Mauro Del Giudice, il magistrato che fece tremare il Duce

156 anni fa a Rodi garganico nasceva Mauro Del Giudice, il magistrato che fece tremare il Duce

 

«Quella corruzione si è ancora più aggravata
sotto questo regime che si dice repubblicano, 
ma non è né repubblicano, 
né monarchico, né socialista, né comunista; 
è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro
allo scopo di sfruttare il potere, 
come né più né meno faceva il fascismo».


(Mauro Del Giudice, da Cronistoria 1954)

“Il Foglietto”, giornale della Daunia, il 22 giugno 1924, nell’editoriale “La commossa indignazione della Capitanata per l’orrendo assassinio dell’on. Matteotti”, commenta così il delitto più eclatante del Ventennio, che farà vacillare il governo fascista: «Un crimine truce e fosco senza precedenti nella storia politica del nostro paese – la barbara uccisione dell’onorevole Matteotti – ha intensamente commosso la nazione tutta. Anche perché dall’istruttoria vengono giorno per giorno fuori gravi e tremende responsabilità, dirette e indirette, di personaggi del partito dominante che occupavano posti eminenti nelle gerarchie del Partito e nella Politica».

L’editorialista del foglio lucerino informa i lettori che la grave e delicata istruttoria del processo è stata avocata dalla sezione di accusa di Roma, presieduta da Mauro Del Giudice, un magistrato di “altissimo valore morale e giuridico”. L’insigne magistrato, autore di numerose, apprezzate pubblicazioni, è un comprovinciale, pubblicista del settimanale.

 

Del Giudice era nato il 20 maggio 1857 a Rodi Garganico, in provincia di Foggia, da un’agiata famiglia borghese che aveva basato la sua ascesa sociale sul fiorente commercio agrumario. Il padre Luigi gestiva un magazzino in prossimità della Galleria ferroviaria e possedeva un veliero di 400 quintali di stazza – denominato “Il Gargano” – che gli serviva per il traffico sugli abituali mercati di Trieste, Fiume, Pola e Spalato (Jugoslavia). La famiglia era imparentata con i Ciampa, noti armatori ed esportatori campani, proprietari, in quel periodo, di due piroscafi, di cui uno di 5.000 tonnellate.

Mauro Del Giudice, come i coetanei appartenenti a ceti sociali emergenti, seguì gli studi classici presso il seminario di Molfetta (Bari) e quelli universitari a Napoli, dove nel novembre del 1880 si laureò in Giurisprudenza. Dirittura morale e lucida analisi politico-sociologica già connotano le sue pubblicazioni giovanili. Nel primo decennio del Novecento scrisse “Il Fenomeno Giuridico nella Scienza Sociale”, vero e proprio trattato di sociologia basato su una rigorosa analisi dei sistemi di Comte, Spencer e Marx. E’ però l’opera successiva “La scuola storica italiana del Diritto”, che induce il Consiglio Superiore della Magistratura Italiana, nello scrutinio del 1920, a promuovere per “merito eccezionale” il magistrato rodiano alla Corte di Cassazione.

Dopo 14 mesi lo troviamo alla Corte di Appello, come Presidente della IV sezione Penale e della Sezione di Accusa del Tribunale di Roma. Fu questo il periodo più drammatico della sua vita di magistrato. Del Giudice, sessantottenne, assunse personalmente il grave peso e la terribile responsabilità dell’istruttoria del processo Matteotti; la portò avanti con coraggio, resistendo a ogni pressione esterna, finché fu rimosso dall’incarico su diretta pressione del Duce, che temeva di essere inquisito per la sua contiguità con gli assassini. Il magistrato fu promosso (promoveatur ut amoveatur) e costretto a lasciare il suo ufficio romano per quello di Catania. Mussolini, tramite il segretario del PNF Roberto Farinacci, avvocato difensore di Amerigo Dumini, principale sicario di Giacomo Matteotti, ottenne che il processo fosse trasferito a Chieti «per ragioni di ordine pubblico». Con sentenza del 24 marzo 1926, la Corted’Assise teatina, addomesticata dal regime fascista, mise fine alla vicenda processuale dell’assassinio Matteotti: condannò Dumini, Volpi e Poveruomo a pene lievi che un provvido decreto di amnistia e indulto, preventivamente emanato, cancellò del tutto. La tragedia del delitto Matteotti finì in una farsa.

Le vicende del 1924-1926 toccarono profondamente Mauro Del Giudice. Gaetano Salvemini lo comprova negli “Scritti sul Fascismo”: «Non solo furono messe le camicie nere invece dei soldati a far la guardia a Regina Coeli, affinché chi andava e veniva capisse chi era il padrone del vapore; ma due agenti furono messi alle costole di Del Giudice e altri due in borghese alla portineria di casa. I fascisti cominciarono a far dimostrazioni sotto le sue finestre: “Viva Dumini!” “Viva Volpi!” “Morte ai nemici di Mussolini!”. Poi vennero le scritte sui muri del Palazzo di Giustizia. Anche i giornali fascisti, tra i quali il più facinoroso era “L’Impero”, moltiplicarono le minacce: «E’ inutile alludere più o meno velatamente a Mussolini per il Delitto Matteotti; il Duce salvatore della patria non si tocca; il fascismo non lo permetterà mai a nessun costo. Chi tocca il Duce sarà polverizzato. Sarebbe la notte di San Bartolomeo!». Conclude Salvemini: «I fascisti riprendevano le spedizioni punitive e la polizia stava a guardare. Del Giudice e Tancredi erano avvertiti!».

«Ignobili tentativi – scrive l’insigne giurista Alberto Scabelloni – furono messi in opera, per ottenere la deviazione del processo e il salvataggio dei mandanti; gli si propose il laticlavio, la nomina a Presidente di Sezione alla Cassazione, altri onori e utilità materiali, ma la sua retta e indomita coscienza resistette eroicamente. Per punire cosiffatta irriducibile intransigenza, il fascismo, togliendogli la garanzia dell’inamovibilità, lo sbalzò in Sicilia, assegnandogli le funzioni di Procuratore Generale a Catania, trasferendolo così dalla giudicante alla requirente, con palese e prepotente arbitrio. Da quel momento la carriera di Mauro Del Giudice fu troncata e contro di lui cominciò il periodo delle persecuzioni, durato fino al crollo del fascismo».

Il magistrato che, tornato dapprima nel suo paese d’origine si era poi stabilito a Vieste, alcuni anni prima di morire, volle documentare la triste vicenda dell’istruttoria Matteotti. Il 9 febbraio 1947 scriveva ad Alberto Scabelloni, suo fedele allievo:

«Carissimo Alberto, a novant’anni di età e torturato da un esasperante esaurimento nervoso, lavorando nei due mesi di gennaio e febbraio, ho completato la “Cronistoria del processo Matteotti” da me istruito nel biennio 1924-25, con questo titolo: “Note e ricordi di Mauro Del Giudice”. Vi premetto le parole di Francesco Domenico Guerrazzi, apposte al suo lavoro storico su Beatrice Cenci: “La storia non si seppellisce coi cadaveri dei traditi; essa imbraccia le sue tavole di bronzo, quasi scudo che salva dall’oblio i traditi e i traditori”».

Fu proprio Scabelloni a curare la prima edizione del volume. Il suo compito non fu affatto agevole, incontrò molti ostacoli per coprire le spese editoriali. Alcune personalità, cui si rivolse per ottenere le sottoscrizioni, pur definendosi avverse al regime fascista, negarono il loro contributo.

In una lettera indirizzata nel 1950 «all’adorato maestro», Scabelloni denunciò il pesante clima di trasformismo: «La informo che ho spedito in tutta Italia ben 240 schede di sottoscrizione e ha gentilmente aderito soltanto l’onorevole Mario Berlinguer. Che nazione di eroi e di coraggiosi!».

E in un’altra missiva, datata 24 marzo 1950, scrive ancora a Del Giudice: « Un turpe speculatore mi offriva due milioni di lire per acquistare il manoscritto con il pretesto di pubblicarlo in francese e in spagnolo, ma con il malcelato disegno di impadronirsi e togliere l’incomoda e tremenda testimonianza da qualsiasi circolazione. Risposi che nessuno avrebbe potuto piegarmi. Cronistoria si pubblicherà quando potrò coprire le spese di stampa». Siamo nel 1950. Erano trascorsi sette anni dalla caduta del fascismo. Dopo le elezioni del 1948 vi era stata la piena riaffermazione dei principi di libertà, ma dovettero passare ancora quattro anni prima che Scabelloni potesse finalmente pubblicare lo scottante manoscritto. Il libro uscì, postumo, soltanto nel 1954, per i tipi dell’editore Lo Monaco di Palermo.

Mauro del Giudice, ahimè, non ebbe la soddisfazione di vederlo: aveva già raggiunto le celesti dimore nel 1951.

Cosa aveva scritto di tanto eversivo nella sua “Cronistoria”, da intimorire non solo gli epigoni e i simpatizzanti del disciolto Partito Nazionale Fascista, ma anche gli “homines novi” della prima Repubblica?

«Rileggendo la cronaca di quel processo scritta dal magistrato inquirente – osservò Matteo Matteotti quando ripubblicò il volume nel 1985 – le responsabilità dei capi del regime fascista ne escono rigorosamente illustrate in una requisitoria che parla con la crudezza della verità fin nei dettagli. E’ utile e avvincente leggerla a sessanta anni di distanza, come espressione del pensiero di un magistrato imparziale e coraggioso che ha fatto fino in fondo il suo dovere. Egli conclude la cronistoria con un giudizio molto severo sulla classe politica e sul popolo italiano che solo un uomo integerrimo può permettersi di scrivere».

Del Giudice non perdonò mai agli intellettuali e agli uomini della sua generazione di aver avallato il fascismo con la connivenza e la passività, e continuavano a farlo nella nascente “Repubblica Italiana”. La chiusa della “Cronistoria” è lapidaria: «Quella corruzione si è ancora più aggravata sotto questo regime che si dice repubblicano, ma non è né repubblicano, né monarchico, né socialista, né comunista; è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro allo scopo di sfruttare il potere, come né più né meno faceva il fascismo».

 Teresa Maria Rauzino (*) 

(*) L’articolo è tratto dal saggio di TERESA MARIA RAUZINO, “Mauro Del Giudice, un magistrato scomodo”, in “Figure egemoni del Novecento”, Ori del Gargano a cura di Giuseppe Cassieri, Schena, Fasano 2006.

 

 

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