DAY TRINH DINH: Kàlena dovrebbe essere la nostra squadra da tifare

 

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L’abbazia di Kàlena in alcuni scatti del pittore Day Thrin Din

 LETTERA APERTA AI MIEI AMICI PESCHICIANI
Veniamo da tanti anni tra di voi, abbiamo visto crescere tanti ragazzi che oggi hanno famiglia e figli. Malgrado tutto ogni volta che arrivo a Monte Pucci cerco sempre con emozione e gioia l’apparire di Peschici .
Ci sentiamo a casa nostra e questo lo dobbiamo soprattutto a voi, alla vostra naturale ospitalità. Amo questo paese, amo la sua natura, amo la sua gente. Capisco le sue qualità e i suoi difetti.
Come in tante città meridionali italiane Peschici si è sviluppata non come si poteva sperare, si è sviluppata come lo permetteva l’economia e la politica in questi ultimi decenni. Mancanza d’unione, mancanza di un sogno comune, il vivere e lasciare vivere, si può capire e comprendere che era forse difficile fare altrimenti. Oggi i muli e ciucci sono scomparsi. Tanti ragazzi sono andati nelle università di tutta Italia.
Si potrebbe, penso, sperare una maggiore forza comune per promuove il futuro di questo bellissimo paese. Sarà possibile unirsi e sognare insieme ?
Una cosa non riesco a spiegarmi completamente. È perché il più antico edificio di Peschici, l’Abbazia di Kàlena, se ne va piano piano a pezzi. Eppure rappresenta le vostre radici , la vostra storia, è come il patriarca della grande famiglia peschiciana.
Credo che bisognerebbe mettere in priorità l’assoluto necessita di fermarne il degrado, cercando di dimenticare con saggezza i contrasti ed gli errori del recente passato.
Il turismo non è solo di mare, esiste anche un turismo culturale, Kàlena salvata e ristrutturata darà al paese una completezza, una evidente storia.
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Non posso immaginare che potete desiderare di vederla completamente a terra. Il FAI, fondo ambiente italiano, organizza ogni due anni il censimento dei Luoghi del cuore, al fine di destinare dei fondi alla salvezza di monumenti storici. Li hanno già ottenuti in tanti in Italia durante gli anni passati. L’abbazia di Peschici è stata da un po’ di settimane di nuovo inserita nei luoghi di cuore da finanziare per un suo restauro. In questo stesso momento, i voti in suo favore sono solo 246… che dire …vi sembra normale ?
Peschici ha una popolazione di più di 4 000 abitanti, 246 voti sono ben poco e siamo in 29ma posizione dietro a tanti altri siti pugliesi. Hanno ottenute buonissime posizione diversi siti del Salento. I cugini concorrenti non hanno certi voti di raccomandazione.
Cosa pensare ?
Il Gargano non desidera salvare Kàlena ?
Per quale ragione?
Se votassero tutti quelli che hanno un computer a Peschici dovremmo essere nei primi 20 ed accedere a sostanziosi contributi .
Kàlena dovrebbe essere la nostra squadra da tifare. Invece passano gli anni e non cambia un granchè.
Amici di Peschici, ci vuole forse un clic d’orgoglio, fatelo per la vostra Kàlena. Non può morire di stenti così.
Votate e fate vedere al resto della Puglia la vostra unità, il vostro carattere, la vostra forza. Per votare:  Andate su questo sito http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248 , dovete registrarvi oppure entrare direttamente con il login di facebook. E poi potete votare per Kàlena.
Day Gilles Trinh Dinh
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Kàlena, l’abbazia prigioniera, luogo del cuore del FAI

 A un mese dal censimento dei Luoghi del cuore indetto dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), l’abbazia di Peschici  si attesta al 35° posto della classifica nazionale 

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Kalena in alcuni scatti del pittore Day Thrin Din
Un “luogo del cuore”, caro agli abitanti del Gargano, é Santa Maria di Kàlena, un’abbazia fra le più antiche d’Italia (872 d.C), sita in agro di Peschici (Foggia).
E’ dal lontano 1997 che le speranze di salvarla si sono alternate spesso alla delusione per la mancata risoluzione del caso.
In tutti questi anni abbiamo indicato in tutte le sedi istituzionali possibili, oltre che in vari convegni, la valenza di questo prezioso monumento, con innumerevoli articoli sul web e su vari giornali nazionali e regionali.
Kalena è un monumento segnalato, dall’inizio del Novecento, da storici dell’arte importanti come Emile Bertaux.
Un monumento regolarmente inserito dal Ministero dei Beni culturali nell’elenco dei “luoghi d’interesse” fin dal 1917, riconosciuto come monumento nazionale negli anni Cinquanta, ma, nota dolente, lasciato impunemente “franare” sotto il vento e sotto la pioggia.
Anni di indifferenza e noncuranza, non soltanto da parte di chi detiene il “possesso” di questi immobili, ma anche da parte della Sovrintendenza che è tenuta a vigilare alla loro tutela. Una sorte che accomuna l’abbazia di Kàlena, in agro di Peschici, a tanti monumenti “sgarrupati” del Mezzogiorno.
Minimali gli interventi finora messi in atto, nonostante decreti ed ingiunzioni sostanzialmente disattesi.
Eppure Kàlena è un luogo-simbolo importante. Non soltanto per l’identità di Peschici e del Gargano, ma del Sud Italia. Nel momento di punta del suo splendore, Kàlena ebbe privilegi da papi ed imperatori. Ebbe potere su estesi territori che giungevano fino a Molfetta, Campomarino e Canne; numerose chiese sparse in tutto il Gargano, un monastero potente come la Santissima Trinità di Monte Sacro (a Mattinata), il Lago di Varano e i “castra” fortificati di Peschici, Imbuti e Monte Negro.
Oggi è ancora visibile il glorioso stemma dei Canonici Lateranensi sul portale murato esterno ormai quasi sepolto dai detriti alluvionali che hanno deformato il fondo della piana assolata e calcificata, interrando metà del muro di cinta dell’abbazia.
La chiesa antica è divisa in due fatiscenti garage-magazzini, quella “nuova”, costruita dagli architetti che tornavano in Francia dalla lontana Terrasanta, è scoperchiata dal lontano 1943. Ci piove dentro da 73 anni, ormai.
Le leggi di tutela sono sempre esistite fin dal periodo borbonico. Lo “spirito” dell’attuale Codice del paesaggio e dei beni culturali preserva, ancora di più, il naturale diritto del monumento Kàlena ad esistere. “Nonostante” la proprietà, riconosce i diritti di una comunità, come quella di Peschici, espropriata di un suo diritto “naturale”: la fruizione del suo bene culturale e religioso più importante.
Un grido muto, quello della comunità di Peschici, rimasto per lungo tempo in gola, inascoltato da chi era tenuto a percepirlo.
Ora qualcosa è cambiato. Il grido è uscito fuori con forza, è volato alto, è stato ascoltato dalle Istituzioni religiose, comunali, provinciali, regionali e nazionali, oltre che da turisti, semplici cittadini, storici dell’arte e nostalgici amanti del patrimonio vilipeso del Gargano, che hanno costantemente testimoniato la loro volontà, gridando: “Salviamo Kàlena!” con migliaia di e-mail e firme che hanno supportato varie petizioni popolari .
Oggi non siamo più soltanto noi, insieme all’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio ed ai tanti cittadini che vogliono salvare l’abbazia, gli utopici “visionari” che sognano Kàlena restituita alla sua bellezza…
Pretendiamo che il sogno diventi realtà… che finisca l’agonia di pietra che dura da troppi lunghi anni.
E’ giunta l’ora di liberare l’abbazia prigioniera!
Teresa Maria Rauzino 

 presidente Centro Studi Giuseppe Martella di Peschici (FG)

APPELLO
Siamo al 42° posto nella graduatoria nazionale del censimento “LUOGHI DEL CUORE” indetto dal FAI. Chiediamo di votare l’abbazia di Kalena a questo link:
http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248

L’ira della primavera e il mancato risveglio degli uomini (articolo Francesco A. P. Saggese)

I fatti di Orlando sono l’ennesima tragedia a cui abbiamo dovuto assistere. Una tragedia nella tragedia per i motivi in essa implicati

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È come se questa primavera avesse voluto dire a tutti: ecco ci sono e sono così. Variabile, un giorno diverso dall’altro, senza ordine preciso.

Cielo grigio topo fino a due secondi fa: ora caldo al sole. È come dire: sì, stabilite tutte le vostre regole ma alla fine decido io, solo io, e non me ne frega niente dei vostri lamenti. Finché ci sono decido io. Oh sì, sono tutta colorata di fiori, di profumi, di api che svolazzano, ma sono sempre io che decido quanti fiori colorare, quanti profumi far sentire e quanti api far svolazzare.

Voi potete solo peggiorare le cose, come già avete fatto, perché magari vi inventate un triste sipario tra le nuvole e colorate d’azzurro il cielo che avete inquinato con il finto vapore acqueo delle vostre fabbriche.

Fatemi riprendere un po’ di quello che mi avete tolto. Lasciatemi in santa pace. Vivete in pace. Tornate più umani anche con me. Accettatemi così come sono. Siate rispettosi.

Un tempo le persone mi guardavano in cielo e mi capivano. Adesso non vi parlate neppure più tra voi e vi mandate solo quelle stupide faccine sul telefono. Siete diventati muti. Volete tutto e subito. Avete perso il sapore della lentezza del tempo. Non sapete più scrivere una lettera con carta e penna.

Riuscite a odiarvi. Lo fate bene, fino in fondo, armandovi fino ai denti. Avete intriso le strade di sangue innocente. E avete dimenticato cosa posso fare io a un ciliegio.

Se sono ancora qui è solo perché ci sono i bambini che mi disegnano ancora con i pastelli e corrono dalle loro mamme a fargli vedere come sono.

Se sono ancora qui e solo perché vorrei che la luce diafana della mia luna potesse illuminare le vostre menti sciagurate, e che la forza del vento vi potesse scuotere così tanto da farvi dimenticare cosa siete diventati.

Lasciatemi vivere i miei ultimi giorni, devo finire di risvegliare quest’angolo di universo e – se magari ci riesco – tutti voi.

Non chiedo altro.

Francesco A. P. Saggese

 

 

Ciaobanana, la storia di Giulia

Da leggere sotto l’ombrellone “Ciaobanana”, un appassionante romanzo di Giuliano Iovane

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Ho letto tutto di un fiato questa storia singolare, ambientata nel mondo rom.

La protagonista vive sulla propria pelle il contrasto tra due diverse mentalità, avendole vissute intensamente sulla propria pelle. Interessante l’analisi del “marcamento” del territorio da parte di Zveza (Giulia) intorno al semaforo di corso Sempione e il leit motiv “ciaobanana” , che rappresenterà per la protagonista un “varco” di speranza e di gioia per alleviare i momenti più drammatici della sua vita di bimba rom, ma anche di adulta gagè. L’altro varco è rappresentato dagli artistici cartelloni che presentava ai conducenti dei veicoli fermi al semaforo rosso, quando chiedeva l’elemosina … e che da adulta regalerà alle bimbe rom ferme ai crocevia della città. Un varco che si trasformerà in una prova che rischierà di schiacciarla…

Il mondo rom è un mondo a parte, solo chi vi si immerge senza pregiudizi può entrarci e capire quelle manifestazioni che all’esterno sembrano frutto di una mentalità obsoleta e primitiva …

L’Autore ha creato un personaggio come Giulia, che pur colpita da quelle che potrebbero sembrare negatività del mondo rom, non riesce a dimenticare quel mondo, non riesce a staccarsi da quel cerchio di fuoco, intorno al quale ognuno può esprimere liberamente il proprio pensiero raccontando la sua storia, ascoltata da tutti con attenzione e partecipazione. Un retaggio presente anche nel mondo contadino del nostro territorio, dove la fanoia e i falò erano ( e sono rimasti ) momenti socializzanti alla vigilia delle feste rituali, costituendone l’essenza.

Teresa Maria Rauzino

 

Il volume è in vendita on line su Amazon

 

SAN MICHELE ARCANGELO DI PEGAZZANO DI LA SPEZIA E’ AL 4° POSTO FRA I “LUOGHI DEL CUORE” DEL FAI

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La facciata rosea e l’antico campanile, più alto rispetto ai vecchi tetti di Pegazzano, compaiono all’improvviso tra le case del borgo vecchio, testimoniando quanto gli abitanti della zona avessero sempre desiderato avere vicino la casa del Signore” si legge nella scheda dei Luoghi del cuore dedicata alla Chiesa di San Michele Arcangelo di Pegazzano, a La Spezia …  Le prime testimonianze storiche attestano che la Chiesa fu edificata nel 1348 (su un probabile edificio preesistente) e dedicata al principe delle Celesti Milizie il 20 febbraio 1349. Nella lunetta del portale d’ingresso, di forma ogivale, si trovano ancora tracce di un affresco raffigurante San Michele Arcangelo.

Nel Quattrocento, la zona fu abbandonata per una grave epidemia e tornò ad essere abitata soltanto nella seconda metà del Cinquecento. Nel corso del Seicento, un definitivo rimaneggiamento della struttura (innalzamento dell’aula e costruzione del presbiterio) portò la chiesa micaelica all’aspetto architettonico attuale, anche se gli interventi decorativi furono completati successivamente. Nel 1929 fu eseguita l’ultima decorazione pittorica di cui oggi si può ancora intravedere la bellezza anche se, purtroppo, fortemente deteriorata. Sopra l’altare, si staglia l’immagine di san Michele, raffigurato nella volta dell’abside nell’atto di vincere il diavolo, e tutte le schiere angeliche, rappresentate con i loro nomi e simboli tra le finestre superiori. Intorno all’unica navata, si legge l’inizio della nota preghiera: “Sancte Michaël Archangele, defende nos in proelio” (Arcangelo san Michele, difendici in questa battaglia!). Tutt’intorno al presbiterio, il canto degli angeli “Sanctus, sanctus, sanctus Dominus Deus Sabaoth”.

Sulle pareti del presbiterio, i quattro Evangelisti ed i santi Pietro e Paolo ricordano la solidità della fede, basata sul Vangelo di Cristo e tramandata dalla Chiesa. L’edificio, sito nell’antico quartiere di Pegazzano, gravemente danneggiato durante la II Guerra Mondiale, fu utilizzato come magazzino per gli aiuti del dopoguerra, e successivi usi impropri lo snaturarono pesantemente.

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Un comitato, coordinato dal pugliese Gino de Luca, da anni si batte affinché questa antica Chiesa, dedicata a San Michele Arcangelo, ritorni agli antichi splendori. Il recupero ha l’intento di restituirla agli abitanti, ridandole la dignità e l’identità perduta. Il Comitato, che sta raccogliendo le segnalazioni per “I luoghi del cuore del FAI”, si pone come obiettivo la riapertura del bene per la fruizione pubblica, per celebrazioni religiose, ma anche per eventi culturali adeguati alle caratteristiche del luogo, per valorizzarne, oltre che la sua importanza storico-religiosa, la valenza turistica.

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Alcune azioni sono state già intraprese o di prossimo avvio, come il restauro delle pareti absidali e del cornicione interno, dell’apparato decorativo delle pareti e della volta dell’abside, degli altari laterali, delle pareti dell’aula e degli archi reggenti il soffitto, oltre alla risistemazione del pavimento antico della zona presbiterale e al completamento dell’impianto elettrico e di amplificazione.

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E’ auspicabile il recupero di questo piccolo tesoro storico architettonico, per dare un segnale forte sull’importanza della bellezza e della cultura. E’ raro trovare nella città spezzina un edificio con testimonianze architettoniche ed artistiche così rilevanti, e risalenti ad epoche diverse, dal Trecento fino al Novecento.

Urge un recupero definitivo, per far tornare ad essere, all’interno dell’antico quartiere di Pegazzano, la Chiesa di San Michele Arcangelo  un punto significativo di riferimento della popolazione e dei cittadini del mondo che visitano La Spezia.

Teresa Maria Rauzino

CONTINUIAMO A VOTARE QUI : SAN MICHELE ARCANGELO DI PEGAZZANO 

http://iluoghidelcuore.it/luoghi/la-spezia/chiesa-di-san-michele-arcangelo-di-pegazzano/11395

 

“Raccontar … scrivendo” 2016: vincono due studenti del “Mauro del Giudice” di Rodi

Nel Concorso Letterario Nazionale di Narrativa “Raccontar…. Scrivendo” 2016 sesta edizione, nella Sezione C rivolta agli studenti della scuola secondaria di 2° grado, si piazzano al Primo e Quarto Posto gli studenti Nicola Canestrale e Marlene di Bari dell’Istituto  superiore statale “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico (FG)  

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Nicola Canestrale e Marlène Di Bari, alunni della classe IV CAT dell’Istituto Superiore “Mauro Del Giudice” di Rodi Garganico (FG) , si sono piazzati rispettivamente al primo e al quarto posto della sezione C (riservata alle scuole superiori, del Concorso letterario nazionale “Raccontar … scrivendo”, sesta edizione.

” Raccontar. . . Scrivendo ” promosso dall’associazione culturale “La Casetta degli Artisti – Recanati” con il patrocinio della Regione Marche, Provincia di Macerata e Comune di Recanati, è un’iniziativa nata dalla volontà di aprire un dialogo tra Giacomo Leopardi e i ragazzi di oggi, per dimostrare che la cultura non è oscurata dalla frenesia e dalle nuove tecnologie anzi, ha ancora un grande valore, gli scrittori esistono e hanno molto da trasmettere sia su carta che attraverso i nuovi media. Quest’anno sono state proposte alcune tematiche tratte dallo “Zibaldone”. Partendo da un pensiero del Poeta recanatese, si rivolgeva l’invito a tutti i ragazzi a scrivere riflessioni in merito.

Per i premiati presenti alla manifestazione finale, che si è tenuta a Recanati il 21 maggio 2016, era prevista anche la visita guidata gratuita a Casa Leopardi ed ai luoghi storici leopardiani.

La location dove è avvenuta la premiazione, alla quale hanno partecipato Nicola Canestrale e Marlène Di Bari  insieme agli studenti di tutta Italia, è stato il Teatro Persiani di Recanati, a 50 m da Piazza Leopardi.

Complimenti ai due vincitori!

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Il tema svolto dai nostri studenti per la sezione C riservata alle scuole superiori era il seguente:

“…derrate che ci vengono da lontanissime parti, mediante le stesse o simili miserie, schiavitù come il zucchero, caffé e si hanno per necessarie alla perfezione della società”. (Zibaldone \ 16 Giugno 1821).

Leopardi notava che alcuni alimenti considerati indispensabili sulle tavole erano prodotti da popolazioni che vivevano in miseria. Anche oggi fame, povertà e sfruttamento offendono le coscienze. La Carta di Milano ha formalizzato l’impegno collettivo per la risoluzione di questi problemi. Quali proposte avresti formulato, modificato o aggiunto a questo documento?”.

 

PUBBLICHIAMO GLI ELABORATI DI NICOLA CANESTRALE (I° PREMIO) E MARLENE DI BARI (IV PREMIO)

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“BASTA EGOISMI, ABBIAMO UN MONDO DA SALVAGUARDARE!”

In un caldo fine luglio sono andato con la mia famiglia a Milano, per visitare l’Expo. Il tema di questa Esposizione Universale  era “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”, pertanto i padiglioni dedicati alle varie nazioni espositrici proponevano il meglio delle rispettive tecnologie per fornire una risposta concreta  ad un’esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano e sufficiente per l’intera umanità, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri. Molti padiglioni erano provvisti di punti di ristoro dove ho avuto l’opportunità di assaggiare alcuni piatti tipici.

Il simbolo dell’Expo era “ l’Albero della vita” alto almeno 40 metri dove la sera, ad orari prestabiliti, si svolgevano spettacoli di luci,musica e giochi d’acqua. Tutti i padiglioni presentavano le loro piante tipiche attraverso suggestivi filmati e foto che mi fecero render conto di come avvenivano le coltivazioni  e come, dopo vari processi, si arrivava al prodotto finito. Tra i vari padiglioni che ho visitato, due mi sono piaciuti in modo particolare: il padiglione  Zero e quello della Svizzera. Il primo faceva entrare nello spirito dell’evento: all’interno si presentava come un’enorme biblioteca in legno dove numerosi cassetti simboleggiavano le memorie dell’umanità sull’alimentazione. Vi era poi una parete con tutti i principali semi del mondo. Nel secondo, i visitatori potevano prendere gratuitamente da quattro torri  prodotti in quantità illimitata: mele a rondelle, sale, caffè e acqua ma, se ne avessero prelevato troppo, non sarebbe restato più nulla per chi fosse venuto dopo. Questo è stato il messaggio più diretto ed educativo che ho potuto percepire all’Expo.

Tra gli altri, ho visitato anche il padiglione della Santa Sede, dove tante immagini e brevi film presentavano i volti e i luoghi dove si soffre per  la fame, la sete o a causa di conflitti. All’uscita ho acquistato un libretto noto come l’Enciclica “Laudato si” scritto da Papa Francesco, che tratta della preservazione dell’ambiente e dei vari segnali che esso ci dà affinché  in noi tutti avvenga un doveroso cambiamento di rotta

In occasione dell’Expo c’è stato un confronto sulla sfida alimentare globale. Per mesi, molto prima che si aprissero i cancelli di questa Esposizione Universale, si sono riuniti numerosi  esperti che hanno posto le basi per la stesura della “Carta di Milano”. Questo documento  raccoglie responsabilità ed impegni rivolgendosi a cittadini, governi, istituzioni, associazioni ed imprese. Tale  carta, visionabile e firmabile all’interno del Padiglione Italia, poteva altresì essere letta e firmata on line da casa.

Io condivido tutto ciò che è stato scritto nella Carta e non sono certo all’altezza di fare proposte innovative. Visitando l’Expo, ci si rende conto di quante “cose” offra il nostro Pianeta e a prima vista sembrerebbe che ce ne sia per tutti. Questa Carta presenta tanti buoni propositi che sono però rivolti a noi considerati “fortunati” perché abbiamo già tutto, anche il superfluo. Nonostante il progresso delle scienze e delle tecnologie, la Fame colpisce ancora milioni di persone in Africa, Asia e in Sud America e moltissimi sono i bambini denutriti. Da noi c’è il problema contrario. I nostri bambini sono in sovrappeso o obesi e ciò è dovuto a tanto cibo e bevande “spazzatura”  tanto gradevoli al palato quanto dannosissimi per la salute. Ma si sa che tali prodotti  sono l’emblema di potenti multinazionali che, forse, dovrebbero apportare consistenti cambiamenti alle rispettive politiche, ma non lo fanno perché andrebbe a intaccare i loro profitti.

Nelle nostre case si spreca molto cibo e non  si ha l’educazione di saperlo conservare per farne un uso successivo e spesso lo si butta nel cestino della spazzatura.

Noi, abitanti dei paesi occidentali,  viviamo lussuosamente in pace ma ancora in troppe nazioni ci sono guerre tribali, governi corrotti e corse agli armamenti che indeboliscono strutture sociali già deboli. In questi Paesi, dove si coltivano prodotti che poi arrivano sulle nostre tavole, l’agricoltura è ancora a livello medievale e quindi il reddito della popolazione è bassissimo. Spesso le potenti multinazionali acquistano a prezzi stracciatissimi  le loro materie prime. Il tema della crescita demografica porta inevitabilmente alla questione delle risorse ambientali che prima o poi si esauriranno a causa dello sfruttamento sconsiderato dell’ambiente, ma anche per eventi climatici sempre più disastrosi e frequenti, con conseguenti danni al paesaggio. I mutamenti climatici sono sempre esistiti in natura, ma in questi ultimi anni l’umanità, con la sua sete di continuo benessere, ha cercato di modellare il Pianeta a proprio uso e consumo. Come affermava già il Leopardi: “ L’uomo è sciocco e superbo ed è destinato a soffrire perché non capisce la grandezza della Natura.” Le deforestazioni selvagge e la maggior produzione di gas inquinanti hanno causato un aumento globale della temperatura che, tra le varie conseguenze, porterà alla desertificazione di zone oggi coltivabili. Far maggior uso delle “energie rinnovabili”, fonti pulite e quasi illimitate, regalerebbe un mondo migliore e più produttivo alle generazioni future.

Il nostro è un mondo pieno di contraddizioni: da una parte il cibo si spreca e dall’altra non ce n’è o si fa molta fatica per procurarselo.

Per promuovere lo sviluppo nei Paesi dove ancora non c’è, bisognerebbe incrementare l’agricoltura, migliorare le infrastrutture, diffondendo l’istruzione, l’uguaglianza sociale e facendo rispettare i diritti civili.

Con maggiore consapevolezza, queste  popolazioni potrebbero difendersi meglio da governi prepotenti e dalla speculazione di grandi industrie, stabilizzando così i prezzi delle loro materie prime.

Anche qui in Italia avvengono ancora oggi speculazioni vergognose. A volte grandi quantità di prodotti, essendo in esubero, vengono distrutte per far incrementare il costo sul mercato, mentre potrebbero essere donati alle varie associazioni caritatevoli che saprebbero farne buon uso.

Mio padre, piccolo agricoltore, si è sempre lamentato per l’esiguo prezzo dell’olio che viene prodotto qui nel Gargano che, nonostante sia di ottima qualità, non ha commercio e procura ricavati  minimi che non coprono le spese di produzione. Si preferisce invece importare olio da Paesi lontani, di qualità e costo inferiore, dove quest’ultimo è prevalentemente imputabile allo sfruttamento della mano d’opera. Stesso discorso vale anche per la vendita degli agrumi locali che vengono scavalcati da prodotti provenienti dal sud America a costi molto concorrenziali.

A causa di questo contorto meccanismo, per poter commercializzare i nostri prodotti, ci si avvale, anche se molto scorrettamente, della mano d’opera di extracomunitari mal retribuiti, per poter rimanere nei costi del mercato. Affinché le campagne non vengano abbandonate, perché non più redditizie, spero che la politica nazionale ed europea ponga fine a questo ingranaggio vessatorio che per il momento sembra quasi irreversibile.

Questo sfruttamento esisteva anche nel passato. Già nel lontano 1821, Giaocomo Leopardi rifletteva sulla contraddizione della vita dell’uomo e su come fosse difficile mantenere l’uguaglianza nel mondo. Nello “Zibaldone”, il grande poeta di Recanati (e non solo) parla di particolari derrate alimentari provenienti da Paesi lontanissimi della Terra, che rendevano più gustosi i cibi di una società già agiata; questi alimenti: caffè, zucchero ecc.,  erano frutto del lavoro degli schiavi delle piantagioni dell’America centro-meridionale.  Leopardi si chiedeva se la schiavitù tutto ciò fosse un gioco cinico predisposto dalla Natura che non vuole mai l’uomo felice o fosse una contraddizione prettamente umana, ingiustificabile:

“Ditemi quindi 1. se è credibile che la natura abbia posta da principio la perfezione e felicità degli uomini a questo prezzo, cioè al prezzo dell’infelicità regolare di una metà degli uomini. (e dico una metà, considerando non solo questo, ma anche gli altri rami della pretesa perfezione sociale, che costano il medesimo prezzo.) Ditemi 2. se queste miserie de’ nostri simili sono consentanee a quella medesima civiltà, alla quale servono. È noto come la schiavitù sia [1173] difesa da molti e molti politici ec. e conservata poi nel fatto anche contro le teorie, come necessaria al comodo, alla perfezione, al bene, alla civiltà della società”.

Giacomo Leopardi insiste sul principio di eguaglianza, e su come il progresso sia assolutamente inumano quando si fonda, anche ai fini dell’incivilimento, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Voglio citare un altro significativo passo dello Zibaldone sulla moneta; sembra profetico, nella sua lucida visione:

“Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e discendete fino all’ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d’ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità”.

Anche il Papa esorta sempre i governi affinché si faccia il possibile per liberare l’umanità dalle secolari catene della discriminazione e della disuguaglianza. Nel recente viaggio in Messico, rivolgendosi agli indigeni Chiapas  ha chiesto loro “perdono” per le spoliazioni subite da parte degli europei:  “Molte volte, in modo sistematico e strutturale, i vostri popoli sono stati incompresi ed esclusi dalla società. Gli indios sono stati considerati inferiori nei loro valori, nella loro cultura e nelle loro tradizioni – ha continuato Papa Francesco –  Altri, ammaliati dal potere, dal denaro e dalle leggi del mercato, li hanno spogliati delle loro terre o hanno realizzato opere che le inquinavano. Che tristezza! Quanto farebbe bene a tutti noi fare un esame di coscienza e imparare a dire: perdono!”. Invece questo popolo ha molto da insegnare, in tema di sviluppo sostenibile e di corretto uso delle risorse alimentari: “Il mondo di oggi, spogliato dalla cultura dello scarto, ha bisogno di voi!”.

Chissà se le parole di Papa Francesco e quelle scritte nella Carta di Milano potranno un giorno invertire la rotta. Chissà se sapremo adattarci ai vari cambiamenti, vivendo in armonia con la Natura.

Il mondo di Leopardi ed il nostro non sono molto diversi; il rapporto tra uomo e Natura è attualissimo. Per il poeta di Recanati la Natura è la personificazione delle forze e dei fenomeni in eterna contrapposizione all’uomo. Essa mette sempre in difficoltà quest’ultimo causandogli sofferenza ma, essendo in un primo momento benevola, dona al genere umano l’immaginazione che lo fa evadere dall’infelicità.  Quando la Natura diventerà matrigna sarà una forza suprema incurante dell’uomo…

Per me, la Natura all’inizio è stata una madre benevola e generosa che tutto ci ha dato, ma la nostra continua ricerca del piacere ha portato non solo alla nostra infelicità e a tante ingiustizie sociali, ma anche alla distruzione di tanti doni naturali.

Anche Leopardi, più che mai moderno, sentenziava che la società attuale era diventata egoista ed è ciò che purtroppo ora accade. Come affermava il poeta, l’umanità deve far prevalere la propria  dignità che è, insieme alla solidarietà, una forza immensa dell’uomo. Ognuno di noi, quindi,  dovrà prima di tutto liberarsi dai propri egoismi; dopodiché, sussiste l’imperativo categorico di capire che abbiamo un mondo da salvaguardare. Altrimenti saremo perduti … Tutti!

Nicola Canestrale 

                   

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GLOBALIZZAZIONE E SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE? NO, GRAZIE!

Nel lungo corso della vita, l’uomo ha imparato a conoscere i luoghi in cui viviamo, ha fatto scoperte straordinarie, è arrivato fin sopra la luna, ha scoperto cure contro malattie che non ci permettevano di vivere a lungo, ha corretto la sua grammatica, si è incivilito, ha dato  un input all’integrazione con altri popoli, ma ancora oggi non ha imparato a rispettare l’ambiente, ancora oggi ci sono disuguaglianze tra le varie etnie, ancora oggi la fame e la povertà abbondano fra i popoli meno fortunati di noi, ancora oggi molti bambini vengono costretti a stringere in mano delle armi, molto spesso più grandi di loro, e a combattere guerre.

Riflettiamo gente, dove abbiamo sbagliato?

Il nostro pianeta, abitato da essere umani, ci offre dei meravigliosi paesaggi dove vivere, una varietà di piante e animali da dove è possibile ricavare cibo sano che arriva direttamente sulle nostre tavole, una quantità immensa d’acqua, insomma, tutto l’occorrente per vivere una vita privilegiata. Ma l’uomo con il tempo ha abusato di queste ricchezze, lo sfruttamento della gente nei campi, lo spreco dell’acqua, l’inquinamento che cresce giorno dopo giorno, sviluppando malattie come tumori, alterando il riscaldamento globale, il ciclo delle stagioni, che ormai non esistono più…

Ma l’uomo è consapevole di tutto questo? Sa a cosa va incontro? Bisogna far arrivare questo messaggio forte e chiaro a tutti.

Lo sfruttamento dell’uomo nei campi è ormai una storia che si ripete da secoli, molto spesso arrivano alimenti sulle nostre tavole, essenziali, ma ci siamo mai chiesti da dove provengano? Abbiamo mai pensato al lungo cammino che hanno fatto per arrivare fino a noi? A questo pensò Leopardi che il 16 giugno del 1821, nello “Zibaldone”, scrisse le proprie riflessioni a proposito delle ingiustizie sociali ai danni delle popolazioni povere che arricchivano, con i loro prodotti pregiati, pagati lacrime e sangue, la dieta dei ricchi.

Certamente Leopardi aveva letto attentamente Parini e fece sua la polemica espressa ne “Il giorno”  contro il vezzo della nobiltà milanese di assaporare bevande esotiche e cibi deliziosi provenienti dal nuovo mondo, costati molto cari in termini di sacrificio di risorse umane. Il precettore-poeta condanna l’economia imprenditoriale che, per offrire nuovi generi di lusso,  crea gravissime ingiustizie sociali (le mille navi del colonialismo, v. 142), provocando violenze contro la libertà e la vita dei popoli (le atrocità commesse dai conquistadores Pizarro e Cortés, vv. 150-155). Il “giovin signore” quando si sveglia nella tarda mattinata (con la massima attenzione i servi scostano le tende per non fare entrare troppa luce, e lui sbadiglia deliziosamente) viene  sollecitato da un “damigello” a scegliere per colazione il caffè o la cioccolata: e certo “fu dritto” – commenta ironicamente Parini – che i conquistadores massacrassero gli indigeni dell’America Latina con le armi da fuoco “poiché nuove così venner delizie, / o gemma degli eroi, al tuo palato”.

Leopardi, il poeta del pessimismo, recentemente è stato riscoperto come un raffinato gourmet, amante della natura. Probabilmente Giacomo si consolava con il cibo, forse l’unico amico consolatore; era un buongustaio di pesce, pasta e soprattutto dolci; amava i profumi e i sapori del cibo, che preferiva mangiare in solitudine. Giacomo odiava solo la minestra che gli preparava la mamma Adelaide, infatti a soli 11 anni dichiarò tutto il suo odio verso questo cibo, anche se poi in futuro la  riassaggerà a Napoli quando, prima di morire, gli verrà servita da Paolina Ranieri.

Leopardi gustava il cibo, lo esaminava, lo consigliava e lo usava come metafora di denuncia sociale e politica dei suoi tempi. Innamorandosi delle specialità tipiche di Napoli, si fece dettare 49  specialità di cibo dal cuoco Monsù Ingarra, raccontandoci un suo vivo desiderio: gustare specialità preparate da mani esperte. Ma Giacomo era anche un esperto conoscitore di vini, soprattutto di quello marchigiano, infatti nello Zibaldone gli dedica alcuni versi, citandolo come il più sicuro consolatore della sua tristezza.

Il pensiero di Parini, come quello di Leopardi, dovrebbe farci riflettere, perché su una buona tavola di certo non possono mancare lo zucchero, il caffè, il vino, la cioccolata e tanti altri cibi indispensabili … Ma attorno a una buona tavola, dovrebbero esserci tutti i vari popoli, per assaporare le specialità di ogni località, e dimenticarsi della guerra, della fame nel mondo e delle ingiustizie della vita.

Purtroppo la realtà è ben diversa, molti abitanti della Terra non possono sedersi al tavolo con il resto delle popolazioni, e questo perché? Le loro terre, così ricche di cibo, sono povere economicamente. E così, mentre noi assaporiamo un buon caffè, loro sacrificano la vita nei campi, quegli stessi campi di loro proprietà, da dove probabilmente verranno sfrattati dalle multinazionali per costruire opere che inquineranno sempre più la nostra Terra, dagli stessi che sono cresciuti nel benessere e che non conoscono i valori, quei valori che ogni giorno ci vengono insegnati da coloro che vivono in queste aree…  ma noi non riusciamo a percepirli.

Vedere una bambina che, nonostante non abbia niente, sorride, ci fa capire l’importanza delle piccole cose, l’importanza di questa piccola gente che poi in fondo piccola non è, l’importanza della natura che forse noi non conosciamo più, ma soprattutto l’importanza della vita. Tutta questa gente che continua a dire la vita fa schifo, magari poi non le è mai mancato niente, magari poi non ha mai fatto dei sacrifici per ottenere qualcosa, magari non ha visto persone combattere la fame, o magari non è mai stato svegliata da una bomba… Vergogniamoci di tutto questo, perché se questo deve essere attribuito all’espressione “Il mondo è bello perché è vario”  allora io non ci sto, perché il mondo deve essere variegato di colori, profumi, e non di altro …

Se vogliamo superare il problema della fame, povertà e sfruttamento allora dobbiamo partire dalle basi. Biodiversità, quanti di noi conoscono il significato di questo termine? Appare come una parola complessa, di cui nessuno si interessa, ma indirettamente  ci riguarda tutti, perché senza di essa non c’è vita, la terra sta affrontando la sesta estinzione di massa, dopo quella dei dinosauri, ma questa volta ad aggravare il problema è l’uomo, riducendo l’ossigeno, cementificando gli spazi, emarginando i pochi contadini, allevatori, pescatori rimasti.

Oggi a causa della globalizzazione, il sistema tende a farci tutti uguali, in modo da dimenticare i sapori, prendiamo in esempio il McDonald’s, un panino che mangi in un Mc di Roma ha lo stesso identico sapore di un panino del Mc di Barcellona. Dov’è la qualità del prodotto?  L’obiettivo non è salvare la foca monaca, l’orso o il panda, ma salvare anche elementi essenziali, perché il cibo, gli animali, sono anche colori, profumi, poesie, tradizioni che espandendosi si mischiano con altri colori profumi, poesie, tradizioni, per una crescita culturale sempre più avanzata. Assaporare siffatto cibo è cogliere l’occasione di rallentare, di riflettere, di affacciarsi sul mondo e accettare la diversità. Tutti possiamo fare qualcosa, sfruttando il nostro territorio, in modo facoltativo ovviamente, allo scopo di salvare quel che resta, perché il pianeta vive se vive la biodiversità. In Expo troviamo il parco della biodiversità, dove si estendono cinque aree dei paesaggi italiani. Camminando possiamo spostarci dal nord fino al sud, dove l’uomo ha messo in pratica le tecniche agricole fondamentali non solo per il cibo, ma anche per disegnare i paesaggi e a conservarne la biodiversità. Se credi in un futuro migliore, allora dai una mano alla natura e sarà lei stessa a ricompensarti.

L’appello per un mondo migliore è rivolto ai cittadini che devono fare la differenza con le proprie azioni quotidiane, alle associazioni che raccolgono le esigenze e le necessità della società, alle imprese che si occupano della produzione, e ai governi e alle istituzioni che devono indirizzare i cittadini e le singole persone, in sintesi è questo il senso della “Carta di Milano”, che ha lo scopo di combattere la denutrizione e la malnutrizione, favorendo l’accesso a cibo sano, sufficiente e nutriente, acqua pulita ed energia. Ma soprattutto vuole correggere ingiustizie come la disuguaglianza tra i vari popoli. Il principio della pace ha inizio dentro di noi; basta giudizi, il mondo deve essere un posto migliore, un argomento che va affrontato e approfondito a tutti,  tutti abbiamo bisogno di tutti, sfruttando ognuno le proprie capacità, solo insieme possiamo essere migliori!

Per costruire un mondo sostenibile, ognuno di noi deve impegnarsi a curare il cibo, consumare il giusto, evitare lo spreco dell’acqua, e riciclare quando è possibile. Per la prima volta nella storia delle Esposizioni universali, viene creato un documento, per far sì che ogni cittadino, nel suo piccolo, possa fare la differenza.

Non potevano mancare azioni per sollecitare la curiosità dei bambini, per educarli fin da piccoli attraverso azioni giornaliere molto semplici; anche per loro è stata elaborata una vera e propria Carta di Milano: è dovere di ogni adulto far conoscere ai più piccoli la situazione che stiamo vivendo per educarli a rispettare il mondo in cui abitiamo, e a migliorarlo per avere una visione più rosea, e non satura di inquinamento.

Expo è nata come idea per mostrare le tecnologie avanzate, ma soprattutto il cibo, quel cibo che non i tutti i padiglioni era presente. Una fiera per combattere la malnutrizione nel mondo. Una giornata a Expo aveva l’obiettivo di conoscere e assaporare i vari cibi, ma non a tutti è stato possibile fare questo, per ogni piatto venivi a spendere una quantità di danaro elevata, e chi non poteva permetterselo è rimasto a casa, probabilmente a guardare l’evento in televisione.

Se vogliamo parlare di uguaglianza, allora dovemmo dire che è un diritto di tutti conoscere le problematiche del mondo, ma forse la problematica più grande è proprio questa dell’uguaglianza, non soltanto tra persone di colore diverso. Esiste oggi anche una marcata differenza tra persone benestanti e gente comune, forse era questo il tema che andava approfondito di più perché, prima di tutto il resto, dovrebbe esserci la semplicità e la generosità dell’uomo.

Dopo Expo bisognava visitare i luoghi dove ogni sera i nostri barboni affrontano la vita, dove la gente non arriva a fine mese, e così tanti altri luoghi, mentre i nostri cari politici che rappresentano il nostro paese continuano a guadagnare sulle spalle di noi cittadini comuni. Diciamo che con Expo ci siamo andati quasi vicino, ma la risoluzione di tutti questi problemi non dipende solo dalle tecniche innovative, ma soprattutto dalla rivoluzione che ognuno di noi dovrebbe fare prima di tutto dentro se stesso. E poi magari possiamo parlare di come cambiare il mondo.  L’uomo è egoista, pensa a crescere solo singolarmente, la crescita globale sarà sempre un obiettivo irraggiungibile. Leopardi ci ricorda che il male storico dipende dall’egoismo dell’uomo, mentre amore, amicizia, solidarietà sono le uniche basi per una società migliore. L’uomo non accetta, volendo sempre prevalere sull’altro. Sarà troppo tardi quando ci accorgeremo che siamo circondati solo da odio, guerre, disprezzo. La disgrazia più grande sarà non avere più un posto dove abitare, in una Terra distrutta da noi stessi per soddisfare il nostro individualismo.

Marlene Di Bari

 

 

San Pietro in Cuppis, abbazia sgarrupata in agro di Ischitella (FG)

San Pietro in Cuppis in due scatti di Domenico Sergio Antonacci

 

Ogni paese, anche il più piccolo e sconosciuto, ha una sua storia da raccontare, unica e significativa per il paese stesso. Questa storia viene raccontata dagli edifici più antichi, che hanno la propria storia da raccontare. Purtroppo, nei nostri piccoli paesi, la maggior parte di questi edifici sono in condizioni fatiscenti, dimenticati da tutti. Nel Gargano, la “battaglia simbolo” di questo fenomeno è quella combattuta dalla professoressa Teresa Rauzino per L’abbazia di Kàlena di Peschici, abbandonata a se stessa; prendendola come esempio molti cittadini denunciano il degrado degli edifici storici dei propri paesi al Governo e la necessità di restaurarli e valorizzarli.

Recentemente, il premier Renzi ha dato vita al “Progetto Bellezza”, dove chiunque cittadino può denunciare le costruzioni ormai lasciate al degrado.

Nel mio paese ci sono tantissimi edifici storici e monumenti che hanno la propria storia da raccontare, ma sono impossibilitati a farlo perché sono ormai abbandonati da troppi decenni.

Un esempio è l’Abbazia di San Pietro in Cuppis. È uno degli edifici religiosi più antichi di Ischitella e del Gargano, la prima testimonianza documentale risale alla bolla papale del 1058 del pontefice Stefano IX, che la  definisce come “cella benedettina” appartenente a santa Maria di Kàlena.

Di San Pietro in Cuppis  oggi rimangono solo i muri perimetrali. L’Abbazia è divisa in quattro aree: la basilica, a cui si accede da un portale sormontato da un arco a tutto sesto e da un piccolo rosone. La navata e il presbiterio sono divisi da un iconostasi, un elemento molto raro in Italia, caratterizzato da una porta regale centrale e porte diaconali a destra e sinistra. Tra le porte sono visibili tracce dell’antico altare, mentre è ancora integra l’abside. Le pareti interne sono divise da quattro pilastri che un tempo sostenevano le travi di quello che era un antico tetto a capriate. Nel cortile, a cui si accede accanto alla facciata principale, è presente una cisterna ed è delimitato dalla muratura perimetrale, parzialmente crollata, dalla muratura portante della basilica e dalla muratura portante del dormitorio e del refettorio.

Ormai da decenni l’Abbazia è incustodita, nonostante il rischio che diversi manufatti vengono trafugati. Il lungo degrado sta causando alla muratura portante della basilica delle crepe e piccoli crolli che a breve termine potrebbero causare danni maggiori. Nell’abside, gli agenti atmosferici e l’incuria continuano a cancellare preziosi affreschi.

Spero che grazie al “Progetto Bellezza”, questa antica e preziosa Abbazia possa avere le attenzioni che merita dal Governo.

Mauro Miucci

V CAT “IISS Mauro del Giudice” di Rodi Garganico

Intanto, votiamo SAN PIETRO IN CUPPIS  come luogo del cuore del FAI su  http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4146