sguardo profondo e fermo, ma allo stesso tempo imperscrutabile! Quel sorriso dolce venato da una sottile amarezza proprio di chi sa che ha scelto una missione nella propria vita! La tua giovinezza nascondeva quell’antica sapienza podolica trasmissibile solo da “sagnë a…

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Il Gargano sono io

Il 30 dicembre 2007, presso la sala del Consiglio comunale, con il patrocinio della Regione Puglia, della Provincia di Foggia, del Comune di Cagnano Varano, del Parco Nazionale del Gargano e della Comunità Montana del Gargano, si svolse la cerimonia di presentazione del libro “Il Gargano sono io…” di Antonietta Miucci.

Alla cerimonia assistette un pubblico attento e partecipe, accorso numeroso. Il mensile “Gargano Nuovo”, sul numero di febbraio del 2008, le dedicò questa interessante recensione, firmata da Francesco D’Augello. 

La riproponiamo ai nostri Lettori per ricordare l’Autrice, Antonietta Miucci, che purtroppo non è più tra noi. Ci ha lasciato, stremata da una malattia che ha stroncato la sua prorompente vitalità. 

 

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“Il Gargano sono io…” è un libro che l’autrice Antonietta Miucci ha scritto senza il bisogno di viaggiare e di andare lontano. Gli stimoli e l’ispirazione li ha tratti dai ricordi legati al tempo della sua infanzia e della sua adolescenza, trascorsi spensieratamente tra i vicoli e per le strade della sua Cagnano, nei luoghi e tra le persone che tanto le furono cari e familiari.

Libera, bizzarra, vulcanica e singolare, stravagante ma sempre spontanea e diretta, ella ha saputo comporre, mediante una serie di racconti, un quadro a mosaico ricco di molteplici immagini verbali dove, con chiara e fedele esposizione, sono rievocati e narrati stili di vita di vecchia tradizione popolare, vecchi usi e costumi, arti e mestieri antichi, aneddoti istruttivi relativi a personaggi ed eventi particolari. Insomma, c’è nel libro della professoressa Miucci la rappresentazione di un mondo del tutto sconosciuto alle ultime generazioni, i giovani di oggi, che lei, insegnante di lettere, ben conosce. Attrice di prima fila lei, le scene non potevano che svolgersi nella vita quotidiana di quartiere, per lo più sui gradini di Vico Sparviero, dove lei stessa abitava, allestito nelle varie occasioni come un piccolo teatro all’aperto.

Il libro, afferma la stessa autrice, è nato dal bisogno di tornare al suo “piccolo mondo antico” per apprezzarlo nella sua interezza e chiarezza cristallina, dopo aver attraversato i labirinti tortuosi e travagliati delle esperienze culturali e non. Come dire che, sopraggiunta l’età matura della riflessione, nasce in lei prorompente il desiderio di compiere un tuffo coreografico nelle suggestive tradizioni popolari del passato, con cui ha stretto un legame fortissimo, per rivivere più consapevolmente con maggior gioia e piacere le grandi emozioni che tanto la fecero trepidare all’epoca della sua fanciullezza.

In quasi tutti i racconti che formano il libro, basati sull’esperienza individuale in cui prevalgono i motivi del sentimento, affiora spesso l’estro poetico dell’autrice, ciò che rende la lettura del libro ancor più avvincente, anzi seducente. Piace la descrizione di sé, allorché si confessa e dice: «Adoro i tramonti della mia terra, so essere dolce come i pendii delle colline e degli uliveti, calda come il sole del nostro promontorio, aspra e tagliente nel linguaggio come la macchia, testarda e determinata come la mia gente, vera e fresca come le mie sorgenti, inquieta e tempestosa come il nostro mare e calma e armonica come il nostro lago».

Piace il riferimento al mare di Rodi. Rimirandolo da sopra alla pineta, durante una gita in treno, Antonietta lo descrive con queste parole: «Verde intenso nella bonaccia e spumeggiante e minaccioso nella tempesta, invidiavo i rodiani che avevano un tale tesoro di bellezza, respiravo a pieni polmoni e non avrei mai voluto che arrivasse il treno». Ovviamente, il treno era quello del ritorno a Cagnano, che lei desiderava tardasse ad arrivare per poter sostare e osservare il più a lungo possibile la bellezza e l’incanto di quei luoghi.

C’è poesia anche nel folclore della “trasciuta” (fidanzamento ufficiale) allorquando, durante il ballo della tarantella, la femmina, “arrotata” (circuita) dal maschio focoso, buttava via le pianelle e con passi arditi e complici, gli mandava segnali d’intesa, e qui lui cadeva ai suoi piedi!

Nel suo percorso narrativo, sviluppato soprattutto per un impegno civile e culturale, l’autrice nomina spesso la madre, quasi fosse il suo angelo custode, che lei ricorda sempre canuta, con lo scialle nero delle donne del sud sulle spalle.

E’ toccante la scena in cui evoca di correrle incontro ansiosa di abbracciarla, infilarsi nel suo seno e rannicchiarsi nel suo ventre per vivere praticamente in simbiosi con lei. Detto per inciso, quella mamma, che ora non c’è più, la rimpiango anch’io; sorella di mio padre, era la mia zia preferita cui, sin da bambino, mi ha sempre legato un affetto familiare molto intenso.

“Il Gargano sono io…” è un libro capace di suscitare emozioni profonde e piacevoli sentimenti. In più, oltre che divertire e proporsi come un’evasione e un’alternativa al brutto della vita quotidiana, contiene – cosa importante – un messaggio significativo, che è quello di guidare i giovani a conoscere le tradizioni popolari al tempo dei loro progenitori, i valori morali della vecchia famiglia patriarcale, le difficoltà sofferte per sopravvivere, gli ideali perseguiti nella difficile e faticosa costruzione di un mondo che fosse per tutti migliore. Se il messaggio verrà recepito, saranno gli stessi giovani a trarne vantaggio nell’improntare la loro vita futura, liberandosi dalla schiavitù dello slogan che recita: «Che mondo sarebbe senza nutella?».

Il mondo ha bisogno di ben altre cose per riscoprire e gustare il tradizionale pancotto, alimento sano e genuino di quel fascinoso e semplice mondo rurale, di cui l’autrice del libro fornisce una rappresentazione ampia ed istruttiva, vissuta tutta dal vivo e in prima persona.

Francesco D’Augello

recensione pubblicata sul “Gargano Nuovo”,  febbraio 2008.

Un domani di un giorno che verrà …(editoriale di Francesco AP Saggese)

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Questo è il tempo di scavare tra le macerie. Magari un respiro, magari una voce.

Questa sarà la prima notte in cui migliaia di persone dormiranno per strada.

Questa per molti sarà la prima notte senza un figlio, una madre, un amico, un fratello, una nonna, un padre.

Ma un domani di qualche giorno che verrà, qualcuno mi deve spiegare cosa è stato fatto nel nostro Paese dal 1997, quando il sisma in Umbria e nelle Marche distrusse la basilica di Assisi facendo undici morti.

Un domani di qualche giorno che verrà, qualcuno mi deve spiegare cosa è stato fatto nel nostro Paese dal 2002, quando un terremoto in Molise provocò il crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia, facendo 30 vittime di cui 27 bambini.

Un domani di qualche giorno che verrà, qualcuno mi deve spiegare cosa è stato fatto nel nostro Paese dal 2009, quando la terra in Abruzzo seppellì 308 persone, tra cui molti studenti.

Un domani di qualche giorno che verrà, qualcuno mi deve spiegare cosa è stato fatto nel nostro Paese dal 2012 in Emilia Romagna, quando altre 27 persone se ne andarono per sempre.

Domani quando la conta dei morti e dei feriti sarà, forse, finita, qualcuno deve spiegare a un ignorante come me, com’è possibile che nel cuore dell’Europa e della civiltà si muoia così, sotto le macerie della propria casa per un terremoto di magnitudo 6.0.

È davvero solo colpa del terremoto?

È sempre tutto colpa di una dannata fatalità che piomba assassina di notte?

O navighiamo ancora a vista, cavalcando l’onda dell’emergenza, mettendo una pezza qua e là – e abbastanza male?

Quante volte ancora dobbiamo ripeterci che il nostro territorio è ad alta pericolosità sismica?

Quanta lungimiranza doveva avere chi ha governato e chi governa e non ha avuto?

Quanti morti dobbiamo ancora piangere?

Quante macerie dobbiamo ancora rimuovere?

Quanti centri storici dovranno ancora essere rasi al suolo?

Quanta paura dobbiamo ancora avere quando dormiamo di notte nei nostri letti, o quando i nostri figli sono a scuola?

Possiamo cominciare a costruire un Paese migliore, rispettando il territorio su cui camminiamo e viviamo, edificando con sapienza e mettendo in sicurezza ciò che non lo è mai stato?

Non cerco colpevoli, ma responsabilità.

Il problema è enorme, colossale, forse più grande di noi, ma dobbiamo saperlo affrontare – magari insieme -, non riducendolo all’ennesimo dibattito televisivo o alla solita conferenza stampa.

Serve molto di più.

Ci salveremo solo se (ri)partiremo da qui. Tutto il resto sono chiacchiere, polvere e morte.

Francesco A. P. Saggese

 Berardino Sassano, nonno del Gargano

 

Degno rappresentante dell’antica civiltà contadina si è spento Domenica 17 Luglio dopo 104 Primavere

 

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Lungo il viale della vita, oltre alla fatica ha assaporato ingiustizie e dissapori ricevendo pochi onori.

Sua vera amica è stata la fatica sin dall’acerba gioventù e lo spirito di sacrificio Sua costante virtù.

Ogni cosa ha un fine, tutto si lascia al confine tranne i valori veritieri che illuminano vecchi sentieri.

Altruismo, pazienza e fedeltà sono alleati eterni della Spiritualità.

Così come un giusto ideale anch’esso resta immortale è il valore assunto dal nostro Caro Defunto.

Lo sconforto è palese per il Gargano, Suo unico Paese che resta sempre meno arredato senza un bel pezzo d’antiquariato.

 

Antonio Monte da Milano

 

Le parole giuste (almeno per me) di Francesco A. P. Saggese

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  • Di fronte ai nuovi dispacci di morte che Sky news annuncia sul suo banner rosso rimango sospeso a una ragnatela di ‘perché’ e di ‘ancora’. Cerco parole ma non ne trovo. Non ne puoi trovare di fronte a un corpo di bambina disteso sull’asfalto con a fianco la sua bambola più bella. Più passano i minuti e più l’odore della morte si fa opprimente; sbarra la strada a ogni possibilità di trovare una via d’uscita da un nodo in gola sempre più pesante, sempre più stretto. Aspetto un nuovo sole, ma è difficile trovare una luce d’alba nella notte.Così, con una scusa qualsiasi, chiamo mia madre. ‘Com’è il tempo giù?’ ‘Comincia a piovere’. Tiro il primo sospiro di fronte ai conti che il dolore mi chiede e cerco di afferrare l’appiglio nei confronti della vita e di chi me l’ha data. Forse è qui che devo cercare le parole. Perché bisogna trovarle le parole, il silenzio appartiene alla morte. Quelle che vedo intorno a me sono parole d’odio: mi sfiorano, palpitano su ogni commento che leggo; ma alla vita a cui mi sto aggrappando e al suo rispetto non c’è posto per loro, perché l’odio appartiene alla morte. Allora devo cercare ancora. Le parole giuste le ho riposte in qualche angolo di me, o le ho messe lì, in libreria, nascoste tra le pagine di un libro. Le cerco ancora, le cerco bene, fino a che le vedo e corro a riprendermele, insieme a quello che resta della lucidità. Credo che la lotta contro i fondamentalismi sarà molto lunga, difficile, attraverserà nuove dolorose strade e che questo inevitabilmente deve renderci vigili, attenti. Credo che siamo tutti vittime di insensate guerre proclamate nel giro di una notte e che la guerra vada sempre bandita, come tutti gli affari legati al traffico internazionale di armi. Credo che siamo tutti vittime di una disintegrazione sociale senza precedenti – ammesso che ci sia stata un’integrazione sociale -, che un po’ alla volta sta svendendo i cervelli a indottrinamenti senza scrupoli. Credo che la comunità musulmana sana – che pure piange le sue vittime – debba fare ogni cosa per sradicare i tentativi sempre più evidenti della radicalizzazione islamica. Credo che la paura possa generare vendette da ogni parte e che queste possano innescare meccanismi non controllabili, per questo dobbiamo combatterla con la cultura. Credo che il continente più vecchio del mondo di fronte a queste crisi, prima umana e poi economica, dovrebbe unirsi anziché studiare il modo per disunirsi in pompa magna. Credo che ci sarà tanto da lavorare negli asili, nelle scuole, nelle università. Credo che le ragioni della convivenza debbano sempre prevalere, ridando spazio a nuove relazioni e rinsaldando le vecchie. Ecco, io credo in questo. Ci provo, almeno, e voglio scriverlo, perché a volte scrivere è come un esodo dalla parte peggiore di sé a quella migliore. Quella parte che credo sia in ognuno di noi e che dobbiamo alle persone lasciate su quell’asfalto. Quella parte che deve educare i figli, nel difficile tentativo di non consegnare lo scettro del mondo all’odio, cieco, assoluto, incontrollabile e quindi alla sola morte.