DI TRABUCCO IN TRABUCCO… A MONTEPUCCI



I trabucchi sono testimonianza della fatica dell’uomo per fronteggiare i pericoli del mare: le loro travi erose parlano della lotta per la sopravvivenza in una terra ingrata.
I trabucchi, antiche strutture per la pratica della pesca a vista, sono fatti di legno di pino. Il che dimostra l’ancestrale rapporto che li lega alla costa garganica. Il pino d’Aleppo, infatti, da secoli, cresce rigoglioso sulle sue ripide falesie. La posizione dei trabucchi non è casuale. Trattandosi di strumenti statici, e non dinamici, per la cattura del pesce, essi sono collocati laddove il passaggio dei banchi è frequente; si trovano in confluenza di correnti marine, notoriamente ricche di prede. Consentono ai trabucchisti di pescare senza inoltrasi in mare aperto: sono infatti costituiti da un palco o piattaforma, che si protende verso il mare, da cui sporgono lunghi pali, le antenne, sistemate in posizione orizzontale, che sorreggono una rete enorme (54 per 45 metri).
Il trabucco nacque dalla osservazione dell’emigrazione di cefali che, stagionalmente, uscivano in mare aperto, lasciando le acque salmastre dei laghi garganici di Lesina e di Varano, per raggiungere le cale di mare profonde della Testa del Gargano. Qui venivano per depositare le uova, e poi, in autunno, ripercorrevano la strada del ritorno. Si muovevano in banchi più o meno numerosi, sottocosta, per sfuggire agli assalti dei voraci delfini, i quali riuscivano talvolta a farne strage, abbrancandoli nelle acque alte. Erano mattanze tremende cui l’intero paese assisteva dall’alto delle “Ripe”. Fu questa osservazione a suggerire l’idea del marchingegno atto a catturare questi pesci, nei punti più adatti della costa rocciosa. Grazie ai trabucchi la pesca, che nel passato riguardava solo il pesce azzurro, ebbe una diversificazione. Ci fu un salto di qualità e fu possibile portare sulle tavole dei garganici pesci di qualità superiore.
Di solito i pescatori impegnati erano quattro. Due di loro erano preposti alla manovra dell’argano, uno strumento che consentiva di calare in mare la rete e poi di ritirarla. Un trabucchista era addetto all’avvistamento dei banchi di pesce. Un altro si occupava di dare i comandi e di scandire i tempi per l’effettuazione delle varie manovre.
I pescatori, a Vieste, erano chiamati trabuchelande, a Peschicitrabucchisti. Non hanno nome altrove, per il semplice fatto che questo strumento di pesca è nato sulla costa garganica, nel tratto che va dalla Punta di Monte Pucci a Cala della Pergola (faro di Pugnochiuso). Impianti simili si notano sulla costa abruzzese-marchigiana, o anche su alcuni tratti di quella laziale ma, tolta la finalità, che è quella della cattura del pesce, sono differenti per concezione e struttura.
Come è strutturato un trabucco? “Ogni cosa è studiata con cura: i vecchi pescatori, dopo aver esplorato per bene i posti adatti alla pesca, e soprattutto il passaggio dei pesci, pensarono di mettere su una piccola costruzione di legno di pino, e pali di quercia, utilizzando anche sacchi o corde. Il tutto per mettere in piedi quattro piloni, tre dei quali dovevano restare rialzati di circa un metro e mezzo dall’acqua ed uno invece completamente immerso. I piloni sorreggevano una rete che veniva immersa nel fondo. Al centro della rete era posta un’esca vera o posticcia e sulla parte alta del trabucco rimaneva un pescatore a sorvegliare. Non appena intravedeva il passaggio del pesce, faceva un segno ai suoi compagni che tiravano su il quarto pilone che rialzava la rete.
Naturalmente con questa pesca non veniva meno il principio fondamentale, e cioè l’attesa: poteva durare cinque minuti o cinque ore. Il fatidico “Vire, vire” era il grido di incitamento che l’uomo appostato sull’antenna lanciava ai compagni, per spronarli a girare l’argano con quanta più forza avevano in corpo. L’evento era costituito da un mare di pesci nella rete.

 


TRABUCCO MONTEPUCCI


Denominazione del trabucco
Montepucci. Veniva chiamato: “La punta d’oro”.

Collocazione, località della costa su cui è ubicato
Promontorio del Gargano, trabucco Montepucci, Peschici, Foggia, Puglia.

Toponomastica dei luoghi

Cartografia di riferimento: Carta I.G.M. 1:25.000 – Foglio 157 IV SO – Vico del Gargano e Foglio 157 IV NO – Peschici. Carta I.G.M. 1:50.000 – Foglio 384 Vico del Gargano.

– Collegamento del trabucco con le torri costiere, i monumenti o gli ipogei del territorio

Il trabucco, posto dopo la lunga spiaggia di Calenella, apre la sequenza dei trabucchi del Gargano. E’ affiancato dalla Torre di Monte Pucci, a poca distanza sono ubicati un ipogeo paleocristiano; l’abbazia di Kàlena (in agro di Peschici); la Torre del Ponte e il Castello medievale (nel centro storico di Peschici).

-Epoca di costruzione
La comparsa dei trabucchi sul Gargano risale alla fine dell’Ottocento, inizio Novecento. Questo trabucco è documentato dalla seconda metà del Novecento.

-Materiali utilizzati per la sua costruzione
Il trabucco è costituito da pali di legno, fili di ferro, corde, argani, reti e carrucole.

-Tipologia
Il trabucco è la più complessa macchina da pesca, realizzato in legno e costituito da un palo centrale proteso sull’acqua, sul quale si pone a cavalcioni la vedetta che, con lo sguardo sorveglia il passaggio dei banchi di pesce nella rete, segnalandone l’entrata con un grido convenzionale (Vira!).

-Stato di conservazione
Il trabucco di Montepucci è il migliore trabucco del Gargano, per la capacità di pesca e per la costante manutenzione, cui i proprietari lo hanno sempre sottoposto.

-Dimensioni
E’ il trabucco più grande della zona. Gode di una licenza governativa di 530 mq complessivi, di cui 55 sulla costa e per l’impalcatura e 475 per lo specchio d’acqua circostante.

-Destinazione attuale
E’ utilizzato come luogo di pesca e come ristorante.

 La storia del trabucco e dei suoi attuali possessori
Il trabucco di Montepucci è il primo costruito in questa zona; il primo titolare fu Michele Lagroia, che lo lasciò in eredità alla figlia maggiore, che sposò un Fasanella. Da allora è stato tramandato in eredità: gli attuali possessori sono Matteo Fasanella e i suoi fratelli. Qualche anno fa, dopo un maremoto, esso fu spazzato via, ma è stato rimesso in piedi dal titolare e dai suoi collaboratori.

INTERVISTA AL TRABUCCHISTA MATTEO FASANELLA

Il signor Fasanella è titolare di due trabucchi di Peschici, quello storico di Montepucci, che appartiene alla sua famiglia da circa sette generazioni, ed un altro ricostruito affianco per non far perdere questa importante testimonianza di cultura materiale presente solo sul Gargano e sulla costa abruzzese-molisana. «Noi Fasanella – ha affermato – siamo costruttori di trabucchi e trabucchisti e questo antico mestiere viene tramandato di generazione in generazione. Alla morte di mio padre ci siamo tutti quanti messi a lavorare sodo: non abbiamo abbandonato il nostro trabucco, che abbiamo riconvertito in un piccolo ristorante. Abbiamo ricostruito, vicino, un altro nostro trabucco dismesso da tempo».
Matteo Fasanella di trabucchi se ne intende veramente, è lui che ha scritto il primo libro sul tema, spiegando l’importanza di questo strumento di pesca per lo sviluppo del nostro territorio, ma anche per recuperare le tradizioni e la storia del Gargano: «Grazie ai trabucchi – ha affermato – la pesca, che nei tempi passati riguardava solo l’ottimo pesce azzurro, ebbe una diversificazione. Con i trabucchi abbiamo avuto un salto di qualità, portando sulle tavole dei garganici pesci di entità superiore. Oggi, questi strumenti quasi in disuso, ma non dimenticati, stanno rinascendo. Per gestirli è necessaria una manutenzione accurata, ma anche sforzi economici notevoli. Essendo strutture non più redditizie, c’è stato bisogno dell’intervento di enti pubblici per la loro salvaguardia».

– Com’è strutturato un trabucco?

“Ogni cosa è studiata con cura. I vecchi pescatori, dopo aver esplorato per bene i posti adatti alla pesca, e soprattutto dopo aver studiato il passaggio dei pesci, pensarono bene di mettere su una piccola costruzione di legno di pino, e pali di quercia, ricavate da costruzioni abbattute, utilizzando anche sacchi o corde. Il tutto per mettere in piedi quattro piloni, tre dei quali dovevano restare rialzati di circa un metro e mezzo dall’acqua ed uno invece completamente immerso. I piloni dovevano sorreggere una rete che veniva immersa nel fondo. Al centro della rete veniva posta un’esca vera o posticcia e sulla parte alta del trabucco rimaneva un pescatore a sorvegliare. Non appena intravedeva il passaggio del pesce, faceva un segno ai suoi compagni che tiravano su il quarto pilone che rialzava la rete. Naturalmente con questa pesca non veniva meno il principio fondamentale, e cioè l’attesa, questa poteva durare cinque minuti o cinque ore, nulla accelera il corso della natura. Un tempo i trabucchi di Vieste aspettavano notizie dal trabucco di Montepucci. Però quando la situazione si rovesciava, aspettavamo noi notizie dall’altra parte.
Con il passare del tempo, il trabucco ha visto cambiare i suoi materiali, dal sacco alle reti, dalle corde al nylon, ma l’evoluzione di questi antichi strumenti non è andata oltre, tutte le operazioni di pesca vengono ancora effettuate manualmente.

– Ci sono giornate in cui è vietato pescare?
Ricordo che il giorno di san Matteo mio padre diceva sempre: “Non andate a pescare: è punto di stella”. Qualche anno fa, durante le riprese della trasmissione “Linea verde”, era un giorno di festa, il mare era brutto, non era proprio il caso di pescare. Mi hanno chiesto di farlo solo per un minuto, come dimostrazione. I miei fratelli non volevano, io ho ceduto, ci tenevo… Mio fratello era su un’antenna. Si è spezzata a causa di un’ondata. Poteva succedere una tragedia. I pali li abbiamo poi aggiustati noi. Abbiamo smontato i pezzi e, in un paio di giorni, abbiamo rimontato il trabucco.

– Quanti trabucchi funzionano sul Gargano?
In tutto saranno una quindicina. Cinque a Peschici: i due nostri, quelli di san Nicola e della baia di Manaccora. Anche a Vieste, in qualche modo, li hanno tenuti in piedi o li stanno ricostruendo.

– Qual è il suo programma per questa estate? Fare pesca dimostrativa?
Anche, perché no?

Sant’Elia al trabucco di Montepucci (dal racconto di Matteo Fasanella)

L’estate era finita. Era un giorno di settembre, e cominciava a sentirsi nell’aria il fresco avvicinarsi dell’autunno. I pescatori del trabucco di Monte Pucci pescavano dall’alba al tramonto. La pesca, quel giorno era stata nulla: erano le quattro del pomeriggio e non avevano ancora preso un pesce. Ad un tratto arrivò un frate con la barba lunga ed un bastone fra le mani, col quale si aiutava a scendere. «Salve!» – disse tutto gentile. «Salute!» risposero i pescatori che fra loro dicevano: «Ci mancava anche il monaco adesso, non basta la scalogna di oggi». «Preso niente?» chiese il frate; «Neanche una carogna!» rispose il pescatore più anziano. Il frate si guardò intorno, guardò il mare fissandolo come se volesse parlargli, poi tutto d’un tratto disse: «Non preoccupatevi, vedrete che prenderete tanto di quel pesce da non sapere più dove metterlo». Sorridendo salutò i pescatori e pian piano si avviò. «Andiamo via! tiriamo su la rete e andiamo a casa» disse uno dei pescatori, «Ci voleva pure il prete a portarci scalogna».
Uno dei pescatori s’avviò verso la casetta per prendere un po’ di pane; ad un certo punto chiamò gli altri, aveva un santino in mano; «Matteo, Antonio, guardate! Non vi sembra la fotografia del frate che è venuto qui adesso?». Tutti meravigliati guardarono l’immaginetta di Sant’Elia: era lui, era identico, non c’era dubbio. In quel frattempo, mentre cercavano di individuare, con gli occhi sul sentiero, il frate che s’allontanava, la vedetta con un grido concitato urlò: «Veir, forza! C’è la rete piena di pesci!» così uniti dallo stesso spirito cominciarono a girare gli argani. La rete venne su colma di pesci. Scesero tutti sul palchetto «Dio mio, quanti pesci» gridò un pescatore!
Un attimo: tutti ebbero la stessa idea, si voltarono a guardare se ci fosse ancora il monaco.
«Eccolo là!» gridò Matteo. Ma il frate, con un gesto del braccio, salutò tutti e sparì nel nulla.

TERESA MARIA RAUZINO

 

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