ECCO PERCHE’ KALENA NON DEVE MORIRE…

Cresce il movimento civico in difesa e protezione della ultramillenaria Abbazia DI peschici (FG) 

 

 

“Incuria e degrado incombono sui tesori che abbiamo avuto in consegna e non riusciamo a conservare integri per i nostri figli.” 

 

 

I COMMENTI DEI FIRMATARI PETIZIONE SU CHANGE.ORG

http://www.change.org/it/petizioni/nichi-vendola-l-abbazia-di-kàlena-non-deve-morire

 

 

Veronika Pelikan (da Wien, Austria): “Perché è un importante marchio di cultura europea. Perchè fa parte della identità del Gargano. Perchè è bellissima”.

Rocco Matteo Elia Vescia :”Appartiene al mio territorio”

Vanessa Piemontese: “Riprendiamoci il nostro patrimonio!

Luca Elia Costantino (Malalbergo): “Perchè rappresenta la memoria dei Peschiciani”.

Girolamo Arciuolo “Perché a Santa Maria di Pulsano è stato possibile invertire la rotta anche quando sembrava tutto perduto”-

Maria Sipontina Ferrara: “Un bene intramontabile deve rimanere tale. E bisogna sostenerlo”.

Maria Grazia Nassisi: “Perchè è parte della nostra storia e non può essere dimenticata”.

Roberto Sciamannini: “Questi monumenti, come tanti altri, non sono solo beni artistici ma rappresentano il nostro patrimonio culturale”.

Maria Maggiano: “Perché posti così belli vanno lasciati in eredità ai nostri figli, ai nostri nipoti; sono tesori che non si possono perdere!”.

Gloria Tavaglione: “Perchè vivo a Peschici e l’Abbazia di Calena si vede dal mio terrazzo e ci andavo sin da quando ero piccola. ora e’ sempre chiusa e ogni anno che passa sempre più abbandonata a se stessa. Che peccato!”.

Walter Mazzilli: “La cultura prima di tutto”.

Nicola Acerra: “Perché Calena è patrimonio artistico e culturale di immenso valore lasciato in abbandono dall’attuale proprietà. La legge dello stato tutela il patrimonio artistico e in caso di negligenza permette l’esproprio.

Cristofaro Lotito: “E’ la nostra storia!”.

Marco Del Gaudio: “Continuare a scriverla la storia e non solo raccontarla, come disse un grande personaggio italiano”.

Michele Biscotti: “Perché è la storia di Peschici e vederla cadere mi piange il cuore”.

Michele Mascolo fu Domenico (da Bari): “Perché l’Abbazia di Kàlena è uno dei luoghi più significativi della memoria cristiana, e dunque della memoria, nel Gargano e in tutta la Puglia. Ecco perché”.

Adolfo Nicola Abate (Da Foggia) “E’ un simbolo della cultura della mia terra e di un intero popolo”.

Alessandro Massaro (Da Galatina): “E’ importante, perché è veramente da stolti lasciare che dei pezzi così importanti della nostra memoria vadano in frantumi. L’uomo senza la il senso della storia è meno di un animale: perde la sua dignità. Ogni testimonianza storica è un opportunità per chiunque di riconoscersi nella storia, sia per cogliere, anche solo emotivamente, il senso della propria esistenza e sia per acquisire un’idea del proprio ruolo nella storia stessa, quindi maggior coscienza del tempo presente, che dovrebbe essere un’opportunità di tutti”.

Pinuccio Cosacco (da Putignano) aderisce con la prolocoputignano@gmail.com

Michele Falcone (da Vieste):”È un pezzo della nostra storia da tutelare!”

Ludovico Centola (da San Marco in Lamis): “Perché è uno dei pezzi di storia del Gargano più importanti”

Alessia Biscotti: “Si”.

Carmela Biscotti: “Perché è parte della nostra storia”.

Grazia Russi (da Milano):” Perché è la mia terra”.

Edmond Malaj (da Shkodër -Albania); “I Siti medievali sono molto importanti per la cultura, storia, l’ identità, ecc.”.

Giuseppe Moscaritolo: (da Iglesias): “E’ un monumento di valore inestimabile”.

Loris Castriota Skanderbegh (da Foggia): “Una testimonianza della vita spirituale del Medio Evo, sopravvissuta nel cuore del Gargano, che rappresenterebbe un formidabile attrattore turistico-culturale, non può essere lasciata deperire solo perché i privati proprietari non ne curano la manutenzione. Le istituzioni preposte devono intervenire!”.

Gianni Pellegrini (da Foggia): “Firmare questa petizione è davvero importante: è un’ottima occasione per dimostrare che l’Italia può, sa, deve investire sul proprio patrimonio storico, artistico e culturale. E’ una vicenda fortemente simbolica: un capolavoro fortemente identitario per la storia del territorio, dei privati che lo “utilizzano” in maniera certamente non consona, istituzioni che non hanno fin qui vigilato e/o non sono intervenute, lo spettro di una speculazione commerciale che nulla avrebbe a che fare, a quanto pare, con il complesso e con il suo territorio. FIRMARE E’ COSA BUONA E GIUSTA! fatelo tutti. Ora”.

Giuseppe Mastromatteo: “E’ un bene culturale della nostra terra”.

Lucia Lopriore (da Foggia): “Perché è un monumento importante per la storia del Gargano e non solo”.

Sandro Siena (da Vieste)” Presidente Nichi Vendola, oltre a finanziare aeroporti nel tarantino e ospedali nel nord barese, si ricordi anche del Gargano, territorio che trasuda storia e che è il polmone dell’economia pugliese”.

Enzo D’Amato (da Foggia): “Da 17 anni si parla di Kàlena, positivamente e negativamente di quest’abbazia che è un bene comune di tutti e di ciascuno. E’ stato detto infinite volte: faremo! Solo vaghe promesse di impegni. Talleyrand giustamente affermava: «La lingua fu data agli uomini affinché potessero meglio nascondere il loro pensiero». Su Kàlena finora soltanto tante parole, parole…. sempre parole. Ci chiediamo: «Quali pensieri nascondono?».

Luigi Martino (dalla Germania): “Per un foggiano é molto doloroso vedere come il nostro patrimonio artistico si sgretoli nell’indifferenza”.

Antonio Russo: “Salvare una testimonianza del passato per avere un occhio al futuro”.

Santa Picazio (Archeoclub Foggia): “Siamo ancora costretti alle petizioni per scongiurare un delitto, per salvare dalla morte una storica Abbazia…abbiamo avuto almeno 60 anni per organizzare la tutela dei nostri Beni Culturali…invece si continua ad annaspare fra scuse e cavilli mentre il degrado divora inesorabile quanto di meglio abbiamo!”.

Nicola Tricarico : “E’ Importante per tutto il territorio”.

Michelino Esposito: “Fa parte della nostra storia”.

Giuseppe Fabio Ciccomascolo: “L’intera abbazia di Kàlena rappresenta non solo la fede del sud del Gargano, ma è un vero e proprio simbolo di un territorio dilaniato da abusivismo edilizio e incuria della propria storia. Kàlena non deve morire e merita un occhio di riguardo da parte di tutti, soprattutto quei politici che la utilizzano solo in prossimità delle elezioni per fare promesse che poi non verranno mantenute. Salvare Kàlena significa salvare noi garganici da un tracollo non solo strutturale, ma religioso, culturale e storico. Cerchiamo di trovare tracce di redenzione in noi stessi e ridiamo dignità ad un patrimonio del Gargano!”.

Ottavio Casolaro: “Il patrimonio culturale è sempre da salvaguardare e promuovere, soprattutto quando la sua valorizzazione in una terra antica come quella del Gargano è utile a produrre anche posti di lavoro e turismo. Aiutateci a firmare questa petizione. Grazie.”

Virginia Alicia Galetti (dall’Argentina): “Perché io amo la bellezza”.

Maria Mattea Losito: “E’ la mia terra!!!”.

Daniela Cherchi:  “Perché il Gargano è un territorio unico e merita di conservare il suo meraviglioso patrimonio artistico-culturale troppo spesso dimenticato o volutamente abbandonato forse perché non facilmente raggiungibile ma forse è proprio questo il suo valore aggiunto. E’il caso di meditarci su!!!”.

Assunta Del Duca: “Per migliorare la mia terra”.

Emiliano Tarluttini : “Gargano libero !!!”

Giuseppe Possidente (da Avigliano): “Perché unire il valore storico-religioso alla bellezza del paesaggio garganico (in cui spesso trascorro le vacanze estive) può essere reale volano di sviluppo per una terra meravigliosa ma cieca verso le proprie ricchezze”.

Annamaria Gamini: “Inimmaginabile non preservare tutto il nostro patrimonio senza distinzione. E’ questo che può far risorgere l’Italia”.

Vincenzo Aniello (da Cappelle la grande): “Ci son passato migliaia di volte…ogni volta una bestemmia verso chi lascia in rovina luoghi simili che andrebbero preservati e custoditi gelosamente!!”.

Renzo Infante: “Perché si tratta di uno dei monumenti medievali più antichi della Capitanata”.

Matteo Vocale (da San Nicandro): “Un complesso di importanza storica di notevoli dimensioni e con rilevanti testimonianze della storia del Gargano intero, dal Medioevo in poi. Vastissime potenzialità della struttura in ambito culturale e turistico”.

Umberto Capurso (dalla Germania) : “La Cultura in Italia … Kalena non devono morire!”.

Maria Luigia D’Aiello (da Treviso): “Perché è storia della mia terra”.

Vincenzo Cilenti: “Mi dispiacerebbe che muoia un simbolo della nostra storia”.

Lucrezia Biscotti (dalla Germania): “Bisogna tutelare la cultura di Kalena! Non deve morire!!

Fiorenzo Rauzino (da Wels, Austria). “Origini, Cultura….futuro”.

Domenico Martino: “…Non può morire! Rappresenta le nostre origini, è il nostro patrimonio….”.

Beniamino Piemontese (da Lecce): “La Chiesa, anzi le due Chiese costituenti l’Abbazia di Santa Maria delle Grazie in Kàlena a Peschici (Fg), come la Chiesa ipogea di S. Lucia a Lecce, come la Chiesa bizantina di S. Salvatore presso Gallipoli (Le), così come tutto il vasto patrimonio architettonico e monumentale di Fede, Arte e Cultura che, dal Gargano al Salento, versa in stato di miserabile abbandono e degrado, NON DEVE MORIRE! Mi sento onorato di essere stato chiamato dall’esimia e illustre Prof.ssa Teresa Maria Rauzino, Presidente del Centro Studi “G. Martella” di Peschici, a dare il mio contributo al movimento di volontariato culturale in difesa di Kàlena. KALENA NON DEVE MORIRE! Se abbiamo fede, o se siamo giunti ad un momento estremo, preghiamo se è messa in pericolo la nostra vita o quella di un nostro familiare, o di un amico. Quante volte abbiamo chiesto l’intercessione della Madonna… ora è venuto il momento di pregare perchè non venga distrutto un edificio consacrato alla Madonna di Kàlena, e di attivarci per strapparlo alla rovina. Sapremo farlo, o ci ricorderemo della Madonna solo in punto di morte?”.

Giovanni Diurno (da Vieste):”E’ importante perché rappresenta le nostre radici”.

Matteo Costantino: “Perché è un patrimonio culturale inestimabile del mio paese e vorrei fosse di tutta l’ umanità sempre con rispetto!”.

Lorena Micheli: “Fa parte del patrimonio di un paese al quale sono molto legata e quando ci passo davanti non posso non pensare che bisogna assolutamente fare qualcosa per salvaguardarla”.

Giovanni Rinaldi (Da Foggia):” Sì, perché è importante per me e tanti altri abitanti di questa terra. L’Italia si aggiusta un pezzetto alla volta, solo così ce la faremo”.

Antonio Basile (da San Giorgio in Piano): “Perché è un simbolo per il Gargano e il presidente Vendola dovrebbe intervenire per tutelare l’identità della nostra Puglia”.

Mattea Vecere:”In quell’abbazia e’ racchiusa tutta la nostra storia”.

Domenica Pupillo: “E’ la nostra storia, la nostra ricchezza!”

Maria Gaetana Maggiano (Da Senago) : E’ un patrimonio da proteggere per gli abitanti di Peschici e per tutti quelli che potranno avere la possibilità di visitarla ed apprezzarla.

Teresa Di Maria (San Menaio): “E’ un bene culturale che il popolo garganico ha vissuto con intensa fede e partecipazione”.

Marino Cassio : “E’ un bene storico comunitario. L’unico che abbiamo”.

Michele Delli Santi (Vieste): “…Non mi piace essere una pianta …senza radici!…ne sarei estirpato!…”

Domenico La Porta: “E’ con Montecassino, San Vincenzo al Volturno e Santa Maria di tremiti…il DNA della storia italiana”.

Carlo Silvano: “Non possiamo e non dobbiamo perdere nessun pezzo della nostra Storia”.

Michele Masella: ” Passo lì vicino tutti i giorni. Fa parte delle nostre origini, della storia”.

Marcello Amoroso (da San Severo): “Unico avamposto abbaziale garganico”.

Gianluigi Cofano: ” Perché l’abbazia di Kàlena è un bene storico-culturale-architettonico di primaria importanza”.

Dario Altomare: “Perché la storia… non si butta via!”.

Francesca Manfredonia (Foggia) “Perché il patrimonio artistico dell’Italia va difeso con tutti i nostri mezzi”.

Gianluca di Lella: “Salvare il territorio”.

Lamonica Giuseppe: “Un monumento storico non può andare allo sfascio!!!

Francesco Alaura: “Perché oltre ad essere un immenso patrimonio artistico e storico del Gargano è un monumento simbolo della società civile garganica che non si arrende alle speculazioni a cui spesso è soggetto il territorio tra cui l’agonia della abbazia di Kàlena”.

Pietro Lombardi: “Perché cade a pezzi un’opera”.

Celeste Santopietro (da Modena) : “Perché appartiene alla Storia”

Filippo D’Errico (da Vieste): “La nostra storia non si vende!!!”

Anna Maria Mastrodomenico : “Perché ciò’ che ci è stato tramandato non deve morire!!!”.

Domenica Pupillo (da Casorate) : “E’ anche la mia storia ed è la storia di tutti noi!”.

Giovanni Sornatale: “Patrimonio storico!!!!!”.

Debay Marie-Anne (da Bruxelles, Belgio) : “Non bisogna dimenticare il passato”.

Pasqualino Silvestri (da Roma): “Salvare l’abbazia già luogo di culto di grande interesse storico”.

Claudio Silvestri ( da Rodi garganico): “Patrimonio del Parco del Gargano”.

Carmela Pupillo: “Perchè la storia è il nostro passato”.

Francesco Granatiero (da Torino).

Rosaria Losito: “Kalena è un pezzo importante della nostra storia ed un gioiello di architettura che deve poter sopravvivere per le generazioni future”.

 

Maria del Giudice (da Villejuif, Germania): “Perché è un pezzo di storia …e la storia non può morire”.
Savino Campana (da Bari): “Preservare la storia per conoscere meglio il nostro passato ed affrontare coscienziosamente il futuro che lasceremo ai posteri”.
Orlando Giuffreda (da Napoli):”Perché contiene la storia e la cultura di un intero territorio, tuttavia, aggiungo, a S. Maria di Pulsano è stato possibile perché era chiaro laistinazione d’uso e la disponibilità di religiosi ad ufficiarla, il che permette, ed è importante, una continua manutenzione dopo i restauri. Altrimenti vale come se nulla fosse accaduto!”.
NICOLA Bonfitto (da San Marco in Lamis): “Perché è la storia del Gargano e noi che ne facciamo parte non possiamo far perdere un tesoro così grande e importante”.
Michele Giampaolo (da Foggia): “Perché non è più possibile assistere inerti a questo ed altri scempi”.
Flora Tealdi (da Milano): “Una qualsiasi struttura, che sia una chiesa o un palazzo d’epoca o un castello, è importante tenerlo in buono stato per i turisti per i pellegrini che passeranno sulla via Francigena del sud ed anche per gli stessi pugliesi. E’ un pezzo della nostra storia e deve essere tenuta in buono stato!”.
Giuseppe Inserra (da Foggia): “Per salvare un pezzo importante della storia e del cuore del Gargano e della Puglia”.
Lello Patruno:  “Non basta lo spazio per elencare i motivi..”
Gennaro del Viscio: “Per valorizzare un bene artistico-culturale che sta andando in rovina”.
Aldo Redavid: “Perchè è patrimonio storico del Gargano”.
Gianfranco Savino: “I beni storici si preservano e non vanno cancellati. Le speculazioni edilizie, seppure legittime, non possono essere realizzate a danno della collettività. Gli attuali proprietari vanno adeguatamente compensati, per realizzare altrove i loro progetti, oppure, nel realizzarli devono rispettare quel bene, anche nei loro interessi in quanto potrebbe rappresentare una attrattiva per ciò che, nell’area, intendono realizzare”.
Antonio Soimero (da San Severo): “Ogni monumento appartiene alla memoria, la memoria non si può distruggere, o lasciare che accada”.
Flaviano Walter Cristalli (da San Severo): “E’ parte di Noi che viene dal passato ma lascia Nostre tracce nel futuro”.
Ciro Nardella: “Dobbiamo salvaguardare il nostro patrimonio culturale perché è l’unica testimonianza della nostra cultura”.
Claudio Botta: “Perché il futuro non può prescindere dalla tutela e della conservazione delle testimonianze del nostro passato”.
Maria Pia Perelli: “E’ ovvio!”.
Walter Tauber (da Peschici): “Un patrimonio storico non deve essere lasciato morire. Appartiene a tutti”.
Carlo Silvano: “Non possiamo e non dobbiamo perdere nessun pezzo della nostra Storia”.
Michele Masella: “Passo li vicino tutti i giorni. Fa parte delle nostre origini, della storia”.
Antonietta Zangardi: “Sono legata, da molto tempo, con Teresa Rauzino per le comuni passioni culturali e proprio per questo Kàlena mi è entrata nel cuore insieme ai luoghi della mia storia personale, come San Nazario, santuario alle pendici del Gargano, e Bosco Isola che divide la laguna di Lesina dal mare. Non potrò mai dimenticare una visita che facemmo all’Abazia con un gruppo di devoti l’8 settembre 2000, festa della Madonna e mons. D’Ambrosio, attuale arcivescovo di Lecce, a cavalcioni su due volontari, per vedere nell’interno di un magazzino chiuso i resti di quelli che erano i luoghi della sua infanzia e della storia di molti fedeli del Gargano. Non voglio aggrapparmi alla nostalgia e alla retorica per invitare a salvaguardare il patrimonio artistico e culturale delle nostre radici, ma in fondo se i buoni sentimenti e i tesori artistici devono essere veicolati in questo modo, ben vengano anche nostalgia e retorica per prendere dal passato ciò che vi è di buono e riportarlo nel presente per farlo rivivere”.

Scrive Michele Mascolo in una nota dal titolo: ” L’abbazia, il rettore e la memoria” su FB :
” L’impegno civile del Rettore Petrocelli e della Prof. Teresa M. Rauzino, per il salvataggio dell’abbazia di Santa Maria di Kàlena, ha toccato quest’oggi il mio misterioso e irreperibile punto “E” (quello dell’emozione senza pudore), e ho commentato così quei ricordi riapparsi, impetuosi e sorgivi, dai meandri della memoria: “Càlena (o Kalena, in greco, o croato ?) è la mia infanzia, estate 1943. Con mia madre e i miei due fratelli più grandi, provenienti da Peschici, attraversavamo il tratturo (“chianara”) di Calena, coperto dai ciottoli (“rascilli”) portati lì dalla “piena”; e ci fermavamo, per qualche minuto, nella “corte”, ospiti di Matteo “Malanotte”, fattore dei Martucci, proprietari della chiesa-fattoria-fortezza; dopo di che proseguivamo per la “Torre” nostra (il piano – terra), sita nel centro del podere, con lo stazzo per le vacche e la cisterna di acqua piovana, già di proprietà dei miei antenati Zaffarano e Finizio; durante i pochi chilometri di percorso, mia madre portava con sé, nella borsetta, un piccolo revolver calibro 6,38, regalatole da mio padre, di cui rammento ancora il manico di madreperla. Alloggiavamo in tre famiglie, con il camino, il paiolo in rame zincato e la catena per reggerlo e per sollevarlo; sopra di noi, al primo piano, abitava la famiglia dei Della Torre. Mio padre lavorava a San Severo, nell’agenzia delle Assicurazioni Generali di Venezia, e non riceveva più stipendio, perché i flussi monetari furono bloccati, per seicento giorni, dalla linea gotica. E poi, da ragazzo, l’otto settembre di ogni anno, la Madonna di Càlena (allora si chiamava così) significava la festa in campagna, la funzione religiosa, le noci con il mallo verde, eventualmente da seppellire in un “follone” segreto. E anche i primi sguardi d’amore tra adolescenti, in un quadro collettivo di ristrettezze, di emigrazione a Torino, di dispettucci da dozzina, sino all’estate 1960, quando, con il servizio “Itinerario romantico” di “Grazia”, di qualche mese prima, giunsero i primi turisti e villeggianti dal Nord, e la storia di Peschici cambiò. Ma non è cambiata la storia di Càlena. Che appartiene a tutti i pugliesi, me compreso.”. E, ai primi segni di vita di qualche amico, ho aggiunto: “Ma c’era anche tanta povertà, dignitosa e schiva, di cui si è perduto il ricordo e l’odore di pulito, dovunque. Succede”. Non ho mai smesso di appartenermi; ieri, difendendomi senza cipiglio dal rilievo di dedicarmi, nientemeno, a “liturgie medievali”, per il fatto di aver in uggia i furbacchioni del pacifismo canzonettaro e miliardario degli anni settanta, mi sono riferito alle tracce musicali che sforano i secoli ed alla poesia che non muore (tracce medievali, appunto, come il canto gregoriano e Francesca da Rimini, condannati all’eternità del bello, dell’eterno femminino, della fede sofferta, che si fa storia), prefigurando, al contrario, per i gettonatissimi messaggi da una botta e via – sei mesi, un anno al più, un sereno avvenire “nella giusta pace delle discariche”.Oggi, parole accorate, da parte di docenti che non dimenticano il dovere del quotidiano Kulturkampf, mi hanno riportato ai giorni della guerra, all’estate della svolta sulla carta militare del mondo, alla mia scoperta, a poco più di due anni e mezzo di età, delle tracce dei miei progenitori, della mia “gente” contadina, delle loro povere cose, da esibire comunque, senza vergognarsi, “pezzenti e altezzosi”. Quando tutto va per il verso sbagliato, senza tua colpa, ti mangi pane e dignità. Tanto…Mi appartengo, naturalmente, sempre più simile all’uomo di Oswald Spengler, che riesce ad essere solo in piena metropoli, ed a trovare sempre, come scriverà Ernst Jünger nel dopoguerra, la via della libertà, la “via del bosco”.

Il bosco di Kàlena, naturalmente; da settant’anni negli occhi, così come l’immagine venerata della Regina pulchrae delectationis; da settant’anni nel fondo del cuore”.

 

L’abbazia di Kàlena non deve morire!

L'abbazia di Kàlena non deve morire!
In Italia non si sgretolano soltanto Pompei o il Colosseo … ma anche monumenti- simbolo del Gargano come l’abbazia di santa Maria di Kàlena, in agro di Peschici (Foggia).

Le piogge incidono … eccome se incidono! E si cerca, anno dopo anno, al massimo di porre rimedio con qualche pietra e un po’ di malta…

Non è più possibile assistere inerti a questo scempio!

Il Centro Studi “Giuseppe Martella” si fa portavoce di un vasto movimento di opinione pubblica per sollecitare un intervento risolutivo (l’esproprio per pubblica utilità) da parte del Ministero dei beni culturali, della Regione Puglia, del Comune di Peschici e delle Istituzioni preposte alla tutela, per ridare dignità a un’abbazia che la Legge 1089 del 1939 e tutte le leggi successive sui beni culturali hanno dichiarato “sottoposta a tutela”.

Una tutela completamente disattesa, in tutti questi anni, dai proprietari che usano Kàlena come deposito di macchine agricole e da chi era preposto istituzionalmente a vigilare sul monumento, in primis la Soprintendenza regionale.

L’abbazia e le due chiese, un tempo luogo di culto di grande interesse storico-culturale, testimonianze irripetibili dello “spirito dei luoghi”, oggi  versano in uno stato di indicibile abbandono. I tetti, ormai inesistenti, mettono in evidenza capitelli ed affreschi che  le intemperie e l’umidità stanno cancellando lentamente, parti preziose in irreversibile disfacimento.

Dopo 17 anni di innumerevoli tentativi di accordo andati a vuoto, e di cospicui finanziamenti ministeriali e regionali stanziati e immancabilmente perduti, l’esproprio è ormai l’unica strada percorribile con un progetto di pubblico utilizzo che allontani programmi speculativi da parte dei possessori (un progetto di relais o “dimora di charme” con 6 suite a cinque stelle, campo da golf, centro benessere, etc, azzeramento del valore religioso e storico delle due chiese segnalate dagli storici dell’arte di tutto il mondo, da trasformare in reception e sala convegni).

L’intero complesso dell’abbazia di Kàlena deve tornare alla collettività di Peschici e degli innumerevoli “cittadini del mondo” che la scelgono ogni anno come “luogo del cuore” o semplicemente per  trascorrere le loro vacanze e trovano le porte di Kàlena sempre chiuse! L’apertura è infatti concessa soltanto per un giorno all’anno (l’8 settembre)!

Kàlena deve entrare nella politica di recupero e di valorizzazione del patrimonio storico-culturale italiano ed europeo, oltre che della Puglia e del Parco Nazionale del Gargano, per tornare a far parte di quel ” libro aperto”  su cui si possa ancora continuare a leggere la nostra storia.

Pietro Giannone fa risalire la fondazione dell”abbazia all’872, ma Santa Maria di Kàlena pare sia ‘figlia’ di una comunità basiliana approdata da queste parti dall’area greco-turca. Ben presto l’abbazia venne fortificata a difesa e baluardo contro le numerose invasioni, e assunse il ruolo di centro spirituale e materiale, controllando territori sempre più estesi. Nel 1023 il Vescovo di Siponto la assegnò come pertinenza all’ Abbazia di Santa Maria di Tremiti, dalla quale si svincolò, anche se provvisoriamente, riguadagnando la sua indipendenza. Nel tempo i suoi beni si estesero ben oltre l’area garganica: nel 1420, possedeva trenta chiese, con relativi possedimenti di estesi territori coltivati, un numero imprecisato di molini, case, oliveti, ai quali si aggiungeva il diritto sul pescato del lago di Varano oltre ai diritti feudali sulla città di Peschici.

Dal momento della presa in consegna da parte dei privati, l’abbazia si è avviata verso un triste, inesorabile declino.

Ma Kàlena, un simbolo della storia e dell’arte del Gargano, non può e non deve morire! Liberiamo l’abbazia prigioniera!

Teresa Maria Rauzino

presidente Centro Studi “Giuseppe Martella”

FIRMATE LA PETIZIONE PER SALVARE L’ABBAZIA:
petizione indirizzata a:
Nichi Vendola, Presidente Regione Puglia
Marta Giuseppina Ragozzino, Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici della Puglia
Angela Barbanente, Vicepresidente Regione Puglia
Matteo Renzi, Presidente del Consiglio Italia
Tavaglione Francesco, Sindaco Comune di Peschici
Dario Franceschini, Ministero Beni Culturali e Turismo
Emilia Simone, Direzione Regionale Beni Culturali e Paesaggistici
Salvatore Buonomo, Soprintendenza beni architettonico-paesaggistici

 

L’abbazia di Kàlena non deve morire!

UN VIDEO DEL TEAM ARGOD SU KALENA

1 parte

http://youtu.be/Z2oVLHhZrBA

2 parte

http://youtu.be/E7LeC0vwocY

 

PAPA FRANCESCO RICEVE L’SOS PER KALENA

L’appello del pellegrino peschiciano trapiantato a Torino è arrivato sulla scrivania del Santo Padre. Vincenzo Roncone scrisse a Papa Francesco

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Scrisse a Papa Francesco, si mise in cammino verso Santiago e sulla via Francigena, e finalmente, dopo alcuni mesi, dal Vaticano arrivano risposte. È la storia di Vincenzo Roncone, pellegrino peschiciano che vive però da anni a Torino, che ha percorso i due lunghi cammini per pregare per l’abbazia di Santa Maria di Kàlena di Peschici. 
La storia della struttura ecclesiale è ormai nota ai più: sorta nel 800 d.C., dopo anni di splendore, ha visto un lento deperimento culminato con l’abbandono totale da parte dei proprietari – sì, appartiene ad una proprietà privata – e, nonostante le incessanti richieste di esproprio arrivate dai cittadini, dai religiosi e soprattutto dal centro studi ‘Giuseppe Martella’ con la presidentessa Teresa Maria Rauzino, l’abbazia rimane lì a perire a causa dell’incuria per via dell’abbandono. Roncone si era messo in cammino per pregare, per chiedere che venisse data una mano a un simbolo di Peschici e dei peschiciani, per il quale in tanti ne chiedono ancora oggi e a gran voce l’apertura almeno domenicale. “Deve sapere, Santità, che verso la fine del Settecento, tutti beni dei monasteri del Regno borbonico passarono al regio Demanio che li vendette ai privati. Molti furono usurpati. In quel periodo, era molto facile ottenere con la forza e prepotenza proprietà non tue. Bastava occuparle. Kàlena, con le sue terre intorno al Monastero, fu acquisita dai Martucci. Diventarono i nuovi proprietari o possessori. Non si sa esattamente in che modo: dicono di averla acquistata all’asta, ora di averla avuta in eredità con un dotalizio” scriveva Vincenzo Roncone a Papa Francesco, e ancora “La famiglia Martucci non cambiò le tradizioni ultrasecolari della fede. Anche se mancava il presidio apostolico, i peschiciani, durante il giorno, potevano andare in chiesa e pregare la Madonna. E dal pozzo del cortile abbeverare asini, muli, cavalli, pecore e capre. La porta era sempre aperta a tutti. Oggi, Santità, tutto questo non è più possibile. Nel 1943 cadde una parte del tetto, il resto è cosa recente. Verso la fine degli anni ’80 del Novecento, gli ultimi eredi chiusero il monastero e si stabilirono a Foggia. Va tutto in abbandono. I peschiciani non possono andare a pregare nella Chiesa di Kàlena la loro Madonna, come avevano fatto i nostri avi per tanti secoli. Lo so, Santità, si può pregare in altre Chiese. Ma quella Chiesa noi l’abbiamo dentro il nostro Dna. Ci manca una parte di noi!I nostri avi pregavano in quella Chiesa, con i lori figli, perché non possiamo più farlo?”.
Il lamento del pellegrino peschiciano trapiantato a Torino è arrivato fin sulla scrivania del Santo Padre, che, nonostante la risposta piuttosto esigua, ha fatto sapere di pregare per l’abbazia di Kàlena di Peschici. “La Segreteria di Stato, nel comunicare che quanto è stato inviato al Sommo Pontefice è regolarmente pervenuto a destinazione, esprime a Suo nome viva riconoscenza per il premuroso pensiero e ne partecipa la Benedizione, pegno di abbondanti grazie celesti”. 
Certo, una risposta che non corrisponde ad un impegno importante del Vaticano in favore dell’abbazia di Kàlena, ma per i fedeli peschiciani, che ormai da anni si erano rassegnati a vedere chiusa quella struttura tanto cara chiusa per un capriccio della famiglia proprietaria, è comunque qualcosa. Il Clero, inoltre, si era già movimentato affinché si facesse di tutto per l’apertura dell’abbazia. Testimoniato, ciò, dall’impegno dell’ex Vescovo di Manfredonia, Domenico D’Ambrosio, ora titolare della Diocesi di Lecce, che disse: “C’è stato un momento in cui mi sono impegnato io direttamente come vescovo, concordando una convenzione tra la Diocesi, che mi sembrava più logico, e la famiglia Martucci. Mi stava aiutando nella stesura Michele Di Bari ed eravamo arrivati a un punto buono. Sembrava che tutto potesse andare avanti”. Poi, la cosa non andò in porto. Oggi, forse, a riaccendere la flebile speranza per Kàlena ci pensa la lettera di Papa Francesco.

Giuseppe F. Ciccomascolo 
sul quotidiano l’ATTACCO 8 marzo 2014

 

foto di Il Gargano Nuovo.

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SI RIACCENDE LA SPERANZA PER KALENA? L’EX MINISTRO BRAY CHIESE INFORMAZIONI

L’Abbazia abbandonata di Peschici (FG).

SI RIACCENDE LA SPERANZA PER KALENA? L’EX MINISTRO BRAY CHIESE INFORMAZIONI

Rauzino, presidentessa del Centro Studi Martella: “il sindaco mantenga le promesse” 

 

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Diciassette lunghi anni per aver una risposta dalle istituzioni sul caso dell’abbazia di Kàlena. È finita l’interminabile attesa di Teresa Maria Rauzino, presidentessa del centro studi ‘Giuseppe Martella’ che si occupa dal 1997 e si preoccupa della struttura ecclesiale.

In una lettera aperta all’ex ministro dei beni culturali, Massimo Bray, la Rauzino scriveva: “Un luogo del cuore caro al Centro Studi Martella (che ho l’onore di presiedere), é Santa Maria di Kàlena, un’abbazia fra le più antiche del Gargano (872 d.C), sita in agro di Peschici. È dal lontano 1997 che ce ne occupiamo e le speranze di salvarla si sono alternate spesso alla delusione per la mancata risoluzione del caso. In tutti questi anni, come Centro Studi Martella, abbiamo indicato in tutte le sedi istituzionali possibili, oltre che in vari convegni, la valenza di questo prezioso monumento, con innumerevoli articoli sul web e su vari giornali nazionali e regionali”. Nessuno ha mai fatto nulla seriamente affinché si muovesse qualcosa intorno a Kàlena per rimetterla in sesto. “Anni di indifferenza e noncuranza, non soltanto da parte di chi detiene il possesso di questi immobili, ma anche da parte della Sovrintendenza che è tenuta a vigilare alla loro tutela. Una sorte che accomuna l’abbazia di Kàlena a tanti monumenti “sgarrupati” del Mezzogiorno. Minimali gli interventi finora messi in atto, nonostante decreti ed ingiunzioni sostanzialmente disattesi. Eppure Kàlena è un luogo-simbolo importante. Non soltanto per l’identità di Peschici e del Gargano, ma del Sud Italia”.

Dopo anni di chiacchiere e nulla più, polemiche con i proprietari dell’abbazia che la aprono solo un giorno l’anno, e promesse mai mantenute da parte di nessun ente preposto, arriva una lettera a Teresa Maria Rauzino con la quale si comunica alla presidentessa del centro studi Martella che la Sovrintendenza di Bari ha ricevuto richieste di informazioni dall’ex ministro per i beni culturali, Massimo Bray.

Ecco la relazione che l’ente barese ha inviato all’ex ministro: “Questo Ufficio, nel gennaio 2009, è stato informato dall’Associazione Italia Nostra e dagli organi di stampa che l’Amministrazione Comunale di Peschici e la famiglia Martucci, proprietaria del monumento, avevano stipulato un atto di convenzione in data con il quale il Comune si impegnava al restauro delle due Chiese interne all’Abbazia in cambio della fruizione religiosa delle stesse. Progetto che, nonostante i solleciti della scrivente, non è mai pervenuto. In data 21.03.2012 questa Sovrintendenza ha avviato un intervento di somma urgenza sulle murature d’ambito della Chiesa priva di coperture con un finanziamento di € 25.000,00 disposto dalla Direzione Regionale, con rivalsa a danno della proprietà. Durante la consegna dei suddetti lavori la proprietà manifestò la volontà, messa a verbale, di integrare l’intervento con altri € 25.000,00; ma nonostante l’autorizzazione di massima espressa da questo Ufficio al progetto pervenuto da parte di uno solo dei proprietari, tali opere non sono mai iniziate. I lavori si sono conclusi nel settembre 2012 e al recupero delle somme provvederà la Direzione Regionale della Puglia nelle forme previste dalla normativa in materia di riscossione coattiva delle entrate patrimoniali dello Stato. Questa Soprintendenza, inoltre, nel 2012 ha partecipato ad alcune riunioni con funzionari del Servizio Beni Culturali della Regione Puglia per valutare le possibili iniziative da adottare per un intervento complessivo di acquisizione e restauro del Monastero di Kalena con utilizzo di fondi comunitari o regionali”.

I proprietari si erano promessi, dunque, di restaurare le due Chiese all’interno dell’abbazia di Kàlena ma a quelle parole non seguirono i fatti.

Stessa cosa ha fatto – o meglio, non ha fatto – il sindaco Franco Tavaglione, che in campagna elettorale dedicò al recupero dell’abbazia un punto del suo programma. “Cercheremo” scriveva l’attuale primo cittadino “di rilanciare lo sviluppo del territorio attraverso il recupero dell’abbazia di Kàlena. L’abbazia è un monumento di interesse nazionale, per il Gargano è la fonte della sua millenaria storia e cultura. Creeremo come risposta una fondazione in accordo con i proprietari che soddisfi nell’immediato tutte le aspettative richieste dal punto di vista pubblico-amministrativo, una risposta che speriamo metterà fine a tutto questo, senza facili promesse e illusioni, attraverso una concertazione tra Proprietari, Cittadini, Associazioni del Settore e Pubblica Amministrazione”.

Tante parole, tante promesse, nulla di fatto.

Secca la risposta della Rauzino, anche in seguito all’informativa della Sovrintendenza: “Nessuno ha fatto nulla per Kàlena” lamenta la presidentessa del centro studi Martella “Noi continueremo a chiederne l’esproprio – ci sono casi che creano il precedente – e il restauro immediato. Speriamo di risolvere qualcosa”.

Giuseppe F. Ciccomascolo

sul quotidiano “L’Attacco” del 7 marzo 2013

 

LA SCHEDA

KALENA, UN’ABBAZIA DELL’872 d.C ABBANDONATA A SE’ DA ANNI. UN SIMBOLO DEL GARGANO

Da fonti più che attendibili si fa risalire la sua fondazione all’872, ma l’abbazia di Santa Maria di Kàlena pare sia ‘figlia’ di una comunità basiliana approdata da queste parti dall’area greco-turca. Ben presto l’abbazia venne fortificata a difesa e baluardo contro le numerose invasioni, e assunse il ruolo di centro spirituale e materiale, controllando territori sempre più estesi. Nel 1023 il Vescovo di Siponto la assegnò come pertinenza alla Abbazia di San Nicola di Tremiti, dalla quale si svincolò, anche se provvisoriamente, riguadagnando la sua indipendenza. Nel tempo i suoi beni si estesero ben oltre l’area garganica: nel 1420, possedeva trenta chiese verso il nord con relativi possedimenti di estesi territori coltivati, un numero imprecisato di molini, case, oliveti ed altro, ai quali si aggiungeva il diritto sul pescato del lago di Varano oltre ai diritti feudali sulla città di Peschici. Dal momento della presa in consegna da parte dei proprietari privati, l’abbazia si è avviata verso un triste e ancora attuale declino. (G.F. C.)

 

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ELOGIO DEL DIGIUNO

I divieti quaresimali in un Editto che il ventiseienne Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, promulgò del 1676, quand’era vescovo di Manfredonia.

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Pieter Bruegel detto il Vecchio, Combattimento tra il Carnevale e la Quaresima, 1559 (Kunsthistorisches Museum, Vienna).

La Quaresima dovrebbe essere il momento giusto per rilanciare le pratiche del digiuno e dell’astinenza. Ma questa pratica ha ancora un senso nel mondo di oggi? Trova ancora dei convinti sostenitori? E come veniva regolata, nel passato?

Lo abbiamo scoperto leggendo l’Editto per l’Osservanza della Quadragesima, nell’Appendix Sinodi della diocesi sipontina, datato 7 febbraio 1676. Per l’autore, il vescovo Vincenzo Maria Orsini, la Quaresima, che con i suoi 40 giorni corrisponde a un decimo di tutte le giornate dell’anno, «è un tributo che ogni Cristiano Cattolico deve rendere a Dio, Sommo Creatore. È un periodo da accettare. È il tempo in cui lo Spirito deve tra le astinenze spiccare superiore al corpo». Seguendo ciò che hanno disposto i Sacri canoni e il Sacro Concilio di Trento (che includono tra i giorni di digiuno tutti i giorni della Quaresima, ad eccezione delle domeniche), monsignor Orsini ordina a tutti, e a ciascuno dei suoi “sudditi”, che nella prossima, futura Quaresima osservino le seguenti regole: «Che niuno (nessuno), almeno dai sette anni in su, ardisca di mangiar carne di qualsiasi specie». Oltre alla carne è vietato mangiare uova, e butiro (burro). Le “sanzioni” previste sono piuttosto pesanti: per gli ecclesiastici la deposizione, per i laici la scomunica.

Tutti coloro che hanno un’età “obbligante” sono, quindi, tenuti a digiunare ogni giorno, ad eccezione delle domeniche. Monsignor Orsini esenta da questi obblighi soltanto le persone inferme, e quelle alle quali per legittime ragioni è concessa dispensa da’ sacri Canoni. Esse sono tenute a produrre «una fede giurata del Medico». Al certificato dovrà essere allegata la fede giurata del confessore che «abbia cognizione della loro coscienza». Solo dopo aver presentato questi documenti all’arcivescovo, o al suo vicario generale o vicari foranei, presenti nei vari centri della diocesi, sarà possibile, per gli infermi, ottenere l’agognata licenza scritta che permetta loro di assaporare i cibi vietati. Ma i divieti non finiscono qui: pur avendo la dispensa scritta, gli infermi sono tenuti «ad usare detti cibi moderatamente e priuatamente»: dovranno evitare di farsi vedere mentre mangiano cibi vietati, in special modo da persone sconosciute. Per chi non osserverà queste cautele è prevista una pena grave, a discrezione dell’arcivescovo, e in sussidio di scomunica.

Orsini ordina ai medici e ai confessori di non rilasciare, a meno che non siano strettamente necessari, i suddetti certificati. Li minaccia di gravi sanzioni se lo faranno con leggerezza. Ordina, infine, che nessuno venda pubblicamente cibi vietati: «Tutti i bottegari, in tempo di predica, sono obbligati a tenere chiuse le loro botteghe». Se non lo faranno, tutta la loro merce verrà sequestrata.

Per evitare che il digiuno possa essere un’occasione di vanto, dovrà essere effettuato in segreto e nell’umiltà. La tradizione cristiana è categorica su questo punto: «Meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli» (Abba Iperechio); «Se praticate un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi» (Isidoro il Presbitero). Anche l’Editto per l’osservanza della Quaresima si chiude con una raccomandazione: «Melior est abstinenti a vitiorum, quam ciborum» (Meglio l’astinenza dai vizi rispetto a quella dai cibi). Perciò, in questo “sagro tempo”, si dovranno mettere da parte gli odi, e riappacificarsi col prossimo, bisognerà astenersi dalle cacce, dai conviti, dai festini, seguire le prediche, udire ogni mattina la santa messa, più volte confessarsi e comunicarsi, e fare opere pie confacenti allo stato di buon cristiano. Affinché l’Editto sia noto a tutti, Orsini ordina agli arcipreti della diocesi sipontina di pubblicarlo nella domenica della Quinquagesima e nella seconda domenica di Quadragesima; e di tenerlo affisso sulle porte delle chiese per tutto il tempo quaresimale: «Ed in tal modo abbia forza, come se fosse personalmente intimato a ciascuno!».

Nei giorni festivi si permetteva generalmente ai venditori di pane, vino, frutti ed ortaggi, ai macellai, ai bottegai e albergatori, «ad aromatarij e spetiali di poter vendere i loro generi acciò le feste non siano gravi, ma celebrate con hilarità spirituale». Ma questo è vietato a Pasqua: «Nelli giorni della Pascha di Resurrezione… non s’aprirà alcuna botegha, nè si venderà, nè si opererà, o farassi alcuna cosa se non per mera & evidentissima necessità di qualche infermo».

Nei tempi recenti la disciplina ecclesiastica sul digiuno è stata attenuata. I giorni prescritti sono rimasti soltanto due: il mercoledì delle Ceneri e il venerdì santo. Ancora digiuno, dunque. Ma perché? La teologa Stella Morra ha affermato che se un’indicazione affonda le radici nei secoli ha tutti i numeri per essere valida. Privarsi coscientemente del cibo rende visibile una condizione costitutiva dell’uomo: lo rende mendicante, non più onnipotente. Autoregolazione utile in un mondo con eccessiva mania di protagonismo. Ma il mangiare appartiene al registro del desiderio, supera la semplice funzione nutritiva per rivestire un significato simbolico: moderando la fame, si moderano tanti appetiti. Si disciplinano le relazioni con gli altri, con la realtà esterna, relazioni tendenti all’aggressività ed alla voracità. Il digiuno diventa “educazione del desiderio”. Svolge la funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di cosa viviamo. In un tempo in cui lo stesso digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, l’uomo, cristiano e non, non dovrebbe mai dimenticare la specificità del digiuno. Dovrebbe porsi una semplice domanda: “Uomo, di che cosa vivi?”.

Il PERSONAGGIO – Orsini dalle visite pastorali nel Gargano, a dorso di mulo o in barca, al soglio pontificio

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Pier Francesco Orsini, papa Benedetto XIII.

Pier Francesco Orsini nacque a Gravina di Puglia (BA) il 2 febbraio 1650, figlio di donna Giovanna Frangipane della Tolfa e del duca Ferdinando Orsini, feudatario di Solofra. Vincendo la contrarietà dei familiari, entrò nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), con il nome di fra Vincenzo Maria Orsini. «Duca per nascita, frate per vocazione, cardinale per volere materno e papa suo malgrado», incarnò nel Mezzogiorno il modello del vescovo estremamente ligio alla “lezione” tridentina. Il 3 febbraio 1675, ad appena 25 anni, fu consacrato vescovo di Siponto (Manfredonia, FG). Realizzò un ampio coinvolgimento ai problemi della vita ecclesiale, riunendo in una periodica, solenne assemblea, tutto il clero, che prendeva coscienza della realtà locale, rendendosi più responsabile della cura delle anime. Effettuò due visite pastorali, la prima nel 1675 e la seconda nel 1678, raggiungendo i paesi dell’impervio Gargano a dorso di mulo, ma anche in barca. Rinnovò le sedi ecclesiali, consacrò altari e prescrisse arredi e suppellettili. Effettuò un’attenta ricognizione del patrimonio fondiario, entrando in contrasto con i funzionari del Viceregno e i Legati spagnoli. Innocenzo XI lo trasferì il 22 gennaio 1680 nella lontana sede di Cesena. Il 30 maggio 1686 Vincenzo Maria Orsini, a dorso di un cavallo bianco, entrò nella città di Benevento: era stato nominato arcivescovo metropolita. Vi resterà per 44 anni. Qui la sua opera pastorale fu imponente: indisse 44 sinodi in 44 anni, i cui Atti, come quello di Siponto, furono regolarmente stampati, e diffusi in ogni parrocchia della diocesi.

Il giornale di Napoli «Avvisi Pubblici» n. 27 del 4 luglio 1724 rievocò così la nomina di Orsini al pontificato: «È stato tale e tanto il giubilo inteso dalla Cittadinanza dello stato di Solofra per la esaltazione al soglio Pontificio del di loro primo natural Padrone, oggi Sommo Pontefice, che per dieci giorni continui quel pubblico lo manifestò con estraordinaria allegrezza facendo vedere pareggiare la notte col giorno per la quantità ben grande de’ lumi, ed altri fuochi di gioia accesi nelle publiche strade, e nei palagi, in molti dei quali vedevasi esposto il ritratto di S. Santità, e facendo sentire un continuo rimbombo di mortaretti, salve d’archibuggi, e di varie sorti di fuochi artificiali».

Divenuto papa Benedetto XIII, Orsini morì il 21 febbraio 1730. Per non disturbare il popolo romano, impegnato nelle strade a festeggiare il Carnevale, per lui non suonarono neppure le campane a morto. Il suo fu un pontificato molto “discusso”. Tra i demeriti, la persecuzione contro Pietro Giannone.

© Teresa Maria Rauzino

 Il presente saggio è stato pubblicato sul «Corriere del Mezzogiorno – Corriere della sera» del 19 marzo 2004.

 

“Il gesto di Orfeo”: Un canto di memorie, acceso da palpiti di vita

Una recensione della silloge di Barbara de Miro d´Ajeta 

a cura di TERESA MARIA RAUZINO

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Sabato 22 febbraio 2014, la Sala “Rosa del Vento” della Fondazione Banca del Monte di Foggia ha ospitato la presentazione della più recente raccolta di poesie di Barbara de Miro d´Ajeta, intitolata “Il gesto di Orfeo”. Ad illustrare il volume di liriche, insieme all’autrice, il giornalista Nino Abate. La lettura di alcune poesie della silloge è stata affidata a Rosa D´Onofrio, l´accompagnamento musicale a Gianni Pellegrini.

Barbara de Miro d’Ajeta, allieva della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha insegnato Storia del Teatro nelle Università di Genova, Sassari, Salerno e all’Orientale di Napoli. Tra le sue numerose pubblicazioni di critica teatrale, hanno ricevuto notevoli consensi “Eduardo De Filippo”, Liguori, Napoli, 2002, “Il seme, il germoglio e il fiore” (Pirandello fra biografia, narrativa e teatro), Aracne, Roma, 2008.

Ma la passione di Barbara è per la poesia.  Una sua precoce vocazione poetica, coltivata fin dall’adolescenza, l’ha spinta a pubblicare le raccolte “Qualcosa partì dal mio cuore”, C.E.S.P., Napoli-Foggia-Bari, 1960, “L’isola d’oro”, Gastaldi, Milano, 1963, “In margine”, Bastogi, Foggia, 1981. Ora ritorna a pubblicare questa silloge, “Il gesto di Orfeo”, che abbraccia un arco di tempo ampio, dal 1980 a oggi.

Cosa evoca il gesto di Orfeo? Orfeo era un poeta mitico di origine tracia, capace di smuovere le pietre e di ammansire con il suo canto anche gli animali feroci. Quando la sua amata Euridice fu morsa da un serpente velenoso e morì, Orfeo scese nell’Ade per ritrovarla. Con il suo canto commosse Persefone, dea degli Inferi, che gli promise di restituirgli Euridice rimandandola sulla Terra. Ma ad un patto: durante il viaggio non doveva voltarsi a guardarla. Sembrava un patto semplice da rispettare, ma non fu così. Orfeo non poté resistere al desiderio di vedere se la donna amata lo seguisse, ma quando si voltò a guardarla, Euridice scomparve.

La pulsione di Orfeo, che Barbara de Miro d’Ajeta fa sua,  è di voltarsi indietro. Non resiste alla tentazione di guardare le persone amate, di fissare i loro tratti, ricordare la loro esistenza, mentre i loro volti tendono a svanire per l’inesorabile fluire del tempo. Un gesto della memoria e del piacere di ricordare momenti di vita prima che scompaiano completamente nell’oblio…

Perché ogni cosa continua a vivere soltanto se c’è qualcuno che la ricordi.

“Il gesto di Orfeo – scrive Luigi Surdich (docente di letteratura italiana all’università di Genova) – mi è parso un libro bello, intenso, “necessario”. Prevalentemente l’Autrice si muove non come nella poesia più attuale, tra oggetti e cose, con conseguente marginalizzazione, rimozione dell’io, ma entro la dimensione dell’io e delle risonanze umane, affettive, memoriali che la coinvolgono e la vedono partecipe: ora con dolore, con rimpianto, ora invece con tenerezza e delicatezza. A volte c’è un sovrappiù di letteratura (specie nel lessico, in certi casi visibilmente “poetico”); ma il fascino dei  testi poetici è nella capacità di individuare alcuni aspetti tematico-figurativi (i fiori, i colori, il mare, la natura, gli amici, i cari, i famigliari…) e nella accorta cura con cui sviluppa il discorso, fino alla parte conclusiva che sempre (o quasi sempre) è un momento alto”.

Scrive il critico Mirco De Stefani nella prefazione alla silloge della d’Ajeta : “È il logos della corporeità la cifra stilistica che fa da sottofondo all’intera raccolta poetica: il linguaggio della percezione sensibile, la narrazione del continuo fluttuare di sensazioni e percezioni attorno ad una dimensione temporale fatta di ricordi e di presenti, che trapassano gli uni negli altri senza mai rinunciare ad un fuggevole incerto sguardo nel futuro. Quante mani, quanti volti, quanti occhi sembrano avvolgerci e osservarci da questi versi: e con essi e in essi i colori e i sapori di un mondo fatto di cieli, acque marine, spiagge che diventano un tutt’uno con quelle mani, quei volti, quegli occhi. E gli azzurri, i rossi, i verdi e gli ori della natura si trasformano in sentimenti e movimenti, slanci, giochi d’infanzia, baci e carezze. Ogni rosa, ogni buganvillea, ogni gardenia, ogni albero è metamorfosi e prolungamento vegetale di una psiche sospesa tra radicamenti e dissipazioni, slanci e naufragi. Da un angolo segreto del mondo si apre poco a poco il sipario sul teatro dei personaggi-specchio su cui è riflessa l’esistenza dell’autrice, ancora una volta incarnazioni di un io traboccante di vita, trafitto dal male oscuro, mai sazio di sensazioni. I personaggi, pur reali, concreti, autobiografici, sono in realtà creazioni di uno spirito aristocratico che trasforma la loro esistenza in affabile gesto poetico: i genitori, i maestri, gli amori, i nipotini, le anime dei morti perdono poco a poco la loro determinata realtà per incarnarsi nel corpo dell’autrice e divenire cuore del suo cuore, labbra delle sue labbra. Ed è così vinto il tempo ordinario, trasformato in classica ciclicità: inizio e fine coincidono, il passato tumultuoso si sovrappone al pacato presente, i fremiti e i rimpianti della giovinezza agli odierni incombenti deserti / tesi come corazze (…) Una polifonia di registri, di temi musicali, di contrappunti sembra emergere quasi naturalmente dall’insieme dei versi; non per una qualche scelta compositiva, ma per spontaneo concrescere di un’anima-ibiscus, piantata nell’angolo più recondito del giardino unicamente per espandere i suoi grandi petali bianchi. Ecco allora apparire il tema del dare senza aspettarsi nulla in cambio, come l’amore incompreso che sa piangere, / è mite, crede, attende, / scintilla, è proda, è tutto…”.

LE LIRICHE DEDICATE A ROMANO CONVERSANO

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Incontro

(Foggia, Palazzetto rosa, febbraio 1964)

The force that through the green fuse drives the flower

Drives my green age; that blasts the roots of trees

Is my destroyer.

And I am dumb to tell the crooked rose

My youth is bent by the same wintry fever.

 

L’odore delle vernici

nelle narici

e intorno nei tuoi quadri

e nei tuoi occhi

il mare

del Gargano, dell’Istria.

Un trasalimento

quando mi hai vista

per la prima volta

e poesia chiara

nel mattino di sole

-i libri della scuola ancora

sotto il braccio-.

La mia età ingrata

la malinconia di una vita

solitaria si dissolsero

nelle parole come archi

protese, nella gioia

dell’incontro.

Un dono: Dylan Thomas,

un’ebbrezza improvvisa

celeste. Fremevo.

Ora, dopo quasi

quarant’anni

vaporati con altri, in altre

cose, ti sento ancora in me

artefice che mi coltivi

tra il pollice e il medio

sulla tavolozza iridescente.

Non so che cosa, forse

la quintessenza del cuore

mi tiene avvinta ai tuoi

colori, al tuo cielo silvano

amore

amore mai raggiunto

vibratile vivo

quiescente nei sogni

e nella chiarità, raro

rarissimo mago

maschio leggero e forte

immillato nei sorrisi

di ieri come di ora

contro gli anni.

Nella coscia del gigante bianco

Il cuore, non tormento mi tiene

legata a intermittenze sottili

che disegnano ampie figure, persone

vigili sulla mia vita

(da bimba a donna, da piuma

a corallo, a lucori di topazio).

E tutto è immerso nella nebbia.

C’ è in me un frantumarsi di diamanti.

Mi incide nelle vostre ombre

più che l’ amore la forza

che erige cattedrali e porta verso

il cielo, dove è la fonte della luce.

Sono in questi vostri aliti

mille volte sognati e inattesi

alle porte dell’ essere.

Nelle vostre braccia, nei vostri ardori

virili, chiusi,

vivo, tremo, riluco.

Eppure è pena, eppure è nebbia,

ed è gioia adamantina,

spasimo di me fisica, di me nervo,

cosa, oggetto sperduto nei métros

e viva dei vostri palpiti

e intensa nel vostro sospiro,

non persona, occhio

nel palpitare della nebbia.

Milano, novembre 1988 (al Conversano e a Gian)

J’ai rêvé

Il est vieux. Il est doux.

Il a la mer

sous ses paupières

et dans ses doigts.

Il y a longtemps

que je l’aime.

Je me confonds

à l’horizon

dans ses veines d’azur

j’aime les calembours

qu’il chuchote

je flotte

dans le désir

je souffre sous ses mains

d’orfèvre, malade

d’une fièvre

d’absolu.

Je me suis émue

en regardant

avec lui, dans le sacré

silence, devant

une petite fenêtre

la mer du haut

loin, dans l’infini.

J’ai rêvé de désirer

une fille de lui.

Ho sognato

E’ vecchio. E’ dolce.

Ha il mare sotto le palpebre

e nelle dita.

E’ da tempo che l’amo.

Mi confondo

all’orizzonte

nelle sue vene azzurre

amo i giochi di parole

che sussurra

navigo nel desiderio

soffro sotto le sue mani

d’orefice, malata

di una febbre d’assoluto.

Mi sono commossa

contemplando con lui

in una finestrella

nel sacro

silenzio

il mare dall’alto

lontano, nell’infinito.

Ho sognato di desiderare

una figlia da lui.

Coppa di cielo, Peschici, à rebours

 

Mi lasci con un’estrema

carezza paterna

nella stazioncina texana

e d’un subito dal treno

lo sguardo abbacinato

capta gli ultimi raminghi

bagnanti sulle spiagge

semideserte, i vani

ombrelloni nel tempo

incerto, sono sommersa

dall’odore del maquis

con note caprigne

dalla malinconia

-in uno scrigno profondo-

dell’amore contrastato

-o il tuo fiato

che mormora il mio nome

le dita erranti

sul mio braccio senza un fine

il mio povero cuore

strozzato, i vialetti

silenti nel volgere del giorno

il giardino dove le nostre anime

giocavano a rimpiattino!

Il servizio di Teresa Rauzino è stato pubblicato sul quotidiano “L’Attacco”.

La tela di Maria Voto

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Non è Penelope, non aspetta Ulisse, non ci sono Proci, non ce ne sarebbe nemmeno spazio, al numero civico 10 di Corso Umberto I  tesse la tela Maria Voto, sposata 51 anni, due figli adulti e un meraviglioso nipotino. Qui nascono le originali tele lavorate con gli antichi telai di un tempo. Un piccolo laboratorio di tessitura, interamente occupato da due antichi telai, che ha fermato come per magia il trascorrere del tempo, ogni modernità si è fermata sull’uscio de “ la Tela “. Qui tutto è rimasto come i ricordi delle nostre nonne, ma tutto si materializza con i fili ordinati, i colori, il movimento dei pedali, mentre lentamente cresce sotto i nostri occhi meravigliati la tela di lino, la canapa, il cotone, la lana.

Sono andato a trovarla per una chiacchierata:

” Come è nata questa passione per gli antichi telai?

“ La mia avventura con i telai è iniziata nel 2000 con un corso di formazione del Parco Nazionale del Gargano e di Italia Nostra, teso alla riscoperta e tutela delle antiche tradizioni artigianali del territorio. La tessitura a telaio era molto diffusa in tutto il Gargano, ma il paese che eccelleva fra tutti era Vico del Gargano. Le nonne raccontano che in ogni famiglia c’era un telaio; se ne contavano oltre 800 con altrettante tessitrici. Il corso durò cinque mesi e fu tenuto da due insegnanti, un’anziana tessitrice di Vico per il cotone e il lino, da una più giovane di Carpino per le altre produzioni. Attualmente sono l’unica tessitrice ad aver proseguito in questa antica e nobile arte, ritenuta minore come spesso accade con i lavori di donne.”

Dopo il corso cos’è successo?” 

“ Posso dire che mi sono innamorata dei telai, della tessitura garganica, e di tutto il mondo celato dietro di essa, nel momento stesso in cui per la prima volta sedetti sulla panca e schiacciai il pedale. Nel 2003, dopo un periodo  in una cooperativa finita ancor prima di nascere, decisi di aprire un laboratorio a Vico del Gargano, fortemente convinta a non disperdere il lavoro prezioso di tante donne che prima di me avevano animato le case del centro storico del paese con il “ battito di vita “ creato dal canto gentile dei telai; donne contadine, spesso semianalfabete, povere, che avevano saputo creare tessuti finissimi noti anche alla Corte dei Borbone.”

“ Chi viene a visitare il tuo laboratorio?” 

“ L’interesse che negli anni ho saputo creare nei turisti è notevole; il mio laboratorio è meta e tappa obbligata per molti di essi, in quanto unico, o ultimo, testimone della nostra cultura e tradizione del telaio, punto d’incontro e di riferimento in un mare di botteghe di finta tipicità. Purtroppo non posso dire di aver suscitato lo stesso interesse nei nostri amministratori e in Enti vari. E, spiace dirlo, neppure nei miei concittadini. Chi viene nel mio laboratorio, situato in un locale tipico di fine 800, nel centro del paese, ha l’opportunità di vedere i miei telai in azione e tutti i manufatti che produco: asciugamani di lino con disegni in “ pizzo spagnolo “ originali dell’800; copriletti e tovaglioli in lino e canapa nel tessuto conosciuto come “ u sckacck “; cuscini e borse in tecnica mista: spighette, righe e denti di cane; tappeti di lana. Tessuti apprezzati sopratutto per la finezza dei filati e per la raffinata semplicità.”

“ Il futuro di questa prezioso artigianato?” 

“ Oltre ai miei due telai in paese ci sono ancora pochissimi esemplari, tenuti per motivi affettivi dai proprietari, ma non funzionanti. La mia speranza è stata per molti anni quella di poter trasmettere questo sapere ai giovani, ma dopo 14 anni ho dovuto arrendermi all’evidenza.”

“ Eppure c’è un gran parlare sui mestieri a rischio scomparsa “ 

“ Nessun Ente, nessun amministratore, nessuna autorità di formazione ha capito la potenzialità che un corso di tessitura, diffuso sul territorio, avrebbe potuto offrire alle innumerevoli donne disoccupate del Gargano. Negli anni ho ospitato molte reti televisive, un gran parlare, ma tutto si è esaurito nel giro di poche ore.”

“ Oggi c’è un turismo attento e stufo di cineserie. La tua è una produzione di alto artigianato “

“ Credo che non solo la tessitura, ma ogni altra forma di artigianato potrebbe costituire un pezzo di economia di nicchia. In fondo non è difficile capire che il turismo di qualità va alla ricerca di prodotti tipici, originali ed unici. Nell’epoca di Internet noi donne garganiche potremmo arrivare molto lontano, ben al di là del nostro naso.

 Michele Angelicchio

Articolo pubblicato sul quotidiano “L’Attacco” il 1 marzo 2014