I VILLEGGIANTI AUTUNNALI DELLA “VECCHIA” PESCHICI (Francesco Rosso su LA STAMPA 8.10.1966)

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ABITUDINI, LETTURE ED ESCURSIONI IN UN ARTICOLO DEL 1966 DI FRANCESCO ROSSO

Peschici, ottobre (08.10.1966). Dopo metà settembre, si affacciano al mare i buongustai delle vacanze, persone che hanno inclinazione al vivere disteso, amano la mezza solitudine, le compagnie scelte, le conversazioni folte di silenzi fertili di immaginazioni, e che possono soddisfare il loro piacere per l’età e per le favorevoli condizioni economiche.

Chiusi i frastornanti campeggi, partite le ultime roulottes, spenti i fragori delle canzoni yé-yé, si fa vita d’albergo la sera, di spiaggia la mattina, con le lunghe parentesi pomeridiane alla ricerca di quanto possono offrire i dintorni, paesaggi e monumenti d’arte. Guardo la gente che mi sta intorno in questo romito angolo d’Italia che è il Gargano, oggi sulla cresta dell’onda negli itinerari turistici, alla pari con la Sardegna, anzi, con qualche novità rispetto alla grande isola per la febbre degli « investimenti » che l’ha assalito, per cui società milanesi e torinesi si contendono i « lotti » più panoramici per costruire altri alberghi, altri campeggi, altre zone residenziali con ville fornite di ogni conforto. Penso che anche nelle altre località balneari favorevoli, per la latitudine, alle vacanze autunnali, la vita non si svolga diversamente da quella che passa negli alberghi garganici, alcuni dei quali veramente di classe. I compagni imprevedibili, cioè i fedeli dell’attuale snobismo, qui non avrebbero posto. Sono, anzi, siamo quasi tutti snob d’altri tempi, forse un po’ ridicoli agli occhi dei ventenni, e tuttavia lieti di poter manifestare liberamente, lontani da sguardi critici, le nostre inclinazioni. Studio i miei compagni di tarda vacanza quasi con amore, e mi sembra di sfogliare un vecchio album nel quale ritrovo figure un po’ desuete, benché indossino blue jeans, magliette dai colori allegri, costumi succinti, anche troppo per l’età ed il peso di coloro che se ne inguainano. Ma non ci sono timori; siamo fra noi, sembrano dire con sorriso disarmante, quasi tutti uguali, chilo e anno in più o in meno.

Una coppia mi incuriosisce più degli altri; lui è alto, ancora snello, coi capelli evidentemente ossigenati, di un biondo spudorato sul volto avvizzito. Lei è diafana, sempre accuratamente abbigliata in bianco, abiti vaporosi che truccano un poco la sua magrezza. Abbronzatissimo lui; preoccupata di non esporsi ai raggi del sole lei, riparata dall’ombrellone durante le soste sulla spiaggia, da un vasto cappello di candido tulle mentre passeggia all’ombra dei pini, o sulle scogliere battute dalla brezza che le gonfia il bianco abito, forse di chiffon. La donna ha rinunciato a tenere il passo col tempo e la moda; l’uomo no, e si abbiglia come un ventenne, assume atteggiamenti spavaldi, da atleta. Sua moglie lo guarda con dolcezza materna e lo assolve con tenerezza dall’innocente vanità di voler apparire giovane.

Gli altri compagni d’albergo, torinesi e milanesi in maggioranza, con alcune coppie di tedeschi ed inglesi per dare un tono cosmopolita all’ambiente, non sono gran che differenti dalla coppia tipica; noto che le donne sono più guardinghe degli uomini durante il giorno, consapevoli della spietata crudezza con cui la luce solare rivela i segni del tempo, quindi meno inclini a mettersi in evidenza. Si rifanno di sera; gli abiti severi, i gioielli, la luce attenuata dei lampadari, le penombre del vasto soggiorno, restituiscono quel tanto di mistero femminile che circonda ogni donna, a qualsiasi età.

La mattina si sta sulla spiaggia, un po’ di elioterapia e rapidi tuffi nel mare che i temporali d’autunno hanno già rinfrescato. Il pomeriggio è più lento a trascorrere, bisogna trovare occupazioni distensive ed interessanti. Alcuni passeggiano sul litorale affondando nella soffice rena; talvolta si chinano a raccogliere una conchiglia vuota spinta fin lì dalla risacca. Si soffermano a guardare i colori di madreperla dell’interno, l’accostano all’orecchio per ascoltare il murmure del mare, che si ripete ai loro piedi. Ricordi, sembrano dire, è un gioco che abbiamo già fatto. Scende un velo di malinconia, subito lacerato da improvvise apparizioni, ancora possibili in quest’angolo d’Italia che si è appena avviato sulla strada della mondanità. Un pastore sospinge sul l’arenile il suo gregge belante, tra latrar di cani addestrati a guidarlo. Una coppia è ferma, poco lontano da me. Lui scatta una fotografia, lei recita ad alta voce: « Ora lunghesso il litoral cammina la greggia… ». Ecco, un po’ di D’Annunzio era inevitabile.

Il direttore dell’albergo ha allestito una bibliotechina particolare, interamente dedicata agli itinerari pugliesi; i clienti sfogliano puntualmente ogni sera, prima e dopo cena, la guida più suggestiva, un cospicuo volume di Alfredo Petrucci dedicato alle chiese di Puglia, soprattutto a quelle romaniche.
Domani pomeriggio andiamo ad ammirare le antiche porte bronzee niellate d’argento di Monte Sant’Angelo? Due anni fa, poco mancò che quei paesani maciullassero gli inviati del ministero della Pubblica Istruzione andati lassù per toglierle dai cardini, e portarle ad Atene per una mostra. Armati di forconi, montarono la guardia giorno e notte alle « loro porte », finché il pericolo dell’espatrio non fu dileguato.
Oppure scendiamo a Santa Maria di Càlena, ad ammirare la badia medioevale e la cattedrale romanica senza tetto, invasa dal cielo che inonda di luce drammatica le navate ignude, trasformate in magazzino?

Ognuno sceglie il suo itinerario con cura, facendo in modo che gli altri clienti lo sappiano, per non essere in troppi nello stesso luogo. Che lo sappiano, ma indirettamente; qui la privacy è rispettata con scrupolo, buon giorno e buona sera quando ci si incontra, ma ognuno per sé, a godersi da solo, e come desidera, queste ore di piacevole abbandono.

C’è però un momento del giorno, verso sera, quando fuori già si sono addensate le tenebre e la sala da pranzo è ancora chiusa, in cui l’educazione subisce un mezzo tracollo; l’assalto ai tavoli nella sala di scrittura. Si direbbe che ognuno di noi abbia timore a star chiuso nella propria camera a scrivere, e tutti cerchiamo il tavolinetto con la lampada schermata di verde per le nostre confidenze epistolari. Per deformazione professionale, rispetto meno di ogni altro il cerchio di segretezza in cui si chiudono i miei compagni di vacanza ritardata.

Una sera, mentre fuori cadeva una ticchettante pioggerella sui pini che circondano l’albergo, ho finto di camminare con noncuranza nella sala di scrittura, dietro le spalle di una signora milanese intenta alla sua attività epistolare. Forzando gli occhi, intravidi che stava scrivendo versi. « La pioggia nel pineto », pensai. Mi accostai ancora un poco; no, l’anziana scrittrice aveva più raffinata cultura. « Les sanglots longs des violons de l’automne… » ho letto. Siamo davvero, e tutti, un po’ fuori del tempo, noi villeggianti autunnali.

Francesco Rosso

Pagina 3 (08.10.1966) LaStampa – numero 229

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