LA PACCHIANELLA

È USCITO IL NUOVO LIBRO DEL PROF. GIUSEPPE PIEMONTESE

 

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Il libro ripercorre la storia del Gruppo Folcloristico La Pacchianella  di Monte Sant’Angelo, dal 1923, anno di fondazione ad opera di Giovanni Tancredi per la visita del Principe Umberto I di Savoia alla Città, fino ad oggi 2017, attraverso i personaggi e i componenti del Gruppo che negli anni si sono alternati nella sua direzione. Un percorso di grande valenza culturale ed artistica, che ha visto fra i protagonisti, di ieri e di oggi, uomini e donne, come Giovanni de Cristofaro, Giovanni e Matteo Lombardi, Leonardo Catalano, Michele Calderisi, Michele Cotugno, Giovanni Piemontese, Michele Ricucci, Angela Cotugno, Ernesto Scarabino, Antonio Pettinicchio, Antonio Bisceglia, Patrizia Falcone, Matteo Renzulli,  e tanti altri. Ma soprattutto ha visto in primo piano i Canti e la Musica del Folclore di Monte Sant’Angelo, che affonda le proprie radici nella cultura popolare del Gargano e precisamente negli usi, costumi e tradizioni locali, che si rifanno prevalentemente alla cultura e civiltà contadina, fra il sacro e il profano, con la sua cultura popolare legata non solo alla musica folclorica, con i suoi strumenti musicali, quali la chitarra battente, il tamburro, le castagnole, il puta puta, quanto al repertorio del canto, che ci riporta alla Serenata, alli Strusce, alla Stesa, alla Pampanella, ai Canti d’amore e di dispetto. Un mondo così variegato e nello stesso tempo complesso, che ci riporta alla grande originalità e singolarità dei costumi locali, degli uomini e delle donne garganiche, con i loro ornamenti d’oro e la loro inconfondibile bellezza  popolare. Un percorso che abbraccia più di Novant’anni di attività ininterrotta, dai primi Raduni Folcloristici degli anni Sessanta, fino ad oggi, attraverso tournèe in Italia e all’estero (Europa e America), riportando dovunque successo e ammirazione, tanto da diventare per l’Italia e il Mondo una istituzione culturale, in quanto ambasciatore di pace, all’insegna dell’amicizia fra i popoli. Infatti il folclore, come espressione dell’anima di un popolo, ha come suo compito principale quello di far conoscere la cultura di una nazione o di una regione. Cultura che è l’espressione di civiltà e di progresso, oltre che di amicizia e di solidarietà fra tutti i popoli della Terra.

              

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Cesare Brandi, pellegrino dalla riviera garganica alla Foresta ombrosa

 

Cesare Brandi (1906–1988) fu un insigne storico dell’arte,  il primo ad aver colto, in tutta la sua portata, la centralità ed il significato del restauro. Firma prestigiosa del “Corriere della Sera”, pubblicò un gran numero di volumi, tra cui tanti diari di viaggio.

«Brandi viaggiatore è un “visionario” – scrive Elisabetta Rasy – ma di una specie del tutto particolare: mette a fuoco non la terra del viaggio, ma lo stile del viaggiatore. I luoghi cambiano per dare forma a una particolare geografia, la geografia della Bellezza, e a un particolare paese, il Paese della Visione”.

L’incipit di “Pellegrino di Puglia” (Laterza  1960), è una vera e propria dichiarazione d’amore di Brandi per la nostra regione: «Questo viaggio non è un viaggio, ma tanti viaggi. Eppure è un solo Viaggio, per l’amore che io porto a una terra, che non mi ha visto nascere, che non mi ha visto fanciullo e neppure fu teatro di un primo amore». La scoperta non si arresta al primo né al secondo, né al terzo viaggio: non finirà mai, «perché è un paese, la Puglia, come il mattino, un mattino limpido, un mattino di sole liquido. Il mattino sarà sempre lo stesso, ma non viene mai a noia. Ed ha sempre qualcosa di nuovo, nel suo spettacolo sempiterno».

In questo viaggio tutto pugliese, Brandi tocca anche il Gargano: è accompagnato, tra Rodi e San Menaio, e poi in Foresta Umbra, da due amici milanesi: Elio e la piccola Elisa. «Fu Elisa a pretendere la gita a dorso di somaro – ricorda – A me, quelle colline impenetrabili di verde, bastava guardarle anche dalla riva, che, in quanto a spettacolo, sembravano una sponda del Bosforo. Ma Elisa aveva voglia del sole che scende come il semolino dal fogliame fitto degli alberi, dell’odore dell’umido che esala dalla terra in ombra, come se raccontasse un segreto, e del puzzo della pelle dell’asino. Fu categorica soprattutto sull’ultimo punto».

In realtà, i tre non viaggiano con un asino, ma due muli e un cavallo. Sono guidati da alcuni giovani rodiani,  reduci da una giornata di lavoro. Il piccolo guadagno insperato – in quel periodo non c’è un solo turista a Rodi – li rigenera, rendendoli allegri e disponibili ad effettuare l’insolito percorso.

Brandi, Elio ed Elisa, issati su quei basti durissimi, percorrono  ardue salite e pendii vertiginosi. I rovi e i tralci della rigogliosa vegetazione insidiano pericolosamente i loro visi. Non si fa in tempo a scostarli. Di dolce, suadente, vespertino, resta l’odore dell’erba, della terra in perenne gestazione. I raggi del sole non vengono giù come il semolino, ma in lunghi sottili dardi, più fini degli aghi di pino. Sul piccolo sagrato di una chiesetta di montagna, il mulo di Elio si mette a scalciare: la sua è una “protesta sindacale” per l’aumento di lavoro, proprio quando l’odore della stalla lo stava già aspettando.

«Di lassù – commenta Brandi – la veduta è altrettanto bella che dal basso, occorre riconoscerlo: e intanto c’è un elemento inatteso, come ad essere in un giardino all’italiana, e cioè i grandi lecci potati a fare spalliera per salvare dai venti gli agrumi».

La costa sembra prendere la rincorsa, veloce, linda. Dopo Rodi, sporge il picco di Péschici (così bello a distanza, quanto modesto da vicino). La comitiva riprende a salire e a scostare rami e spine, non sempre con fortuna. Brandi sente parlare di una sorgente, ma non ha nessuna voglia di fermarsi. Superato il crinale, la macchia finisce. Sull’altro versante ricominciano gli ulivi e le viti.

La veduta di lassù è dolce e sommessa, offre un’ampia apertura: si scorgono il lago di Varano e il mare in miniatura. Specchi d’acqua simili a giocattoli, «che si possono vedere dipinti nello sfondo d’un pittore umbro, ma non si ha mai la fortuna d’incontrarli realmente fra i rami delle querce in fondo ad un declivo di ulivi». Il sole, ormai quasi a metà percorso, ha quella temperatura di vapori che lo rende un pezzo di pittura fiamminga. Ma “pittura” è il paese tutto, «con quel tono verdognolo, pareggiato, senz’ombre forti e senza netti scarti di tinte: dal verde si arriva all’azzurro del lago e di lì al mare, come portati per mano, quasi senza accorgersene».

I tre scendono per un viottolo “sassosissimo”. Arrivano alla fontana da dove sono partiti: «Ormai s’era diventati amici e ci offrivano case, camere, per la villeggiatura: a poco prezzo, un tanto a testa, come se si affittasse tutto un quartiere».

Questa gita è il preludio all’escursione che Brandi farà alla Foresta Umbra, «un tributo necessario, da pagarsi una volta e non pensarci più». «Quel che è sicuro, ad arrivarci, offre un percorso stupendo – commenta – si comincia da San Menaio, che è dentro una pineta così bella, vasta, e a scivolo sul mare». Un luogo davvero incantevole, adatto per le coppie “novellamente formate”. L’invito è a venirci, in questo Paradiso.

Attraversata la Pineta Marzini, che ad una certa altezza lascia spazio a una campagna bella e vigorosa, dopo “un paesello che si chiama Vico”, comincia a intravedersi la Foresta Umbra. Ed è come quando, in un’orchestra, si accordano gli strumenti. All’inizio c’è un brusio di alberi giovani, magri come pali: sono i castagni e i noccioli. Prime avvisaglie che preludono ad uno spettacolo naturale grandioso, fuori dal comune: tronchi di faggio lisci e diritti come ciminiere salgono dal fondo valle e mandano fuori grandi dilatate ramaglie. Si susseguono poi «le palme spalancate degli aceri, e le frappe smerlate, capricciose dei cerri: e noccioli, e sotto tutto questo le felci umide simili a quelle di un acquario».

Una dolce foresta silenziosa, altissima nel cielo, profonda dentro la terra, e piena di luce aperta, mediterranea, come se a quel verde fossero mescolate tante pagliuzze d’oro.

Una foresta luminescente che suggerisce a Brandi una insolita visione micaelica: «Quando le nuvole dense scendono come ad allattare queste cime fronzute, quando il sole mordente le assapora, quando i venti che s’incanalano nell’Adriatico le squassano, dentro il Gargano, l’Arcangelo vestito da toro, si stende sotto la foresta incantata, e dorme lentamente sognando il Signore».

Teresa Maria Rauzino

Per non morire di inedia, vieni sul Gargano!

Nel reportage “Gargano Magico” (1964) Francesco Rosso racconta la quiete di Peschici e le nenie di Carpino

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Un selvaggio, bellissimo Gargano emerge dalle note di viaggio di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento: giornalisti, letterati, storici dell’arte. Il gusto della scoperta antropologica si unisce alla descrizione delle bellezze naturali che stupiscono anche i più “scafati” osservatori. Come Francesco Rosso, una «firma» di prima grandezza de «La Stampa». I suoi reportage sono vere e proprie inchieste sociali: raccontano i fermenti delle popolazioni africane avviate alla difficile indipendenza o ancora afflitte dal colonialismo; parlano di Cuba e della rivoluzione castrista, del Centro e Sud America scossi da sanguinose rivolte e da fermenti populisti; indagano l’Asia afflitta dalla fame, il Medio Oriente agitato dai tumulti di Bagdad, Damasco, Gerusalemme e Ankara.

Nel volume “Gargano magico” (Torino, Teca, 1964), Rosso descrive la realtà complessa dello Sperone d’Italia. Un Gargano dalla bellezza ancora intatta, in cui Peschici rappresenta il “porto sepolto” dove egli desidera rigenerarsi prima di chiudere una vita tumultuosa:  «Un mattino – scrive nello struggente incipit –  lo so per certo, mi sveglierò nell’inquietante stato d’animo della predisposizione all’ultimo consuntivo, pronto a riconoscere che, forse, ho sbagliato tutto. Il foglio bianco, la macchina per scrivere, gli aerei, i transatlantici, i viaggi nei paesi lontani non potrebbero essere soltanto una finzione in cui  soltanto io e quelli che mi sono intorno ci siamo ostinati a credere? Quel mattino, non molto lontano se giudico dal malessere che monta, se fossi saggio accatasterei nella valigia un abito e scarsi indumenti, un solo libro per le ore disperate, e salirei su un vagone di seconda classe diretto a San Severo di Puglia. Col trenino Garganico raggiungerei la pastorale quiete di Calenella. Da qui, solcando il soave silenzio della baia, la cigolante corriera mi porterebbe a Peschici nel viaggio delle rinunce definitive, verso l’ambiente che mi è congeniale. Trascorrerei le ore al bar di Rocco, seduto in cerchio con gli altri uomini, in lunghi silenzi. A completare il silenzio, giungerebbe talvolta Manlio (Guberti), scontroso pittore ravennate chiuso in libera solitudine nella casina immersa fra i pini verso la baia di Calenella. Verrebbe (Romano) Conversano, fortunato fra gli uomini per la trasfiguratrice pittura e per il castello proiettato con l’arduo sperone di Peschici nella luminosità senza orizzonti, nel quale mi invita spesso ad un tuffo nell’infinito dalla finestra del suo studio, un largo oblò spalancato su cielo e mare senza riferimenti con la terra. Forse verrebbe anche Libero (Montesi), lo scrittore; si è costruita la casa a Procinisco, oltre Peschici, sul versante deserto affacciato alla pineta di Manacore».

Ma Francesco Rosso, in questo suo ultimo viaggio, non vuole ricostituire questo facile sodalizio intellettuale. Stavolta vuole mescolarsi alla gente del Gargano, immergersi in un’esistenza sensuale, fatta solo di elementari necessità che mettano a tacere le sue inquietudini. Vuole conoscere il Gargano vero: senza veli né ipocrisie, povero ma civile. Un continente umano contraddittorio e bellissimo, elementare e complesso. Per scoprirlo bisogna “violentarlo” dolcemente, accostarsi ad esso senza destare sospetti, penetrandone le pieghe intime come e meglio di tanti garganici, inconsci del loro selvaggio Eden. Una scoperta ricca di sorprese: «I contatti col mondo slavo e arabo – osserva Rosso – sono evidenti, gli scambi con la vicina Balcania, la Grecia e quelli meno desiderati con i corsari saraceni si riscontrano nell’aspetto fisico e nel temperamento della gente che, alle antiche influenze islamiche di costumi rigidissimi, alterna improvvisi abbandoni dionisiaci di sapore ellenico».

Da attento analista del presente,  Rosso osserva che “Il Gargano sembra popolato da donne, vecchi e bambini”. I giovani, gli uomini validi vanno a cercar lavoro in Svizzera e Germania, Francia e Belgio, Milano e Torino. Tornano a casa per la festa patronale, lasciando alle mogli il ricordo del loro passaggio con l’attesa di una nuova maternità. Ripartono pochi giorni dopo, tornando a consolare le compagne lasciate a Lione, Amburgo, Berna, Charleroy.

Il paese più povero del Gargano è Carpino. Mezzo nascosto nella stretta valle tagliata nelle pietrose profondità garganiche, è il risultato di una gara anarchica, un gioco urbanistico che alla fine ha trovato una perfetta, compiutissima unità». Un miracolo di cui sono stati artefici contadini e muratori analfabeti. Una civiltà del gusto imparata dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, fra montagna, pianura, lago e mare.

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Rosso sfata un dannoso stereotipo che grava sullo “scenografico” villaggio: esso gode l’immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l’intero Gargano. Il riferimento è al romanzo di Roger Vailland “La Loi”, vincitore di un premio Goncourt. Il regista Jules Dassin ne aveva tratto un film, ma neppure interpreti come Yves Montand, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, erano riusciti a riscattarlo dalla desolante mediocrità narrativa. «Nel romanzo dello scrittore francese – scrive Rosso – non c’è un personaggio pulito: prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio      gioco ormai in disuso, appunto “La legge”. E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici, nella sua storia non ci sono tradizioni fosche». I carpinesi sono sì uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d’india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini all’abigeato di capre, giumente, muli, sorpresi liberi nel pascolo, ma basta conoscerli per capire che sarebbero generosi, ospitali, se soltanto lo potessero.

La chiusa di Francesco Rosso racchiude tutto il “senso della vita” di un paese del Sud condannato ad un triste destino precarietà: «Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell’ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L’esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole. Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo».

Riflessioni profonde, che disvelano il senso esistenziale delle suggestive ninne-nanne del vetusto cantore Antonio Piccininno. Scoprono alle radici l’identità e la vera essenza del ricco patrimonio musicale del Gargano, portato oggi all’attenzione nazionale dal Carpino Folk Festival.

Teresa Maria Rauzino

 

 

 

 

Per terra, per mare e per laghi: il Gargano di Bacchelli

Lo scrittore segnala la “dolcezza” della costiera, alte rupi, oltre a palazzi, castelli, torri, trabucchi  e l’Idroscalo sul Varano

 

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Nella primavera del 1929, sulle pagine della “Stampa”, vedono la luce alcuni interessanti articoli che Riccardo Bacchelli scrive dal Gargano, raccolti poi nel libro “Italia per terra e per mare (1952)”. Il futuro autore del “Mulino del Po” è ospite,  a San Marco in Lamis, dell’amico Giustiniano Serrilli, che non vede dai tempi dell’Università di Bologna. Partendo dalla “rusticale e civile cittadina”, egli  va alla scoperta di quegli aspetti del Promontorio ancora oggi di forte valenza ambientale. Impressioni di viaggio che conservano “intatte vibrazioni di sentimento e forte caratura poetica”. Nel reportage “Strade e paesi”, ripubblicato da Filippo Fiorentino nel volume “Nel Gargano dei grandi viaggiatori “(ed. Grenzi)”, Bacchelli percorre una bella strada che da  Jacotenente, cuore della Foresta Umbra, porta a Vieste, en passant per Mattinata: costruita per esigenze belliche dagli ingegneri della Regia Marina, ora i pochi automobilisti che vi transitano potrebbero sbizzarrirsi in corse spericolate, se i muli dei carbonai e i cavalli riottosi dei carrettieri, poco abituati al moderno traffico, non si parassero improvvisamente davanti, in qualche tornante. «Nel qual caso – commenta Bacchelli – il severo e chiuso volto del montanaro garganico esprimerà, con disdegno d’ogni parola, tutte le maledizioni e i malauguri contro la polverosa e spetezzante civiltà meccanica».

La strada, ricca di mandorleti, boschi di querce e lecci, “erma, solenne, accompagnata dalla vista del mare, si inoltra fra selve, selvette e prati”.  Termina a Vieste che appare adagiata «sopra il declino d’uno scoglio nel mare, bianca, moresca e marina, simile nell’indolenza a una bella creatura spossata voluttuosamente dal bagno, che si sia sdraiata sul letto dello scoglio per prendere il sole facendosi baciar i piedi dal mare». Vieste «dal nome leggiero e gentile come un primo bacio  socchiuso», è illuminata da un sole vivo, da una luce già estiva. Due grandi golfi e due spiagge fuggenti, lunate, si aprono a levante e a ponente. Nella marina piccola si tirano a secco le paranze, su uno scoglio vicino si erge il faro. Dietro sonnecchia il Castello: i suoi cannoni non rimbombano più dagli spalti.

Il piroscafo bisettimanale delle Tremiti anima “la gentilezza deserta” delle onde primaverili. Sulle scogliere del golfo, volano stormi di gabbiani. Alcune massaie versano in mare cestelli d’immondizie, e i “rauchi volatori vi s’avventano, facendo godere la più bella giostra e schermaglia e ronda di voli che si possa desiderare”.

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Trabucchi e torri puntellano la litoranea tra Vieste a Peschici: «Fremono al vento fresco le lunghe braccia, le gracili impalcature e i cordami delle gran reti a bilancia, che si sporgono sull’Adriatico pescoso dalle rupi nelle vicinanze d’ogni paese della riviera – commenta Bacchelli – Dappertutto vi sono gabbiani, come, dappertutto, la storia racconta terremoti e rovine di saraceni, di pirati dalmati, di turchi bestiali in questi paesetti, ai quali oggi il mare dà tanta pace quanta già diede guerra nei tempi andati».

Ma «La maggior dolcezza della costiera è da Pèschici a Rodi, che si guardano di lontano, candide sulle loro due rupi alte al capo della spiaggia piena d’amenità.  Peschici era il paese poverissimo, senz’acqua, affastellato sullo scoglio. La gente viveva in parte in caverne scavate dentro la roccia tenera. Veramente a Pèschici la miseria stringeva il cuore, e vi si conosceva la mancanza di molte cose di prima necessità. Ebbene, Pèschici ha nome d’essere il paese che dà le più belle ragazze del Gargano. E devon esser belle assai, giudicando da quel che ho potuto scorgere passando. Ornate di collane e orecchini maiuscoli di vecchia filigrana, velate col fazzoletto o collo scialle, laboriose e riposate, salde donne sono le garganiche; contente dei loro uomini, contenti questi di loro: gran principio di ordine e di civiltà».

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Passato Péschici, Bacchelli attraversa l’ultimo lembo della grande pineta (Marzini) che riveste quel tratto di costa, prima di lasciare il posto agli aranceti di Rodi Garganico. Inoltrandosi verso l’interno, prende la strada che conduce a Vico, “entratura alla regione dei grandi boschi interni”.

Da Vico si reca ad Ischitella, “aprica e ben murata”, dove un Francesco Emanuele Pinto, Principe d’Ischitella, elevò ai primi del Settecento “un palazzo di castigata grazia mirabile”.

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Lo scrittore approfitta poi di un lento tramonto “aureo ed argentino” per recarsi a Carpino, “bianca sul gran piano verde” e a Cagnano. Osserva il Monte d’Elio incupirsi contro il cielo crepuscolare, e la vasta, immota palude del lago di Varano trascolorare pian piano al tramonto.

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Questo lago, e l’altro di Lesina – spiega – diffondono la malaria in questa parte del Gargano, fertile e pur bellissima. Nei prati e nei seminati, più cupi, nelle rocce e nei monti, nel color del mare e degli uliveti pallidi, c’è una gravità, una melanconia, che ben si sposa e si rivela con il tramonto».

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Sul Varano, che durante la prima guerra mondiale fu un’importante base d’idrovolanti “e che potrebbe esser porto superbo”, sono state aperte due foci “per renderlo salino, risanarlo e impedir la malaria”.

I tentativi di bonifica sono una storia troppo lunga ed ardua da raccontare, ma quando era palude d’acqua dolce, il Varano era pescoso, specie di “capitoni celebratissimi”.

Ora  anche i capitoni stanno abbandonando il lago.

Teresa Maria Rauzino 

 

Arthur Miller a Monte Sant’Angelo… alla ricerca del tempo perduto

Per il drammaturgo americano, il viaggio a Monte Sant’Angelo diventa un pretesto per riscoprire la sua identità ebraica

 

 

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Monte Sant’Angelo in un quadro del pittore Luigi Schingo

Molte suggestioni vengono ispirate dai viaggi, che per il narratore diventano pretesto di scrittura. Nel 1948, nel Mezzogiorno poverissimo di un’Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale, su una piccola Fiat rumorosa, viaggia un newyorkese di origine ebraica: Arthur Miller (1915-2000), uno degli intellettuali più impegnati del Novecento, che balzerà agli onori della cronaca dopo il matrimonio con  Marilyn Monroe.

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Il giovane scrittore è in compagnia dell’amico italo-americano Vincent Longhi e visita Monte Sant’Angelo, un “nido d’aquila turrito” denso di memorie medievali.  Quell’angolo di Puglia lascia un’impronta indelebile nell’animo di Miller, che l’anno dopo pubblicherà il capolavoro che gli valse il Premio Pulitzer: “Morte di un commesso viaggiatore (1949)”.

Il racconto “garganico” appare nel 1951 sull’autorevole rivista “Harper’s Magazine”. Tradotto in italiano dalla Rizzoli nel 1970, è stato ripubblicato da Davide Grittani nell’antologia “Verso Sud” (ed. Grenzi).

Monte Sant’Angelo diventa il luogo dove Miller va alla ricerca del tempo perduto, riscopre la propria identità. L’autore ritrova nella luce tersa del Sacro Monte tutta la sua essenza. L’ambiente e le persone destano in lui strane suggestioni, facendogli riconoscere, in alcuni gesti e situazioni, una componente etnica latente: l’ebraismo.

Miller, che nella finzione del racconto è l’ebreo Bernstein, resta colpito dall’asprezza del paesaggio e del contesto; vorrebbe ritornare a casa. Ma Vinny Appello (Longhi), l’amico d’origini italiane, che prima a Lucera, poi a Monte Sant’Angelo sta ricercando le proprie radici presso una zia e nel santuario di San Michele, gli comunica il desiderio che guida il suo viaggio: “appartenere a una storia”.

Quando scendono nella cripta del santuario, il pavimento di pietra è bagnato dallo stillicidio della grotta carsica. Lungo le pareti e ai lati dei tortuosi corridoi che si diramano da una sala centrale a volta, vi sono delle tombe antiche, con iscrizioni illeggibili. Il prete ricorda vagamente una nicchia degli Appello, ma non ha idea della sua ubicazione. Appello passa da una cripta all’altra, facendosi luce con una candela. Si curva, sembra un monaco, o un archeologo, scompare poco a poco nella lunga oscurità dei tempi, in cerca del suo nome su una pietra.

Bernstein (Miller) ne è fortemente turbato. Ricorda i racconti di suo padre sul paese d’origine in Europa, la tinozza dove tutti attingevano l’acqua, lo scemo del villaggio, il barone del luogo. Nessun motivo di orgoglio in tutto questo, niente. E del resto, ora non è un americano a tutti gli effetti?

Trovano un ristorante, sul precipizio al margine opposto della città; un grande, unico locale con quindici o venti tavoli; sulla parete di fondo una fila di finestre si affaccia sulla piana sottostante. Fa freddo. Il vento imperversa. Una ragazza, la figlia del padrone, arriva dalla cucina, e Appello le chiede cosa c’è da mangiare. La porta si apre ed entra un uomo. Guardandolo, Bernstein prova un’immediata impressione di familiarità, di cui non sa trovare la ragione. Si chiama Mauro di Benedetto, porta un cappello nero, insolito da quelle parti, dove tutti portano il berretto: «Vendo stoffe, qui, alla gente, e ai negozi, se così si possono chiamare» dice. Il suo sguardo non ha l’innocenza contadina degli uomini del paese. Dopo aver mangiato, beve un’ultima, lunga sorsata di vino, si alza e comincia a rivestirsi. Prende il suo fagotto posato su un tavolo e comincia a disfarlo. Bernstein lo osserva leggermente curvo sopra il fagotto. Vede le sue mani occupate a disfare il nodo. Ora l’uomo sta togliendo la carta che avvolge due pezze di stoffa, ne spiana con cura le grinze. La cameriera porta un’enorme pagnotta rotonda di almeno mezzo metro di diametro. Gliela offre, e lui la mette in cima alla pila di scampoli.

A quel gesto, un’ombra di sorriso increspa le labbra di Bernstein (Miller). Ora l’uomo riavvolge con attenzione il fagotto, lo chiude con un laccio e lo riannoda. Bernstein ride, sollevato, dicendo ad Appello: « È esattamente il modo in cui faceva un fagotto mio padre… e mio nonno. Tutta la nostra storia è far fagotto e andar via. Solo un israelita sa legare un fagotto così!».

Perché tanta fretta di arrivare a casa? L’uomo scrolla le spalle: «Non so. Per tutta la vita sono tornato a casa per l’ora di cena, il venerdì sera, e mi piace arrivare prima del tramonto. E mio padre il venerdì sera è sempre tornato a casa prima del tramonto».

«Porta a casa il pane fresco per il Sabbath, che comincia al tramonto del venerdì – dice Bernstein all’amico – E’ un ebreo, ti dico. Domandaglielo, per piacere».

Alla domanda di Appello, l’uomo scuote la testa, in segno di diniego. Quindi va via, ma Bernstein è felice lo stesso. Si sente finalmente a proprio agio. Ridiscende nella cripta e mentre l’amico continua a cercare la tomba dei monaci medievali suoi avi, egli non si muove, cercando dentro di sé il perché di quello che è accaduto. Vede quell’uomo cortese scendere giù per la montagna, camminare attraverso la piana, per strade segnate da generazioni di uomini, un viandante senza nome che porta a casa una pagnotta ancora calda il venerdì sera… e che si inginocchia in una chiesa la domenica. Un’ironia indescrivibile: sotto l’insensato impulso della storia, un ebreo è segretamente sopravvissuto. Pur spogliato della sua coscienza, osserva il Sabbath in un paese cattolico. La sua stessa inconsapevolezza finisce per essere una muta prova di un passato ancora vivo.

«Un passato anche per me» pensa Bernstein, attonito nel sentire quanta importanza abbia questa cosa per lui. Per lui che non ha mai avuto una religione, e nemmeno una storia.

Finalmente Appello ritrova la tomba tanto cercata. Anche lui è felice di aver ritrovato l’identità perduta. Quando risalgono su, il paese è deserto. L’aria odora di carbone di legna e di olio d’oliva. Qualche pallida stella è apparsa nel cielo.

Bernstein (Miller) pensa a Mauro di Benedetto che sta scendendo per la strada sassosa e serpeggiante, affrettandosi per arrivare a casa, prima del calar del sole…

Teresa Maria Rauzino

Gli abitanti del Sacro Monte, senza libri, sport e politica

Dopo aver visitato Lucera, Norman Douglas prosegue il suo avventuroso viaggio nel Gargano del primo Novecento, fermandosi a Monte Sant’Angelo

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Dopo la ricerca delle vestigia saracene di Lucera, lo scrittore inglese Norman Douglas dedica al Gargano ben tre capitoli del volume “Old Calabria” (pubblicato nel 1915): si sofferma a descrivere “la città di Manfredi”; poi parla dell’Arcangelo e del suo “culto cavernicolo”.

Il reportage è ispirato da un avventuroso viaggio in carrozza, compiuto a Monte Sant’Angelo. A Manfredonia, Douglas ha atteso invano una bella giornata per scalare il Sacro Monte e visitare la “metropoli del culto europeo degli angeli”. Infine decide di andarvi con qualsiasi tempo. Fa convocare un vetturino e inizia una lunga trattativa sul prezzo della “corsa”. La richiesta iniziale è di sessantacinque franchi, il prezzo pagato l’anno precedente da un turista inglese. Douglas  ribatte che il servizio di diligenza, andata e ritorno, costa un franco e mezzo e già quel prezzo gli sembra piuttosto esoso. Ha visto tante grotte sante in vita sua! E, in fin dei conti, chi è questo San Michele? Il Padreterno, per caso? Nulla del genere: solo un angelo qualunque. Ce ne sono a dozzine in Inghilterra. Fortunatamente – soggiunge – gli è già stata fatta l’offerta di unirsi a un gruppo privato per raggiungere la vetta in carrozza, con una spesa di pochi centesimi. Ma il cielo è minaccioso.  Ripensandoci,  forse è più saggio rimandare l’escursione…

A sorpresa, Douglas offre un sigaro al vetturino, per ricompensarlo del disturbo. Con rapidità stupefacente, le pretese di costui scendono rapidamente a otto franchi. Un signore che dà qualcosa in cambio di niente, beh… non si può mai sapere cosa si può ricavarne. Decide di correre il rischio!

Lo scrittore, la mattina dopo, apre le finestre, vede che il tempo è orribile, con forti raffiche di pioggia e nevischio. Ma non importa. La carrozza è già ferma davanti all’albergo e dopo una “detestabile parvenza di prima colazione”, il viaggio inizia, lungo il tracciato carrozzabile per Monte Sant’Angelo.

monte sant'angelo foto beltramelli

Durante la salita dei ventuno tornanti,  Douglas cerca di immaginare i principi normanni, gli imperatori, i pontefici e i tanti pellegrini celebri che si arrampicavano scalzi e penitenti per quei pendii rocciosi, sotto la neve. Fu messa a dura prova persino la pazienza di San Francesco, quando effettuò l’ascesa al Sacro Monte. Il fraticello d’Assisi, secondo il Pontano, fece anche qui, en passant, un piccolo miracolo.

Dopo tre ore di viaggio, Douglas raggiunge la città di Sant’Angelo. L’altezza di 800 metri si fa sentire: il freddo è pungente. Seguendo il consiglio del vetturino,  scende subito al santuario; là sotto il caldo è assicurato. La grande festa dell’8 maggio è passata, ma torme di fedeli continuano ad arrivare. Hanno un aspetto pittorescamente pagano, con i bordoni sormontati da rami di pino, la bisaccia, gli indumenti sudici e cenciosi. Sulle massicce porte di bronzo del santuario, ordinate a Costantinopoli nel 1076 da un ricco cittadino di Amalfi, sono infilati degli anelli metallici. Il vero pellegrino, come da tradizione, deve batterli furiosamente contro le ante di bronzo per attirare l’attenzione delle potenze divine. Durante la preghiera, bisogna ancora una volta batterli con la massima forza, per segnalare l’atto di adorazione. «Ma a giudicare dal frastuono – commenta Douglas –  la divinità doveva essere assai dura d’orecchio».

Un fitto sciame di straccioni devoti e maleodoranti scende lungo la scalinata angioina, sino all’anfrattuosità naturale nella roccia, illuminata da tante candele, dove dimora l’Arcangelo.

Disegno Achille Vianelli 1867 Santuario san Michele Arcangelo al Monte Gargano

Qui la sacra funzione procede al suono di “vivaci arie d’opera” eseguite da un organo asmatico; l’acqua sgocciola senza sosta, dalla volta rocciosa, sulle teste dei fedeli inginocchiati «che coprono il pavimento, con candele accese in mano, dondolandosi estatici, biascicando e salmodiando». Una scena irreale.

Douglas fa delle osservazioni sul tanfo, che rende la sacra grotta una serra umida e maleodorante: «E’ il bouquet di tredici secoli di pellegrini sporchi e sudati». E ancora: «Terribilis est locus iste, dice un’iscrizione l’ingresso del santuario. Verissimo. In posti del genere si capiscono le usanze, e forse l’origine, dell’incenso».

Lo inquieta il fanatismo religioso delle masse: «Date loro il nuovo Messia, e tutta la nostra arte e le nostre conoscenze faticosamente accumulate, tutto ciò che riconcilia l’uomo civile con l’esistenza terrena, viene buttato ai quattro venti!». La sua delusione diventa ancora più forte quando nota che,  proprio vicino all’altare, i preti vendono le “pietre di San Michele”. Il commercio è più che mai attivo.

Non gli piace affatto l’Arcangelo scolpito dal Sansovino: «Ogni traccia di divinità e di forza virile ne è stata spremuta. Così giovane e di bellezza tanto terrena, rassomiglia, piuttosto, a un bel ragazzetto che si è agghindato, per giuocare, con una spada e un elmo infantili – vien voglia quasi di divertircisi insieme. Questo non è un guerriero!».

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Anche il gran drago, chiamato Diavolo o Satana, ha subìto una trasformazione: «Si è rattrappito diventando un povero piccolo rettile, un vermiciattolo, che quasi non vale nemmeno la pena di schiacciare!».

Douglas, approfittando di uno spiraglio di sole, visita le rovine del “Castello dei Giganti”. Su una delle pietre è incisa la data 1491: una regina di Napoli (Giovanna) è stata  uccisa tra quelle mura ora crollanti. La costruzione è quasi un rudere privo di tetto e il suo portale è chiuso. Con stupore nota che è contrassegnato dal numero civico tre. E’ questo l’ultimo “spasso” del Governo italiano: numerare le abitazioni di tutto il Regno, e non solo le abitazioni occupate da esseri umani, ma mura, vecchie rovine, stalle e … chiese. Un deputato romano ha giustificato così questa “trovata”:  «Abbiamo gli impiegati e pertanto essi debbono pur trovare qualche cosa da fare!».

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castello Monte Sant'Angelo ai primi del Novecento

Tra dotte citazioni, riferimenti classici ed archeologici, Norman Douglas schizza infine un amaro profilo della società contadina garganica: «Che si può offrire a questi montanari? La loro è una vita di miseria avvilente e rivoltante. Non hanno giuochi o sport, non hanno corse di cavalli, club, mostre di bestiame, caccia alla volpe, politica, o una di quelle tante gioie che rendono diversa la vita dei nostri contadini. Non leggono giornali o libri, nulla! La loro esistenza è quasi animalesca. Per quattro mesi l’anno sono stivati in tane umide che non si possono definire stanze, dove un inglese riterrebbe disonorante tenere un cane. Per il resto del tempo si affannano, con il sudore della fronte, a strappare qualche spiga di grano dall’ingrato terreno calcareo. Le visite all’Arcangelo – quei picnic invernali e autunnali – sono la loro unica forma di divertimento!».

Un’affluenza che è diminuita dall’inizio del ‘900, quando i pellegrini erano trentamila all’anno. Un calo dovuto allo spopolamento provocato dall’emigrazione in America. Il  Gargano ha già perso metà della sua popolazione…

Teresa Maria Rauzino

 

 

NORMAN DOUGLAS ALLA SCOPERTA DI  LUCERA … SARACENA

Lo scrittore inglese pubblicò in “Old Calabria” il reportage di  un viaggio in Capitanata agli inizi del Novecento

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Innamorato del Sud Italia, il raffinato ed eccentrico scrittore inglese Norman Douglas (Tilquihillie 1868-Capri 1952), prima di fissare la sua dimora nell’isola di Capri, aveva percorso in lungo e largo quelle che erano state le regioni della Magna Grecia, dedicando loro alcuni libri famosi.

Old Calabria”, resoconto di  un viaggio di Douglas in Puglia, Basilicata e Calabria avvenuto tra il 1907 e il 1911, a giudizio di molti critici,  oltre ad essere un longseller, è il miglior libro che uno straniero abbia scritto sul nostro Sud.  Fu tradotto in molte lingue, dopo la prima pubblicazione del 1915 a cura della casa editrice londinese Secker.

Douglas sollecita i lettori a visitare al più presto i luoghi descritti, ormai a rischio di estinzione: «Chi abbia voglia di godere la bellezza di questi paesaggi selvosi, prima che scompaiano dalla faccia della terra, dovrà affrettarsi». Il suo interesse  è rivolto soprattutto al paesaggio, esotico e lussureggiante, e agli abitanti, connotati da un vitalismo che contrasta con la “patologica mestizia degli uomini del Nord Europa”. Nonostante le dotte citazioni e i riferimenti classici ed archeologici, nel testo sono frequenti le considerazioni sulle condizioni socio-economiche del Sud dei primi anni del Novecento.

A Norman Douglas riesce difficile sintetizzare le caratteristiche della città di Lucera (FG), prima tappa del suo viaggio nel profondo Sud: case basse, ma non indecorose; strade in ordine e pulite; luce elettrica e qualche mediocre alloggio per i viaggiatori; un’infinità di barbieri e di farmacisti. Nulla di notevole. Tuttavia un “genius loci” c’è: «Forse esso risiede in un certo sentimento di riservatezza, che qui non abbandona mai nessuno».

La “passeggiata”  preferita di Douglas è quella che porta sul lato della valle dove il solenne, vecchio Castello svevo si adagia su una collina di smeraldo. Esso «non ha un aspetto minaccioso; riposa solido, con un’aria di dominio tranquilla e sicura». Molto tempo prima che Federico II ne facesse il centro dei suoi domini meridionali, quell’altura doveva essere considerata la chiave delle Puglie. All’esterno di quelle mura turrite di oltre un chilometro e mezzo, che un tempo ospitarono fino a 600mila persone, c’è uno spazio pianeggiante.

lucera castello svevo

Poichè questo Castello è un «monumento nazionale», c’è un custode, ma è un vecchietto ignorante, che fornisce informazioni inattendibili con l’aria circospetta di chi stia vendendo segreti di Stato. Qualche reperto archeologico è conservato nel piccolo museo municipale: «Qui c’è anche una notevole collezione di monete, alcune selci preistoriche del Gargano, qualche curiosa statuetta bronzea primitiva e i busti mutilati di celebrità romane, scolpiti nel marmo o nel recalcitrante calcare locale».

Ma ad attirare l’attenzione di Douglas è il calco in gesso di una pietra tombale musulmana trovata nei pressi di Foggia. Il testo, in antitesi con i retorici epitaffi del Cristianesimo coevo, è ispirato da un senso di nobile accettazione della morte: «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole. Possa Dio mostrare bontà a Maometto e alla sua stirpe sostenendoli con i suoi favori! Questa è la tomba del capitano Jacchia Albosasso. Dio sia misericordioso con lui. È spirato verso il mezzodì di sabato nei cinque giorni del mese Moharram dell’anno 745 (5 aprile 1348). Così si mostri Allah misericordioso con colui che legge».

Non è proprio possibile trovarsi a Lucera senza pensare alla colonia di ventimila Saraceni, la scorta di Federico e di suo figlio, che dimorò qui per quasi ottant’anni e protesse Manfredi nell’ora del pericolo. E Douglas ricorda un aneddoto del 1252, tramandato dal cronista Spinelli, che dimostra l’infatuazione di Manfredi per questi “leali stranieri”.

Douglas si sente talmente pervaso dallo spirito di «Lucera dei Pagani» da sentirsi incline a far eco all’«Addio nume semitico!» del Carducci. Si rammarica che il ricordo dei Saraceni sia stato completamente spazzato via da queste terre. L’unica vestigia che ricordi quel glorioso passato è un giornale locale che costa poche lire, chiamato “Il Saraceno”, un « pagano» assai innocuo a giudicare dalla copia acquistata da Douglas «in un momento di avventatezza».

A Lucera si vedono tante chiese cupe, «tutte eguali nella loro architettonica elaborazione di misticismo e di ostinazione nell’errore». Douglas non dimentica «la turba strisciante che le ha innalzate, con la frusta sulla schiena, o quello strano genere di umanità , che da allora è cresciuto alla loro ombra». Egli preferisce tornare al sole e alle stelle, alla sua “passeggiata” intorno alle mura del Castello, anche se versa in uno stato di degrado: «L’interno è del tutto abbandonato, non vi è dubbio; hanno costruito metà della città di Lucera con le sue pietre, così come Federico le faceva estrarre dalla primitiva cittadella romana sottostante; ma quanto meno la desolazione è armonica. Non vi sono sentieri cintati di filo spinato tra le rovine, non vi sono chioschi di bibite e volgari ricostruzioni di ponti levatoi e regolamenti di polizia urbana a ogni angolo; non vi sono donne vistose intente a  scarabocchiare cartoline illustrate da spedire agli amici. Vi è solo pace».

lucera ai primi del novecento

Queste sono le delizie di Lucera: osservare dalle vecchie mura del Castello le ombre aggraziate delle nuvole che macchiano la pianura. Quanto a quelli che riescono a ricostruire le glorie scomparse di un luogo simile … beati loro! Douglas trova questo compito arduo. Tuttavia, riflettendo bene, Federico II non è una figura sfocata, si staglia maestoso, è stato un precursore dei tempi: «Come si capisce bene quella brama d’Oriente, oggidì; quanto erano moderni, lui e suo figlio, il “Sultano di Lucera”; e i loro amici e consiglieri che crearono questo giardino di cultura esotica! Era forse un ultimo sprazzo di quel mondo luminoso ormai tramontato, o una pallida striscia dell’alba in arrivo?».

Ora, tra quelle mura dove un tempo echeggiavano i canti dei menestrelli, le dolci risa delle donne  dell’harem, le dissertazioni dei dotti, artisti e filosofi, e il clamore delle armi, si scorge soltanto “un lago verde, un campo d’erba ondeggiante”. Non importa.  Basta ricordare l’atmosfera del tempo che fu. Come quando  il cognato di Federico, tornando dalla Terra Santa, si fermava alla corte lucerina – lo attesta il cronista medievale Matthew Paris – per ammirare «duas puellas Saracenicas formosas, quae in pavimenti planitie binis globis insisterent, volutisque globis huc illucque ferrentur canentes, cymbala manibus collidentes, corporaque secundum modulos motantes atque flectentes (due belle fanciulle saracene, che sul piano del selciato si reggevano in piedi su due sfere, cantando mentre facevano evoluzioni acrobatiche, battendo con le mani sui cembali, flettendo e muovendo i corpi a seconda del ritmo)».

«Ebbene, – sospira Norman Douglas – avrei voluto esserci anch’io!».

Teresa Maria Rauzino