I RICORDI  DI DAY GILLES TRINH DINH

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Quando ero ragazzino sulle colline di Las Planas a Nizza

Avevo un po’ più di 8 anni quando il testo annuale fatto nei primi giorni di scuola mi dichiarò positivo alla tbc. Non conoscevo ancora tutto quello che voleva dire questo rossore sul mio braccio. Ma il silenzio del dottore, lo sguardo sconsolato dell’infermiere e dell’istitutrice che mi serrò fortemente nelle sue braccia, mi fece capire che mi stava capitando qualcosa d’importante. Fu riaccompagnato a casa e messo in cura.

Per fortuna mia, era a pena arrivata una nuova medicina… la penicillina. Cercavano un sanatorio, facendomi vedere un opuscolo con foto di belle montagne innevate con in primo piano file di sdraio con gente mummificata prendendo il sole.

Dopo qualche settimane, su insistenza dei miei, decisero di offrirmi un anno sabbatico presso i miei nonni materni a Nizza, sulle colline di Las Planas sempre assai assolate; mi ero salvato dal sanatorio.
I pochi ragazzi del quartiere nati durante la guerra andavano tutti a scuola. Non mi rimaneva che scoprire il mondo intorno a me in avventurosa solitudine: scale senza fine in mezzo alle ville profumate, serre a vetrate piene di garofani,  campi di carciofi. Guardavo come un obiettivo impossibile da raggiungere le colline vicine di Pessicart e Cimiez, la tenuta del Conte di Falicon dove si erano accasermati i goumiers marocchini dell’armata d’Italia, il Vallon obscure che mi incuteva paura. Dalla finestra della grande cucina della sala da pranzo scrutavo il mare con il binocolo del mio zio Jo, sperando di non vedere quello che chiamavamo  “i cavalloni” cioè la schiuma bianca formata dalle onde del mare agitato… solo allora, Yvette la più giovane delle mie zie, si decideva a scendere in spiaggia con le sue amichette e mi portava con sé.

Durante le mie lunghe avventure solitarie, il tempo non esisteva più, mi dimenticavo spesso dell’ora di pranzo. Solo il “Daiuuuu !!! daiuuuuu !!! vieeeeniii a maaaanggiiiare !!! urlato da zia Yvette suonava l’ora del ritorno. A volte non la sentivo.. solo la fame mi riportava a casa.  Le zie mi riprendevano, …. Non devi andare cosi lontano!…

Quasi di fronte a casa nostra,  una lunga scalinata in mezzo agli ulivi e alle serre portava ad una piccola casetta con il tetto a piramide cosi tipico a Nizza. Scoprii che ci viveva una bellissima piccola ragazzina, più o meno della mia età. In fine avevo trovato qualcuno con chi giocare. . Salivo quasi tutti i giorni da lei. Un giorno naturalmente siamo arrivati al gioco del dottore. Nascosti dietro alla tende della  porta della cucina, abbiamo iniziato una emozionante consultazione, forse un po’ troppo approfondita, del nostro stato fisico.

L’indomani sua madre, avvertita da una zelante vicina che aveva fatto un po’ di voyeurismo invece di accontentarsi di raccogliere i suoi garofani, venne a casa nostra protestando energicamente. Ero diventato il mostro di Las Planas…

Non mi ricordo bene del suo nome, forse Coco, era il mio primo incontro con lo sconosciuto femminile… Mi hanno evidentemente vietato di rivederla…. Un po’ del mio cuore da ragazzino è rimasto lassù alla fine di queste scale.

Un po’ più giù sulla strada , c’era una fila di case a due o tre piani del genere case popolari. Le chiamavamo semplicemente ” Le Grande Case”. Un piccolo gruppo di ragazzi ci abitava, tutti più grandi di me. I miei non erano molto contenti di vedermi giocare con loro. Ma i giorni senza scuola salivano fino a davanti casa nostra per prendere la rincorsa con le loro carriole montate su dei cuscinetti di automobile. Malgrado tutto, ero accettato nel loro gruppo, uno di loro più gentile mi faceva salire con lui, forse voleva ottenere maggiore velocità aumentando il peso… Arrivavamo quasi  fino a giù…giù di Las Planas, quasi vicino alla fattoria, dovevo andavo con la zia a prendere il latte fresco.
Il mio sogno era di avere la mia propria carriola. Rompevo le scatole al mio giovane zio Marcel, apprendista vetraio sull’avenue a Saint Sylvestre, chiedendo di farmene uno. Diceva di si, ma non trovava mai i cuscinetti.

Un giorno, una delle mie zie arrivò a casa di corsa  tutta eccitata… la polizia stava portando via i ragazzi della “Grande Case” !!!…

Mia nonna mi guardò, inquisitrice e ansiosa… Non ho fatto niente, nonna !!!…. Usciamo tutti per strada, dei furgoncini blu scuri minacciosi erano parcheggiati proprio davanti ai palazzetti. Non osavo andare a vedere, non conoscevo il perché di tutto questo e magari avrebbero preso pure a me.
Ma cosa avranno mai fatto di cosi grave ?… Infine, zia Yvette risalì con delle notizie fresche. La sera precedente i ragazzi, passando sopra i cancelli della villa della curva stretta, avevano mangiato gran parte dei mandarini del giardino. Uno, forse spinto da un bisogno urgente aveva lasciato un abbondante ricordo maleodorante. Erano altri tempi, si fecero uno o due mesi di casa di correzione. Pagarono cari quei pochi chili di mandarini… E la famiglia a dirmi…”Te l’avevamo detto di non giocare con loro..Meno male che non c’eri …e mi raccontavano come erano queste case di correzione…Una terribile prigione per ragazzi cattivi… Ma quei ragazzi a me non sembravano cosi cattivi…  Poi la paura di violare le regole mi ha inseguito per un bel po’ di anni.

Dédée  la mia bionda piccola cugina e Alain il mio fratellino vivevano con noi. Avevano circa 3 o 4 anni in questo periodo.

Il nostro nonno François Laurenti lavorava alla Posta. Doveva pensare a nutrire tutta questa bella famiglia.
La mattina presto partiva con la sua bici. La discesa, certo, era facile, i suo ritorno verso mezzogiorno, sotto il sole cuocente, lo era molto di meno, doveva spingere a piedi la bici, con il sacco della spesa attaccato al manubrio, nella terribile salita dell’avenue de Las Planas.

Quando avevo un po’ di fame, spiavo il suo ritorno dalla finestra e gli correvo incontro per aiutarlo, tentavo di scroccare un pezzo del lungo pane caldo che usciva un po’ fuori della cesta. Mi respingeva con le mani, se era di buon umore me ne dava un pezzo.
Aveva fatto il 1914-18 e tossiva spesso come per rischiarirsi la gola, era stato gasato. Del suo battaglione mandato al macello all’assalto del terribile Chemin des Dames tornarono sani solo in quattro. Mia nonna, Thérèse Ettori, affermava che l’aveva protetto la Madonna, il suo capotto blu oltremare era bucato dalle pallottole. É lei che ci parlava della guerra, dei suoi fratelli sepolti per giorni nelle trincee. Il Nonno non raccontava mai niente di quell’ ecatombe. Era stato nominato barbiere del battaglione e conservava nella lavanderia di casa una sacca militare contenente il necessario: forbici, pettine, rasoio, pennello da barba, macchinetta taglia capelli.

Un pomeriggio, forse di mal tempo, ero rimasto a casa. Scoprendo la borsa del nonno, decisi di fare il barbiere con i due più piccoli, felici di potere giocare con me. Ho iniziato con Dédée che aveva dei belli capelli biondi leggermente ondulati…. la pettinavo, la spazzolavo e decisi di provare anche con la macchinetta taglia capelli. Senza esitare passai la macchinetta in mezzo ai suoi capelli, senza immaginare neanche quello che poteva fare…. La mia bella piccola cugina, ignara, aveva adesso una trincea in mezzo alla testa. Ero come pietrificato, rendendomi conto dell’ irreversibilità del disastro. Lei vedendo i suoi capelli cadere a terra a mucchio si era messa a piangere.  Sua madre, mia zia Paulette accorse e si mise ad urlare frasi di rabbia, strappandomi la macchinetta dalle mani… svegliò tutta la casa dal riposo pomeridiano. Mia nonna sempre buona e comprensiva cercò di calmare gli animi… niente di grave…i capelli ricrescono. Mi salvò certamente da punizione maggiore, mia zia era convinta che l’avevo fatto di proposito…

 

 

 

 

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 SECONDA PUNTATA

 

Per capire meglio le cause della mia malattia e di altri fatti importanti accaduti alla nostra famiglia in questo periodo, bisogna andare indietro nel tempo alla ricerca dei miei ricordi e di quello che mi era stato raccontato in seguito.

Prima della guerra, mia madre Marie-Françoise Laurenti e sua sorella Jeannette gestivano un piccolo negozio di cappelli nel centro di Nizza. Trinh Dinh Lan, mio padre, era pittore, arrivò in Francia nel 1923 per studiare le belle arti  Aveva lasciato il Vietnam a 16 anni senza il consenso della sua famiglia, che poi aveva dovuto, volente o nolente, accettare la situazione. Viveva nel studio di Parigi, nel quartiere di Montparnasse.Come molti Montparnos, amava trascorrere un po’ di tempo sulla Costa Azzurra nella buona stagione per dipingere e ritrovare gli amici.

Sulla Costa, a Nizza, si sono incontrati, amati e sposati. Mio fratello maggiore, Didier, venne a la luce a Parigi nel gennaio 1940, pochi mesi dopo l’inizio della” drôle de guerre”.

In maggio, durante la guerra lampo, il mio zio Jean-Noël Laurenti, il più grandi dei figli maschi, perse la vita in Belgio nella prima battaglia di carri armati della storia. Triste gloria, aveva solo 20 anni. Mio padre era stato arruolato nella Croce Rossa, si occupava dei numerosi profughi del grande esodo, arrivati a Parigi.

Nel maggio del 1941, finalmente, decisi di venire al mondo. Fu aggiunto Natale, come terzo nome sul mio stato civile, a memoria dello zio.

Il razionamento del cibo non era sufficiente, bisognava avere denaro per potere comprare al mercato nero. Mia madre, pensando di fare bene, decise di tornare a Nizza dai suoi, credeva di potere nutrire meglio i suoi due figli. La casa di famiglia di Las Planas aveva un piccolo giardino, delle galline e diversi alberi da frutto, e poi dei contadini coltivavano dei campi sulla cima della collina. Si immaginava che tutto sarebbe stato più facile.

La Francia era allora divisa in due da una linea di demarcazione, la parte settentrionale era sotto occupazione tedesca, la parte sud era sotto il controllo del governo collaborazionista francese di Vichy. Serviva un lasciapassare per attraversarla. Alla fine del 1942, l’esercito italiano entrando a Nizza rese ancora più difficile la vita dei residenti della contea. Il mercato nero diventò ancora più presente. Le tessere alimentari consentivano a malapena la sopravvivenza; i nostri nonni avevano tante giovani bocche da sfamare. Un mio piccolo zio, André, fu affidato a contadini nella Creuse, in cambio del vitto-alloggio, doveva dare una mano in campagna. Aveva almeno qualcosa da mangiare.

La nonna iniziò a pensare che avrebbe dovuto vendere la casa di famiglia per potere acquistare cibi al mercato nero. Dei vicini lo avevano già fatto. Nonno non poteva accettare l’idea di perdere la casa, ma lei riuscì a convincerlo, i piatti erano tanti ed erano troppo vuoti. Le era stata presentata una coppia che desiderava investire il proprio denaro sul solido in questi tempi così incerti. Ci davano la possibilità di rimanere dentro.

Dopo alcuni mesi, la mamma decise, malgrado tutto, di tornare a Parigi con noi.

Nella capitale, si dovevano affrontare delle lunghe file per ottenere un po’ di pane nero o marrone, spaghetti grigi e amari, rape senza sapori, ma era meglio di niente. Papa andava in bici nelle lontane periferie alla ricerca di qualche fattoria, riusciva sempre a rimediare qualcosa. Un giorno tornò con un grande pezzo di paracadute, seta e corda. Da essere arrestato!  Gendarmi e tedeschi controllavano le porte di Parigi per combattere il mercato nero. Con la seta, nostra madre ci confezionò due vestitini e mio padre ci dipinse, Didier e me, con questi nuovi vestitini, vicino ad un albero di banane, ero così orgoglioso.
La mamma, indebolita dalla malnutrizione e dal freddo si ammalò e fece diversi soggiorni in ospedale per problemi cardiaci e altri malanni. Lo zio Jo mi disse, tanto tempo dopo, che da giovane aveva ricevuto in pieno petto, sul cuore, la zampata di un asino.

Gli alleati bombardavano le vie di comunicazione. Abitavamo vicino alla stazione Montparnasse, la nostra casa-atelier si trovava in un grande cortile circondato da studi di artisti. Quando l’allarme suonava dovevamo correre a rifugiarci nella profonda stazione del metro Montparnasse-Bienvenue. Se ne avevamo il tempo. A volte non c’era il tempo, Le batterie della contraerea tedesca, installate intorno alla stazione, iniziavano a sparare, ci costringevano ad attraversare con paura il grande cortile correndo, con i coperchi dei secchi per il bucato sulla testa per proteggerci dalle schegge. Scendevamo allora nella piccola cantina del primo palazzo, umida e puzzolente di muffa. Era già piena di gente. Un giorno, la perdita di una delle mie scarpe durante la fuga fu l’unica causa della mia disperazione, non si può vivere con una sola scarpa. Come potevo capire che cosa era la guerra? Quel giorno, all’angolo dell’ Avenue du Maine e della Rue du départ, una donna, che non voleva perdere il suo bagno, perse invece la vita.

I mattini seguenti agli attacchi, io e mio fratello ci divertivamo a raccogliere nel cortile queste piccole schegge di metallo lucido multiforme.

In una calda mattina d’estate, sentiamo un grande trambusto nel cortile, grida, porte che si aprono, discussioni … Una giovane vicina di casa arriva senza fiato, tutta eccitata chiede il permesso a mia madre di prenderci me e mio fratello, non capisco il perché, corriamo sul viale fino alla stazione di Montparnasse .. All’angolo della rue de l’arrivée, vicino alla farmacia, una folla in effervescenza circonda una colona di  veicoli di grandi dimensioni, la gente applaude, batte le mani, grida, si bacia, un soldato mi tira sul suo carro armato… La seconda Divisione blindata del generale Leclerc era appena entrata a Parigi dalla Porta d’Orléans, di gran corsa per arrivare prima degli americani.

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TERZA PUNTATA

 

Durante i primi giorni della liberazione di Parigi, mio padre fu chiamato al commissariato di polizia. Una vicina di casa aveva il suo negozio di pelletteria sull’ Avenue du Maine, all’ingresso del nostro edificio, il suo appartamento aveva la vista sul nostro cortile. Denunciò mio padre come  “collaboratore”. Papà andava spesso la sera alla Coupole, uno storico Caffé, ritrovo dei Montparnos. Faceva ritratti a matita o ad olio su piccole tavolette di legno. Ne abbiamo una bella collezione. Un soldato tedesco, ammirando la sua pittura, desiderò visitare il suo studio per acquistare eventualmente qualche disegno o dipinto. Non erano mica tutti nazisti nell’esercito tedesco.

Questa è stata la “collaborazione” di mio padre. Quella patriottica negoziante non rifiutava certamente di vendere ai tedeschi le sue borse e i suoi ombrelli. Per fortuna mio padre fu rilasciato molto rapidamente.
Nella rue de l’Arrivée Mr Marcel aveva un salone di coiffure. Parlava bene il tedesco, era alsaziano, sua figlia in seguito divenne la mia seconda madre. I postini militari tedeschi dalla stazione avevano il reparto di distribuzione proprio di fronte e naturalmente venivano da lui a farsi radere e tagliare i capelli. Uno di loro era responsabile della posta e dei pacchi destinati ai soldati francesi prigionieri negli stalag.

Mr Marcel, in contatto con la resistenza, lo convinse ad inviare lettere e pacchi al di fuori del controllo della censura. La corrispondenza era regolamentata, una lettera consisteva in una cartolina, sul retro lo scritto, sul fronte il mittente e il destinatario. Una lettera non censurata fu trovata in un campo. Arrivarono al mittente che sotto interrogazione fece il nome di Mr Marcel.

Una mattina la Gestapo entrò nel salone per fare una perquisizione. Sua figlia che stava nel retro bottega, capendo quello che stava succedendo, ebbe l’idea di buttare l’ultimo pacchetto di lettere sotto la spazzatura in cucina. Non frugarono nella spazzatura. Lei andò con calma a buttare il tutto in cortile nel secchione sotto gli occhi di un soldato. Mr Marcel fu giudicato dal tribunale militare tedesco in rue du Cherche Midi, la sua perfetta conoscenza del tedesco lo salvò. Egli dichiarò di aver trasmesso solo qualche lettera. Ne aveva invece inviato centinaia. Il Sig. Marcel fu condannato ad un mese di carcere, il soldato tedesco invece fu trasferito sul fronte russo. Chissà se si è salvato ?
Nei primi mesi del 1945, mia madre aspettava un bambino, nonostante le raccomandazioni del medico che temeva per la sua salute.

Durante l’estate, siamo tornati a Nizza. Un viaggio lento, senza fine, molti ponti e viadotti erano stati distrutti. Erano in fase di ristrutturazione, incorniciati da ponteggi e pilastri di legno. Il treno trainato da una fumante locomotiva a vapore li traversava a passo d’uomo accompagnato da preoccupanti scricchioli. Ad Avignone, i fratelli della nonna erano in attesa sul marciapiede della stazione per abbracciarci. Come furono avvertiti dal nostro passaggio? … non lo so. Alla fine di questo lungo viaggio, mi sono addormentato distrutto dalla fatica,  non mi ricordo nè dell’arrivo a Nizza, nè di chi venne a prenderci alla stazione.

Il 15 Ottobre 1945, il mio fratellino Alain nacque all’ospedale Saint Roch di Nizza.
Di ritorno a Parigi durante l’inverno nostra madre si ammalò di nuovo. L’atelier, senza troppe comodità, era circondato da ampie vetrate, era un vero frigorifero.

Nel 1946, il 22 giugno, andammo tutti all’aeroporto del Bourget per salutare l’arrivo di Ho Chi Minh ricevuto con tutti gli onori dal governo francese. Era venuto per raggiungere un difficile accordo d’indipendenza, il colonialismo non voleva morire. L’avevano promesso alla resistenza vietnamita che aveva combattuto i giapponesi. Presso l’Hotel Royal Monceau durante un ricevimento per ringraziare i suoi amici, lo zio Ho mi prese sulle sue ginocchia per offrirmi un grappolo d’uva, mi teneva  stretto contro di lui mentre parlava, il tempo passava, sembrava avermi dimenticato, ero intimidito da questo uomo che non conoscevo, speravo solo di riacquistare la mia libertà di bambino.

Mio padre amava e apprezzava la Francia, ma desiderava anche l’indipendenza del suo paese. Uno non escludeva l’altro.

Ho Chi Minh tornò in Vietnam senza raggiungere quell’accordo che avrebbe sicuramente evitato tante sofferenze e morti nei 30 anni che seguirono.

 

Quarta puntata

Nel mese di settembre 1946, grazie alla gentilezza di un’ infermiera, abbiamo potuto vedere nostra madre, pallida, su un letto dell’ospedale americano di Neuilly, vicino a Parigi. Avevo 5 anni, i bambini non avevano il diritto di entrare negli ospedali. Non sapevo che era l’ultima volta che la vedevo. Pochi giorni dopo, i miei nonni materni, una zia, uno zio e mio padre piangevano nel cortile di un edificio grigio, sotto un cielo grigio. Noi bambini erano in attesa in un piccolo autobus tutto grigio dentro, nero fuori, un’ altra zia teneva il nostro fratellino Alain in braccio. Il mio cuore era pieno di ansia. Non sapevo che mia madre non era più di questo mondo. Nessuno osava dirmelo.  Perché… ma perché tutte queste lacrime?…potevo immaginarlo.

Il giorno dopo, sulle mie domande, mi hanno detto che la mamma era andata in un altro ospedale, lontano da Parigi …che un giorno sarebbe tornata. Non ci credevo, ma desideravo crederlo. Potevo almeno immaginare di poterla rivedere.

Alain, che aveva 11 mesi, era partito a Nizza con i miei nonni. Mio padre riuscì a farmi entrare in prima elementare della scuola comunale della rue Falguière, per stare con mio fratello maggiore, che aveva 6 anni. Papa, da un po’, lavorava come designatore cartografo presso il Ministero delle Colonie. Non poteva lasciarmi da solo tutto il giorno nell’atelier. Entravamo a scuola la mattina alle 8 e 30 e ne uscivamo la sera alle 18 e 30 … non facevo quasi niente, come paralizzato in questo atroce vuoto. Il maestro, comprendendo forse la mia angoscia, mi lasciava in pace. Il mio unico pensiero era di accumulare i buoni punti, biglietti che si davano in ricompensa ai bambini bravi.
Papa frequentava un circolo indipendentista vietnamita, un sabato pomeriggio, tre uomini in abiti civili, vennero a fare una perquisizione, cercavano giornali, non trovavano nulla di importante, cercavano, cercavano nel caos dell’atelier. Alloro uno di loro mi ha chiesto se avevo una bandiera .. nella mia ingenuità, ho detto sì sì ce l’ho … dal fondo del nostro baule a giocattoli ho tirato fuori una bandiera … . Per fortuna non era la bandiera Vietminh, una stella gialla su fondo rosso, era una bandiera della Cina nazionalista, mi era stato regalata come gioco da un vecchio amico cinese. Hanno preso la bandiera convinto di avere una prova e hanno portato via papà. La sera stessa era di ritorno a casa.
Mio padre allevava due conigli in una gabbia di legno fissata su delle tavole sul tetto, davanti alla finestra della cucina. Davo loro da mangiare, con affetto, crescevano. Erano così carini, erano come dei compagni. Non avevo capito quale doveva essere il loro destino. Un giorno tornando da scuola trovai la gabbia vuota e le loro pellicce appese ad un gancio … La mia disperazione, le mie lacrime, la mia rabbia contro il mio padre, mi crollava di nuovo il mondo intorno. Così mi disse, forse vergognandosi, vedendo il mio dolore, che erano stati uccisi da un lupo mannaro. Ho avuto la paura del buio e di uscire solo di notte nel cortile per anni.

Non potevo capire …il razionamento continuava e c’era ancora così poco da mangiare in Francia.
Mio padre tentò di fare il Nuoc-Mam questa salsa di pesce vietnamita piuttosto nauseante, ma buona come condimento. Così aveva installato sulle tavole dove era la gabbia dei coniglio, una piccola botte di legno che riempì di piccoli pesci e di sale fine nell’attesa di potere gustare questa salsa quasi impossibile da trovare a Parigi. La vendetta dei conigli fu terribile, la botte, un giorno, non so come scivolò e si fracassò su una delle vetrate dell’atelier sottostante . Era lo studio-garçonnière di una mora illustratrice trentenne. Era sempre elegante, ma non salutava e non sorrideva mai. Traversava come una principessa il cortile, ondeggiando, accompagnatosi con il toc toc dei suoi tacchi alti. Il nuoc-mam si era sparso sul suo pavimento inghiottito dal legno grezzo. Per anni l’odore fu persistente e di certo non era di buona compagnia alle sue libere attività di donna di mondo.

Inconsciamente, forse per colpa  dei conigli, ero diventato quasi un vegetariano, rifiutavo di mangiare carne e pesce. A scuola così non mangiavo quasi nulla. In ogni modo, la mensa dopo la guerra lasciava assai da desiderare. Avevamo piatti e bicchieri in metallo e tutto aveva un strano sapore, la minestra si raffreddava rapidamente. La mattina, mio padre mi metteva nella cartella un uovo duro o delle fette di salame. Stranamente non le consideravo come carne e questo è servito a confondermi, mi hanno convinto in seguito a credere che la carne tritata era della salsiccia fresca.
Ero piccolo e magro, crescevo poco. Ovvio, non mangiavo!. A scuola, mi avevano soprannominato “la pulce”, ero il coccolo delle maestre e protetto da uno o due più grandi nelle battaglie durante la ricreazione e all’uscita della scuola. Alcuni eroi, amanti dei film della guerra del Pacifico, ci inseguivano gridando “cinesi verdi, cinesi verdi!”. Con loro dietro di noi, dovevamo raggiungere la rue de Vaugirard … era la nostra salvezza,  la gente ci conosceva.

Durante le vacanze estive,  finalmente tornavamo a Nizza sotto il sole e con il calore della famiglia di mia madre.

Un giorno, più o meno un anno o due più tardi, mia nonna ebbe il coraggio di dirmi la verità sulla mamma. Dovevo smettere di aspettarla e di chiedere di lei. Era in cielo, pensava a me e mi proteggeva. Avrei tanto sperato che non fosse vero. Ne era cosi sicura? Mio padre diceva che sarebbe tornata.
Penso di averla aspettato a lungo in fondo a me stesso. In tutte le donne che ho amato, ho forse sempre cercato un po’ di lei. Questo grande dolore mi ha forse insegnato a capire ed ascoltare quello degli altri, a perdonare ed ad amare amare.
Quinta puntata…Quando ero ragazzino sulle colline di Las Planas a Nizza . (Racconti di ricordi a puntate)

Data la mia dieta particolare, non potevo che ammalarmi, perdere un anno scolastico e vincere questo meraviglioso anno a Nizza. Quattro anni dopo, c’era ancora il razionamento alimentare. Nonno, per guadagnare un po’ di più, andava di pomeriggio a dare una mano in una famosa confiserie del centro. Questo ci permetteva di avere un po’ più di zucchero. La responsabile gli aveva affidato inoltre il compito di attaccare i bolli annonari ricevuti su un quaderno destinato al municipio. Un lavoro che la mia giovane zia Yvette doveva fare a casa. La sera dopo cena, sul tavolo di legno della cucina, la aiutavo con un piccolo pennello ad incollare delle righe di questi piccoli francobolli blu, verde e rosso. Recentemente mia zia mi ha confidato che a volta ne grattava un po’. Cosa che nonno non avrebbe certamente ammesso perché aveva la fiducia della proprietaria. Nonna, un po’ gelosa, pensava che tutte queste gentilezze non erano troppo chiare. Ma la vita mi ha insegnato che spesso non c’è niente da inventarci e che la simpatia per qualcuno può essere sufficiente. Poi, chi lo sa ?.

La casa di Las Planas era affianco alla collina, si entrava dal piano superiore da una piccola passerella, con ai lati due muretti.
In ingresso, c’era la porta della stanza di zio Jo e quella della grande cucina, il centro della vita familiare. Sulla destra una scala portava ai piani inferiori, dove c’erano le camere.
Lo zio Jo era paralizzato dall’infanzia, certamente per colpa della poliomenite, anche se allora la chiamavano paralisi infantile. Questo piano era il suo territorio, non aveva sedia a rotella. Perché mai nessuno aveva mai pensato a procurarne una? Si muoveva facendo ruotare la sua sedia da un piede all’altro appoggiandosi su mobili e pareti con le sue possenti braccia.
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Quell’ anno mio padre portò da Parigi quattro potenti ruote che fissò ai piedi. La passione di Jo era il modellismo, soprattutto gli aeroplani. Fece un B17, la famosa fortezza volante.
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Aveva un piccolo gruppo di amici del quartiere. Di notte, la sua stanza era la loro base e anche la mia. Un piccolo mobiletto conteneva i liquori, appena aprivamo lo sportello fuorusciva un forte odore di pastis un po’ nauseante. Ascoltavamo l’Opera, Josephine Baker, Charles Trenet, Tino Rossi con un grammofono a manovella. Doveva essere ricaricato dopo ogni disco, questo era il mio privilegio. La radio appoggiata sopra un tavolinetto ci impediva di cadere nella noia. II suo occhio verde fosforescente traballava nel buio della stanza. Cercavo le stazioni che trasmettevano musica orientale. Poi, con un turbante intorno alla testa, diventavo il principe di Scheherazade, ballavo facendo divertire il mio pubblico. Quando non ne potevano più di me, mi gridavano… bastaaaa!Vai a dormire !!! Ma rimanevo li.
Quando crollavo dal sonno mi portavano al piano inferiore in camera da letto
Un caro amico di Jo, Claude Camus, che era orologiaio ebbe la buona idea di insegnargli questo mestiere.

Nonno, un giorno, trovò un piccolo passerotto caduto dal nido. Non avendo gabbia, con un filo della macchina da cucire, ho attaccato una delle sue zampette al palo della cassetta della posta sulla passerella. Per guardarlo meglio mi sono seduto sul muretto. Cercando di dargli da mangiare, ho perso l’equilibrio, cadendo indietro nel vuoto. Non so come, mi sono ritrovato con entrambe le mani aggrappate al parapetto, in piedi sul tubo dell’acqua che andava verso casa. Non avevo ricordo di ciò che era accaduto, come un’amnesia di una frazione di secondo. Nonna, udito ciò, disse che mia madre mi aveva protetto. Ho voluto crederci e ancora oggi ci voglio credere.
Durante la notte, Silvestro il gatto si prese Titti il passerotto. Il Minotauro voleva la sua preda, mi sono sentito molto in colpa per averlo lasciato fuori legato.

Il cinema, che non immaginavo allora sarebbe stato un giorno parte della mia vita, era il gran finale della settimana. Il sabato sera, in un bar giù all’inizio del Vallon oscuro, il gestore proiettava un film nella piccola sala interna. Lasciava la portafinestra della terrazza aperta e cosi raddoppiava il pubblico. Mio zio Marcel possedeva una bicicletta da corsa. Quando il film era al suo gusto mi portava al cinema. Si metteva un po’ di “Agomina” sui capelli, impostava il fermaglio metallico in modo di spingere in avanti i suoi capelli e formare un’onda sopra la fronte, scendevamo cosi tutti due a Saint Sylvestre con la sua bici da corsa. Mi sedevo sulla canna del telaio con la testa quasi attaccata al manubrio, tenendomi fortemente nella emozionante discesa, inebriato dal vento e dalla velocità.
La sala era rumorosa, erano tutti giovani del quartiere. Dovevo trovare un posto dove nessuno mi avrebbe impedito la visione. Durava ben poco, alla fine, lo zio mi doveva prendere mal volentieri sui suoi ginocchi. Tarzan, Jane e Citha, Les aventures des pieds Nikelés, i film di cow-boys, il proiettore era rumoroso, si vedeva a mala pena, le risate e fischi coronavano il tutto. Ma la sala era lo stesso sempre piena. Non so come zio Marcel riusciva poi a riportarci su a Las Planas, pedalando con me sulla canna.
Il Vallon oscuro, oggi il piccolo viale che lo percorre è dedicato al leggendario pilota Jean Behra della Guzzi. Era un figlio del quartiere. Le mie zie Yvette e Paulette dopo aver lasciato Fabron presero un appartamento a San Sylvetre. Sullo stesso piano abitava sua moglie, assomigliava a Rita Hayworth, mi piaceva tanto e speravo sempre di rincontrarla perché era molto amica con le mie zie. I bambini hanno i loro sogni.

 Day Gilles Trinh Dinh

continua

I “Ricordi” di Day in formato PDF
I Ricordi di Day
 

Gaetano Postiglione, un leader mancato

L’intelligenza di recepire  istanze e affrontare problematiche nazionali fecero di Gaetano Posti­glione una personalità emblematica del Ventennio  

fascista 

postiglione

Marcello Ariano, nell’affrontare il periodo fascista, argomento quasi rimosso dalla storiografia ufficiale, si è posto  sine ira et studio, metodo suggerito da Gioacchino Volpe. La sua biografia su Postiglione, che taluni potrebbero tacciare di revisionismo, ha il merito indubbio di far luce, coraggiosamente, sul reale peso esercitato da un “quadro locale” sull’esperienza complessiva del Ventennio.

In realtà, ogni volta che uno studioso individua un fatto nuovo o rilegge un fatto vecchio in una nuova ottica fa opera di revisione. Ecco perché la ricerca storica su un’epoca, su un personaggio, su un fatto, non è mai conclusa, scritta una volta per tutte, come pensavano, nel loro inguaribile ottimismo, gli storici positivisti tra Otto e Novecento.

Dalla rigorosa analisi dei documenti effettuata da Ariano, emerge una forte rivalutazione dell’opera del massimo esponente del fascismo in Capitanata. Un leader politico di sicuro spessore, assolutamente fuori dallo stereotipo del gerarca in “stivali e fez”. Uno dei pochissimi dirigenti fascisti ad essere, contemporanea­mente, un tecnico di valore.

Nato a Foggia nel 1892, Gaetano Postiglione si era laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano. “Fascista della prima ora”,  fu tra gli organizzatori della marcia su Roma, incaricato da Mussolini di provvedere alla logistica. Rientrato in Puglia nel 1923, ispirò i grandi progetti di trasformazione della regione.

Raccontare la sua storia significa evidenziare uno spaccato significativo della Capi­tanata, delle tensioni sociali e delle contraddizioni che animarono questa provincia dal 1923 al 1935. Consente di individuare, al­l’interno del fascismo foggiano, una linea dai tratti decisamente originali: la capacità di esprimere proposte dagli orizzonti ampi, volte a contemperare dimensione urbana e rura­le, agricola e industriale, pubblica e privata, in particolare dell’area di Foggia.

È comunque l’attività svolta da Postiglione alla presidenza del­l’Acquedotto Pugliese che testimonia lo sforzo di modernizzazione del regime. Convinto che quella dell’Acquedotto fosse una fun­zione politica (“diamo acqua alle Puglie e molte co­scienze diventeranno pulite”, avrebbe detto a Mussolini assumendo l’incarico),  l’ingegnere si avvalse di un nutrito gruppo di tecnici, che operarono nei vari settori collegati con l’Acquedotto, dall’irrigazione alla sperimenta­zione agronomica, dalla zootecnia all’urbanistica.

Voleva trasformare la Capitanata da agricola ad agricolo-industriale, ed i progetti di bonifica integrale nel Tavoliere e quelli relativi alla modernizzazione di Foggia lo documentano senza ombra di dubbio. Il Popolo Nuovo, da lui fondato nel 1931, pubblicizzò adeguatamente questo ampio piano di riforme. Non a caso, nella redazione e nelle corrispondenze del settimanale la presenza di tecnici vivacizzò il foglio, con un’impostazione di valida concretezza operativa.

Postiglione, con proposte innovatrici e tali da incidere sul territorio, avvicinò al regime i ceti medi locali, turbati dalla violenza squadrista e dalla repressione antisocialista. Il suo moderatismo politico lo distinse nel rissoso ambiente squadrista locale, poco incline  alla prudenza e alla riflessione, in cui il “beghismo” regnava sovrano. La competizione con l’altro leader, Giuseppe Caradonna, divenne inevitabile. Un dissidio emblematico. I due rappresentavano i due volti del fascismo di Capitanata: Caradonna, ras della provincia, era legato agli ambienti rurali più retrivi, deciso a stroncare ogni sovversivismo, anche di origi­ne fascista; Postiglione, rappresen­tante della borghesia illuminata di Foggia, era deciso ad allargare il consenso al regime, coinvolgendo l’élite agraria di provenienza salandrina, gli ambienti intellettuali e produttivi.

L’aspro dissidio tra i due leader portò nel 1923 allo scioglimento della federazione provinciale, ma non si tradusse mai in forme di aperto scontro. Alcuni esponenti della sinistra sindacalista fascista per la loro aperta opposizione alla politica di Caradonna furono invece liquidati politicamente e allontanati dalla Puglia.

Il grande sforzo progettuale di Postiglione si risolse in alcune grandi realizzazioni che contribuirono a modificare radicalmente la Capitanata.

Solo la Bonifica incontrò resistenza nella grande proprietà latifondista. Privo del necessario punto di riferimento tecnico e politico, il complesso e articolato progetto di trasformazione non si poté realizzare. I tecnici ed i politici che continuarono a crederci furono liquidati. Lo testimonia l’immediata chiusura de Il Popolo Nuovo, loro gior­nale di riferimento, subito dopo la morte di Postiglione.

La vicenda, non circoscrivibile alla sola Capitanata, rappresentò una svolta su scala nazionale dell’indirizzo politico che il regime assunse negli anni del consolidamento del potere.

Postiglione fu, come afferma Giuseppe Pensato nell’introduzione alla biografia di Marcello Ariano, un “leader mancato” del fascismo. La prematura scomparsa nel dicembre del 1935, a soli 43 anni, gli tolse la possibilità di coronare con più alti incarichi un cursus honorum che nel 1932 lo aveva portato a ricoprire l’incarico di Sottosegretario del Ministero delle Comunicazioni.

Ma il suo astro sarebbe probabilmente tramontato. Come quello dei tecnici che, fino alla metà degli Anni Tren­ta, avevano svolto con zelo una funzione di primo piano nella vita politica italiana, modernizzando l’economia con  ri­forme di struttura rilevanti.

Eppure Mussolini li aveva privilegiati, fino ad allora, come nuova classe dirigente, ritenendoli  inno­vatori e disponibili al cambiamento…  

 Teresa Maria Rauzino

 

recensione al volume di MARCELLO ARIANO, Gaetano Postiglione, Biografia di un modernizzatore, edizione Il Rosone, Foggia, 2000 , Lire 30.000 € 15,50

SAN MENAIO: LA COLONIA MARINA COSTRUITA DALL’UNIONE INDUSTRIALI DI CAPITANATA DOPO LA MORTE DI GAETANO POSTIGLIONE E A LUI DEDICATA
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VIESTE: QUANDO I TURISTI ERANO EROI IN DILIGENZA

I réportage d’inizio Novecento, quando ci volevano sedici ore per raggiungere Vieste da Foggia. L’intuizione turistica del sindaco Spina, il “padre”della riviera marina

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Autorevoli studiosi come l’abate Saint-Non, Gregorovius, Bertaux, Beltramelli, Douglas, Ungaretti, Miller, Green, Brandi, con le loro interessanti impressioni da “grand tour”, hanno fatto scoprire al mondo degli intellettuali, ma anche al grande pubblico che amava conoscere il mondo attraverso i resoconti di viaggio, l’essenza più intima ed inedita del Gargano, un territorio suggestivo per i suoi splendidi paesaggi ed il suo innato misticismo.

Ma come si viaggiava agli inizi del Novecento sulle strade brecciate dell’impervio Promontorio del Gargano non ancora toccato dal turismo di massa? Ce lo raccontano due famosi giornalisti del tempo, Francesco Dell’Erba (di origini viestane, redattore del «Giornale d’Italia» e corrispondente, da Napoli, del «Corriere della sera») ed Antonio Beltramelli. I loro réportage sono stati ripubblicati da Mimmo Aliota, del Centro Studi Cimaglia, inVieste nel primo Novecento, edito da Litostampa, con gli auspici della Società di Storia Patria per la Puglia. Pagine che ci proiettano nel periodo in cui il tratto stradale Viesti-Foggia si copriva dopo ben sedici ore di disagiatissimo viaggio. 

In particolare, Dell’Erba, ne Lo Sperone d’Italia del 1906, lamenta le condizioni della strada provinciale per Apricena, «bianca ed interminabile, piena di svolte difficilissime, di faticose salite e di discese precipitose». Un viaggio veramente snervante, effettuato in diligenza, «grossa gabbia sgangherata», cigolante e stridente «come un’anima in pena». Il passeggero, soggetto ai rigori del freddo invernale o al caldo estivo, cui si aggiungeva il ronzare incessante e fastidioso di mosche pungenti, veniva sovente sbalzato violentemente all’interno della vettura. Finiva col «baciare il compagno di viaggio seduto di fronte». Quando dirimpetto c’era una signora, il povero viaggiatore, per evitare questo “scabroso” contatto si sentiva obbligato a tenere le ginocchia strette al petto, e a soffrire -conclude dell’Erba – pene degne della Santa Inquisizione. Ogni tanto i viaggiatori erano costretti a scendere e a fare larghi tratti a piedi, «o perché un uragano ha rotto un ponte o perché la strada è franata o perché è troppo ripida la salita». L’arrivo a Vieste veniva salutato ogni volta come un grande evento, specie se a scendere dalla diligenza era un forestiero. Intorno a lui si intrecciavano le più ardite supposizioni, come se fosse un essere fantastico e favoloso, venuto misteriosamente chissà da quale paese lontano.

La testimonianza di Dell’Erba focalizza un problema oggi solo parzialmente risolto: il sottosviluppo dell’area, dovuto anche alle condizioni proibitive della viabilità: «È per la mancanza quasi assoluta di strade che il Gargano è rimasto da parecchi secoli indietro nei progressi della civiltà. Esso è sconosciuto in gran parte agli abitanti della provincia stessa, quasi stranieri gli uni agli altri, conoscendosi male, ignorando i reciproci bisogni, non tendono mai ad un’azione comune e al raggiungimento di un fine unico». 

Anche il Beltramelli, che nel 1907 al promontorio dedicò un frizzante réportage, espresse riflessioni analoghe: «Le diligenze del Gargano sono tutto ciò che di più antico, di più incomodo e di più indecente si possa immaginare. Veicoli sconquassati, cigolanti, pericolanti, che sobbalzano quasi per acuta doglia ad ogni minimo ciottolino, che traballano su l’orlo di frequentissimi precipizi, compiacendosi, nella loro antica esperienza, dello spavento dei viaggiatori nuovi; che dondolano, ondeggiano, beccheggiano in guisa sconosciuta, procurando a qualche creatura di stomaco debole un perfetto mal di mare. Queste sono le dolcezze a cui deve sottoporsi colui che abbia in animo di visitare una fra le più belle regioni d’Italia. Perché il Gargano è sì un luogo di incanti e di meraviglie, una delle più belle regioni d’Italia, ma è anche fra le regioni più dimenticate del nostro bel Regno».

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Eppure qualcuno, nativo del luogo, già a quel tempo intuì che anche il paese meno raggiungibile del Promontorio (Viesti era denominata «La Speduta») avrebbe potuto avere un futuro economico diverso, se soltanto si fosse ovviato al problema. A crederci e a far di tutto per concretizzare questo sogno fu un sindaco: Domenicantonio Spina.

La viabilità fu il punto di forza della sua azione amministrativa: egli si batterà per il porto commerciale, per la ferrovia circumgarganica e per l’apertura della strada Viesti-Mattinata, molto più agevole di quella per Apricena. Un personaggio davvero fuori dell’ordinario, questo retto ed intransigente amministratore della cosa pubblica, che smaschera anche “in alto loco” chi rema contro provvedimenti a suo dire “meritori”, opere pubbliche “inderogabili” per la modernizzazione di una cittadina di 9.000 abitanti come Vieste, ancora lontana dall’attivismo della belle époque giolittiana.

Questo sindaco non vuol assolutamente sentir parlare di interessi personali. Fa una cosa eccezionale, se consideriamo i molteplici incarichi degli amministratori comunali di oggi: per attendere degnamente ai suoi impegni pubblici, chiude la sua farmacia per ben dieci anni e mezzo, l’intero periodo del suo mandato amministrativo: dal 16 gennaio 1899 al 31 luglio 1910. Le spese per le innovazioni della città le finanzierà con “coraggiose” imposte sul patrimonio e sul lusso: tasserà i cavalli da sella e da tiro, l’impiego dei domestici, i generi superflui. Il sindaco darà un vero e proprio scossone all’apatia delle precedenti amministrazioni, sistemando le strade principali e dotando Vieste degli edifici e dei servizi pubblici essenziali: il municipio, la scuola, la pescheria, il mattatoio, il cimitero, le piazze e i viali. E i sindaci che verranno dopo di lui saranno “costretti” loro malgrado ad adeguarsi, andando contro gli interessi dello stesso ceto sociale cui appartengono. A Domenicantonio Spina va il merito di aver aiutato Vieste a muovere i primi passi sui sentieri del turismo. 

Seppe “volare alto”, guardando al futuro, oltre che al presente. Già dal 1899 egli trasformò una riva squallida, con un muro a protezione dell’abitato, in un bellissimo viale alberato, che in seguito farà illuminare con lampioni elettrici. La Riviera Marina di Vieste diventerà la mitica “passeggiata” dei primi villeggianti d’élite, nelle calde serate della “dolce vita” del Gargano Nord. Oggi, nei romantici sognatori di una Vieste diversa, è rimasto il ricordo delle belle signore in abito lungo che nelle sere d’estate sfilavano per il Corso Fazzini, come se fosse una passerella di moda. Era il tempo in cui il turismo non aveva ancora assunto l’aspetto omologante e caotico di oggi.

   

ANNI SESSANTA – POI MATTEI SCOPRÌ DALL’ALTO LA MERAVIGLIA DI PUGNOCHIUSO

In un mattino di sole dell’anno 1959, Enrico Mattei, mitico presidente dell’ENI, sorvolando con il suo aereo personale la costa viestana, rimase tanto affascinato dalla sua bellezza che indusse il pilota ad effettuare più di un passaggio. Quando giunse nei pressi di Pugnochiuso, Mattei esclamò: «Ma questo è il Paradiso!». Il suo Centro turistico sorse proprio qui, nei primi anni Sessanta, dando l’avvio al turismo garganico. E fu un evento rivoluzionario.

Teresa Maria Rauzino

Il feudo di Orta e i suoi feudatari (saggio di Lucia Lopriore)

Sul feudo di Orta nel periodo anteriore al possesso dei Caracciolo sono giunte scarse notizie a causa degli eventi legati all’ultimo conflitto mondiale, che ha portato alla quasi totale distruzione dei documenti più antichi. È quindi semplice comprendere come le notizie riportate dagli studiosi
medievisti, a parte qualche rara eccezione, dovuta alla certezza delle fonti esaminate dagli storici nel periodo precedente a tali eventi, non possano essere del tutto affidabili e, come per altri feudi, anche quello di Orta presenti dei lati oscuri che difficilmente potranno essere colmati.
Quanto al periodo preso in esame nel presente lavoro è possibile ricostruire i passaggi del feudo di Orta grazie ai noti avvenimenti storici che videro protagonista la famiglia Caracciolo del Sole, poiché nel 1418 la regina Giovanna II d’Angiò lo vendette all’amante Sergianni.

IL SAGGIO DI LUCIA LOPRIORE IN PDF E’ SCARICABILE QUI :

Il feudo di Orta e i suoi feudatari

di Lucia Lopriore

Filippo Fiorentino, cuore pulsante del Gargano

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Il professor Filippo Fiorentino non c’è più da dieci anni.  

Il suo cuore generoso si è fermato il 20 febbraio 2005, “smarrito” di fronte a una fulminante malattia che l’ha strappato alla sua Terra d’origine, il Gargano. 

Fu un grande uomo di scuola, oltre che critico letterario  e organizzatore culturale di alto profilo. Stimato e amato da tutti coloro che ricercavano le radici dell’identità pugliese. Sempre entusiasta delle innovazioni, attento a tutto ciò che lo circondava, disponibile a comprendere e a far comprendere, con la sua pacata carica di ironia, le dinamiche degli eventi.

Un rigoroso maestro di ricerca, compagno di strada su vie incerte e scoscese: una presenza incoraggiante per tutti gli studiosi e per le Associazioni culturali del Gargano, che hanno avvertito in questi anni  l’enorme vuoto causato dalla sua precoce perdita.

Fiorentino sostenne l’idea dell’istituzione del Parco del Gargano sulle colonne del più antico “foglio” del Promontorio: Il Gargano nuovo, ma soprattutto introducendo nei “curricula” della scuola le nuove tematiche di educazione ambientale, non soltanto a livello teorico ma nella prassi della formazione dei tecnici del territorio.

Per la sua intensa attività di innovazione didattica, quando era preside dell’Itcg “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico, ricevette dal Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1989, il Diploma di Benemerenza di prima classe con Medaglia d’Oro per la scuola, la cultura e l’arte e, nel 1990, il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. In seguito Dirigente scolastico del Liceo Scientifico “Nitti” di Napoli, anche in Campania si è distinto con iniziative di cui è stato intelligente pioniere.

Ispettore onorario del Ministero dei Beni culturali ed ambientali, ha pubblicato numerose opere a carattere storico-demologico (L’altro Gargano nel 1981, Le impronte del tempo, nel 1993; Gargano itinerari tematici, nel 1986; Gargano antico e nuovo. Voci e volti nel tempo, nel 1989; Paesaggio nel Gargano, nel 1993; Vico città d’arte, nel 1996; La memoria abitata, nel 1998, Nel Gargano dei grandi viaggiatori, 2003; L’accademia degli eccitati viciensi, nel 2003).

Attraverso le pagine di Fiorentino, ci appare un Gargano nuovo, dove i «paesi della memoria che si vorrebbero rimanessero paesi dell’anima» diventano una sorta di luoghi interiori che non hanno ancora smesso di testimoniare immediatezza e raccolto fascino.

Nell’ultima opera, L’Accademia degli eccitati viciensi, l’Autore analizza e trascrive alcuni preziosi manoscritti rinvenuti nell’Archivio Privato della famiglia Della Bella di Vico del Gargano. L’Accademia, fondata nel 1759 nella città garganica, costituì il fulcro rigenerativo che partendo dalla tradizione letteraria dell’Arcadia, affrontò i mutamenti non solo politici ma anche filosofici che caratterizzarono la transizione della società meridionale alla fine del secolo XVIII. Fu la cappella dell’Addolorata della Chiesa del Purgatorio ad ospitare, negli scranni di legno del coro, questi illuministi ante litteram. Erano sacerdoti, padri cappuccini, dottori, fisici. Si incontravano a cadenza settimanale, per dissertare contro i ritmi «dimezzati della vita quotidiana», in questa chiesa fuoriporta alla piccola città vichese racchiusa nelle mura, singolare miscuglio di trappeti sotterranei e di dimore palaziate.

Gli Eccitati pensavano di poter introdurre una proiezione sulla ricerca della felicità degli uomini del Gargano del Settecento. In che modo? Eccitandoli. Svegliandoli dal sonno dell’incultura. Simbolo dell’Accademia è infatti Pallade che sveglia gli uomini, presentando loro un libro. Gli Eccitati si pongono sotto la custodia della “Madonna dei Sette Dolori”, ma l’intendimento è laico; un’approfondita ricerca della ragione. Discutono, con grande competenza, di questioni sociali ed economiche. Credono fermamente che la rinascita degli studi sia l’unico elemento di incivilimento umano per contrastare i nuovi barbari. Il dinamismo dell’impegno intellettuale è testimoniato dalla varietà dei temi dibattuti: la moneta, la legislazione, ma anche i culti di altri popoli, come il confucianesimo. Lo trattò un socio dal singolare nome di “Serpillo amante”. Ma  il tema esotico non nasceva dalla “stravaganza eccitata” di Serpillo. Era in atto, nel mondo cattolico, un acceso dibattito sul modo più opportuno in cui i missionari dovevano rapportarsi con le popolazioni orientali da convertire.

Il fatto singolare  è che questo fermento sia stato prontamente recepito dagli utopisti Eccitati del Gargano, protesi verso il futuro… che volevano “convincere ed avvincere” un’umanità avvolta nell’oscurità.

L’impegno era rivolto ai giovani per affinarli alla ricerca ed alla crescita civile.

È stato l’ultimo messaggio di Filippo Fiorentino, grande e forse ultimo “Eccitato” viciense.

  Teresa Maria Rauzino

 

 

I suonatori e cantatori di Carpino

 

I cantatori più validi sono coloro che, oltre a conoscere molti canti popolari, di questo vasto repertorio sanno rielaborare i versi tradizionali, variandoli e mischiandoli durante l’esecuzione. (Roberto de Simone)

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 Nel lontano 1954 Alan Lomax e Diego Carpitella, nel loro “tour” alla ricerca delle radici della musica popolare, scoprirono il “filone” più puro” e prezioso a Carpino, un piccolo paese dell’entroterra garganico quasi decimato dall’emigrazione.

 Il ricco repertorio di sonetti fu portato alla ribalta nazionale da Roberto Leydi che nel 1967 preparò con Carpitella uno spettacolo per il Teatro Lirico di Milano dal titolo Sentite buona gente.

In quell’occasione, i suonatori ed i cantatori di Carpino, davanti a duemila spettatori abituati a tutt’altro genere musicale, offrirono una esecuzione viva, autentica, e particolarmente trascinante.

Autentici aedi del Gargano, essi riuscirono a “cucire” con maestria un canto all’altro, senza fratture stilistiche e formali, in un unicum ininterrotto ed armonioso, mai uguale, che si delineava di volta in volta, con naturalezza. Rivelarono una professionalità innata: senza alcuna platealità, senza alcuna concessione alle “regole” dello spettacolo.

Leydi, come i numerosi ricercatori che si recarono a Carpino, registrò nel 1966 il repertorio dei Cantori e pubblicò in un disco due brani tra cui Garoffl d’ammore, oggi nota a tutti come la Tarantella del Gargano. Un “pezzo” che divenne un vero successo, riproposto per ben 11 volte da artisti vari, tra cui Eugenio Bennato.

Da allora i Cantori sono divenuti una fonte inesauribile per gli interpreti di musica popolare, con un piccolo neo: nessuno dichiarava, fino a qualche anno fa, che il copyrait delle loro canzoni spettava non ad un’indistinta tradizione popolare, ma ai “cantatori e suonatori” di Carpino: Andrea Sacco, Antonio Piccininno ed Antonio Maccarone.

 E’ merito delle puntuali ricerche di Salvatore Villani e degli appassionati cultori di musica popolare che hanno fondato ed animato l’associazione culturale “Carpino Folk festival” (ricordiamo il compianto Rocco Draicchio), se oggi la tradizione musicale del piccolo centro, che si stava spezzettando in mille rivoli indistinti, è stata collocata nel suo contesto originale: lo spazio umano, culturale e musicale del promontorio del Gargano.

Oggi i Cantori sono diventati un vero e proprio mito per i cultori di musica etnica.

Ed il Gargano, nonostante il progresso omologante introdotto dal turismo fin dagli anni sessanta, si sta rivelando un “luogo della memoria” ricco di echi suggestivi e di suoni tarantati, che si pensava fossero ormai spenti, dimenticati.

In questo senso un ampio materiale documentario è stato recentemente pubblicato da Remigio de Cristofaro Ischitella. I canti del popolo, da Nasuti I canti del ricordo, da Angela Campanile (del Centro Studi Giuseppe Martella) in Peschici nei ricordi. Merito indubbio del De Cristofaro è di essere stato uno dei primi “ricercatori” ad avere registrato già nel 1966 la musica popolare di molti centri garganici, i cui nastri sono oggi conservati presso l’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma. Sarebbe interessante estendere oggi la ricerca in tutta l’area allora indagata per verificare in che modo, dopo cinquant’anni di trasformazioni socio-economiche e culturali questa tradizione persista, si sia modificata o “contaminata” nell’inevitabile evoluzione.

Con Leydi siamo comunque lieti che “quelle voci, quelle chitarre battenti, quel canto ricco di arcaica potenza panica” siano, grazie ai ricercatori che li hanno riportati alla luce, ancora vitali. Ci auguriamo che ritornino ad echeggiare nei vicoli dei borghi antichi non solo di Carpino, ma di tutti i piccoli e grandi paesi del Gargano.

 

I SONETTI  E LA TARANTA

 

Il repertorio dei Cantori consiste, oltre che nei “sonetti”, componimenti lirico- monostrofici a carattere amoroso per  serenate, in “sonetti” di sdegno e di “stramurte” con evidenti traslati erotico-allusivi. Caratteristica la “ripresa”: ha l’effetto di concatenare i diversi testi in ininterrotte sequenze, dando loro una certa uniformità. Il testo può essere integrato da gruppi sillabici o brevi frasi stereotipe, asemantiche, con funzione ritmica.

Nei “sonetti” il testo, solitamente attinto dal patrimonio poetico della comunità, è funzionale al messaggio erotico che si vuole trasmettere al destinatario. Particolari sonorità sono ritmate dal  “cantatore”, la cui voce “di testa”  con picchi acuti, accompagnata dalla mitica “chitarra battente”, oltre che dalla “francese”, dalle “castagnole” e dalla “tamorra”, emerge anche a distanza.

La persistenza della “battente” anche in periodi di guerra o autarchici, in cui non era possibile reperire dai liutai le corde necessarie, è testimoniata dagli anziani che ricordano come i contadini che amavano suonare questo strumento, quando le corde si rompevano,  “strecciavano” i fili d’acciaio del freno delle  biciclette e ne ricavavano delle nuove, che poi accordavano a seconda dello stile personale. Il piano superiore della chitarra veniva ornato, oltre che dalle inconfondibili “rose” in corrispondenza dei fori della cassa armonica, da disegni e foto di procaci bellezze “al bagno”.

Tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, le popolazioni del Gargano, in occasione del Carnevale, durante i pellegrinaggi, ma soprattutto durante i lavori campestri o nelle feste religiose o parentali, voltavano i sonetti in  “tarantelle”.  Questa usanza persiste oggi solo a Carpino, Ischitella e San Giovanni Rotondo, dove si balla sporadicamente durante le feste di matrimonio.

Un tempo il ballo aveva finalità iatro-musicali legate al “tarantismo”, come testimonia Michele Vocino, ne Lo Sperone del Gargano del 1914.  Ogni morso  del ragno, la venefica tarantola, “provocava una festa”. Con la “regia” di un capo-attarantato s’addobbava una camera in nero, o in verde o in rosso. Il morsicato ballava con due ragazze a suon di tamburello e della chitarra battente, tra due specchi. Agli invitati, di solito parenti e vicini di casa, si offrivano ciambelle e vino.

Il Vocino attribuisce la scomparsa di questa suggestiva festa alla scomparsa della “tarantola”: “Ormai l’arte del capo-attarantato è morta, perché le tarantole sono morte e non ne sono più nate”.

Oggi l’unica “taranta” del Gargano che allude al morso del velenoso scorpione è la seguente: “Lassàteli abballà chisti zitelle/, che tènene la taranta sotte li pede/Madonne come ce menene, /come nu sacche de patene” (Lasciateli ballare questi zitelli,/ che hanno la tarantola sotto i piedi. /Madonna come si lanciano, /come un sacco di patate!).
Naturalmente, è cantata dai Cantori di Carpino.

Teresa Maria Rauzino

ELOGIO DEL DIGIUNO

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Dopo il Carnevale, i divieti alimentari erano rigidissimi. Durante la Quaresima solo il medico poteva esentare dal digiuno. Il minuzioso editto che il ventiseienne arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII, nel 1676 emanò nella Diocesi sipontina.

La Quaresima dovrebbe essere il momento giusto per rilanciare le pratiche del digiuno e dell’astinenza. Ma questa pratica ha ancora un senso nel mondo di oggi? Trova ancora dei convinti sostenitori? E come veniva regolata, nel passato?

Lo scopriamo leggendo l’Editto per l’Osservanza della Quadragesima, nell’Appendix Synodi della diocesi sipontina datato 7 febbraio 1676. Per il ventiseienne arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, la Quaresima, che con i suoi 40 giorni corrisponde a un decimo di tutte le giornate dell’anno, “è un tributo che ogni Cristiano Cattolico deve rendere a Dio, Sommo Creatore. E’ un periodo da accettare. E’ il tempo in cui lo Spirito deve tra le astinenze spiccare superiore al corpo”. Seguendo ciò che hanno disposto i Sacri canoni e il Sacro Concilio di Trento (che includono tra i giorni di digiuno tutti i giorni della Quaresima, ad eccezione delle domeniche), monsignor Orsini ordina a tutti, e a ciascuno dei suoi “sudditi” , che nella prossima, futura Quaresima osservino le seguenti regole: “Che niuno (nessuno), almeno dai sette anni in su, ardisca di mangiar carne di qualsiasi specie”. Oltre alla carne è vietato mangiare uova, e butiro (burro). Le “sanzioni” previste sono piuttosto pesanti: per gli ecclesiastici la deposizione, per i laici la scomunica.

Tutti coloro che hanno un’età “obbligante” sono, quindi, tenuti a digiunare ogni giorno, ad eccezione delle domeniche. Monsignor Orsini esenta da questi obblighi soltanto le persone inferme, e quelle alle quali per legittime ragioni è concessa dispensa da’ sacri Canoni. Esse sono tenute a produrre “una fede giurata del Medico”. Al certificato dovrà essere allegata la fede giurata del confessore che “abbia cognizione della loro coscienza”. Solo dopo aver presentato questi documenti all’arcivescovo, o al suo vicario generale o vicari foranei, presenti nei vari centri della diocesi, sarà possibile, per gli infermi, ottenere l’agognata licenza scritta che permetta loro di assaporare i cibi vietati. Ma i divieti non finiscono qui: pur avendo la dispensa scritta, gli infermi sono tenuti «ad usare detti cibi moderatamente e priuatamente»: dovranno evitare di farsi vedere mentre mangiano cibi vietati, in special modo da persone sconosciute. Per chi non osserverà queste cautele è prevista una pena grave, a discrezione dell’arcivescovo, e in sussidio di scomunica.

Orsini ordina ai medici e ai confessori, di non rilasciare, a meno che non siano strettamente necessari, i suddetti certificati. Li minaccia di gravi sanzioni se lo faranno con leggerezza. Ordina, infine, che nessuno venda pubblicamente cibi vietati: “Tutti i bottegari, in tempo di predica, sono obbligati a tenere chiuse le loro botteghe “. Se non lo faranno, tutta la loro merce verrà sequestrata.

Per evitare che il digiuno possa essere un’occasione di vanto, dovrà essere effettuato in segreto e nell’umiltà. La tradizione cristiana è categorica su questo punto: “Meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli (Abba Iperechio)”;”Se praticate un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi (Isidoro il Presbitero)”. Anche l’Editto per l’osservanza della Quaresima si chiude con una raccomandazione: “Melior est abstinenti a vitiorum, quam ciborum (Meglio l’astinenza dai vizi rispetto a quella dai cibi)”. Perciò, in questo “sagro tempo”, si dovranno mettere da parte gli odi, e riappacificarsi col prossimo, bisognerà astenersi dalle cacce, dai conviti, dai festini, seguire le prediche, udire ogni mattina la santa messa, più volte confessarsi e comunicarsi, e fare opere pie confacenti allo stato di buon cristiano. Affinché l’Editto sia noto a tutti, Orsini ordina agli arcipreti della diocesi sipontina di pubblicarlo nella domenica della Quinquagesima e nella seconda domenica di Quadragesima; e di tenerlo affisso sulle porte delle chiese per tutto il tempo quaresimale: «Ed in tal modo abbia forza, come se fosse personalmente intimato a ciascuno!».

Nei giorni festivi si permetteva generalmente ai venditori di pane, vino, frutti ed ortaggi, ai macellai, ai bottegai e albergatori, “ad aromatarij e spetiali di poter vendere i loro generi acciò le feste non siano gravi, ma celebrate con hilarità spirituale. Ma questo è vietato a Pasqua: Nelli giorni della Pascha di Resurrezione… non s’aprirà alcuna botegha, nè si venderà, nè si opererà, o farassi alcuna cosa se non per mera & evidentissima necessità di qualche infermo”.

Nei tempi recenti la disciplina ecclesiastica sul digiuno è stata attenuata. I giorni prescritti sono rimasti soltanto due: il mercoledì delle Ceneri e il venerdì santo.

Ancora digiuno, dunque. Ma perché? La teologa Stella Morra ha affermato che se un’indicazione affonda le radici nei secoli ha tutti i numeri per essere valida. Privarsi coscientemente del cibo rende visibile una condizione costitutiva dell’uomo: lo rende mendicante, non più onnipotente. Autoregolazione utile in un mondo con eccessiva mania di protagonismo. Ma il mangiare appartiene al registro del desiderio, supera la semplice funzione nutritiva per rivestire un significato simbolico: moderando la fame, si moderano tanti appetiti. Si disciplinano le relazioni con gli altri, con la realtà esterna, relazioni tendenti all’aggressività ed alla voracità. Il digiuno diventa “educazione del desiderio”. Svolge la funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di cosa viviamo.. In un tempo in cui lo stesso digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, l’uomo, cristiano e non, non dovrebbe mai dimenticare la specificità del digiuno. Dovrebbe porsi una semplice domanda: “Uomo, di che cosa vivi?”.

Il PERSONAGGIO

papa

Pier Francesco Orsini nacque a Gravina di Puglia (BA) il 2 febbraio 1650, figlio di donna Giovanna Frangipane della Tolfa e del duca Ferdinando Orsini, feudatario di Solofra. Vincendo la contrarietà dei familiari, entrò nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), con il nome di fra Vincenzo Maria Orsini. “Duca per nascita, frate per vocazione, cardinale per volere materno e papa suo malgrado”, incarnò nel Mezzogiorno il modello del vescovo estremamente ligio alla “lezione” tridentina. Il 3 febbraio 1675, ad appena 25 anni, fu consacrato vescovo di Siponto (Manfredonia FG). Realizzò un ampio coinvolgimento ai problemi della vita ecclesiale, riunendo in una periodica, solenne assemblea, tutto il clero, che prendeva coscienza della realtà locale, rendendosi più responsabile della cura delle anime. Effettuò due visite pastorali, la prima nel 1675 e la seconda nel 1678, raggiungendo i paesi dell’impervio Gargano a dorso di mulo, ma anche in barca. Rinnovò le sedi ecclesiali, consacrò altari e prescrisse arredi e suppellettili. Effettuò un’attenta ricognizione del patrimonio fondiario, entrando in contrasto con i funzionari del Viceregno e i Legati spagnoli. Innocenzo XI lo trasferì il 22 gennaio 1680 nella lontana sede di Cesena. Il 30 maggio 1686 Vincenzo Maria Orsini, a dorso di un cavallo bianco, entrò nella città di Benevento: era stato nominato arcivescovo metropolita. Vi resterà per 44 anni. Qui la sua opera pastorale fu imponente: indisse 44 sinodi in 44 anni, i cui Atti, come quello di Siponto, furono regolarmente stampati, e diffusi in ogni parrocchia della diocesi.

Il giornale di Napoli “Avvisi Pubblici” n. 27 del 4 luglio 1724 rievocò così la nomina di Orsini al pontificato: «E’ stato tale e tanto il giubilo inteso dalla Cittadinanza dello stato di Solofra per la esaltazione al soglio Pontificio del di loro primo natural Padrone, oggi Sommo Pontefice, che per dieci giorni continui quel pubblico lo manifestò con estraordinaria allegrezza facendo vedere pareggiare la notte col giorno per la quantità ben grande de’ lumi, ed altri fuochi di gioia accesi nelle publiche strade, e nei palagi, in molti dei quali vedevasi esposto il ritratto di S. Santità, e facendo sentire un continuo rimbombo di mortaretti, salve d’archibuggi, e di varie sorti di fuochi artificiali».

Divenuto papa Benedetto XIII, Orsini morì il 21 febbraio 1730. Per non disturbare il popolo romano, impegnato nelle strade a festeggiare il Carnevale, per lui non suonarono neppure le campane a morto. Il suo fu un pontificato molto “discusso”. Tra i demeriti, la persecuzione contro Pietro Giannone.


Teresa Maria Rauzino