Gli studenti dell’ITCG Mauro del Giudice alla scoperta del loro territorio

Un convento francescano è immerso nell’oasi agrumaria di Rodi

Rodi può vantarsi di avere uno tra i più antichi conventi di tutta la provincia monastica dell’Angelo (che comprendeva la Capitanata e il Molise), infatti l’anno di fondazione è il 1538. A dare il consenso fu l’arcivescovo sipontino Giovanni Maria del Monte, diventato nel 1550 papa con il nome di Giulio III.
La domanda per la fondazione fu fatta dal popolo rodiano, il quale aiutò i frati con le offerte. Furono sempre i fedeli a finanziare la costruzione, strutturata secondo l’antica forma dei Conventi cappuccini, con Officine e Celle al pianterreno.
Anche il Comune di Rodi contribuì alla costruzione, devolvendo i proventi ricavati dalla tassazione della vendita del pesce.
Il convento rimase così fino al 1600, quando il barone Cesare San Felice, feudatario della città, rinnovò ed allargò la struttura, tanto che ora ha ben 14 celle, tutte disposte al secondo piano.
Il cenobio era situato a un miglio dal paese e portava il nome dello Spirito Santo.

Infatti, oltre a un bell’affresco all’interno della chiesa, all’esterno si poteva ammirare il Santo Sigillo dedicato allo Spirito Santo.
A quei tempi, il C0nvento era abitato da otto frati, i quali trovavano il necessario per vivere, sempre attraverso le elemosine dei fedeli.
La Chiesa fu consacrata l’8 settembre 1678 dall’arcivescovo di Siponto, che a quel tempo era Vincenzo Maria Orsini (divenuto poi papa con il nome di Benedetto XIII).
Venne chiusa nel 1811, durante il decennio francese, ma fu riaperta nel 1818, dopo il congresso di Vienna. Fu chiusa definitivamente il 1 gennaio 1867, con la devoluzione dei beni ecclesiatici da parte del Regno d’Italia.
Negli anni successivi, fu praticamente abbandonato ad un destino di progressivo degrado. Il restauro, compiuto dalla Soprintendenza alle Belle Arti di Bari, e risalente al 1979, è rimasto incompiuto.
Secondo me, questa è una festa che dovrebbe essere rinnovata in tutti i suoi aspetti, partendo però dal restauro del Convento, mai finito. Si dovrebbe organizzare qualche cerimonia per essere celebrata da tutto il paese e non solo da noi ragazzi.

Nazario Saccia

“Guardando Rodi dall’estremità della banchina si nota, tra il verde cupo degli alberi, una bianca costruzione: è il convento di Rodi. Questo convento è tra i più antichi della provincia di Foggia, infatti fu fondato nel 1538 dall’arcivescovo Giovanni Maria del Monte. L’iniziativa per la fondazione fu presa dai rodiani più devoti.
L’edificio sorge a circa un chilometro dal centro di Rodi in posizione elevata e domina il meraviglioso spettacolo della natura che il nostro paese offre nel verde degli alberi e nell’azzurro del mare.

Dal 1550 al 1600 subì delle trasformazioni: fu costruito il secondo piano con 14 celle che si aggiunsero al refettorio ed alle officine al pian terreno. La chiesa fu titolata allo Spirito Santo.

Non aveva “pesi di messe, debiti di sorta, entrate perpetue e temporali”.
Nella prima metà del Settecento, nel convento dimoravano 8 frati, i quali pregavano, lavoravano e chiedevano l’elemosina quotidianamente, secondo il rito cappuccino, bussando alle case dei benefattori.
Il convento fu chiuso definitivamente nel 1867, ci sono stati recentemente dei restauri dopo un lungo periodo di abbandono da parte dei monaci.
Il convento era un riferimento importante per la comunità del nostro paese e ogni anno, l’ultimo sabato di Aprile, si celebrava una bella festa.
Era una grande sagra popolare che riuniva, nelle campagne intorno al convento, tutte le famiglie rodiane come in una vera e propria Pasquetta, si trascorreva tutta la giornata di primavera all’aperto: tante erano le bancarelle, una vera gioia per i bambini.
La festa iniziava con la celebrazione della messa, seguita dalla benedizione della chiesa, del mare e dei vicini oliveti e agrumeti. Dopodiché la gente poteva ammirare l’interno del convento.
Scrive Pietro Agostinelli in “Rodi…sull’onda dei ricordi”: «Quando la chiesa era in stato di abbandono, noi ragazzini usavamo quel luogo per le nostre esplorazioni: scendevamo sotto la chiesa per vedere le tombe dei frati. Terminata la visita, verso mezzogiorno le famiglie si riunivano per consumare il pranzo nelle campagne circostanti, all’ombra degli alberi. Tutta la zona si riempiva di voci, canti, balli e canzoni, mentre nell’aria si diffondeva il profumo dei “turcinedde” arrosto».
Negli ultimi anni, si è continuato a celebrare la festa del Convento, ma in tono minore.
Non è più stata come prima, o meglio, è stata più una festa sentita dai giovani, ma si è perso il senso di questa sagra. Ora i giovani pensano solo a divertirsi e di famiglie se ne vedono pochissime, le bancarelle non si vedono più e la Messa non sempre si celebra.
Noi giovani, dopo una lunga organizzazione, ci rechiamo sul convento e ci restiamo tutto il giorno, arrostendo e bevendo. Ma in questa festa, oggi manca il valore religioso. Si dice che quest’anno si cambierà, e tutto tornerà come in quei lontani anni che ho descritto. Spero che queste parole non siano solo semplici promesse, ma qualcosa di innovativo rispetto agli ultimi anni.

Francesco Papagno

Io vivo a Rodi Garganico, una cittadina molto bella. Questo paesino è posto sul monte Gargano, chiamato oggi promontorio del Gargano, sulle rive del mare Adriatico.
Secondo alcuni storici, Rodi prese il suo nome dagli abitanti di Rodi Egeo, invece secondo altri il nome Rodi deriva da “rore” (rugiada).
Nella prima metà del 1500 il paese contava 1.500 “anime”, il suo territorio era pieno di vigne e agrumeti che resero gli abitanti ricchi per l’esportazione con Venezia. Anche gli Schiavoni, cioè le popolazioni della Dalmazia, venivano qui e caricavano vini, arance, limoni.
Nel 1767 Rodi contava 3.608 abitanti.
Aveva un convento francescano posto a 4 miglia dalla città di Vico e ad un miglio da Rodi.
Chi donò il terreno per farlo costruire fu una famiglia di Ischitella, gli Stinelli.
La chiesa annessa al Convento aveva intorno delle alte mura e all’interno un orto, non si celebravano messe per tutto l’anno perchè gli abitanti preferivano farle celebrare nelle chiese più antiche del paese.
Noi giovani ci rechiamo al convento per festeggiare l’ultimo sabato di aprile.
Si celebra la messa, che non sempre viene ascoltata da tutti, poi andiamo sul prato e ci divertiamo a cantare, giocare e mangiare. Quando cala il sole andiamo via. Prima invece tutte le persone andavano in chiesa, i frati facevano visitare il convento, c’era una processione con il SS.mo Sacramento, si sparavano i fuochi artificiali e verso l’ora di pranzo si mangiava e si scherzava.
Il pomeriggio si celebrava un’altra messa, arrivavano i pellegrini dagli altri paesi e poi si andava a casa. E’ bello sapere che quest’anno si tornerà alla tradizione di prima. Sarebbe bello riacquistare soprattutto il senso di religiosità che aveva questa festa.

Cristina Antonelli

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano "L’Attacco" del 26 asprile 2008. Gli autori sono studenti dell’Istituto Superiore "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico (Laboratorio storico a cura della prof.ssa Teresa M. Rauzino)

 

 

 

 

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