MIMI’

MIMI’

Autore: Piero Giannini

 

Ancora sulla emarginazione. Questione stolida e inquietante al tempo stesso. Questa volta il riflettore puntato sui Mbagne-mi ne illumina uno che profonde ogni energia atta a non emarginarsi. Il raschio è facile, lo abbiamo già stabilito. Ad ogni livello. Ma quando c’è voglia di reagire a uno stato di fatto, si corrono minori rischi. Anzi, si eleva rispetto agli altri. L’uomo, compagno mio capace di non accettare l’evidenza quando sia sporca, falsa, e di andare a perdersi in un mondo edificato sulla musica per uscirne vittorioso, quanto meno non sconfitto, l’ho già inquadrato in altra circostanza.

L’attuale rivisitarne la sfera esistenziale non ha nulla di ripetitivo, poiché nell’occasione intendo considerarlo sotto l’aspetto e il problema che mi m’interessano in questo momento.
Mi ha sfiorato l’idea, e mi sono convinto della sua giustezza, solo poco e al di là di ogni manifestazione istrionesca o pretestuosa ostentazione, a ragione, che fanno del soggetto un personaggio non del tutto fedele ai sacri canoni di umiltà e ossequio al più forte, per diritti a volte acquisiti con scaltrezza, ai quali si attiene la maggioranza i suoi conterranei. Uffa, è stata dura, ma l’ho detta!

Ebbene, Mimì «barbiere», o «Barbiere» solamente, non è – figuriamo se voglia sentirsi – un emarginato. Non intende esserlo poiché dentro la rabbia… dell’emarginato. Non si creda a un controsenso. Infatti in lui, oltre la rabbia, fredda, ghignante, mordace, c’è qualcos’altro. Un che di poesia, di arte, di ingegnosa maestria nel riuscire a non confondersi nel complicato universo del pentagramma. E ancora, in più, la smania di migliorarsi, di puntare e raggiungere mete forse alla portata di altri, ma di sicuro non decisi e… rabbiosi quanto lui.

Sì. Mimì scrive musica, Mimì tiene un «concertino» d’inverno ammaestrando aspiranti strumentisti, Mimì suona e un tempo cantare le sue canzoni fuori della barberia nelle ore che precedevano la chiusura quotidiana dell’attività artigianale. Oggi non più. Mimì ha cambiato mestiere. Ne ha abbracciato uno a più largo respiro anche se tanto più faticoso e impegnativo. Ma quando aveva barberia in Piazza, Mimi godeva nel raccogliere attorno a sé, al solo pizzicare una mazurka, decine di turisti estasiati che lo applaudivano. Mimi amava discutere di musica con tutti coloro che poi si fermavano a parlare con lui, dopo le esecuzioni, e tornavano nelle sere successive non sapendo che lui si concedesse col cucchiaino.

Tutto questo era ed è Mimi. Ma, al contrario di molti altri, non si è fermato a questo. Avrebbe potuto accontentarsi degli effimeri piaceri di qualche sonatina sulla scaletta della Piazza, ma c’era rabbia in lui, c’era voglia di reagire all’emarginazione in lui, c’era tanta melodia in lui, che non sapeva e non intendeva trattenere in sé e per sé solo.
Mimì pertanto fa domanda alla Siae e vuole sostenere l’esame di compositore melodista trascrittore.

– È difficile. Fossi in te, domani non andrei a Bari, – lo consiglia qualcuno la sera prima.
Non è la mamma a parlare. È una mezzacartuccia senza stimoli, senza reazioni, senza… cartucce. Un emarginato, come lo definirebbe Mbagne-mi. Che parte. L’inseparabile chitarra gli è, mai come l’occasione, fedele compagna. Sostiene l’esame. Incontra difficoltà. Le supera. Torna a casa. Ad attendere. Lungamente. Poi la lettera che lo etichetta: non sei un emarginato. Mimi non salta di gioia. Sa dominare i propri sentimenti. Non si vanta in giro. Aspetta che siano gli altri a chiedere. In particolare chi l’ha sconsigliato. Il quale, puntualmente, si ripresenta.

– Saputo niente?
– È arrivata oggi.
– T’hanno risposto?
– Eccola là.
– Posso leggere?
– Là sta.
Il dialogo è serrato, di poche parole. È d’obbligo. Succede sempre così quando si tratta di cose importanti.
– T’hanno bocciato?
– Hè!
Non ha chiesto t’hanno–promosso. Attenzione. E la risposta non può che essere sibillina. A bella posta. Per infierire di più e meglio su chi soffra di gelosia. Mimì è un artista anche in questo. Ha ormai pesato tutti. E per ognuno ha l’arma che si confà.
– Ma qua… ma qua… – balbetta quello. – Ma qua sta scritto che t’hanno promosso!

Il tizio non s’è visto più. Però, ad una manifestazione tipo zecchino d’oro, si è fatto sentire. Eccome! Chiamato all’ultimo momento a far parte della giuria, causa la defezione improvvisa di un giurato titolare ha scaricato tutta la sua livida invidia sulla composizione presentata da Mimì, detronizzandola. A detta di tutti, altri giurati compresi, la migliore dell’intera competizione canora. La svelta canzoncina, corredata di un testo più che significativo, è retrocessa così al quarto posto. Chiunque altro ne avrebbe fatto una tragedia.

Mimì invece, appena l’occasione si è presentata, si è limitato ad una semplice osservazione:
– Tu sei una… cacca! – ha detto al tizio. – Un povero emarginato, destinato a rimanere tale per tutta la vita.
Forse poteva farne a meno. Ma la rabbia è tanta. Uno sfogo deve pur trovarlo. Non ci si può sempre armare di chitarra e rapinare note in successione mirabile alle stelle per farne melodie. Il più delle volte Mimì si scarica in tal modo. Nelle lunghe, vuote giornate d’inverno specialmente. Allora inanella semicrome e biscrome, e ne ghirlande musicali che troveranno sicuramente un collo da cingere.
Già qualcuno gli ha dato fiducia, proponendogli un contatto più stretto e continuo in modo da conoscerne l’intera produzione.

Ma Mbagne-mi non si è montato la testa. Accorda, pizzica, sgrezza, lima, rifà tutto da capo se non è convinto, sempre imbracciando le belle forme femminee dell’amica chitarra. Compone. Instancabile, serio, deciso. Infatti ha deciso: vuole sfondare. Inoltre, sapendo che la provvisorietà non dà affidamento, continua a migliorarsi, da saggio professionista. Il ta-ta-zum dura una stagione. Le sue melodie un’eternità.
Non hanno nulla d’ improvvisato o di convenzionale. Non rassomigliano a nessuna e tra loro. Sono frutto di un lavoro continuo che partendo dall’ispirazione va avanti gradualmente fino alla stesura finale.

D’estate comunque, con il nuovo lavoro che s’è scelto sempre nel rispetto del rifiuto dell’ emarginazione, fa poco. Non trova neanche il tempo di pentagrammare le ultime composizioni da depositare alla Siae.

Ha perso pure il passatempo preferito: restarsene seduto fuori della barberia a chiosare con sacrileghi motti i passaggi lenti e ritmati di turiste giovani e meno giovani. Appostato all’ingresso della Piazza, come ghepardo ai bordi dello stagno, le vedeva imboccare l’improvviso slargo dopo vicoli stretti e freschi, e a nessuna permetteva di sfuggirgli. Fior di «piropos» spuntavano dalle baffute labbra. Erano pochissime ad intenderli. Lingue e idiomi italici hanno abissi esagerati tra una regione e l’ altra.

Perché lo faceva, allora? Per dare sfogo alla rabbia, ancora una volta. Per far gioire, novello giullare, la corte che fedelmente lo accompagnava in giornate che non avevano mai fine. «Bò» Giulio, vecchio marpione dalla corvina criniera liscia e leccata alla Rodolfo Valentino, era il più fido tra i fidi. Gli strabuzzavano gli occhi dalle orbite quando una soda femmina faceva sentire il proprio odore passandogli troppo vicino nel caos canicolare. (…) Sanguigno come andaluso, impazziva nei giorni di ressa ferragostana. Fino a ritirarsi in campagna, alla ricerca del meritato riposo del guerriero. A meno di non ricevere anche lì qualche gradita visita da incasellate nella teca dei ricordi.

Così Mimì rimaneva solo. Si prendeva gli ultimi bagni settembrini tersi di colori semiautunnali, si preparava a produttive battute di funghi novembrini, attendeva le vacanze natalizie che sperava io trascorressi qui per rifinire con lui i testi delle sue melodie, si predisponeva ad affrontare una nuova estate. Anno dopo anno. «Ma la tetra routine finirà» si diceva e continua tuttora a dirsi. Perché lui – non è, figuriamoci se vuole sentirsi, un emarginato!

Piero Giannini

Tratto da “Homo Garganicus, racconti”, Edizione I Quaderni del Rosone, 1995, Foggia, pp. 157-161.

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