ALLA SCOPERTA DEI MULINI AD ACQUA DI CAPITANATA

Quando l’acqua dava il pane.

 “I mulini ad acqua dell’Alta Valle del Celone”

 

 

Agli occhi di noi garganici della costa, quella parte di subappenino dauno, confinante con la Campania e comprendente l’enclave franco-provenzale di Faeto e Celle San Vito, ci sembrava molto lontana dal nostro immaginario quotidiano. Per tale difficoltà virtuale, le escursioni primaverili del WWF di Vieste (dal 2008 anche sezione di Avventure nel Mondo), rigorosamente a piedi, avevano sempre escluso quel territorio. Nonostante il parlare originato da “La fete de lu cajun” e dall’impatto ambientale delle pale eoliche, per noi restava comunque lontano. Troppo lontano.

 

Fu quasi per caso, parlando con Vincenzo Finaldi – Comandante della Stazione Forestale di Vieste (originario di Faeto), che venne fuori l’argomento sui Mulini ad Acqua del Celone. Il suo racconto, nostalgico ed appassionato, era condito con ricordi bellissimi della sua infanzia. Le corse da Celle a Faeto, in 20 minuti, per arrivare in tempo all’appuntamento pomeridiano con Rin Tin Tin. Le bevute di acqua fresca nel Celone ed i ruderi dei vecchi mulini ad acqua. I mulini ad acqua? Chiesi meravigliato. Sì,  una signora di Faeto,  da tempo si sta occupando della tutela e della rivalutazione dei mulini ad acqua. Approntammo subito l’itinerario: Da Celle San Vito a Faeto a piedi, lungo l’antico sentiero che lui percorreva da ragazzo negli anni ’60, attraversando il Celone, alla scoperta di ciò che restava dei mulini.

 

Nel gennaio del 2007, in cinque amici, realizziamo un primo sopralluogo per studiare il percorso da proporre al gruppo. A Celle si presenta il primo ostacolo: il sentiero non è più percorribile in quanto invaso dalla vegetazione. Nessuno più lo frequenta. Si preferisce andare in automobile. Optiamo quindi  per un circuito alternativo: Sorgente di San Vito “Fontem Aquilonem” nei pressi della Chiesa di San Vito e del Casale dei Maresca (che qui sono Marchesi mentre a Serracapriola sono Duchi), prima della vetta della “Bannera”. Questo itinerario come ce lo descriveva Finaldi doveva essere sotto l’aspetto paesaggistico: meraviglioso. E senza dubbio lo era. Oggi con le pale eoliche mi astengo da ogni giudizio.  Lascio la risposta ai procacciatori di affari e finanziamenti: loro, pare, che abbiano risposte convincenti per tutti. Sta di fatto che restiamo delusi. I paesi di Celle e di Faeto, però, ed i loro abitanti ci restano nel cuore. Non li possiamo tradire. Decidiamo di cercare un’altra motivazione per portare il gruppo di amici a camminare da queste parti. Lo spunto viene da un incendio, quello del Rifugio di Monte Cornacchia. Organizziamo così un secondo sopralluogo con l’aiuto di Pietro Caforio, guida WWF di Serracapriola. Partiamo il 21.10.2007 alle ore 9,30 dal Lago Pescara, ed è subito neve! Noi gente di mare ci sentiamo subito invasi da una euforica contentezza, come bambini, nel vedere i primi fiocchi e così gli amici di Serra, anche se più abituati di noi. In cima a Monte Cornacchia però non è la stessa cosa. I fiocchi diventano bufera. Il vento freddo ci taglia il viso dalla parte destra e la ricopre con uno strato di neve ghiacciata appiccicata alla barba. La parte sinistra della faccia, invece, è libera ed un po’ tiepida. La neve ed il vento gelido arrivavano da est. Camminiamo raggruppati, ma non si riesce a vedere l’amico che ci precede se è distante oltre cinque metri. In breve tempo è tutto bianco e noi sembriamo non gli escursionisti della domenica ma provette guide alpine. I cappucci di pelo di Cinzia e Chiara sono tutti ricoperti di neve, bianchi come il cappello di lana di Michele rimediato all’ultimo momento. Paolo si confonde con Messner: dalla sua barba pendono tanti ghiaccioli. Pietro e Mimmo  vanno avanti. Il rosso della giubba ci guida nella tormenta. Salvatore ed io chiudiamo il gruppo. In cima al rifugio, la mia Sony, dopo aver fatto epiche foto, ci abbandona per sindrome da raffredamento. Chi l’avrebbe mai detto che un sopralluogo si sarebbe trasformato in spedizione polare? Anche questo tentativo per portare il gruppo è fallito? Manco per sogno. E’ tutto eccezionale. L’escursione di primavera si può fare. In ciò che resta del Rifugio approntiamo il programma. Mattina: escursione a piedi dal Lago Pescara fino a Monte Cornacchia, pranzo a Piano delle Noci nel Bosco di Faeto, pomeriggio ai Mulini del Celone con Ausilia Pirozzoli, “la Signora dei Mulini” (Mimmo aveva recuperato non so dove il suo numero di telefono). 

 

La Domenica delle Palme (16.3.2008), dopo una splendida scarpinata su Monte Cornacchia (siamo oltre 60), Ausilia ci viene incontro a Piano delle Noci, ormai punto d’arrivo delle  nostre escursioni faetane. Noi, dei Mulini ad Acqua dell’Alta Valle del Celone (Celle S. Vito, Faeto e Castelluccio Valmaggiore) non sappiamo nulla. E’ Ausilia che ci introduce in questo nuovo “mondo antico”. Attraversare il Celone è stato come effettuare un viaggio a ritroso nel tempo: il tempo dei Mulini, “quando l’acqua dava il pane”. Tutti immaginavano di vedere, anche se nei ruderi, un sistema simile a quello del “Mulino Bianco” e, invece non è proprio così. Ausilia ci spiega che in zone con corsi d’acqua di scarsa portata, i mulini non sono a ruota “verticale” ma “orizzontale”. (In Sicilia ne ho visto uno funzionante nella Cava d’Ispica. Li chiamano Mulini a ruota araba). L’acqua che alimenta la ruota ed i suoi ingranaggi non è quella corrente del fiume Celone, ma quella captata dal Celone e regimentata in conserve a cielo aperto costruite dall’uomo. Una paratia azionata meccanicamente fa precipitare l’acqua sulle pale della ruota orizzontale che mette in funzione tutto il sistema. Il funzionamento, lo vediamo raccontato da Ausilia in ciò che resta del Mulino Piscero, una costruzione dall’architettura affascinate, degna di restauro e tutela. Qui, ci racconta Ausilia ha lavorato per molti anni suo nonno ed anche suo padre fino agli anni ’50 del secolo scorso. Anzi è proprio al Piscero che avvenne il passaggio generazionale, dagli antichi mulini ad acqua, condizionati dalla portata del Celone, a quelli moderni con motore a scoppio prima ed elettrico poi.

 

Dallo sguardo interrogativo di molti emergeva la necessità di voler vedere anche il marchingegno, intorno al quale si sono intessute migliaia storie quotidiane di migliaia di uomini per centinaia di generazioni. E tutto per produrre il pane quotidiano. Ausilia capisce la nostra esigenza e ci porta a visitare un vero santuario di architettura industriale: il mulino di famiglia.  Apriamo un grande portone di legno e davanti ai nostri occhi, gli ultimi raggi di sole del tramonto, illuminano  una complessa macchina di altri  tempi: il Mulino di Carmine Pirozzoli. Costruito personalmente, vissuto e gestito fino al 1982 dopo oltre 60 anni di onorato lavoro. Qui Ausilia presa dalla commozione ci mostra un libro: “I Mulini ad acqua dell’Alta Valle del Celone” scritto da lei e dal fratello Nicola e dedicato al padre e a tutti gli uomini che intorno ai mulini hanno vissuto una storia importante. Ha le lacrime agli occhi Ausilia. Siamo commossi anche noi. E’ la domenica delle Palme e nella sua lingua ci augura “Bonne Paque”. E’ stato un incontro di poche ore, ma ci diamo subito appuntamento a Vieste per approfondire l’argomento “Mulini ad Acqua” in una conferenza.

 

La Società di Storia Patria per la Puglia – sezione Gargano ed il Comune di Vieste hanno organizzato l’evento per sabato 7 giugno, ore 19,30 presso il Castello di Vieste. Qui nel giorno di Sant’Antonio si svolge  l’antica tradizione del Pane dei Poveri. Coordinati dal giornalista Loris Castriota Skanderbegh,  si tratterà  di Mulini (Ausilia e Nicola Pirozzoli) e di Pane (Rev. Pasquale Vescera), con una proiezione commentata.

Siete tutti invitati.

 

 FRANCO RUGGIERI 

(Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione Gargano)

 

 

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