L’incendio di Peschici e altre storie in mostra dall’11 ottobre nel centro garganico

Forza e paura

nelle tele sanguigne

di Lidia Croce

 
Lidia Croce, di origini canosine, ma senese di adozione, è artista davvero eclettica: oltre a un segno grafico deciso, dipinge oli su tela e scolpisce soggetti a carattere sacro e mitico, con predilezione per la materia bronzea. Specie negli ultimi tempi, le sue grafiche a inchiostro e “sanguigna” non sono altro che un incessante, febbrile e immaginifico studio per realizzare opere ispirate ai topos della Montagna sacra. Il suo sogno è realizzare sculture “en plein air” in luoghi emblematici del Gargano.

Dopo il Diomede realizzato qualche anno fa a Peschici, Lidia Croce non è riuscita a concretizzare altri “bronzei” sogni. Ma non demorde. La sua vita artistica si svolge tra Siena, Margherita di Savoia e Peschici, suo “luogo dell’anima” preferito. Attualmente è nella cittadina garganica per esporre, da lunedì 13 al 18, in una personale a Palazzo di Città, tre quadri: l’Ecologo (foto del titolo), il Diomede (foto 1 sotto) e una grafica (una “sanguigna”) dedicata a un evento traumatico di cui l’artista è stata diretta testimone: l’incendio del 24 luglio 2007, uno studio per un’eventuale scultura (foto 2-3-4-5-6-7-8-9-10).

Non essendo il bozzetto tridimensionale, la Croce ha dovuto dispiegare il soggetto in una teoria superficiale larga. Prospettica sì, ma non tridimensionale. Immaginiamo tutto questo in un blocco rotondeggiante e alto in cui tutte le forme presenti si sintetizzino: gli elementi sono la pineta che brucia, le tre vittime, tra cui il fratello e la sorella fusi nell’ultimo abbraccio, una macchina avvolta dal fuoco. Ma ci sono anche volti stilizzati di tante altre persone che fuggono o cercano di scampare alle fiamme crepitanti della pineta.

Il secondo quadro della stessa scena è il trabucco di San Nicola, clou dell’incendio. Attraverso le maglie della rete del trabucco s’intravede Peschici in rosa, illuminata dal riflesso di fuoco. Queste maglie così dolci, così tortuose, mosse dal vento, sinuose, sono puntellate dai pali infissi nella roccia: una ferita che squarcia il quadro, un’arma obliqua in mezzo a cui si gettano i bagnanti, i turisti in pericolo, per salvarsi nelle acque accoglienti e sicure del mare.

Il triangolo in basso è tutto occupato, oltre che dai pescatori, dai volti dei naufraghi contratti in spasmodica, ansiosa corsa verso la salvezza (vi sono 60 personaggi, alcuni appena stilizzati). Lo spazio dell’acqua è saturo. Un’auto viene spinta giù, per non finire nel rogo. Al centro del quadro s’intravedono forme indistinte che si intersecano fra di loro per rappresentare il caos della visione di quel drammatico momento: persone che si abbracciano, persone che si spingono, persone in acqua, persone che sorreggono i bambini, li spingono e portano in salvo verso le barche dei pescatori, braccia tese ad accoglierli. Dal promontorio di Peschici s’irradiano linee astratte, ondate che si materializzano nelle barche dei pescatori che giungono a salvare i naufraghi, fanno il pieno e poi tornano indietro. I pescatori diventano metafora di salvezza: la rete del trabucco e le loro reti da pesca si incurvano fino a diventare grandi ali. Ali salvifiche di angeli.

Il centro del quadro è dominato dalla rete che si proietta in alto, verso Peschici, e diventa quasi un triangolo, una visione astratta. Com’è giusto che sia nell’arte contemporanea.

Questo bozzetto di Lidia Croce potrebbe diventare una grande tela a olio, olio su tela. Immaginate una grandezza quasi naturale 2×5: 10 metri quadri, come la Francigena, altra sua opera. Oppure una scultura in bronzo a tutto tondo in cui tutte queste figurazioni diventino fluide, fondendosi l’una nell’altra in un discorso unitario. Nello studio preparatorio, per forza di cose, tutto è più piatto, il tutto è rappresentato in un unico momento lineare.

Cosa c’è di particolare in questo quadro? Le linee, proprio le linee! Tutte le infinite possibilità delle linee geometriche. C’è quella obliqua dei pali del trabucco che affondano dentro l’acqua, c’è la retta astratta che diventa una grande vela, c’è quella a semicerchio, c’è quella fluidissima con tutte le forme possibili. Ci sono le linee che separano i vari quadri. Il triangolo dei pescatori. E’ la varietà delle linee la peculiarità di Lidia Croce che ci ipnotizza di più in questo bozzetto “dedicato ai pescatori di Peschici”.

Teresa Rauzino

L’ANALISI CRITICA DI PIERGIACOMO PETRIOLI (Storico dell’arte e docente all’Università di Firenze): “Il gioco e la vitalità dell’esistenza nell’Ecologo di Lidia Croce”

Può forse la chimica farsi arte? Nell’Ecologo, pittura-progetto per una scultura monumentale dell’artista Lidia Croce, l’apparente antinomia tra formula scientifica ed estetica forma, risulta del tutto risolta, grazie a una invenzione poetica originale che, ripercorrendo le auree tracce rinascimentali dell’identificazione arte-scienza, mostra come (supposte aride) formule chimiche possano trasformarsi in gioiosi elementi decorativi, oggetti di fantasia colorata.

Il dipinto è costruito su toni d’azzurro e bianco: Da un racemo di spighe, struttura portante della scultura e pure del quadro, si dipartono figure di volti, uccelli, linee-corpi densi di vitale energia; attorno le formule chimiche degli elementi divengono presenze artistiche, in un libero gioco formale, costruzioni simboliche, è vero, ma pure componenti estetici del quadro (e/o scultura).

Il gioco, la vitalità dell’esistenza, il connubio imprescindibile fra (ancora un elemento rinascimentale!) il microcosmo dell’uomo e il macrocosmo dell’universo, costituiscono il fondamento di questo lavoro della Croce. Quasi un revival neoplatonico, infatti, la figura appare della stessa sostanza delle spighe; oppure esse assumono umane sembianze: l’albero si fa uomo e l’uomo si fa albero, anzi è l’albero stesso; gli elementi del mondo sono – e le formule alla base del dipinto lo spiegano con l’autorità della scienza – i medesimi delle figure, in una dinamica e ininterrotta simbiosi uomo/natura, ch’è il segreto stesso della Vita.

Il messaggio ecologico alfine si mostra in tale opera con tutta la chiarezza e la forza del linguaggio comune delle immagini, epitome bella e universale di quanto appunto la filosofia, la scienza, la religione cercano di far comprendere, ovvero che l’Universo è Uno e, francescanamente parlando, l’acqua, gli alberi, gli animali sono parte di noi, l’ambiente è la nostra "oikos", la casa in cui viviamo e che sia dunque chiara, pulita e bella come il dipinto dell’artista Lidia Croce.

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