I BELLISSIMI BIMBI DEL GARGANO

 
 
I BELLISSIMI BIMBI DEL GARGANO
 

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Francesco Rosso, inviato speciale del quotidiano “La Stampa” nel 1961 pubblicò un reportage dal titolo: “I bellissimi bimbi del Gargano”. Parla dell’emigrazione che privava il Promontorio delle sue forze valide. A casa restavano solo vecchi, donne e bambini. Bambini che vivevano praticamente sulla strada. Avevano sguardi maliziosi, visetti mobili e pronti alla smorfia irridente. Quanti erano? Tantissimi. I loro padri lavoravano in Germania; con duri sacrifici riescivano a spedire a casa circa quarantamila lire il mese. Tornavano ogni anno a godere la famiglia e conoscere i nuovi nati, frutto della permanenza nel Gargano durante i due mesi di ferie dell’anno prima. Una volta tornati all’estero, provavano una struggente nostalgia per i loro villaggi: Apricena, Mattinata, Mattinatella, San Menaio, Peschici… “Paesi dal nome che canta, remoti angoli di paradiso terrestre dove la roccia, il mare, la foresta hanno conservato una luminosa verginità”.

S. Severo, 21 agosto1961. Per moltissima gente, anche non sprovveduta in salde nozioni geografiche, sociali ed economiche, il Meridione d’Italia incomincia subito dopo Rimini ed il Rubicone continua ad essere il fiume-confine giunti al quale s’impongono scelte decisive. Numerose e valide ragioni sono alla base di questa convinzione che, in apparenza, potrebbe essere scambiata per il diffuso complesso del «terrone» che inquieta molti settentrionali, e la ragione principale, mi sembra, è quella economica. Le Marche che sono già considerate regione depressa e da Pesaro in giù i cartelloni della «Cassa per il Mezzogiorno» con indicate le opere di bonifica, riforma, irrigazione, sono numerosi come nelle campagne pugliesi, lucane, calabresi. (…) Andando fra Rimini e Ancona, e da qui a Pescara, e poi fino a Termoli, il paesaggio non muta sostanzialmente. (…)

Nei villaggi marchigiani, abruzzesi, molisani le donne, antiche come le Coefore, reggono in capo grandi anfore di rame colme d’acqua attinta alla fonte, o la cesta col bucato, o grandi canestre colme di pomidoro e frutta, e parlano un dialetto pressoché identico, in cui variano soltanto le cadenze, sempre più larghe di mano in mano che si scende al Sud, ma con mutazioni poco sensibili se si pensa alle centinaia di chilometri che separano Pesaro da Termoli. La scarsa differenziazione regionale è dovuta, credo, alla piattezza della costa adriatica, alla facilità di comunicare e fondersi lungo la grande strada pianeggiante, preferita dai camionisti (…).

Per me il vero Meridione incomincia ancora a sud di Termoli, dove la strada, sempre piana e scorrevole, s’inerpica in ardue giravolte alla conquista dell’altopiano che è là continuazione geologica del Gargano piuttosto che l’ultima propaggine dell’Appennino. A San Paolo di Civitate l’altopiano si chiude con uno strapiombo che mozza il respiro e chi percorre la strada vede aprirsi improvvisi l’immensa pianura pugliese, uno spettacolo di rara suggestione. Per circa venti chilometri l’asfalto s’insinua come una nera cicatrice orlata dai fiori rossi degli oleandri che fanno siepe nel mare immenso nero – argento degli olivi battuti dalla sferza del vento, e al termine della strada, miraggio bianco nell’opaca lucentezza degli uliveti, San Severo di Puglia, la porta del Gargano. Di tutte le regioni d’Italia, credo che l’aspro sperone dello Stivale sia la meno nota, e non geograficamente, perché le correnti dei turisti estivi hanno ormai scoperto questi itinerari, ma la meno studiata e compresa.

I turisti, si sa, passano in automobile, si fermano ad ammirare i panorami di bellezza struggente, fanno alcune fotografie, e riprendono la corsa, ma chi si ferma a conversare con la gente si avvede che questa è davvero un’altra Italia, con una fisionomia propria, e rimasta inalterata nei secoli. A San Severo, città contadina, opulenta e taccagna, la ricchezza favolosa sfiora la miseria tetra, il mito baronale conserva tutta la sua validità nonostante le riforme e le case popolari, perché ciò rientra nel costume d’una civiltà immobile.

Camminando per le vie di San Severo, dove quasi ad ogni porta leggevo l’insegna V.O., vino e olio, perché qui si producono uva e olive che servono a fabbricare quasi } tutti i vini e olii tipici italiani, vedevo gruppi di bimbi, trenta, persino cinquanta, seduti sopra minuscoli sgabelli dinanzi la porta di una casa. Una donnetta che rammendava poveri indumenti distraeva ogni tanto gli occhi dal cucito per sfiorare con uno sguardo assente la piccoli masnada vociante di maschietti e femminucce.

La tranquilla, paciosa comare, s’era improvvisata maestra giardiniera, nel senso che, per una piccola somma, prendeva in custodia i bimbi delle donne che nelle ore di canicola, per poche centinaia di lire, erano nei campi a mondare vigneti ed a raccogliere mandorle. Spettacoli identici ho veduto ovunque nei grossi centri, a Manfredonia e a Foggia, ma nei piccoli villaggi i bimbi sono abbandonati a se stessi e schizzano improvvisi come leprotti dagli usci di casa in mezzo alla strada, sempre esposti agli investimenti delle molte automobili che in estate solcano il Gargano.

Quanti bimbi ci sono nel Gargano, tutti bellissimi, con sguardi maliziosi, i visetti mobili e pronti alla smorfia irridente per il viandante che li saluta con un cenno della mano o un sorriso, ve ne sono tanti che per evitare tragedie le autorità comunali dovrebbero apporre all’ingresso dei villaggi cartelli in più lingue per gli automobilisti con sopra scritto: «Attenzione, passaggio di bambini». E vi sono anche molte donne, sovente riunite in crocchio dinanzi alle porte di casa, tutte con occhi melanconici, vestite di scuro come se fossero in lutto. In parte lo sono, perché la maggioranza delle giovani donne sono vedove di fatto, ed i bambini orfani: mariti e padri sono partiti alla ricerca del lavoro che il Gargano non offre.

Se domandate a tutte le donne di un paese garganico che cosa fa il loro marito, vi sentite rispondere: «Lavora in Germania ». E’ impossibile dire quanti uomini sono partiti dall’aspro sperone, che, sfumato dalla lontananza, annega in delicati azzurri pastellosi ed è invece una sconvolta pietraia battuta dal vento, sicuramente oltre cinquantamila sui duecentomila abitanti che c’erano fino al ’45. La Germania ne attira in maggior quantità perché, con duri sacrifici, gli consente di spedire a casa circa quarantamila lire il mese. Inoltre, essendo il contratto a termine, possono tornare due mesi dell’anno a godere la famiglia, il tempo per imbastire un altro figlio e ripartire.

E’ commovente notare come questi uomini di aspetto duro, nati e cresciuti in ambiente non proclive a debolezze sentimentali, abbiano invece un temperamento quasi romantico e soffrano atrocemente di nostalgia. Durante le vacanze del Ferragosto sono tornati per. pochi giorni a migliaia da Torino, Milano, Genova, Bologna, dove lavorano; perché, dicono, per resistere lontano hanno bisogno di ritoccare ogni tanto la pietraia su cui, bambini, si sono abbandonati alle corse. Il giorno successivo al Ferragosto, la stazione di Foggia era trasformata in un bivacco di emigranti, migliaia di persone attesero più ore, accanto al binario n. 1, la «Freccia dell’Est», come dicevano con sussiego, per ritornare a Bologna, Milano, Torino, dove hanno trovato lavoro, ma dove continuano a sentirsi stranieri.

La maggior parte di quei viaggiatori che avrebbero trascorso ventiquattr’ore pigiati l’uno addosso all’altro nel treno sovraffollato, erano del Gargano. Avevano già viaggiato mezza giornata per arrivare dai paesi di origine a prendere la « Freccia dell’Est », ma avevano gli occhi appannati da profonda malinconia più che da stanchezza.

Tutti coloro con i quali ho conversato dichiaravano di essere lieti di avere trovato lavoro e guadagno al Nord, ma concludevano: «Ora dobbiamo attendere un altro anno per tornare alcuni giorni a casa». Io so che cosa li intenerisce tanto: quando pensano ai loro villaggi non è soltanto la nostalgia per i familiari e per la casina aggrappata alla sassaia o immersa nei boschi ombrosi e folti a dilaniarli; chi ha veduto anche una sola volta il Gargano comprende l’intima lacerazione di questi uomini costretti ad abbandonarlo. Paesi dal nome che canta nell’orecchio come musica di acque e luce, Apricena, Mattinata, Mattinatella, San Menaio, Peschici, remoti angoli di paradiso terrestre dove la roccia, il mare, la foresta hanno conservato una luminosa verginità in cui l’uomo ritrova piena coscienza di sé e del suo mondo interiore non escono dalla mente di chi li ha veduti una sola volta; chi vi è nato non può non rimpiangerli se è lontano.

Francesco Rosso

Pagina 3 (22.08.1961) LaStampa – numero 198

 
 
 
 
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