Transumanza, alla scoperta del Tratturo Magno.Il futuro riparte dal passato


“Tratturo Magno, rigenerazione di un territorio”, è il titolo del  convegno svoltosi Il 9 ottobre a L’Aquila nella sala ipogea del palazzo dell’Emiciclo del Consiglio regionale d’Abruzzo, per discutere sul rilancio paesaggistico del Tratturo e delle opportunità economiche e ambientali ad esso legate. L’evento è stato organizzato dall’associazione “Tratturo Magno 4.0” in collaborazione con FISE (Federazione Italiana Sport Equestri), Casartigiani, Cna, con il patrocinio della Regione Abruzzo, Consiglio regionale, Comune dell’Aquila, Comune della Città di Vasto, Ente Nazionale per il Microcredito, l’Univaq e la FISE.

Un progetto lungimirante che mette attorno allo stesso tavolo soggetti privati, associazioni ed istituzioni.   Una mission di più forze, una cabina di regia per confrontare realtà e iniziative disparate su un tema molto sentito.

“Il tratturo si connota per il suo forte senso identitario. L’immagine delle greggi davanti la basilica di Santa Maria di Collemaggio in partenza per Foggia ha fatto il giro del mondo e bisogna partire da qui” – così il giornalista Osvaldo Bevilacqua ha aperto la prima sessione del Convegno, impegnandosi a seguire questo progetto sinergico. “Questo per me è veramente un momento di orgoglio – ha precisato- per il rapporto che ho con questa regione. Una regione unica a livello globale, posso dirlo senza tema di smentita, perché non c’è una zona come l’Abruzzo con tanti parchi nazionali e regionali. Questo “fazzoletto di terra” è un angolo di mondo tutto da scoprire. Andando in giro per il mondo, ho avuto modo di sentire direttamente vari  personaggi, ambasciatori, presidenti di Stati che fanno i complimenti a una regione come questa. Ribadisco, come ho sempre detto, che se gli abruzzesi capissero quello che hanno in casa (ma sono abituati troppo troppo bene, quindi non ci fanno caso), sicuramente qui ci sarebbe una coda di tour operator, specie dai paesi scandinavi come la Norvegia, la Finlandia e la Svezia, interessati a creare “pacchetti”  di qualità per soggiorni lunghi.

Questo territorio non ha bisogno di turisti con la t minuscola, così tanto per fare una gita fuori porta. L’Abruzzo è una ”terra per Viaggiatori”, il che è diverso. 

 I turisti con la T maiuscola sono quelli che capiscono il valore di una terra che vanno a scoprire,  sono “viaggiatori” consapevoli.

Sono quelli che noi vorremmo venissero in Abruzzo. Questo convegno è incentrato  su un tema molto importante quello dei tratturi della transumanza, ho avuto il piacere di sperimentare la vita del transumante e del pastore per tre giorni e tre notti con i Colantuono. Sono i capostipiti di una tradizione che adesso continua con Carmela Colantuono (anche qui le donne hanno una marcia in più) nel solco disegnato e tracciato dai suoi antenati, da suo nonno Felice e dallo zio Antonio che avevano avuto l’intuizione di far partecipare, di far conoscere anche ai giovani e alle future generazioni, il valore culturale, sociale ed umano di questo movimento di greggi o di bovini che si spostavano in cerca di migliori situazioni climatiche e di sussistenza già dalla preistoria. Ci sarà chi, più autorevole di me in questo, potrà  raccontarci qualcosa in più sul significato della transumanza e di questo Tratturo magno: un pezzo di storia importante che l’Unesco ha riconosciuto come bene immateriale. E un motivo di orgoglio, ancora di più per gli abruzzesi e per gli amici molisani e pugliesi confinanti perché qui c’è un tratturo importantissimo, storico, lungo chilometri e chilometri che ha tracciato non soltanto le autostrade dei tratturi ma ha creato delle situazioni tra l’andata e il ritorno descritti magistralmente da un abruzzese doc come Gabriele D’Annunzio che parla dei tratturi che portano dalla montagna al mare. E quindi vi sarà  la loro riscoperta: ci sarà chi li percorrerà a cavallo, chi in bicicletta, chi farà dei tratti a piedi (trekking) per scoprire un territorio fantastico soprattutto quando si arriva al mare, in particolare ai trabocchi (o come li chiamano altrove trabucchi). Vedere queste “macchine piscatorie”, come li chiamava D’Annunzio,  e riassaporare le emozioni che trasmettono a chi li vede da lontano perché non sa che cosa siano ma poi ne capisce subito il senso: una macchina inventata secoli fa e che riesce ancora oggi ad affascinare”.

Osvaldo Bevilacqua ricorda il suo primo approccio ai trabocchi:  già era un  “giornalista” curioso” e lo invitò l’allora direttore del dipartimento della guardia costiera teatina, oggi comandante generale ammiraglio Basile. “Mi porta a cena, vedo queste reti che salivano, una cosa meravigliosa (i turisti stranieri impazzirebbero, verrebbero a vivere qui solo per vivere questi momenti), ad un certo punto  dice al cameriere,  figlio del proprietario: “Qui ci starebbe bene un po’ di pecorino”.

“Devo vedere se ce n’è e speriamo che ci sia”. 

“Con il pesce che mangiamo, strano l’abbinamento con il formaggio”  pensai… 

Tornò con una bottiglia di vino che io non conoscevo. Ancora non sapevo che ci fosse questo vino, conteso tra Marche Abruzzo, denominato Pecorino. È stata un’esperienza divertente che ha coronato questa mia prima esperienza di avvicinamento ai trabocchi, un’altra realtà che si può riscoprire sul campo.

L’ idea di creare l’associazione “Tratturo magno 4.0”  è  veramente un’idea eccezionale e io mi auguro che tutte queste iniziative attorno alla transumanza, ai tratturi e a tutto quello che c’è dietro o intorno, possano creare delle sinergie. La concorrenza deve diventare Alleanza perché oggi bisogna fare le alleanze, quindi i Comuni, le Regioni devono cominciare a fare un discorso unico. Se l’Unesco riconosce una cosa del genere (grazie anche a chi si è prodigato ed è stato protagonista della transumanza da una regione all’altra), questo porta sicuramente prestigio, non lo devo raccontare io.

Questo è un tratturo che, dal momento in cui sarà rimesso in piedi (l’uomo qualche volta ha migliorato, ma spesso ha stravolto un po’ l’ambiente, peggiorandolo) darà da lavorare molto dal punto di vista pratico. Questa mission è molto importante. Ecco perché io mi auguro che si possa arrivare, attraverso questo momento di  partenza (che è a metà strada, siamo già a buon punto), ad associare più forze, a creare una cabina di regia. In questo convegno non diremo che siamo tutti bravi, adesso faremo, ci sono già tante altre iniziative e la transumanza è un fenomeno che viene anche dal nord insomma c’è un po’ dappertutto, certo c’è quella che ti attrae di più, che ti appartiene di più, come in questo caso. Bisogna fare un lavoro tutti insieme soprattutto le autorità che hanno il dovere, e dovrebbero avere anche il piacere, di portare avanti questi discorsi.  La presenza oggi anche dei politici ci fa molto piacere. 

Adesso poi abbiamo anche l’appoggio, l’aiuto dei carabinieri forestali, abbiamo avuto con il generale (Antonio Pietro Manzo) altri incontri, altre manifestazioni, altri eventi in altre zone e quindi sono molto contento anche della sua presenza perché diventa veramente una associazione di forze, di intelligenze, di cultura, di tutela del territorio perché, oltre a crescere, bisogna tutelare quello che si crea..  E quindi loro saranno i nostri angeli custodi”.  

Io ho visto delle foto fantastiche: fanno venire i brividi queste greggi che davanti alla basilica di Santa Maria di Collemaggio dove c’è questo incontro questa osmosi che è veramente mozzafiato tra due icone a livello mondiale, immagini di questo  tipo fanno il giro del mondo. Ce l’abbiamo e le dobbiamo assolutamente utilizzare. Facciamole conoscere!”.

 “L’obiettivo è rigenerare l’economia lungo il percorso del Tratturo Magno che va da L’Aquila a Foggia”, ha proseguito Alessandro Di Loreto, presidente del comitato organizzatore. “Le Economie in questione sono quelle già esistenti sul territorio: agricoltura di montagna, di collina, prodotti e servizi. Lo scopo è rendere praticabili questi percorsi naturali, con il rilancio delle attività economiche esistenti sul tracciato del Tratturo, con la rivitalizzazione dei centri storici e il cosiddetto turismo lento”. 

    “I tratturi rappresentano tremila anni di storia che uniscono tutti i nostri saperi lungo un percorso di chiese pastorali e un sistema viario dalle grandi potenzialità per un turismo sostenibile”, ha ribadito il presidente dell’associazione Tratturo Magno 4.0, Danilo Taddei. “Il nostro obiettivo è quello di sviluppare un brand territoriale a impatto zero e cubatura zero”.

Secondo Giovanni Legnini, Commissario Straordinario per la Ricostruzione “l’ idea di rigenerare l’economia su vie così estese come il Tratturo Magno si sposa perfettamente con l’obiettivo di ricostruzione territoriale, affiancata a quella urbana, dei territori ricadenti nei crateri sismici 2016-2017”.

 

Tantissimi i relatori che si sono alternati per trattare il tema secondo angolazioni e punti di vista molteplici.

Presenti al convegno anche Cinzia Torraco, prefetto de L’Aquila, e Antonio Marasco, ingegnere dell’Anas, di origini foggiane.

Il giornalista di Sky Roberto Inciocchi ha moderato la sessione pomeridiana dell’evento.

PREMIAZIONE  PRIMA EDIZIONE 2021 CONCORSO LETTERARIO “IL TRATTURO MAGNO”

Al termine del convegno si è svolta la premiazione della prima edizione del Concorso Letterario “Tratturo magno letteratura verde” anticipata dalla telefonata di Gianni Letta, presidente onorario della Giuria (e dell’Associazione Tratturo Magno 4.0 ) a cui è andato  il particolare ringraziamento di Danilo Taddei “per la disponibilità e sensibilità sempre dimostrate sulle tematiche legate al territorio”. 

“Oggi l’argomento sul Tratturo Magno è stato ampiamente trattato e non c’è  da aggiungere altro – ha affermato Rita Pelusi, presidente della Giuria Tecnica del Premio Letterario – 

Voglio invece  spiegare il perché di questo Concorso con una citazione:  “Dalla memoria della bellezza dei ricordi nasce il bisogno di custodire il territorio, è la memoria che dà dignità e valore alle cose e ci spinge a preservarle”. Quale migliore strumento della memoria se non il narrare e il cantare il territorio? Raccontare le esperienze vissute, significa sottrarle all’oblio, ridare centralità a questa eredità che lega le regioni che hanno vissuto l’esperienza della transumanza, in particolar modo l’Abruzzo e la Puglia, i cui patrimoni e tradizioni si sono uniti nel tempo, in una storia comune che va preservata e valorizzata. Abbiamo voluto che la storia delle due regioni fosse gemellata anche letterariamente,  così il concorso letterario “Il Rovo”, nato dieci anni fa a Cagnano Varano, paese del Parco nazionale del Gargano,  e il concorso letterario “Il Tratturo Magno” della città de L’Aquila si sono uniti per favorire  il  recupero di questa memoria comunitaria, in  un momento corale di emozioni dettate dalla conoscenza, dai ricordi, o semplicemente dal paesaggio nel quale questa vicenda umana si è dipanata. Le opere che hanno partecipato  al concorso sono la prova tangibile che la memoria storica è rimasta nei territori attraversati da questa importante vicenda umana e sociale, e merita di essere conosciuta in tutto il territorio nazionale, per la rigenerazione di un patrimonio ricco di storia, arte e cultura, che va dagli Appennini all’Adriatico”.

Due le sezioni per le quali i partecipanti hanno presentato gli elaborati: la poesia e la prosa. 

L’input è partito dalla seguente traccia: “Stai attraversando il Tratturo Magno per un’escursione con gli amici, ti allontani dal gruppo perchè senti delle voci e un belare di greggi; le emozioni ti portano lontano nel tempo, quando questa via erbosa era affollata e viva… ora puoi raccontare. Sei là”.

Ne sono scaturite pagine di prosa  e liriche interamente dedicate alla tradizione millenaria della Transumanza, unica in tutta Europa e proclamata Patrimonio Culturale Immateriale Unesco nel 2019.

Vincitori I° edizione del Concorso Letterario Il Tratturo Magno 2021

Sezione Poesia

Il Primo Premio è stato assegnato a Fabrizio Nardone per la lirica “Eco del viandante” con questa motivazione:

La storia si dipana attraverso l’andare dell’uomo che diventa viandante nel suo percorso di vita ed è un tutt’uno con la terra che lo accoglie nei suoi tratturi per indicargli il passo. Corretta la scelta di abbattere le barriere della punteggiatura, per riportare l’eco del viandante. La parola è densa di sensi espressi e di altri nascosti”.

Secondo Premio ad Assunta Maria Oddi per la lirica ”Tratturi”, con la motivazione:

 «Di grande effetto poetico, i versi ci trasportano in una notte transumante, in attesa del nascente giorno. Morte e vita si intersecano, in un’alternanza naturale. Nuances cromatiche, chiaroscuri e acqueforti poetiche a dare voce a un presente che sa di essere stato partorito un giorno lontano secoli e millenni, da migliaia di padri transumanti”.

Terzo Premio a Giancarlo Bozzetta per  “L’agosto dei miei ventun anni” con la motivazione:

“Con prosa lirica, l’Autore propone il tema del viaggio esistenziale che si identifica con l’epica marcia dei pastori transumanti sul Tratturo Magno, meraviglioso come la vita. Partire è duro, sempre. Tornare un dono del Signore. Su una versificazione interessante si innesta un iter riflessivo, che sa aprire scorci sul senso più profondo della tematica oggetto della poesia”.

Sezione Prosa

Prima classificata della sezione  prosa è Grazia D’Altilia con il racconto:  “Quel temporale del ’55″. Ecco la motivazione:

C’è della poesia in questa prosa coinvolgente, che narra, attraverso pensieri dalle nuances sentimentali tenui eppure definite, la sacralità del lavoro del pastore che, nella sua ricchezza di significati, diventa il fulcro della narrazione. La similitudine tra i due viaggi sa non essere banale, ma emotivamente intensa”.

Il Secondo Premio è andato ad Antonio Monte per  “La transumanza, la mia prima vacanza”. 

Motivazione:

“Pagine coinvolgenti, attraversate dalla memoria di un’esperienza vissuta, che diviene vivida, palpitante realtà. Storia di grande interesse documentario per le dettagliate notizie sulla transumanza dal Gargano all’Abruzzo. Una “tranche de vie” realmente vissuta e che l’Autore racconta con grande partecipazione emotiva. Il lettore rivive con meraviglia quei momenti”. 

Terzo Premio a Matteo Pio Pazienza, con il racconto “Là dove il Tratturo Magno incontra la laguna” con la motivazione:

Prosa che sa trovare spiragli, attraverso cui sentimenti autentici sanno farsi voce di nostalgia suadente e che sa, sull’onda della memoria, ripercorrere gli itinerari delle vie erbose percorse dai transumanti. Il testo è ricco di profonde riflessioni su un passato forse difficile da recuperare“.

MENZIONI SPECIALI

Per la Sezione Poesia, la Giuria ha assegnato una menzione speciale a Roberto di Leonardo per la lirica “I versi della transumanza”, con la motivazione:

“Immagini suggestive rievocano un mondo che sembra lontano anni luce, ma che è ancora vitale. L’alba illumina un altro giorno. Versi sciolti a riannodare poeticamente le fila di una memoria che, attraverso le immagini, sa condurre alle radici. Parte chiassoso un altro gregge, per una nuova transumanza”.

Per la Sezione Prosa  menzione speciale della giuria  ad Anna De Romanis per il racconto “L’Abruzzo terra di contrasti”.  Motivazione:

“Forma lineare e abbastanza equilibrata, messaggio attuale. L’autrice descrive uno spaccato tra passato e presente come nei fotogrammi di un film”.

FUORI CONCORSO 

Menzione speciale della Giuria a Roberto Giuliani per il racconto  “Tatà Carmnucce” ( l’opera era molto valida, ma essendo stata pubblicataprima dell’evento di premiazione, non la si è potuta includere nella rosa dei vincitori). La giuria all’unanimità ha comunque deciso di dare una menzione speciale fuori concorso, per la validità stilistica e per i contenuti coinvolgenti.

Ecco la motivazione:

“Efficace e riuscita struttura narrativa; tessitura ruvida ma calda, come i panni dei pastori transumanti. Testo coinvolgente e ben costruito; messaggio di forte impatto emotivo, regala uno spaccato di vita da non dimenticare“.

PERGAMENE

La Giuria ha ritenuto di ringraziare con una pergamena gli altri Autori che hanno onorato il Premio Letterario con la loro qualificata partecipazione:

Sezione Poesia

Luigi Ianzano 

Vincenzo Campobasso

Anna Piano

La Rocca Tiberio

Sezione Prosa

Matteo Rivino

Grazia Di Roio

Gianfranco Eugenio Pazienza

LETTURA dei testi vincitori del Premio Letterario: a cura della prof.ssa Sonia Ciuffetelli.

VISITA della città de L’Aquila  organizzata domenica 10 ottobre per i vincitori del Premio letterario e per i componenti della Giuria Tecnica:  a cura della guida Carla Canali.

COMPONENTI GIURIA TECNICA Premio Letterario “Tratturo Magno”

Ottavia Iarocci: Docente di lingua e letteratura  italiana, scrittrice.

Rita Pelusi: Docente di lingue e letterature straniere. Scrittrice.

Sarah Pelusi: Interprete di conferenza, traduttrice letteraria, filologa.

Teresa Rauzino, Docente di lingua e letteratura italiana, ricercatrice e storiografa.

Francesco Paolo Vincitorio: Psicoterapeuta, scrittore.

Italo Radoccia: Magistrato, scrittore.

L’articolo di Teresa Rauzino è stato pubblicato mercoledì 13 ottobre 2021 sul quotidiano L’ATTACCO

Fabrizio Nardone vince il 1^ Premio (sezione Poesia) del Concorso Letterario “Tratturo Magno 2021”

“Tratturo Magno, rigenerazione di un territorio”, è il titolo del  convegno tenutosi il 9 ottobre all’Aquila nella sala ipogea del palazzo dell’Emiciclo del Consiglio regionale d’Abruzzo, per discutere sul rilancio paesaggistico del Tratturo e delle opportunità economiche e ambientali ad esso legate. L’evento è stato organizzato dall’associazione “Tratturo Magno 4.0”.

Al termine del convegno si è svolta la premiazione della prima edizione del Concorso Letterario “Tratturo magno letteratura verde”.

“Dalla memoria della bellezza dei ricordi nasce il bisogno di custodire il territorio, è la memoria che dà dignità e valore alle cose e ci spinge a preservarle – ha premesso Rita Pelusi, presidente della Giuria Tecnica – Quale migliore strumento della memoria se non il narrare e il cantare il territorio? Raccontare le esperienze vissute, significa sottrarle all’oblio, ridare centralità a questa eredità che lega le regioni che hanno vissuto l’esperienza della transumanza, in particolar modo l’Abruzzo e la Puglia, i cui patrimoni e tradizioni si sono uniti nel tempo, in una storia comune che va preservata e valorizzata. Le opere che hanno partecipato  al concorso sono la prova tangibile che la memoria storica è rimasta nei territori attraversati da questa importante vicenda umana e sociale, e merita di essere conosciuta in tutto il territorio nazionale, per la rigenerazione di un patrimonio ricco di storia, arte e cultura, che va dagli Appennini all’Adriatico”.

Per la Sezione Poesia, il Primo Premio è stato assegnato a Fabrizio Nardone per la lirica “Eco del viandante” con la seguente motivazione della Giuria: 

La storia si dipana attraverso l’andare dell’uomo che diventa viandante nel suo percorso di vita ed è un tutt’uno con la terra che lo accoglie nei suoi tratturi per indicargli il passo. Corretta la scelta di abbattere le barriere della punteggiatura, per riportare l’eco del viandante. La parola è densa di sensi espressi e di altri nascosti”.   

Le scelte linguistiche sono adeguate al genere lirico che presuppone la libertà stilistica. Le immagini, molto potenti, restano impresse nella narrazione come la scenografia di un film.  

Fabrizio Nardone vive a Sant’Elia Fiumerapido (in provincia di Frosinone).

 Si occupa di riabilitazione in ambito lavorativo.

Nutre da sempre una passione notevole per l’arte, soprattutto la scrittura ed il teatro, settori in cui ha ricevuto dei premi, ma soprattutto grandi soddisfazioni attraverso il donare e il ricevere le emozioni più autentiche della vita.

“Sono emozionato- ha dichiarato l’Autore durante la premiazione – perché nonostante abbia un passato di attore queste cose mi emozionano: non riesco mai a leggere in pubblico le mie poesie, perché la poesia va assaporata e letta nel silenzio. Ringrazio l’ottima interpretazione della mia lirica della prof.ssa Sonia Ciuffetelli. Per una volta me la sono ascoltata e gustata. È stata una bellissima giornata, vi ringrazio. Ho avuto l’onore di conoscere poco fa gli organizzatori e  mi è stato detto che abbiamo dato modo di iniziare questo percorso. No, è grazie a voi che noi abbiamo iniziato questo percorso. Oggi la mia famiglia non è qui: per via di alcuni problemi con il covid, i bambini non li ho potuti portare. Sarà però l’occasione per portarli sul Tratturo Magno. Non è un cammino, ma un percorso. Per molti un percorso di vita lo è stato, per me sarà un inizio con la mia famiglia: la porterò qui a conoscere questi posti straordinari ma anche quello che nasce da questo percorso. Il tema che è stato dato è stato folgorante. Lo confesso,  l’ ho scritta in 6 minuti questa poesia perché quando ho letto il tema io stavo lavorando e ho lasciato tutto e c’è stata un’ispirazione totale, mi sono immerso completamente in questo tema. La mia scelta con la famiglia è stata quella di spostarmi in campagna dalla città, per far crescere i miei figli a contatto con la natura perché stavamo, e io stesso stavo, perdendo il contatto con la Natura. Riscoprire questi territori, questi percorsi aiuterà sicuramente a migliorare la qualità della nostra vita e far crescere i nostri figli in un mondo migliore”.

Fabrizio Nardone è stato premiato dall’ on. Stefania Pezzopane che si è complimentata molto con Danilo Taddei, presidente dell’associazione organizzatrice dell’evento e con la Giuria per questa idea di associare al Tratturo Magno un premio letterario con una componente importante di poesia. ”Nella giornata di oggi – ha sottolineato la Pezzopane – abbiamo dimenticato un aspetto: i Pastori a volte erano poeti e la poesia a braccio, ed anche la poesia letta e scritta, era una componente della transumanza. Uno dei più grandi poeti è stato Francesco Giuliani che è morto nel 1970 a Castel del Monte e che ci ha lasciato moltissimi scritti poetici e non solo. Lui, quasi analfabeta, era riuscito a imparare a leggere:  leggeva  L’Orlando  Furioso, La Gerusalemme Liberata e i poemi omerici e riusciva, questa dotta cultura popolare, a riproporla. Qualcuno può immaginare che ci sia una dissonanza, invece c’è un’assonanza totale tra il Tratturo, la transumanza,  la poesia e la letteratura”.

 Tutto si interseca, inevitabilmente, in una circolarità virtuosa.

Teresa Rauzino

Grazia D’Altilia vince il Primo Premio (sezione prosa) del Concorso Letterario “Tratturo Magno 2021”

Grazia D’Altilia riceve il primo premio dal prefetto de L’Aquila Cinzia Torraco

Due le sezioni della 1^ edizione del Premio Letterario nazionale “Tratturo Magno Letteratura verde” per le quali i partecipanti hanno presentato gli elaborati: la poesia e la prosa.
L’input è partito dalla seguente traccia: “Stai attraversando il Tratturo Magno per un’escursione con gli amici, ti allontani dal gruppo perchè senti delle voci e un belare di greggi; le emozioni ti portano lontano nel tempo, quando questa via erbosa era affollata e viva… ora puoi raccontare. Sei là”.
Come ha premesso la scrittrice Ottavia Iarocci, componente della Giuria, “Leggendo i testi, la sensazione è di essere proiettati in un mondo ancestrale,che poi è il senso delle radici della terra che non è solo madre, ma madre e padre allo stesso tempo. Emerge l’esigenza ineludibile di una rinascita, di una palingenesi.E questa non può avvenire se non con lo sguardo rivolto al passato degli antichi pastori transumanti”.

Ne sono scaturite pagine di prosa e liriche interamente dedicate alla tradizione millenaria della Transumanza, unica in tutta Europa e proclamata Patrimonio Culturale Immateriale Unesco nel 2019.Prima classificata della sezione prosa è la scrittrice e poetessa Grazia D’Altilia con il racconto: “Quel temporale del ’55″. Ecco la motivazione della Giuria:

C’è della poesia in questa prosa coinvolgente, che narra, attraverso pensieri dalle nuances sentimentali tenui eppure definite, la sacralità del lavoro del pastore che, nella sua ricchezza di significati, diventa il fulcro della narrazione. La similitudine tra i due viaggi sa non essere banale, ma emotivamente intensa.

La scrittrice, nata a Huy (Belgio), il 31/12/1961 e residente a Vico del Gargano in provincia di Foggia, si racconta cosi:

“Fino all’età di dieci anni, ho abitato in Belgio dove i miei figuravano come i “soliti” emigranti. Hanno avuto, però, la fortuna di ritornare a casa. Ed io, con il rientro definitivo in Italia, ho dovuto conoscerne una nuova, di casa. Il Gargano. A Vico del Gargano ho la mia famiglia, il mio lavoro (sono una logopedista ed ho conseguito il diploma di Counselling relazionale nel 2018). Qui svolgo attività di volontariato (faccio parte del gruppo FRATRES che si occupa della donazione di sangue e dell’Associazione “I Bambini di Antonio Gallo” che opera in Uganda e con cui nel 2013 ho fatto una missione). Collaboro in manifestazioni culturali locali e per dieci anni ho fatto parte della Redazione di un giornale locale. Tra una cosa e l’altra cerco di ritagliare spazi per leggere e scrivere. Qualche volta partecipo a Concorsi Letterari e qualche volta ciò che scrivo piace e “vengo notata”. E allora salta fuori la possibilità di mettersi in viaggio, di conoscere luoghi e gente nuova, di confrontarsi, allargare gli orizzonti. Il mondo dell’inchiostro ha su di me un fascino particolare…mi incanta. È un rimescolio di pensieri ed emozioni: da comprendere nella lettura, da far comprendere con la scrittura. È anche così che il mondo mi sembra più mondo”.

A Grazia D’Altilia vanno i complimenti della Giuria per questo splendido risultato, e l’augurio di futuri successi.

Teresa Rauzino

LA SETTIMANA SANTA DI VICO DEL GARGANO

Fresco di stampa il volume di Pasquale D’Apolito, Francesco Pupillo e Francesco A. P. Saggese

Oggi il mondo gira in fretta, ma dur

ante la Settimana Santa di Vico del Gargano, tutto rallenta per far posto, attraverso la fede, alla tradizione. In questi giorni si percepisce qualcosa che non nasce dall’occasionalità del momento solenne, ma che viene da lontano e che affonda le sue radici nel concetto d’identità. La Settimana Santa di Vico racchiude in sé un immenso patrimonio di conoscenze, a tratti unico nel suo genere, che merita di essere portato all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e di essere studiato per salvaguardarne la tradizione, che è inevitabilmente legata al suo popolo e alla sua storia.
“Questo libro sulla Settimana Santa di Vico del Gargano nasce dalla volontà di raccontare chi siamo – scrivono gli autori –
Nel corso del tempo abbiamo ammirato e vissuto questa bellezza straordinaria, che è stata costruita nei secoli con la fede di molte donne e di molti uomini, diventando così un elemento fondamentale della nostra tradizione.
Abbiamo tradotto in scrittura e immagini, quello che abbiamo visto, ascoltato, sentito e toccato; lo abbiamo fatto in punta di piedi provando a raccontarvi gli aspetti essenziali di questa intensa storia, nella speranza di aver in qualche modo concorso alla sua tutela”.

Il libro è disponibile in pre-vendita su questo link https://www.28millimetri.it/prodotto/libro-la-settimana-santa-di-vico-del-gargano/
A breve sarà disponibile anche in alcuni punti vendita e su altre piattaforme.

Quando Andrea Pazienza nel 1975 misurava gli asini a Peschici

Nove giugno 1975, esame di tecniche della fotografia al DAMS di Bologna. Il professor Zannier ha davanti a sé Pazienza Andrea e Nardella Gino. Esame di gruppo, come si usa dal ‘68 nelle facoltà radical-chic. Sul tavolo 180 foto in b/n scattate da Andrea a Gino con una Canon e da Gino ad Andrea con una Asahi Pentax. Location: Peschici, provincia di Foggia. A quell’esame Nardella prende un misero 24: il voto più basso del suo libretto pieno di trenta. Gino non ricorda il perché, né può ricordarlo il suo amico Andrea. Non c’è più…

Cinquanta di quelle foto scattate da Nardella, dopo un’operazione di restauro del fotografo Francesco Gravino, diventate il “pezzo forte” di una mostra itinerante dello scrittore-cabarettista con una performance in ricordo di Paz ( “un genio italiano del 20° secolo”), sono state pubblicate nel catalogo-amarcord “Uno ogni sacco d’anni”.

Sfogliandolo, si resta stupiti nel vedere un giovanissimo 19enne Andrea Pazienza che, con un metro da muratore in mano, “misura” cose, animali, persone, case, ogni angolo di Peschici.

Longilineo, con occhiali ray-ban, jeans e maglietta nera con un paio di vistose bretelle bianche, dopo aver sondato la profondità del mare, ci presenta Peschici dalla splendida visuale di Montepucci per raggiungere poi l’abitato, prendere “la misura” di una delle storiche fontanine dell’Acquedotto Pugliese piazzate lì dai tempi del Duce nei punti principali del paese, percorrere Corso Garibaldi, indi squadrare “la Torre del Ponte” che Gino Nardella chiama “torre dei chiapparini” dalle numerose piante di capperi che l’adornano-infestano ancora oggi.

Paz non demorde nella sua ardua impresa: misura in orizzontale e in verticale un asinello parcheggiato davanti a una casa. Ne centimetra le lunghe orecchie. Prosegue nel borgo antico, misura uno degli “anelli” posti sui muri, dove vengono attaccate le briglie dei quadrupedi, le calze stese ad asciugare davanti a una cisterna .

Dopo squadra il portale di una tipica casa di Peschici, di fronte allo sguardo stupito di una vecchietta. Imperterrito, con un sigaro stretto fra i denti, continua a misurare luoghi, muri e stipiti, inferriate, scalinate, gradini, panni stesi al sole nelle strette vie del centro storico.

Nelle foto si riconosce una signora, “Sina ‘a roscia” (Teresina la rossa), intenta a spazzare il marciapiede di via Colombo davanti alla sua casa immortalata da molti turisti perché sul muro sono sospesi due barattoli di latta (buatte), a mo’ di vaso, sempre fioriti di basilico e gerani.

La donna guarda allarmata il ragazzo che li sta “misurando”. Andrea con in mano un panino, continua instancabilmente a misurare con l’altra mano.

Prosegue il suo cammino sulle vie vicino al Corso. Si ferma a osservare un vecchietto che, seduto su una sedia impagliata davanti alla porta di una bottega, gioca con un piccolo cane randagio. Quindi giunge alla chiesa di Sant’Antonio. Ci sono due ragazzine. Una si presta al gioco facendosi misurare, come i vecchietti che si prestano anche loro, incuriositi, ma non più di tanto, abituati come sono a guardare senza eccessivi moti di stupore le eccentricità e le stranezze dei forestieri.

Ed ecco Andrea saltellare mentre imbocca via Madonna di Loreto, tornare indietro e squadrare un caratteristico arco di un portoncino e una cabina telefonica: donne e bimbi lo osservano stupiti.

Alcuni “scatti” ci colpiscono per la loro singolarità densa di significati. Andrea è fermo davanti alla grande croce piantata negli anni Cinquanta dai passionisti di padre Ernesto in località Borghetto a Mare, di fronte alla “Curva del Guardaro”. Vi sale e, mimetizzando per un attimo il metro sotto un braccio della croce, simula il Cristo. Crocifisso di fronte al mare stagliato all’orizzonte.

Lo ritroviamo nel Recinto Baronale del Castello: sulla porta di legno della chiesetta di San Michele Arcangelo compone, con il metro snodato, una grande croce che si aggiunge alle tante altre piccole inchiodate lì “ab immemorabili”, in funzione apotropaica, dai peschiciani.

Poi di fronte a un “mugnale” a sfidare con ironia, il metro piegato e la mano libera sul fianco, un gatto nero che lo fissa in tralice. Immobile.

Andrea è ora davanti al Municipio, dove c’è il monumento dei caduti della Grande Guerra che «caddero pugnando per la grandezza d’Italia nella guerra di indipendenza 1915-18». Sembra indicare, con tre dita della mano, gli anni della guerra: tre anni per 39 peschiciani morti, “ufficiali”, senza contare i dispersi. Sulla lapide campeggia, nella parte superiore non ripresa dalla foto; la scritta: «E’ bello è divino per l’uomo onorato morire per la patria, morir da soldato»

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Queste foto, “forti quanto una carezza o quanto un pugno in pieno viso”, sono un “luogo capovolto della morte”. «Andrea – scrive Gino Nardella – andava pazzo per lo struggimento spirituale che gli dava il Gargano, terra dura e pericolosa, bella e cattiva come il mare. Eccolo lì, quando ancora era il semisconosciuto studente Pazienza Andrea. Già genio, già PAZ. Di personaggi come lui se ne vede uno ogni 100-150 anni. Uno ogni sacco d’anni, appunto».

Teresa Maria Rauzino

Fede, religiosità e tradizioni nelle “Settimane” di Natale, San Valentino e Pasqua a Vico del Gargano

Un reportage di vita comunitaria

“Fede, religiosità e tradizioni nelle settimane di Natale San Valentino e Pasqua. Un reportage di vita comunitaria”. Perché questo titolo? perché sono le tre settimane in cui non solo la parte religiosa, ma l’intero paese è coinvolto in questi eventi e questi riti. Eventi di religiosità, ma anche civili. E’ bene  dire subito che le confraternite, le parrocchie, non sono attive solo in questi tre eventi, ma per tutto l’anno. Ma questi sono i tre momenti principali in cui tutta la comunità si muove. Cosa resta dei sentimenti della fede nella religiosità popolare di oggi? A questo interrogativo hanno cercato di rispondere a Vico del Gargano, nella serata di domenica 29 agosto in piazza San Domenico, vari relatori:  Il sindaco Michele Sementino; Domenica Pia Virgilio, presidente della locale Pro Loco; Michele Antonio Pupillo (presidente della Confederazione Nazionale Artigianato PMI ( CNA ) Provinciale di Foggia);  i parroci don Gabriele Giordano e don Lazzaro Molinaro; i priori delle 5 confraternite: Francesco Pupillo (per l’Arciconfraternita SS.mo Sacramento); Fabio de Petris (per la Confraternita di San Pietro); Alessandro Angelicchio (per la confraternita dei Carmelitani Scalzi), Giovanni Biscotti (per la confraternita dei Cinturati di Sant’Agostino e santa Monica), Andrea D’Altilia (per Arciconfraternita dell’orazione e morte); Teresa Maria Rauzino (per il Centro Studi Giuseppe Martella) e Gaetano Armenio (per Puglia Autentica).

Il sindaco Michele Sementino ha ringraziato Gaetano Armenio per l’attenzione nei confronti del  paese, i due parroci che svolgono un ruolo importante nel territorio e le confraternite che non si fermano mai. C’è un impegno che va avanti per tutto l’anno nel sociale, nella formazione dei nuovi confratelli, fondamentale per non perdere le tradizioni. C’è un impegno nella sussidiarietà, nell’aiutare il prossimo. Le confraternite come associazioni sono un perno importante della società, aiutando chi ha bisogno. Molto spesso il Comune organizza le ricorrenze più importanti per poter destagionalizzare l’offerta turistica durante il periodo autunnale, invernale  e primaverile fino a Pasqua.. L’obiettivo di questo evento era di far conoscere le tradizioni vichesi e, nonostante il freddo della serata, si va avanti.

Don Gabriele Giordano ha sottolineato che San Valentino è stato scelto come Santo patrono di Vico del Gargano dal 1618 (decreto papale del 1630) per propiziare un buon raccolto agrumario E si è chiesto: “Ma oggi cosa rappresenta San Valentino per Vico e per questo territorio? Non ha più una vera identità commerciale, molti agrumeti non sono più coltivati. San Valentino oggi è il patrono degli innamorati (anche se sappiamo benissimo che non è proprio il vero protettore, però la coincidenza del giorno festivo fa diventare anche il nostro san Valentino il santo dell’amore), sicuramente la comunità oggi può identificarsi in questa nuova identità. Certo, come comunità cittadina, bisognerebbe impegnarci ad essere innamorati del nostro paese, l’amore verso la città non si delega a nessuno. Ecco la nostra fede. Come parroco, mi auguro che gli occhi non si chiudano mai su tutti gli eventi che viviamo in questo paese, eventi familiari, commerciali, eventi belli ed eventi brutti, insomma è importante avere come patrono un santo che ci richiami sempre l’impegno alla Fede, l’impegno all’amore”. 

Quindi San Valentino patrono degli innamorati, e per questo sono anche nate iniziative di associazioni locali come  Proloco e la CNA che richiamano proprio l’amore.

Domenica Pia Virgilio (presidente della Pro loco), ha raccontato che su suggerimento di don Gabriele, che chiedeva qualcosa di originale per la festa di San Valentino, si è pensato al “Pozzo delle promesse”, un’iniziativa che ormai dura da alcuni anni ed è arrivata alla sesta edizione. E’ molto amata dai vichesi, e soprattutto dai visitatori che lasciano in questo pozzo le loro “promesse”, ma anche messaggi di speranza, di fede e di buon auspicio. Ed è bello che ritornino proprio per vedere questi messaggi pubblicati. Ma molti ritornano soprattutto per ringraziare San Valentino perché il loro desiderio si è avverato. I turisti sono entusiasti quando al “trappeto Maratea” trovano questi libricini e bigliettini simpatici, scritti non solo dagli innamorati ma anche dai bambini. La speranza è di poter riproporre questa iniziativa anche l’anno prossimo, Covid permettendo”.

Michele Antonio Pupillo (presidente della CNA di Foggia) ha ringraziato ancora una volta don Gabriele per aver dato all’Associazione dell’Artigianato e del Commercio, durante Alimentart, la possibilità di utilizzare la Chiesa dell’Annunziata, e di esporre il santo protettore San Valentino nella Chiesa Madre sul  trono di arance che ha dato ai turisti, durante l’estate, un esempio di quello che è la festa di San Valentino il 14 febbraio a Vico del Gargano: “Il nostro intento in questi ultimi cinque anni – ha spiegato Pupillo – è stato di far conoscere le nostre peculiarità, religiose in primis, ma anche alimentari, gastronomiche e le produzioni tipiche del nostro territorio. Questa manifestazione le ha portate all’attenzione di chi ci fa il piacere di essere qui con noi durante l’estate, per sollecitarli a venire anche  per il  resto dell’anno, appunto a San Valentino e per il Venerdì santo. Nella Chiesa dell’Annunziata abbiamo organizzato mostre su San Valentino, sul venerdì Santo e sul centro storico, realizzando anche dei video, che abbiamo proiettato in via San Giuseppe durante i nostri appuntamenti estivi. La musica che accompagna i video è  il Miserere per il Venerdì santo, mentre per gli altri due video abbiamo avuto la disponibilità, e li ringrazio, del cantante Gianni Angelicchio e di un gruppo che, tempo fa, incise i canti vichesi. Quindi abbiamo messo come sottofondo queste canzoni popolari che sono l’anima nostra, del nostro territorio. L’amministrazione comunale e il consigliere Enzo Azzarone hanno voluto accompagnare, a partire già da luglio, il “Percorso della memoria” nel centro storico. Verso metà luglio, prima della Madonna del Carmine, sono state  istallate delle illuminazioni tipiche e la filodiffusione. In piazzetta Terra le due immagini istallate  hanno suscitato molto interesse da parte dei turisti, quindi l’appello che faccio all’amministrazione comunale presente, e futura, è di continuare a mettere ogni anno questi elementi di decoro. Molto apprezzata dai turisti l’iniziativa delle signore che fanno,  nei vicoletti del borgo antico, e in stand dedicati, le “pettole” e la pasta in casa tipica come i “strascinate” e i maccheroncini di massa. Quando passano e vedono queste preparazioni, che per noi sono normali, restano piacevolmente stupiti. Quindi noi dobbiamo sempre di più far innamorare del nostro territorio chi viene in vacanza, è tutto un divenire: se uno viene, poi va al ristorante o in albergo. Si mette in moto un meccanismo economico importante perché se non c’è economia non si vive bene. Fondamentale è il manifesto: trovandomi spesso al centro storico nella chiesa di San Nicola, la prima domanda che ci pongono è: “Ma San Valentino non è a febbraio? Siamo a luglio ed agosto”. Invece la prima cosa che attira è la storia di San Valentino, che per noi non è solo il santo dell’amore ma il patrono degli agrumi. E’ una storia che affascina e quando vedono le immagini di quel trono pieno di agrumi rimangono stupiti. Speriamo che queste iniziative possano realizzarsi con contributo di tutti e che il lavoro e la voglia di fare diano al nostro territorio la possibilità di crescere”.

INTERVENTO DI TERESA MARIA RAUZINO

(presidente Centro Studi Martella)

La religiosità popolare, nel passato, nelle nostre realtà locali, è stato il valore più alto e rappresentativo della religiosità di un popolo. Analizzando il fenomeno nelle sue varie manifestazioni (devozione alla Madonna nelle sue varie feste, ai Santi, i riti pasquali, etc ) ci si accorge della sua innegabile ricchezza sia a livello tematico che espressivo. Scrive Monsignor Domenico D’Ambrosio “La religiosità popolare è un fenomeno complesso che non tollera approcci rudi o spiantamenti violenti e immotivati. La religione di popolo o del popolo deve essere capita nel suo linguaggio, nella sua origine, nelle sue ricorrenti mutazioni storiche. Va rispettata perché per tanti di noi essa è stata la forma privilegiata di educazione alla fede, ma anche perché esprime prevalentemente la religiosità dei poveri. Paolo VI scriveva che bisogna “saper cogliere le sue dimensioni interiori e i suoi valori innegabili”.

Secondo il prof. Filippo Fiorentino, “nelle comunità marginali, la religiosità popolare trovava nei Santi Patroni – a Vico del Gargano San Valentino nel 1618; a Peschici, Sant’ Elia Profeta nel 1597 – la soluzione dei problemi quotidiani, lo schermo alle turbolenze esistenziali all’interno dell’informe mistero dell’esperienza, il referente miracoloso ufficiale contro la siccità e le infestanti emergenze delle stagioni a difesa delle culture ortive e dell’agrumicoltura. Nella festa, sacro e profano si fondevano fra affrancamento dal male e secolarizzazione disincantata. Sul Gargano, fede e vita si sono sempre incontrate”. Ed è veramente così. La fede dei garganici verso i santi protettori aveva una finalità molto concreta: la protezione delle attività economiche della comunità. Ogni santo aveva una funzione. E veniva pregato dai fedeli in modo mirato.

Dicevano un tempo i vichesi, invocando il loro santo Protettore: “Sant’ Valantain me, nun m fà jlà u jardin, che la megghìa marrocca j’è la tò!” (San Valentino mio, non mi far gelare l’agrumeto, perché in questo caso il miglior ramo, carico di arance, sarà tuo!”). A proposito del culto del santo, ecco una curiosa storia di un battibecco tra un nevieraio, fedele della Madonna della neve e un agrumicoltore, fan di San Valentino. La testimonianza è di Tommaso Firma, raccolta a Vico del Gargano dal mio ex alunno Nicola Migliozzi e pubblicata da Lucia Lopriore nel volume “Le neviere in Capitanata” (edizioni del Rosone).

Racconta Firma: «Quasi all’ingresso della vecchia Vico (FG), percorrendo Via di Vagno si perviene alla piccola Piazza denominata della Misericordia, che prende il nome dalla chiesa lì situata. In questa viene venerata la “Madonna della Neve” che viene festeggiata annualmente nei primi del mese di agosto. È rappresentata con il bambino Gesù sul braccio sinistro; con la mano destra ostenta verso i devoti un fiocco di neve. All’epoca, siamo verso la fine del 1800, la neve cadeva abbondantissima ed alle volte, specialmente a dicembre, arrivava fino agli architravi delle porte di casa. Nei pressi dell’attuale piazza “San Francesco” vi erano delle neviere, costituite da ampi fossati nei quali i “nevierai” facevano raccogliere la neve a strati, calcata con i piedi e ricoperta di paglia, per prelevarla d’estate a piccoli cubetti e venderla per i rinfreschi. Occorre precisare che le arance, specialmente quelle toste (durette) maturavano più o meno nel periodo natalizio”.

In dicembre, mese al quale si riferisce l’accaduto, non s’era ancora visto un fiocco di neve. Il povero nevieraio, preoccupandosi che ai suoi pargoletti durante l’estate sarebbero mancati i più indispensabili mezzi di vita, si recò presso la balaustra dell’altare della Madonna sua protettrice, e battendosi in petto cominciò a implorare la grazia di abbondanti nevicate senza preoccuparsi, nella disperazione della sua richiesta, se vi fossero persone presenti. Supplicò: «Madonna mia, fai nevicare!». Il priore della confraternita di San Pietro, che stava nell’adiacente sacrestia, tal Azzarone Michelantonio, il quale era proprietario di vastissimi agrumeti ubicati in località “Murge nere, temendo che un eventuale gelo danneggiasse il prodotto del suo agrumeto, uscì dalla sacrestia e rivolgendosi al nevieraio lo apostrofò duramente: “E tu, cosa stai dicendo?”. E il nevieraio, in risposta: “E tu cosa vuoi da me? Non sai che danno subirei io con la mia famiglia se non nevicasse? Ai figli miei chi darebbe un tozzo di pane durante l’estate? Del resto, fammi pregare la Madonna mia e tu vai a pregarti san Valentino che è il patrono degli aranceti!». A tali parole l’alterco ebbe fine…».

Ritornando al tema della serata, voglio fare un piccolo cenno sul tema delle confraternite laicali qui rappresentate. A Vico del Gargano sono a tutt’oggi attive cinque confraternite: Arciconfraternita del SS.mo Sacramento, Confraternita dei Cinturati di Sant’Agostino e Santa Monica, Confraternita dell’Orazione e della Morte, Confraternita dei Carmelitani, Confraternita di San Pietro. Questi pii sodalizi perseguono la promozione del culto, il mantenimento della chiesa o cappella e opere di misericordia spirituale e materiale verso i confratelli. Tutte e cinque sono le indiscusse protagoniste, a Vico del Gargano, della Settimana Santa che rappresenta indubbiamente un momento di grande partecipazione emotiva e preparazione che impegna i fedeli e le confraternite nelle funzioni di preparazione alla Pasqua.

Le confraternite di Vico trovano precedenti in tante confraternite laicali sorte in tutto il mondo. Nei primi secoli dell’era cristiana c’erano i “fossores”,  incaricati della sepoltura dei morti che altrimenti sarebbero rimasti insepolti e facile preda di sciacalli ed avvoltoi. Il “fossore” era colui che si occupava della manutenzione dei cimiteri, incluso lo scavo delle catacombe ed è raffigurato in un affresco della catacomba di Domitilla a Roma nell’atto di usare il suo strumento di scavo, la “dolabra fossoria”, un’agevole piccozza idonea a lavorare la friabile pietra tufacea nella quale erano scavate le catacombe.

Ricordando quello che scrive la prof.ssa Liana Bertoldi Lenoci, storica ed esperta internazionale della storia delle confraternite (e socia fondatrice del Centro Studi Martella di Peschici), vediamo di puntualizzare qual era il senso delle confraternite: non avevano affatto connotazioni folcloristiche ma una profonda funzione sociale. Nell’area devozionale, le confraternite hanno rappresentato il bisogno di una migliore educazione religiosa, che la Chiesa non era in grado di fornire e che gli Ordini religiosi, mendicanti o predicatori, non sempre riuscivano ad assicurare. E’ indubbiamente la paura della morte con l’incognita dell’aldilà che avvia la ricerca solidaristica di modalità che consentano di esorcizzare tale paura attraverso forme mutualistiche di assistenza, attraverso la preghiera per i defunti e la preghiera dei defunti per i vivi. Su questa istanza di base, si inseriscono, con il tempo, altri elementi caratterizzanti e specifici, propri di precisi ambiti locali e territoriali, che arricchiscono l’istituzione di sfaccettature che fanno assumere alle confraternite identificazioni associative e culturali particolari, proprie delle realtà sociali che esprimono e nelle quali esse si manifestano ed operano.

Fino al 1860 tutte le confraternite del Mezzogiorno sono state regolamentate giuridicamente dalle normative ecclesiastiche e dai concordati del 1741 e del 1818. Dai censimenti effettuati dalla Bertoldi-Lenoci risulta che, nel Regno di Napoli, durante il regno di Carlo III e di Ferdinando IV, operavano 3250 confraternite: tanti sono i regi assensi rilasciati dal Tribunale Misto alla fondazione e alle regole. Il censimento, effettuato dalla studiosa, relativo alle Puglie, ha consentito di stabilire che, dalla fine del sec. XV ad oggi, vi hanno operato circa 1200 confraternite. Tale cifra è confermata anche dal passaggio obbligato rappresentato dal censimento voluto dal governo italiano dopo il 1861. Dopo l’Unità, infatti, fu raccolta tutta la documentazione possibile sul territorio nazionale e, nel 1871, il censimento fu pubblicato. Non risultano grandi variazioni sul piano numerico, mentre sono sostanziali le trasformazioni sul piano delle attività assistenziali, della gestione dei beni e dell’amministrazione. Al di là delle modalità gestionali, quello che ci sembra importante sottolineare è che l’esigenza devozionale e solidaristica non si è mai affievolita, nonostante le imposizioni legislative volute d’autorità dall’alto e da lontano. È forse per questo che, a tutt’oggi, le confraternite del Mezzogiorno sono ancora una grande forza. Una forza che anche quelle presenti in Puglia e sul promontorio del Gargano ancora esprimono.

Tutti i paesi del Gargano hanno le confraternite del SS.mo Sacramento a partire dal secolo XVII. Manfredonia e Vico documentano fondazioni già nella seconda metà del 1500. Le confraternite del Purgatorio, dei Morti, dell’Orazione e Morte sono documentate a partire dal Seicento, con l’eccezione di Manfredonia, S. Giovanni Rotondo e Monte S. Angelo ove sono già documentate nel 1500.

Anche per le nostre confraternite, la corsa in discesa, già avviata in periodo borbonico da Carlo III e Ferdinando IV, continuò nel momento in cui i governi liberali italiani del primo Novecento si accollarono l’onere dell’assistenza pubblica e restituirono all’autorità ecclesiastica le fratellanze prive dei loro beni. Ciò ricondusse le confraternite, in un certo modo, alle loro attività originarie: il culto e il suffragio. I Concordati del 1929 e del 1983 fra i vari governi italiani e la Santa Sede sancirono la definitiva dipendenza delle confraternite dal potere ecclesiastico, che le governa ancora oggi secondo quanto stabilito dal Codice di Diritto Canonico.

Siamo debitori alle confraternite di tante committenze artistiche, attraverso la costruzione di chiese, cappelle, altari, dipinti e statue, ma anche l’elemosina a fondo perduto o la creazione dei Monti frumentari pecuniari, attività assistenziali attraverso la gestione di ospedali, ospizi, conservatori ed educandati.

La prof.ssa Liana Bertoldi Lenoci ci ha insegnato che “scrivere la storia delle confraternite laicali richiede una metodologia particolare: un’indagine locale deve necessariamente agganciarsi al fenomeno confraternale regionale, nazionale e internazionale”. Solo in quest’ottica amplissima, anche la più piccola e microscopica ricerca, quale quella relativa alle confraternite di Vico del Gargano assumerà la sua dimensione, la sua importanza, la sua collocazione storico-temporale e avrà un suo ruolo vitale nella costruzione della più grande storia della civiltà garganica, pugliese e mediterranea. Soltanto così avrà un senso.

E’ ciò che ha fatto Francesco Pupillo, che ha elaborato nell’anno accademico 2015- 2016 la tesi di laurea “Le Confraternite di Vico del Gargano in età Moderna e Contemporanea”. Scrive Pupillo: “Oggi le Confraternite sono considerate generalmente le protagoniste di folkloristiche devozioni con funzione di preservazione della memoria storica locale, soprattutto nel Meridione d’Italia, anche se la secolare realtà confraternale deve essere inquadrata in un’ottica più ampia rispetto alla sola caratteristica di conservazione delle usanze folkloriche. La storiografia degli ultimi decenni ha approfondito molto la storia delle Confraternite sia a livello generale, sia a livello di specifici territori e questo lavoro vuole inserirsi in questo filone di ricerche, affrontando lo studio di un caso concreto rappresentato dalle Confraternite di Vico del Gargano, in Puglia, che ancora oggi costituiscono una realtà attiva e radicata nel tessuto cittadino, inquadrandole e mettendole a confronto con le associazioni analoghe del territorio pugliese.

La tesi di Pupillo è articolata in quattro capitoli. Nel primo capitolo si cerca di delineare i caratteri generali delle Confraternite, prendendo in considerazione anche i problemi che hanno caratterizzato la natura giuridica di queste istituzioni, tutti caratteri che sono peculiari anche delle Confraternite pugliesi. Nel secondo capitolo si illustra il contesto sociale e religioso in cui le Confraternite si sono formate. Il terzo capitolo tratta delle Confraternite vichesi e della loro evoluzione nel corso del tempo. Nell’ultimo capitolo sono illustrate le due celebrazioni rituali considerate più importanti tra le diverse funzioni svolte oggi dalle Confraternite di Vico del Gargano.

Dagli Archivi di Stato di Foggia e della sezione di Lucera, dall’Archivio Diocesano e dagli Archivi Storico e di Deposito del Comune di Vico del Gargano) consultati da Francesco Pupillo, risultano le seguenti date di costituzione:

• Arciconfraternita del Santissimo Sacramento: nasce nel 1539, ma verrà costituita con atto rogato dal Notaio Scipione Petreo nel 1684.

• Confraternita dell’Orazione e Morte: nasce nel 1678, ma costituita ufficialmente con atto rogato dal Notaio Michelangelo Albanese nel 1684 e riconosciuta con decreto regio il 21 febbraio 1778.

• Confraternita dei Cinturati di Sant’Agostino e Santa Monica: fondata il 7 dicembre 1708 presso l’altare di Santa Maria della Consolazione nella chiesa di San Giuseppe e aggregata all’Arciconfraternita medesima ubicata nella chiesa di San Giacomo Maggiore in Bologna da fra Diodato Nuzzi di Altamura. Da alcuni scritti risulta, però, che la Confraternita dei Cinturati di Sant’Agostino e Santa Monica fu costituita con atto rogato dal notaio Scipione Petreo tra il 1597 e il 1598. Probabilmente fu ripresa una antica devozione, anche se è difficile che sia nata a fine Cinquecento nella chiesa di San Giuseppe perché, come risulta dalla visita del Cardinale Orsini, la chiesa è di metà Seicento (1648).

• Confraternita dei Carmelitani Scalzi: nasce nel 1902, ma solamente nel 1925 l’arcivescovo sipontino Pasquale Gagliardi (1897-1929) riconobbe ufficialmente la Confraternita e il suo primo statuto.

• Confraternita di San Pietro: nasce nel 1796 ad opera di Eufrosina ed Antonia Finis, viene sciolta negli anni Sessanta del Novecento. Rinasce nel 1992 per iniziativa di alcuni fedeli che nell’anno precedente svolsero attività di catechesi.

Il fenomeno delle Confraternite è più che mai attuale, perché esse hanno rappresentato forse la prima forma di associazione benefica, molto vicina, se non simile, alle attuali associazioni che operano nella nostra società. Infatti, accanto al principio della religiosità e della formazione spirituale, erano presenti anche dei principi laici, come la fratellanza, la solidarietà, l’azione caritativa e il mutuo soccorso. Possiamo dire con tranquillità che nelle Confraternite hanno convissuto principi religiosi e laici, convivenza che risulta difficile riscontrare in altri ambiti. Tali principi continuano a vivere nelle Confraternite ancora operanti con tanta energia e tanta devozione.

Ai nostri giorni, e a fronte dell’enorme bisogno di volontariato e solidarietà, quotidianamente ed affannosamente richiesti dalla società attuale, ci si domanda quale sia il ruolo delle confraternite oggi – l’attività delle misericordie fiorentine – come sottolinea la Bertoldi-Lenoci – è fenomeno di continuità da studiare a parte, soprattutto per il respiro europeo del loro operare. Cosa ci possiamo aspettare? La rivalutazione dell’istituzione nell’ambito di una ritrovata spiritualità, che dovrebbe aiutare l’uomo moderno ad affrontare i problemi del suo rapporto con il divino, con la morte e con l’aldilà. Potrebbe essere un ritorno alle loro origini.

INTERVENTO DI FABIO de PETRIS

(priore Confraternita di San Pietro)

Immaginiamo la settimana santa senza le confraternite a Vico? Purtroppo è una settimana piatta. La confraternita è una esperienza religiosa all’interno di questo scrigno stupefacente che è la cultura popolare, ne fa parte a tutti gli effetti. La confraternita è cultura popolare. L’attività della confraternita non viene sono evidenziata durante la settimana santa, che culmina nel Venerdì santo: una giornata in cui si passa da un canto di tristezza, di angoscia, di timore, che è il “Miserere”, a un canto di gioia “Evviva la croce”. Si passa da un momento triste di un uomo che viene messo in croce, al momento felice, quello dell’ Evviva la croce che, per certi aspetti, è la rinascita dell’uomo dopo che Gesù è stato crocifisso. Ma la confraternita non è solo la settimana santa, non è solo il venerdì santo. Come cultura popolare è presente tutto l’anno. I confratelli tengono aperte “le loro chiese”, pensano soprattutto a mandarle avanti, a mandare avanti queste tradizioni. Garantiscono soprattutto la continuità del culto. A Vico ci sono tante chiese, 11 e ben 5 sono tenute aperte dalle confraternite. Noi oltre alle tradizioni, cerchiamo di mandare avanti anche i vari culti, le varie funzioni religiose che si tengono all’interno delle chiese. Io sono il priore della confraternita di San Pietro. Nella Chiesa della Misericordia, organizziamo per esempio il culto di San Matteo oppure quello Madonna della neve ricordata dalla professoressa Rauzino, organizziamo i 15 presepi, la processione del Bambinello, e le altre processioni del paese, San Valentino fra gli altri, oltre alle funzioni della settimana santa. Mi auguro che le confraternite siano più unite. Questa collaborazione nasce dal 2006-2007 dal viaggio in Salento, e con l’esperienza che abbiamo avuto, grazie a Gaetano Armenio, in Spagna. Mi auguro che le competizioni stupide del passato all’interno delle varie confraternite, che non portano da nessuna parte, vengano definitivamente accantonate, per continuare la collaborazione spontanea annuale, purtroppo bloccata dalla pandemia. Mi auguro che venga messa in evidenza, e valorizzata durante tutto l’anno nella continuità della vera tradizione.

INTERVENTO DI ALESSANDRO ANGELICCHIO

(priore Confraternita dei Carmelitani Scalzi)

A Vico cantiamo sempre.  Cantiamo a Pasqua, cantiamo a Natale, Ma nelle confraternite non si canta solo a Pasqua e a Natale, ma durante tutto l’anno liturgico. Ogni volta si pensa solo ed esclusivamente al Venerdì santo, ai canti quaresimali. Vorrei prendere tutto il discorso daccapo. Proprio ieri stavamo facendo delle riprese con le registrazioni dei canti, e stavo pensando che ci sono tanti canti natalizi e di varie funzioni,  e non c’è nulla di  tramandato se non per via orale. Cioè non c’è nulla di scritto in musica e stavo pensando che, a parte i canti della settimana Santa, molti di questi canti i confratelli più giovani non li conoscono. Si rischia seriamente che vadano perduti per sempre quando non ci saranno più i “portatori” anziani che li tramandano oralmente. Stavo pensando proprio ieri alla chiesa del Purgatorio dove, mettendo le prime mani sull’organo, mi hanno insegnato l’Ufficio dei Morti, l’ufficio della Madonna del Buonconsiglio. Questa canzoncina ho notato che siamo in pochissimi a conoscerla, saranno due o tre confratelli. Proprio per questo, io vorrei mettere la mia persona a disposizione e voglio fare questo appello ai miei confratelli. Adesso siamo nel coordinamento, dopo ne verranno altri, e propongo di prendere in questo impegno: registrare tutto daccapo. Salvatore Villani e Giovanni Rinaldi hanno registrato solo la parte riguardante la Settimana santa invece bisogna riprendere il discorso e invitare un professore di musica del Conservatorio a trascrivere la musica di tutti i nostri canti. Con la dipartita dei nostri anziani molti canti sono già stati persi per sempre. Ce ne accorgiamo soltanto quando mancano, solo allora si sente l’importanza.

INTERVENTO DI GAETANO ARMENIO

(Puglia Autentica)

Da pugliese, mi fa piacere notare come in Puglia, da qualche anno, (siamo fra intimi quindi si può parlare a microfoni spenti), ci piace vincere facile. La pandemia, in qualche modo, ci ha dato una mano, da questo punto di vista. Abbiamo fatto il pieno lo scorso anno, abbiamo fatto il pieno anche quest’anno. Quasi tutti hanno preferito rimanere in Italia piuttosto che spostarsi all’estero, e per fortuna la Puglia è fra le regioni scelte da migliaia e migliaia di turisti. Molti torneranno a casa con un bel ricordo della nostra regione per quello che è in grado di offrire a chi decide di venire qui, nel nostro territorio. Qualche mese fa ho dovuto ricordare che da questo nostro benedetto, maledetto sud, negli ultimi 15 anni sono andati via un milione di meridionali. Faccio un esempio pratico della mia città Molfetta. Negli ultimi 10 anni, i 68mila abitanti sono diventati 63mila. Dove sono finiti quei 5000? Sicuramente non sono rimasti in Puglia. Li ritroviamo tutti al Nord, a Milano, e all’estero, a Salisburgo, a Grenoble. E allora qui dobbiamo decidere, visto che siamo sempre nell’intimità di questo gruppo di amici, cosa vogliamo diventare da grandi, cosa desideriamo per questa nostra terra. Io credo che le tradizioni  in qualche modo ci proteggano da questo eccesso di modernità cui ormai ci siamo un po’ abituati, e anche un po’ assuefatti. Credo che tutta questa “bellezza” che noi portiamo dentro sia frutto di uno stato di sofferenza. Si cerca in qualche modo di tirare fuori il meglio di sé e noi gente del Sud questo lo sappiamo fare benissimo, come sappiamo benissimo esprimere quel senso di comunità che da altre parti si è perso ormai da anni. Abbiamo assistito poco fa a un evento, una messa, un momento triste. Sembra banale, ma nella mia città i trigesimi da tempo non si svolgono più. Come mai? s’è perso questo momento religioso così importante…

Ecco l’invito che faccio all’amministrazione comunale, alle confraternite religiose: facciamo in modo che questo patrimonio di beni immateriali, di cui in Puglia siamo ricchissimi, non vada disperso e che possa essere sostenuto da tutti. Ognuno faccia la sua parte. Questa è la ricchezza che ci contraddistingue rispetto al resto del mondo. L’offerta mare,  perdonatemi, la si può trovare dappertutto, da qualsiasi parte qui in Europa. In questi due anni c’è andata bene, in un certo senso, perché è mancata la possibilità di uscire fuori, di recarci nei paesi nordafricani, in Tunisia, Turchia, Egitto, Marocco e quindi il turista italiano ha preferito rimanere qui in Italia, ha preferito venire anche qui in Puglia.

Pensiamo a quello che potrà venire dopo, a quando tutto tornerà alla normalità, cerchiamo di arrivare pronti,  cerchiamo di arrivare preparati. Ma non per venderci, attenzione, ma per raccontarci, perché è quello che noi riusciamo a fare bene, e lo sappiamo fare bene, è raccontare quello che siamo. Non dobbiamo inventarci assolutamente nulla, se non raccontare il nostro percorso di fede, di storia, di arte, di cultura, di tradizioni. E’ questo che crea la differenza fra noi il resto del mondo, vi assicuro che la nostra curiosità, il nostro essere pugliesi è una realtà che affascina tutti.

Il nostro territorio è qualcosa che affascina tutti, il nostro modo di mangiare, il nostro modo di porci nei confronti del mondo, soprattutto in questo periodo, in cui prende sempre più forza il famoso “turismo lento”; si parla da tempo dei “cammini”, perché il cammino che può essere la via Francigena può essere il cammino del Salento, può essere il cammino del Gargano. Perché vengono così presi quasi d’assalto dai viaggiatori? perché è il momento in ci si ritrova con se stessi e con gli altri. Queste sono le nuove frontiere di quello che ci aspetta nei prossimi anni.

Potrei continuare per tutta la nottata a raccontarvi quello che, non secondo Gaetano Armenio, ma oggettivamente, abbiamo registrato in questi anni anche attraverso l’esperienza spagnola. Abbiamo portato il “Miserere” in Spagna. E’ stato significativo perché noi siamo andati a raccontarci a Valladolid, a casa di coloro che, sui riti della settimana Santa, a livello mondiale, sono i più blasonati. E sono stati incuriositi e affascinati da quello che siamo andati loro a raccontare.

Quando si fa un lavoro di squadra, quando si fa rete, quando condividiamo un obiettivo chiaro, noi possiamo conquistare il mondo. Anche la collaborazione tra le confraternite, essere uniti, ci porta solo avanti e mai a un passo indietro. Credo che la Politica, in generale, dovrebbe avere questa capacità di guardare oltre, di fare programmazione e dire: puntiamo su quello che siamo. Questa intelligenza amministrativa e politica che ha avuto il Comune di Vico, se la si potesse replicare anche in altri Comuni, sarebbe l’ideale. E’ stato un esempio lampante di quello che si può fare, facendo un lavoro di rete, di squadra. Abbiamo solo un pizzico di follia noi meridionali, noi Pugliesi. Anche stare qui a crepare di freddo, per ascoltare ciò che stiamo dicendo significa che c’è qualcosa che ci lega in qualche modo.

Per concludere, lo hanno detto quasi tutti, è emerso questo: solo insieme confraternite, mondo religioso e mondo politico e soprattutto mondo civico, possiamo trasmettere ciò che siamo: la nostra identità perché non inventiamo nulla, ma semplicemente trasmettiamo ciò che siamo.

I VIDEO

Gli interventi dei relatori sono stati intervallati da alcuni video: una classica poesia popolare dedicata a San Valentino recitata dal poeta Nicola Angelicchio; il momento della benedizione degli agrumeti; l’evento più rappresentativo del Natale: La Via dei Presepi, che quest’anno, nonostante il covid, è arrivata alla sua tredicesima edizione e dove tanti vichesi, dai ragazzi e più anziani si impegnano per realizzare i presepi nelle vecchie stalle o in scenari suggestivi come le Grotte naturali che si prestano molto bene a questa funzione. Un po’ il corrispettivo invernale della Via dell’Amore realizzata con Alimentart, perché anche in quei giorni il centro storico è attraversato da molte persone , tanti vengono da fuori per vedere i presepi.

Il venerdì santo è il momento più evidente della settimana santa, e di quella serie di riti che si celebrano nelle parrocchie e nelle confraternite già dalla prima domenica di Quaresima, per proseguire con la Via Crucis, la prova dei canti, la costruzione dell’altare.

Notevoli due video realizzati da Pasquale D’Apolito e Francesco AP Saggese con argomenti originali e suggestivi: la realizzazione della “corona di spine” che i confratelli indossano durante le processioni del Venerdì santo e la preparazione di un infuso da cui si sprigiona, dietro l’altare di una chiesa, un effluvio che ricorda l’ incenso…

Il video “La storia di un profumo nella notte del Giovedì Santo di Vico del Gargano” di Francesco A. P.Saggese e Pasquale D’Apolito è in rete:

La storia di un profumo nella notte del Giovedì Santo di Vico del Gargano

Anche il video “Una storia di mani e spine” di Francesco A. P. Saggese e Pasquale D’Apolito è sul web: https://youtu.be/DyH6XecUdzY

Nicola Liberatore. À la recherche du temps perdu nel borgo antico di Rodi Garganico

Presso gli spazi della Pro Loco di Rodi Garganico, ieri sera si è appena chiusa la mostra personale di Nicola Liberatore “Acquerelli” , tenutasi dal 1 al 22 agosto nell’ambito delle manifestazioni culturali estive della città. 

Come sottolineava tempo fa in una nota critica Geppe Inserra, sia che tratti e rielabori i materiali poveri della tradizione (merletti, abiti, semplici pagine di carta, legni, tele), sia che crei da zero, cimentandosi con oli o acquerelli, Liberatore ha una rigorosa coerenza estetica, “annodata dalla rivisitazione del passato, per farne memoria e consegnarlo, come proposta di futuro, al tempo che verrà, come eredità simbolica e morale. Oltre l’oblio, appunto.”

Nella mostra rodiana gli acquerelli dell’artista illuminano scorci intatti del borgo antico di Rodi Garganico, affinché non restino solo un “deja vu’, ma spingano gli abitanti e le istituzioni del promontorio al loro recupero e alla loro valorizzazione. Come l’antica chiesa del Crocifisso il cui recupero è un’incompiuta difficile da accettare. Tempo fa sono stati eseguiti lavori che hanno restituito solo gli esterni; gli interni, puntellati per evitarne il crollo, a tutt’oggi sono assolutamente inagibili, e nessuno sembra preoccuparsene.

Il pennello di Liberatore fissa altresì la bellezza monumentale dei giganteschi comignoli di Rodi, già immortalati in una grafica dell’indimenticabile Mimì Sangillo.

La bellezza delle vie del borgo, dei portali, degli scorci marini ci lascia senza fiato e ci riporta al tempo in cui Rodi Garganico era una realtà commerciale e marittima di tutto rispetto, e i suoi abitanti godevano di prosperità e benessere. 

Gaetano Cristino, in una sua nota critica,  collegava l’opera di Liberatore alla ricerca proustiana sul tempo.

Un tempo ritrovato che disvela il presente, le inquietudini del presente, col passato – e viceversa – realizzando il proustiano istante affrancato dall’ordine del tempo.

Vogliamo immaginare che a Rodi questa recherche si sia materializzata nello ‘stipo” della Pro loco in cui Liberatore ha creato il particolare spazio criptale in cui ha inserito gli acquerelli degli scorci garganici più originali e suggestivi, una sorta di presepe/ lascito consegnato ai contemporanei affinché, eliminato l’elemento di conservazione/dispensa tipico di questo elemento architettonico,  ne facciano lo sprone per tramandarlo intatto alle generazioni che verranno.

“Il mio assillo è la relazione tra la materia e il tempo” sostiene spesso Liberatore. E in effetti questo continuo tessere e riannodare passato e presente, valori magici ed istanze razionali, mondo contadino e società industriale, lo porta a sperimentare “combines” tra materiali diversi e tecniche sempre più suggestive e poetiche, dove la spiritualità costantemente si rinnova. 

Nella mostra rodiana  la magia si è rinnovata semplicemente tornando alle origini. Semplici tocchi acquarellati di colore hanno illuminato sagome di paesaggi e monumenti ancestrali che meritano di restare immortali. Non c’è stato bisogno di ricorrere ad alcuna installazione. La bellezza delle pennellate è venuta fuori, vergine.

Liberatore richiama spesso il valore dei sedimenti che conferiscono valore ai muri dei nostri borghi antichi.

Stratificazioni che assumono il carattere delle antiche “velazioni’, che avevano il senso di sacralizzare, riempire di spiritualità, di attesa, ciò che veniva coperto fino alla svelata pasquale (G. Cristino).

Una ‘memoria dell’antico’,  vissuta grazie agli affioramenti alla coscienza, attraverso i “materiali culturali” della tradizione millenaria racchiusa nello Sperone d’Italia.

Teresa Maria Rauzino

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Vi proponiamo la bella intervista a Nicola Liberatore realizzata dalla poetessa  Rosanna Santoro al termine della mostra rodiana.

R. Santoro: Sono qui a Rodi Garganico con il maestro Nicola Liberatore che espone le sue tele. Molto particolari, devo dire. Con quale tecnica? Ci può dire qualcosa Maestro?

N. Liberatore: Certo. In questa situazione espositiva espongo degli acquerelli inediti  che io non ho mai esposto. Sono presenti acquerelli, solo acquerelli.   È un omaggio un po’ a Rodi Garganico e un po’ all’architettura, al paesaggio del Gargano

R. Santoro: E la particolarità di questi dipinti? 

 N. Liberatore: Il mio assillo è il rapporto fra il tempo e la memoria quindi anche in questi acquerelli ho cercato di trasmettere questi miei sentimenti.  Lavoro molto  sulla memoria e su questi muri stratificati, sedimentati dal tempo. Diceva Leonardo da Vinci che in un metro quadrato di muro ci sono 1000 paesaggi. 

R. Santoro: Vogliamo spiegare questo particolare scorcio espositivo?

N. Liberatore: Qui ho cercato di creare  una situazione particolare, quasi criptale. Quando l’ho visitato per la prima volta, questo spazio mi ha folgorato. Questo stipo mi ha ricordato un po’ la mia infanzia, perché le mie origini sono garganiche, sono nato a San Marco in Lamis, parte dell’infanzia e dell’adolescenza l’ho trascorsa lì. Mi ha ricordato un po’ la mia casa, dove c’erano questi stipi. Io, nel periodo di Natale,  facevo togliere a mia madre  tutte le varie boccettine di liquori e costruivo i miei presepi. 

R. Santoro: Lei parlava di sperimentazioni. Gli ultimi suoi lavori sono…

N. Liberatore: Io lavoro su più fronti, anche  sul recupero di materiali, carte, stoffe che diventano più autentiche, più belle, più vere dal momento in cui ingialliscono e sbiadiscono. Questa è una mostra, una situazione espositiva particolare perché dedicata solo all’acquerello, però in altre personali ho presentato installazioni, cretti, legni, i vari materiali che io utilizzo. Però, ripeto, la mia ricerca è sempre impegnata sul  rapporto fra il tempo e la memoria.  Una memoria moderna, tesa a recuperare i valori estetici, ma anche i valori intimistici in un mondo, aimé, fortemente lacerato. Questo è l’intento.

R. Santoro: È stato chiarissimo. La ringrazio per averci dedicato il suo tempo e mi auguro che questa mostra possa essere ripetuta anche in un’altra occasione, invernale, così che anche i ragazzi possano attingere a questo sapere. Grazie.

Videointervista Rosanna Santoro a Nicola Liberatore

Profilo dell’artista

Nicola Liberatore nasce a San Marco in Lamis (Foggia) nel 1949. Nel centro garganico trascorre la sua infanzia e parte dell’adolescenza, assorbendone il grande substrato culturale e sacrale, la cui memoria sarà poi fonte primaria della sua arte. Studia presso l’Accademia di belle Arti di Foggia e si abilita in Disegno e Storia dell’arte. Già dal 1970 inizia ad esporre in spazi pubblici e privati, con una figurazione critica di impegno sociale che lascerà gradualmente il posto ad una elaborazione di intensa elaborazione antropologica (L. Cataldo) dove la materia diventa immagine carica di esistenza (M. Casamassima). Ha fatto parte del laboratorio arti visive di Foggia e collabora attualmente con l’associazione Spazio55-arte contemporanea. Ha allestito numerose mostre personali e partecipato a importanti rassegne d’arte sia in Italia che all’estero, ottenendo importanti riconoscimenti. Nel 2004 i critici L. Caramel, T. Carpentieri, P. Marino, gli conferiscono il premio Paolo VI nell’ambito della terza Triennale d’arte sacra di Lecce “per aver saputo evocare un’immagine mariana di rarefatte trasparenze grazie alla preziosità materica di trame, anche di uso liturgico, in funzione di simbolismo segnico”. Lo stesso anno viene invitato da Giorgio Di Genova a partecipare alla mostra “Luce, vero sole dell’arte”, presso il Museo d’arte delle generazioni italiane del ‘900 “P. Bargellini” di Pieve di Cento (Bologna).  Nel 2011 è invitato alla 54esima biennale di Venezia Padiglione Italia, Palazzo delle Esposizioni, Torino. Nel 2012 è tra gli artisti premiati alla dodicesima Biennale dell’Acquarello di Albignasego (Padova). Nel 2013 partecipa a Napoli alla Mostra Paleocontemporanea, curata da Holger Milkau, mentre nel 2016 è tra gli artisti invitati a rappresentare il Genius Loci pugliese nell’omonima rassegna curata da Clara Gelao presso la pinacoteca metropolitana “Corrado Giacquinto” di Bari. Nel 2017 è invitato alla Biennale del libro d’artista a Napoli. Nel 2018 la fondazione dei Monti Uniti di Foggia gli ha dedicato una mostra antologica, Ri-velazioni, curata da Gaetano Cristino, che ha ripercorso tutto il suo itinerario artistico. Nel 2019 gli viene assegnata una sala del Palazzo delle Arti di Capodrise (Caserta)  per esporre le sue opere nella mostra Oblio-memoria, a cura di Michelangelo Giovinale.

La chiave di comprensione di tutta l’opera dell’artista garganico, palesata in numerose mostre personali, è il suo “persistente indagare sulle possibili evidenze estetiche ma anche simboliche, dello stratificarsi, sugli oggetti, del tempo e delle manipolazioni, intenzionali o meno”.

Il Premio Gargano-Foresta Umbra: quello sì che valeva…

Dall’èlite intellettuale che frequentava il territorio, ai Premi letterari che videro protagonisti alcuni personaggi che avrebbero fatto parlare di sé. Di particolare vivacità il “Gargano-Foresta Umbra”, dove incontri, cene e riti mondani facevano bene a tutti e mettevano allegria. L’intelligenza e il sapere non si mettevano in cattedra ma circolavano liberamente tra i presenti…

Vico/ I Tesori del Gargano nel dopoguerra e la cultura perduta.

Quando nel 1950, Giuseppe ‘ d’Addetta, Michele Vo­cino, Alfredo Petrucci, Mario Ciampi, Francesco Delli Muti celebravano la prima edizione del premio “Gargano-Foresta Umbra”, – la foresta prendeva un altro aspetto, frequentata da una “élite” intellettuale di personaggi di varia pro­venienza e varia fama. La manifestazione si svolgeva grazie al contributo assai generoso dell’Ente Provinciale del Turismo di Foggia, presieduto da Mario Ciampi e diretto da Raf­faele Rosiello. L’organizzazione dell’evento, invece era affidata al dinamico Lello Follieri, autentico motore dell’Ente di Corso Garibaldi 21. E qual era il consistente premio in da­naro? 200 mila lire per un’opera letteraria, 60 mila per un saggio, 50 per uno o più articoli di ambienta­zione garganica pubblicati dopo l’uscita del bando di concorso: somme che, ag­giornate, farebbero gola, oggi, ai più importanti premi letterari e giornali­stici nazionali. E i componenti della giu­ria? Nientemeno: Goffredo Bellonci, Carlo Bo, Enrico Falqui, Gian Battista An­gioletti, Giuseppe Petroni, Mario Vinciguerra, Luigi De Secly (direttore, al­l’epoca, de “La Gazzetta del Mezzogiorno”) e gli indi­geni Alfredo Petrucci, Mi­chele Vocino, Mario Ciampi, cui si aggiunge vano, volta a volta, Mario Prignano e Mario Simone. E tra i vincitori e “segna­lati” del “Premio”? Nomi già affermati insieme a gio­vani promesse, che di lì presero il volo: Giuseppe Berto, Igor Man, Giuseppe Cassieri, Raffaello Brignetti, Amedeo Maitiri, Matteo de Monte, Elsa Rai­mondi, Ciro Angelillis, Cri­stanziano Serricchio, Violetto Polignone … Basta sfogliare i giornali del tempo, per ritrovarli, tutti. Le sere che precede­vano la proclamazione dei vincitori; a San Menaio, la “Vecchia Signora” del turi­smo garganico, le ville dei Delli Muti, d’Addetta, Di Stolfo, Dal Sasso, Petrucci si animavano.

Erano in­dimenticabili i raffinati menu con gli ingredienti scrupolosamente selezio­nati, tutti della “Montagna del Sole”: le anguille del Va­rano, le spigole di Peschici, l’olio e i finocchi di Car­pino, i limoni di Rodi, le aragoste di Tremiti, le mozzarelle di Sannicandro, il pane di Monte Sant’Angelo, le carni delle mandrie del “Parchetto” e di “Sfilzi”, i sorbetti con le arance di Vico. Incontri, cene, riti mondani fanno bene ai premi letterari e mettono allegria. Una sorta di “anteprima” era quella, dunque, che si svolgeva nelle residenze più prestigiose di San Me­naio, che si contendevano i giurati più illustri: si di­scettava liberamente di tutto e si spettegolava sulle novità librarie dell’anno e soprattutto sui loro autori. A distanza di tanto tempo; merita di essere ricordato un esilarante episodio che tenne banco, in quei giorni, tra le più note “ma­lelingue” garganiche, e che riguardava un “flirt” sboc­ciato, all’improvviso, in quell’occasione, tra un ro­manziere di bell’aspetto e di eloquio forbito, che già si intuiva destinato alla grande carriera e che pronostici accreditavano “sicuro” vincitore del “Premio”, e un’avvenente signora, andata sposa appena qualche mese prima a un facoltoso professionista di Foggia che, per ragioni di lavoro, era rimasto nella calura degli ultimi giorni di luglio nel Capoluogo, men­tre la donna lo aveva prece­duto ai bagni di San Menaio e agli ozi del “Bella­riva”, poi Hotel “Sole”, oggi “Familia”.

Bastò poco: la noia mulie­bre, l’intraprendenza del giovane-romanziere, un sorriso, un cenno d’intesa e, a notte fonda, la stanza più accogliente dell’al­bergo riservata, manco a dire, ai clienti di maggiore riguardo, per pochi minuti, registrò gli spasimi dei due. Solo per pochi minuti, però, perché lo sgommare e gli sbuffi “smarmittosi” di un’automobile e, ancor più, subito dopo, la voce imperiosa e inconfondibile del professionista che aveva inaspettatamente anticipato l’arrivo, crea­rono uno spiegabile tram­busto. Il giovane non si “perse” d’animo: rivestitosi “alla bell’e meglio, si calò dalla finestra della stanza che, per fortuna, era al ( piano terra e” per non an­dare completamente “in bianco”, trovò conforto nel surrogato di una fugace ‘masturbazione’ sotto le stelle. La donna, dai discu­tibili comportamenti co­niugali, invece, dovette accontentarsi di riprendere l’abituale “tran tran”. La notizia, per vie miste­riose, arrivò ad Attilio Ti­bollo, cronista mondano de “Il Tempo”, che la pubblicò in un vivace e gustoso “corsivo”, sotto il titolo: “Al premio Gargano – Foresta Umbra il coitus interruptus e il cocu magnifique”. Anche se nel brillante reso­conto non mancò la dovi­zia di particolari piccanti, Tibollo, da gentiluomo lon­ganime, si guardò bene dal fare nomi. Lo “scoop”, comunque, non ebbe nell’immediato alcun effetto, se non tra i pochissimi che avevano comprato il gior­nale, al bar della Stazione di Foggia. Era successo, infatti, che, per un disguido nella distribuzione, il quo­tidiano romano, del quale il “cocu” era abituale let­tore, non arrivasse a San Menaio nell’unica edicola che era quella delle signorine fine Quaglia, al “Lungomare Maria Josè”, trasfor­mato, ora, in “Lungomare Andrea Pazienza”. Sicché la serenità familiare non fu nemmeno scalfita. La vigilia del “grande giorno”, a “Villa Nunzia”, dai Delli Muti, – si tirava tardi la sera e tutti si saluta­vano sotto i rami dei limoni pendenti, gialli tra il verde.

Alfredo Petruccì, compia­ciuto, accennava a qualche verso della canzone di “Mi­gnon”;”Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni: .. lo conosci tu ben?”. Era quello il clima di una specie di “agape”, vissuta in nome della cultura.

La sera del “Premio”, infine, sulla pedana della pista del “Ri­fugio”, il delizioso “relais” gestito da Michele Mascolo e Matteo Savastano, alla “Foresta Umbra”, a un tratto cessavano il suono delle fisarmoniche della “Filarmonica” foggiana del Maestro Vittorio Sannoner e le danze della “Pacchianella” di Monte-Sant’An­gelo ben orchestrate da Giovanni e Matteo Lom­bardi, e tacevano, d’im­provviso, le note dell’orchestra della RAI del Maestro Armando Fragna e le voci “amiche” e collau­date di Katina Ranieri, Carla Boni, Gino Latilla, Clara Iaione e Antonio Ba­surto … (tra i cantanti di musica leggera allora più famosi), mentre – preceduti da Eloisa Cianni, elegantis­sima “Miss Italia” e dalla bellissima “Ninfa della Foresta”, Mirella De Perna-d’Addetta, Delli Muti e Ciampi diventavano, an­nunciando i nomi dei pre­miati, gli officianti di un rituale semplice e suggestivo”.

Come; dunque, non ricor­dare con nostalgia quel premio? Tutti i premi lette­rari dovrebbero essere si­mili a quello, dove l’Intelligenza e il sapere non si mettevano in catte­dra, ma circolavano libera­mente tra i presenti, evitando la goffaggine di tanti premi “assessorili”, che servono più alle “Auto­rità” che alla cultura. Sa­remo “capaci di farlo rivivere, magari sotto altro nome, ma nello stesso spi­rito e nello stesso stile? Una mano potrebbe venire dal premio “Cassieri”, del quale, però, si stanno per­dendo le tracce. Dal “Gar­gano-Foresta Umbra”, ‘infatti, Cassieri, con il ro­manzo “Aria cupa”, ebbe, oltre a qualche grana giudi­ziaria il meritato lancio nell’Olimpo della narrativa italiana. Non sarà facile: i tempi sono cambiati e non c’è più in giro traccia di quello che, nonostante ma­croscopiche arretratezze, poteva, per certo verso, es­sere considerato Gargano “felix”. Oggi, il garganico “medio” ha perso, in buona parte, i suoi caratteri distintivi e aspira a essere “tutto poli­tico” o più spesso “tutto economico”: sa, in defini­tiva, che “carmina non dant panem”. Ma la ragione più vera è che, con l'”‘al­lure” e l’eleganza di quel tempo, sono scomparsi d’Addetta, Delli Muti, Ciampi, Vocino, Petrucci, garganici “totali” e assolu­tamente allergici … a esibi­zionismi, prebende e medaglie. 

Giuseppe Maratea 

“L’attacco” novembre 2015

Il “Giornale di scavo” di Arturo Palma di Cesnola ci disvela i segreti di Grotta Paglicci

Il “Giornale di scavo” di Arturo  Palma di Cesnola è stato appena pubblicato da Eta Beta, a cura di Angelo e Antonio Del Vecchio,  per il Circolo Culturale “Giulio Ricci”.

È stato presentato in anteprima nazionale, da vari relatori, tra cui la sottoscritta, la sera del 13 Agosto a Rignano Garganico durante l’Archaeology Day.

È un testo in cui l’Autore racconta, sotto forma di romanzo, quello che in un resoconto scientifico non avrebbe mai potuto raccontare: la vita quotidiana, le gioie, gli amori, le passioni e i dolori della sua équipe impegnata nello scavo di Grotta Terlizzi (Paglicci).

Ci descrive le fasi del lavoro nel cantierino della scelta, la selezione dei reperti ritrovati nel sito archeologico più noto del Paleolitico italiano, le scoperte delle pitture parietali, il ritrovamento del fossile del ragazzo di Cro Magnon, che diventa scoop televisivo per l’Ente che finanzia l’ultimazione dello scavo (effettuato dall’Università di Siena) e la messa in sicurezza di questa preziosità. Palma di Cesnola sintetizza, nell’arco temporale  di tre mesi, un lavoro quarantennale, che ha visto impegnati vari operatori.

Ma non si limita soltanto a questo. 

Scava nella vita interiore di ognuno dei suoi personaggi, delineandone profili psicologici degni del miglior Pirandello. 

Personaggi in cerca d’autore, quindi, che cercano in tutti i modi di evadere, ma non riescono assolutamente a sfuggire al ruolo principale a cui sono destinati dalla vita. 

A cominciare da se stesso, Vittorio Apici alias Palma di Cesnola, che resta un archeologo anche nella finzione letteraria.  Illuminante la citazione pirandelliana in premessa, tratta dai “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”: “Possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e ti imprigiona in essa.  Vuoi ribellarti? Non puoi!”.

Una cosa insolita può fare, però, Arturo Palma di Cesnola. Può mettere a nudo i drammi interiori che anche un archeologo di fama internazionale come lui ha vissuto, scavando per anni a Grotta Paglicci. Lo fa con un’autoironia sottile, profondamente umana. 

“Ma scavare in fondo cos’è? – si chiede il prof. Apici- de Cesnola – Non è poi così diverso dalla vita. Bisogna abituare se stessi a uno scavo interiore. Troverai almeno un brandello di te stesso”. 

Ci descrive i rapporti con i componenti della missione di scavo, che indica con  pseudonimi. Il primo è Edoardo de Gilbert, il suo braccio destro, suo alter ego,  precisino e pignolo come era lui da giovane, ma che spesso assurge a “maestro” troppo saccente del suo professore. 

Apici- de Cesnola delinea la figura rasserenante di Luisa, la sua assistente preferita, che apprende in silenzio i segreti della sua tecnica di scavo, anticipa i suoi pensieri, innescando reconditi sogni d’amore, e attese ricambiate nonostante la differenza d’età ( 24 anni + 1, ma lui sente di avere solo quell’anno in più). Luisa, discreta e riservata, vuole solo che lui gli spieghi il significato delle impronte delle mani dipinte nella saletta delle pitture parietali insieme alla sagoma del cavallo rampante.

“Quali mani? Lo sai bene che per questo genere di quesiti ci sono mille risposte e nessuna…  La mano – le spiega Apici- de Cesnola – non è una parte qualsiasi del nostro corpo. La mano è l’arto più vitale, perfetto che l’uomo possieda, un organo che sente, che fa, che pensa. Sì, anche che pensa. È talmente legata all’intelligenza, alla volontà, che si può dire ne faccia parte”. 

Poi le fa una carezza, così, sul viso: “Attraverso la mano passa il piacere, l’amore, il dolore, la speranza, passa l’universo: se ti offrissi (non era una dichiarazione d’altri tempi questa?) in dono la mano, sarebbe come darti me stesso, la parte più  irrinunciabile  e gelosa di me”. Luisa sorride. Forse il prof. è riuscito a farle comprendere qualcosa. Non l’autentico significato, profondamente nascosto, di una mano che 20.000 anni fa fu dipinta in rosso sul bianco della parete di una saletta quasi altrettanto profondamente incassata nel mistero. Ma almeno lo spirito di quell’atto che forse nemmeno i Paleolitici potevano interamente comprendere, e che forse  ignoravano. Ma lo facevano ugualmente, sotto l’impulso di una loro interna e irresistibile tensione”. 

Maria Teresa Cantimori, impiegata di banca nubile, che organizza il gruppo di volontari, è definita da Apici- de Cesnola come “la gigantessa” (alta 1,87  si muove con difficoltà durante gli scavi negli spazi angusti della Grotta),  ma anche come “la pitonessa” (la sua tecnica avvolgente di comunicazione sembra anticipare “lo sfogatoio del Grande Fratello”, diventando lo “scrigno” che dovrebbe custodire i segreti di tutti, uno scrigno aperto solo a tratti al noncurante prof.). Con la Cantimori intreccia un amore fugace (che dura il tempo di uno scavo, come tutti gli amori fuggevoli descritti nel romanzo), il giovane volontario Carlo Orlandini, che spera di diventare assistente universitario nonostante la concorrenza dei ricercatori accademici.

C’è il Berlenghi detto lo Stambecco che  si avventura in scalate pericolose per risolvere i problemi tecnici della missione di scavo. Anche lui volontario per poche settimane …

C’è Rodolfo Bertini, marxista fino al midollo, appassionato di archeologia, ma nel contempo affascinato dal mistero di un  frate (padre Pio), che gli è apparso in sogno e di cui, dopo il lavoro quotidiano in grotta, ricerca le tracce dei luoghi e del profumo di violette nella vicina Acquaviva (San Giovanni Rotondo). Ma non disdegna un’altra Grotta santuario, quella dell’Arcangelo sulla cima del Monte, che  ama visitare spesso. E dove ha osservato mani simili a quelle di Terlizzi incise sulle pareti: mani corte e tozze, forti, da contadino o pastore, mani affusolate, lievi e melodiose di giovani donne. Tutte portano una data. Incisa nella roccia, all’interno del contorno”.

Quando il prof. Apici si scoccia per le domande assillanti poste dai numerosi visitatori che irrompono nella grotta come i Re magi, non portando doni ma solo creando problemi (come le signore con i tacchi a spillo che inciampando mettono in pericolo la staticità delle precarie sezioni di scavo), il Bertini gli ricorda la funzione didattica e divulgatrice che anche i prof. universitari, come operatori culturali, sono tenuti a svolgere: “La Cultura è, deve essere patrimonio di tutti. Spetta a voi di saper sbriciolare un pane troppo duro per i denti dei più!”.

Don Arnaldi, frequentatore assiduo della Grotta, è anche lui portatore di tanti perché sulla religiosità dei Paleolitici, se è vicina oppure no alla nostra, dubbi che il prof Apici non scioglie, dicendo che non si possono attribuire i nostri criteri a uomini vissuti a Terlizzi  quasi 25 mila anni fa. 

Poi ci sono la laureanda Ciampolini e il tecnico Borgioli, che assillano, anche loro, il prof Apici con tanti “perché”:

“Domande, domande. Il fatto è che le domande più terribili sono quelle che io rivolgo me stesso – si lamenta il prof –  Tra le domande più imbarazzanti c’è appunto questa. Perché scavo? Perché sono digiuno, sono sempre digiuno di conoscenza. Soffro di astinenza. Se non ho la possibilità rispondere a me stesso, come potrei mai soddisfare la libidine loro?”.

È uno scavo, soprattutto interiore, troppo difficile per il prof. Apici: “Segretamente confidiamo che prima o poi scenda un uccello dagli occhi folgoranti in nostro salvamento. E aspettiamo che l’Arcangelo, la spada in pugno, approdi nella nostra Grotta a scacciarvi le ombre. Come fece secoli fa in un’altra grotta qui vicino”.

Tra i vari personaggi del romanzo c’è Jacoboni, scavatore clandestino pentito, che conosce il territorio come le sue tasche e guida l’ équipe alla scoperta della grotta delle “false statue” (presumiamo sia l’attigua Grotta dei Pilastri con stalattiti e stalagmiti imponenti); ci sono gli archeologi- baroni  Bertoluzzi e Stronconi che con nonchalance fanno una ricognizione a sorpresa a Terlizzi per carpire in anteprima le scoperte di Apici; c’ è Gastaldi, un altro archeologo che ha il grave difetto di anticipare a tavolino le scoperte dei siti oggetto delle sue missioni prima ancora di effettuare gli scavi, prendendo delle madornali cantonate, con una moglie-arpia che manda in soprintendenza per bloccarne le ispezioni. Anche lui custodisce un segreto innominabile… noto a tutti.

Infine c’è il Dott. Cav. Grande Ufficiale Pasquale Andrea Cuccarollo, proprietario del terreno, che si presenta ogni anno a dare il benvenuto all’ équipe, promettendo migliorie per raggiungere il sito ed aiuti logistici. Viene presentato come quei sovrani che dispensavano monete d’oro alla plebe adorante. Un rapporto problematico, di odio-amore perché – è questo il pensiero di Apici- De Cesnola –  “una grotta di interesse archeologico non può appartenere a un privato, è di tutti, dello Stato, cioè di nessuno”.

Ma è da lui, Cuccarollo, che, un un certo senso, dipendono le sorti della missione archeologica, in quanto dà il gentile permesso di entrata al sito, cofinanzia gli scavi, fornendo  la casupola  distante qualche chilometro dalla grotta dove ci sono la cucina, tre posti letto e i servizi igienici in cui de Gilbert monta una futuribile, improbabile, doccia. Nel vicino uliveto  vengono issate le tende che ospitano  gli altri volontari. Conviene mantenere buoni rapporti, se si vuole proseguire gli scavi a Terlizzi.

Come è opportuno tenersi in contatto con il sindaco di Capriano ( Rignano) e gli altri enti finanziatori, dando loro opportuna visibilità con mostre iconografiche ed eventi mediatici.

Apici-de Cesnola vive il rapporto del suo lavoro con problematicità. Ricorda  il vecchio prof. Lenzi, da cui ha imparato i segreti dello scavo archeologico. Gli ha insinuato un dubbio che gli ritorna spesso in mente: “Apici, ma lei se lo chiede mai perché ci dobbiamo prendere tanto a cuore questi ossi? Che ci importa, in fondo a noi, dell’uomo di Cro-Magnon, dell’uomo di Neanderthal, andare a frugare, a dissotterrare i fatti loro, che dopo tutto sono i fatti di ogni uomo, bello o brutto,  dalla fronte più bassa o più alta, più robusto o gracile che sia. Che cosa ci spinge a farlo, Apici, me lo dice lei?”. E accenna al gioco degli scacchi dei bambini che, seri in viso, si trastullano coi pezzi, le torri, i pedoni, il cavallo, la regina, senza conoscerne le mosse.  Se qualcuno insegnerà loro le regole del gioco, non le ascolteranno, perché avranno creato un gioco a loro misura. Come gli archeologi, pronti solo ad additare i “puntolini”degli altri, ma sostanzialmente autoreferenziali.

Ma il lavoro di archeologo, nonostante la difficoltà nel reperimento dei fondi per continuare, anno dopo anno, gli scavi, è un lavoro che Apici ama profondamente, che lo coinvolge e lo appassiona. 

Gli fa rivivere, quando scopre reperti importanti, visioni oniriche ad alta densità emotiva.

Come in tranche, rivive i momenti che hanno segnato la vita della piccola comunità vissuta in quella Grotta. 

Toccante l’attesa della madre del ragazzo uscito a cacciare con gli adulti e che tarda a tornare a casa, nella Grotta.

La madre resta sveglia per notti intere, alimentando il focolare.

Lo veglia notte e giorno, quando torna, durante la breve malattia.

La madre gli  parla, e la sua voce è come una canzone triste persa tra i monti: “In un sol giorno… in un sol giorno, figlio, la stagione delle lacrime è caduta su noi… Ma non tremare al pensiero della notte. Pregherò l’uccello della luce di non richiudere le sue ali sul mare, perché le tenebre non vengano a fasciarti, ragazzo. Non agitarti, ragazzo, tu non sei morto, sei solo ammalato, sei debole molto, tu dormi, tu sogni, tra poco ti risveglierai…”

Ma il risveglio non avviene.

La madre continua  a parlare al suo amato figlio:

“Tra 7 giorni e 7 notti gli uomini verranno a compiere il rito che ti libera, ti cingeranno il capo di ghirlande, forse di conchiglie di mare, forse di filari di dente del grande Cervo dei Boschi. Al vento impalpabile del tuo nuovo mondo si muoveranno come una tenue sonagliera, che infonderà coraggio a te, e alle maligne potenze sgomento. Ti porteranno sul corpo le tue armi, quelle che tu stesso ti fabbricasti per essere uomo, e sono parte indissolubile di te; cospargeranno le tue membra  di polvere di sole, sarai bello, così, figlio ti acconceranno come per una festa, l’ultima e più grande festa: perché degnamente tu possa presentarti là dove  a me non è dato di entrare, nella Terra degli Spiriti, perché benignamente questi ti accolgano nella loro sterminata famiglia. E tu, allora, figlio, così bello e adorno e luminoso, come un albero tutto fiorito, alzati e vai fiducioso verso di loro. E non rattristarti se qui intanto qualcuno, che potrà apparirti crudele, nel partire ti lascerà una grave pietra sui piedi: lo farà affinché tu, che in vita avesti così lunghe e agili gambe, non sia tentato dalla nostalgia di traversare lo spessore intero della notte, di correre fino a noi, che in quel tempo saremo lontano. Laggiù oltre i monti. Io pure con le altre donne seguendo gli uomini, come la norma vuole. Non piangere, figlio, a questo pensiero; tutte le donne, quelle che potrebbero essere madri per te e le sorelle, e quelle che potrebbero esserti sorelle, tutte prima di abbandonarti verranno con me a portarti un fascio di fiori, e ad uno ad uno li spargeranno sul tuo corpo bambino, finché non ne sia interamente ricoperto. Il profumo di tanti fiori ti avvolgerà in una benigna nube che sarà tua, che porterai di là per sempre con te, nel mondo da cui noi siamo esclusi”. 

La scena richiama alla mente (mi scusi il prof. Apici che forse troverebbe anacronistico questo mio accostamento), i riti funebri dell’area garganica dove è presente la  figura della Madre che, sul letto di morte, piange il proprio figlio, descrivendolo come una persona ideale. E continua a parlare con lui, di quello che ha fatto, magnifica la bellezza del suo corpo perfetto, ne tesse le lodi, nel disperato tentativo di negare la realtà della perdita irreparabile, di accettare la realtà della morte.

Trovare i modi per “dire” il dolore attraverso parole, gesti e suoni, è il primo passo verso la sua trasformazione, il suo superamento e la reintegrazione nella realtà delle persone colpite dal lutto. Ed è l’esperienza del dolore che rende l’Addolorata, protagonista dei “Planctus Mariae’  nelle processioni del Venerdì santo, una figura  cosi umana, così vicina a tutte le donne del Mediterraneo cristiano che si trovano alle prese con la sofferenza nella loro vita quotidiana. 

La madre di Paglicci, nel sogno onirico di Apici-de Cesnola,  nutre come Maria  la speranza che suo figlio risorgerà, che continuerà, in qualche modo, a vivere:

“Tu non sarai più figlio di questo grembo ma figlio del vento, dell’acqua, della luce. Sarai forse il guizzo argenteo del pesce nel torrente, o il popolo delle foglie assorte nel silenzio, o lo sguardo lungo della Luna sul nostro esule cammino. Chi potrà dirlo? Non dovrò più cercarti, né chiamarti più, figlio del vento, dell’acqua e della luce. Forse verrai tu a cercarmi, a chiamarmi; ed ogni giorno sarà il primo volo d’uccello da Levante, l’ultima favilla fuggita dalla brace di Ponente…” .

Teresa Maria Rauzino 

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Concorso Letterario IL ROVO X Edizione

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Il primo agosto, nel cuore del centro storico di Cagnano Varano, in Largo Purgatorio, si è conclusa la decima edizione del Concorso Letterario “IL ROVO”. È stata una splendida serata, ricca di emozioni trattandosi della prima in presenza, dopo quella dello scorso anno, svoltasi virtualmente durante la pandemia Covid.  A questa ha preso attivamente parte la famiglia del compianto ed amato Maresciallo Maggiore Vincenzo Carlo Di Gennaro, medaglia d’oro al valore civile, scomparso tragicamente il 13 aprile 2019, mentre si trovava in servizio a Cagnano Varano. Il Concorso letterario “IL ROVO” gli ha dedicato, dall’anno della sua morte, una delle sue sezioni, la sezione Legalità ed ha reso partecipi sua sorella Lucia Di Gennaro, la compagna Stefania Gualano, nonchè Il padre signor Luigi e una rappresentanza dell’Arma dei Carabinieri, nelle figure del Colonnello Sante Picchi e del Maresciallo Graziano Foschi.

Tutto si è svolto in un’atmosfera a dir poco magica, sotto un cielo trapunto di stelle e con l’aiuto di due straordinari musicisti, Il contrabbassista Salvatore Curatolo e il chitarrista Claudio Pelusi. La serata si è dipanata tra la lettura dei lavori e le premiazioni dei vincitori delle tre sezioni, Legalità, Poesia e Prosa. Il tutto si è concluso con un aperitivo letterario preparato dal ristorante CATAMÈ, e consumato all’aperto nella piazza di Largo Purgatorio.

Ha coordinato la serata Alberto Mangano, giornalista e scrittore foggiano.

La fotografia e il filmato dell’evento sono stati affidati al sensibile occhio del professor Giuseppe Grossi.

I Vincitori, provenienti da tutta Italia, hanno apprezzato i premi e la serata, organizzata con impeccabile maestria dai fondatori del Concorso. I vincitori del primo premio delle due sezioni, Prosa e Poesia, hanno ricevuto un premio di cinquecento euro, una targa e un voucher offerto dal concorso Letterario “Il Tratturo Magno” de L’Aquila, con il quale il Concorso nazionale “IL ROVO” è gemellato, e che permetterà loro di soggiornare gratuitamente, di fare una visita guidata e di partecipare ad una cena di gala nella città de L’Aquila nella giornata dell’evento del “Tratturo Magno” che si terrà il 24 settembre 2021.

La concorrente vincitrice del primo premio della sezione Legalità ha vinto una targa, una scultura in plexiglass, simbolo della legalità, dell’artista Antonio Perilli e un voucher del Tratturo Magno.

I secondi e terzi premi hanno vinto una targa e cesti del ristorante Catamè di Cagnano Varano, o dell’Agriturismo Biorussi di Carpino, o una cassetta di Vini cantina D’Araprì di San Severo.

È stato assegnato anche un premio Radici e Territorio ad un concorrente di Cagnano della sezione poesia.

vincitori della X° Edizione del Concorso Letterario “IL ROVO” 2021 sono:

Sezione Poesia

1° Premio “Eva delle nuvole –Alzheimer” di Davide Rocco Colacrai
2° premio “Ogni notte” di Dafne Indovina
3° Premio “Clelia” di Federico Marcelli

Sezione Prosa

1° Premio “La danza della notte” di Dafne Indovina
2° Premio “Giglio Bianco” di Alessandra Manfroi
3° Premio “Lettera” di Matteo Pedicillo

Sezione legalità

1° Premio “Pandemia e legalità un’occasione per crescere” di Alessandra Manfroi

Premio della Giuria
“Alla mia età” di Camilla Grossi

MENZIONI DELLA GIURIA

Sezione poesia
“‘I kriatùre d’ù mùnne” di Lucio Marchesiello
“DAD” di Arianna Piazza, giovane poetessa di soli undici anni

Sezione Legalità
“Esplosione” di Marco Yurij Mennella

Sezione prosa
“Lame” di Chiara Barberis

Premio Radici e territorio
“Goccia dopo goccia” di Michele Stefania

È stata donata una targa alla memoria della poetessa garganica Maria Antonietta Cocco.

Sono state donate delle targhe ricordo alla famiglia del Maresciallo Maggiore Vincenzo Carlo Di Gennaro e all’Arma dei Carabinieri.

GIURIA TECNICA

Sarah Pelusi – Interprete di conferenza, traduttrice letteraria, filologa.
Ottavia Iarocci – Docente di lingua e letteratura italiana. Scrittrice.                                     

Samuele Michele Ruben Giannetta – Docente di lingua e letteratura italiana. Poeta.
Rita Pelusi – Docente di Lingue e letterature straniere. Scrittrice.
Palma De Simone – Dirigente scolastica, docente di lingua e letteratura italiana.

GIURIA

Caterina Pelusi – Laureata in diritto, Direttrice di banca.
Emilia Massaro – Laureata in Economia, Commercialista, docente di Diritto ed Economia.
Roberta Di Nauta – Laureata in Lingua e letteratura italiana.
Sara Di Bari – Laureata in Scienze del turismo. Blogger

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