IL SUD NEGLI ANNI ’50, TRA TURISMO E VECCHIE MISERIE. REPORTAGE DI FRANCESCO ROSSO (17.10.1958 LaStampa)

E’ il 17 ottobre 1958. Francesco Rosso, inviato speciale del quotidiano “La Stampa”, percorre le province meridionali che soltanto da pochi anni sono state « scoperte» dai turisti e sono state, in quell’anno , la meta di un crescente movimento di villeggianti. Le visita non per una inchiesta approfondita, ma per raccogliere le prime “impressioni” immediate del visitatore in vacanza. Egli riferirà così le annotazioni raccolte in questo “ vagabondaggio”. Il turismo ha raggiunto le terre del Sud senza toccarne ancora la grande miseria: in Puglia, Rodi Garganico, Peschici, Gallipoli, Santa Maria di Leuca, Otranto danno un’impressione di tranquillo benessere balneare, ma soltanto frequentando i luoghi destinati ai villeggianti. Girando tra la popolazione locale, Francesco Rosso avverte il diaframma di una dolorosa povertà «Siamo ricchi solo di bimbi» dicono i pescatori “alla dinamite”. Di questi “bombardieri del mare” ne incontra un po’ ovunque: a Peschici, ad Otranto, a Santa Maria di Leuca, a Gallipoli. Recano, sulle barche l’immagine della Madonna, perché li preservi dai rischi. Sulle soglie delle case, uomini e donne lavorano a rammendar reti, a intrecciare nasse, a filare lunghe corde di sparto, incuranti del fiume di bimbi che invadono le strade e che rappresentano il loro dramma. Nei candidi trulli di Alberobello, le donne hanno un volto ansioso, parlando dell’inverno… 

BELLEZZE SPLENDIDE E FINO A IERI IGNOTE DELLA COSTA PUGLIESE E LUCANA
Il turismo ha raggiunto le terre del Sud senza toccarne ancora la grande miseria

Gallipoli, ottobre. La prima parte del mio vagabondare nell’estremo sud d’Italia si concluse a Gallipoli, nitida cittadina arroccata a cono su un isolotto unito alla terraferma da un lungo ponte. Molte automobili sostavano dinanzi ai ristoranti affollati, lo terrazze dei caffè erano invase da giovani abbigliati secondo una moda estiva ormai universale, fascianti calzoni di tela blu, aderenti maglie a strisce di colori vivaci, catenella d’oro al polso. 

A prima vista Gallipoli svelava un quieto benessere di città balneare, ormai bene inserita negli itinerari turistici internazionali; ma era una facciata ingannevole, e non era difficile scoprire la più cruda realtà nei vicoletti misteriosi e contorti che fendevano come buie ferite la bianca compattezza delle case. Eserciti di bambini giocavano a rincorrersi tra carriole e cataste di nasse ancora umide di salsedine riempiendo di grida il poco spazio. Sbucavano da porte spalancate su camere in cui l’estrema pulizia era la sola patina di decoro sulla povertà dell’arredamento. Sulle soglie, uomini e donne lavoravano a rammendar reti, a intrecciare nasse, a filare lunghe corde di sparto, incuranti del fiume di bimbi che invadevano le strade e che rappresentavano il loro dramma. 

Il pescatore che mi portò in gita all’isola di san Pietro mi diede, con una sola frase, la chiave di questo dramma. « Prendilo, portalo con te » disse indicando il figlio che lo aiutava a remare, e me lo avrebbe affidato, anche subito, senza indagare chi io fossi, pur di liberarsi di una bocca a tavola e di due braccia poco produttive. «Quando va bene la pesca – disse poi, come a giustificarsi- guadagno mille lire al giorno, ma quasi sempre mi devo accontentare di tre, quattrocento lire. 
E dopo questo figlio ne ho altri cinque ». 

Quanto vedevo e ascoltavo a Gallipoli, era la ripetizione di ciò che avevo veduto e ascoltato in molti altri paesi delle Puglia che il movimento turistico ha scoperto di recente: una vernice di prosperità che mal ricopre il disagio economico, e sovente la miseria, di popolazioni tribolate da una malattia da cui non vogliono, o non sanno guarire: la prolificità eccessiva. Venendo da Pescara mi ero fermato a Rodi Garganico per ammirare, dalla punta del molo, le aspre montagne boscose dello sperone e la visione delle isole Tremiti, quasi dissolte nell’azzurra lontananza, tra cielo e mare. 

Il molo era deserto, ma pochi minuti dopo formicolava di bambini spuntati quasi per incantesimo, e ciascuno aveva da propormi qualcosa, un’escursione sulla montagna o la barca per una gita. Anche quando videro che non desideravo nulla non se ne andarono, ma attesero fissandomi con occhi inquisitori che mi mettevano a disagio. Non chiedevano, ma era chiaro che non sarei partito senza dare qualche moneta a tutti. Fu un’esperienza utile perché, in seguito, evitavo di fermarmi se non avevo una provvista di monetine; deludere un bimbo mi rattrista. 

I bambini sono stati, forse, i soli a scoprire gli scarsi vantaggi recati dal turismo in queste zone, fino a ieri poco frequentate eppure tra le più suggestive d’Italia. Il promontorio del Gargano ha scorci di severa bellezza panoramica, con secolari foreste intatte a strapiombo su profonde insenature colme di silenzio; ma i pochi alberghi e le ottime strade inducono il turista a non fermarsi, a interrompere solo con brevi soste, nei luoghi di più struggente bellezze, la lunga corsa verso Bari. E dove si ferma, egli cade nella rete dei bimbi che vanno a offrirgli i loro, piccoli servigi, lavargli i vetri dell’automobile, stare di guardia alla macchina, fargli da guida nelle brevi passeggiate per meglio godere lo scorcio di un paesaggio che non ha eguali, tra mare e foresta. 

A Peschici, piccolo paese appollaiato in cima ad uno sperone di. roccia avanzato nel. mare come la prora di una nave, trovai la ormai consueta schiera di bambini che volevano farmi da guida. Non rimpiansi di aver accettato la loro offerta, mi condussero ad un luogo che da solo non avrei scoperto. Ero su un ronchione proteso nel vuoto; sotto di me, a più di cento metri, il mare schiumava con violenza, coltro la montagna nera come un’ardèsia, poteva essere la meravigliosa pedana per il folle volo di Icaro. I bimbi erano rimasti indietro, quasi per non turbare quella perfetta solitudine; ma mi ripresero in loro possesso non appena ritornai su terreno più solido, e fu la solita scena, manine protese e vocette agre che gridavano sempre più forte per sopraffarsi. Due uomini li rimproverarono. «In questo modo – dissero – i forestieri li fate fuggire». 

I bambini desistettero dal loro assalto solo quando anche l’ultimo ebbe la sua moneta. Con gli adulti parlammo di altre cose, della povertà di Peschici e dei suoi abitanti, tutti pescatori. Tenuto per mano da un ragazzo, passò un uomo ancora giovane, con due lenti nere sugli occhi spenti, il volto devastato da una cicatrice orrenda, il braccio destro amputato al gomito. « E’ mio cognato – disse uno degli uomini – a pescare normalmente, con la rete, c’è da morire di fame. Ci aiutiamo con la dinamite, e qualche volta capita come a lui. Ha ventiquattro anni e cinque figli». 

Di questi “bombardieri del mare” ne ho incontrati un po’ ovunque, ad Otranto, a Santa Maria di Leuca, a Gallipoli. Sfidano le guardie di finanza ed il pericolo di farsi dilaniare dalla dinamite con una disperazione che li rende incoscienti. Non si rendono nemmen più conto di commettere un reato. La notte, quando partono per la loro pesca fragorosa e delittuosa, ricoprono le barche con immagini della Madonna e dei santi protettori, perché li aiutino a pescare bene e satollare tutte quelle bocche di bimbi chiuse dal sonno. Le grandi correnti del turismo che già passano per queste zone hanno certo portato un flotto di vita nuova; ma non hanno lacerato il diaframma che separa gli abitanti locali dai villeggianti. 

Il Salento, il tallone d’Italia, è forse la regione pugliese più frequentata dai turisti. Una rete stradale perfetta consente di raggiungere con facilità luoghi di soggiorno incantevoli come San Foca, Otranto, Santa Cesarea, Santa Maria di Leuca e Gallipoli che, nelle attrezzature balneari, non hanno nulla da invidiare ad altre spiagge più famose; ma il solo turismo non sembra sufficiente a risolvere gli angosciosi problemi che assillano queste popolazioni, con le loro figliolanze e il diaframma rimane: Di qua i villeggianti ospiti negli alberghi confortevoli, nelle ville e nei. palazzi moderni; di là i pescatori ed i manovali che non riescono a sfamare la famiglia troppo numerosa» 

Forse, fra qualche anno, il continuo affluire di gente dal nord e dall’estero produrrà più evidenti effetti sulla mentalità meridionale, ma per il momento questi segni non si vedono ancora. Andando, da Taranto verso Martina Franca ed Alberobello per visitare i trulli, un giovanotto mi chiese un passaggio. Andava a Locorotondo a cercare lavoro nella vendemmia. Aveva vent’anni, era sposato da tre, aveva due bambini e l’anno venturo sarebbe partito per il servizio militare. « Perché non mi trova lei un posto?» disse quando ebbe preso un po’ di confidenza. Gli domandai che cosa sapesse fare. «Il manovale – rispose- non so fare altro». 

Nella zona di Alberobello non potei sfuggire alla seduzione dei trulli scialbati a calce nella luce vivida, immersi nel verde metallico degli olivi o sparsi tra i filari di viti grevi di grappoli maturi. Tutto era pulito, nitido in quella strana, essenziale architettura, la terra era fertilissima, il prodotto abbondante. Ma sulla piazza del paese e nelle viottole sghembe insinuate fra i trulli, i bimbi che giocavano erano ancor più numerosi che altrove, ed anche se la terra era prodiga di frutti non era però sufficiènte a sfamarli tutti. 

Era il periodo della vendemmia, e gli uomini erano in gran parte occupati, ma entro un mese il lavoro sarebbe finito e sarebbe incominciato il lungo inverno. Gli sguardi ansiosi con cui le donne accoglievano nei trulli puliti fino allo spasimo i curiosi di passaggio mi davano una pena profonda. A Metaponto avevo fatto conoscenza con un gruppo di pescatori calabresi che, giunto il plenilunio a render vana la luce delle lampare, tornavano a casa per alcuni giorni. Trasportai uno di loro fino a Corigliano, e quando giungemmo volle che andassi a casa sua a bere una tazza di caffè.

Eravamo seduti sulla soglia, tra donne che infilavano peperoncini rossi a formare ghirlande scarlatte. Sciami di bimbi seminudi invadevano la piazzetta e le vie sconnesse. « Siamo ricchi solo di bimbi – disse il giovane – e siamo poveri proprio per questo ». Guadagnava in media ottocento lire al giorno, aveva ventidue anni e si sarebbe sposato fra quattro giorni. Il primo ottobre percorrevo una strada detta Calabria, verso Sapri. Era una chiara mattina calda di sole ancora estivo ed il paesaggio era dei più spettacolari. 

Aspre e nude montagne parevano sfaldarsi come divorate da una segreta lebbra; in fondo a orridi e burroni, il fiume Sinni, col suo immenso letto di arida ghiaia faceva pensare atte età primordiali della Terra. A Latronico molti bimbi in grembiule nero, colletto bianco e fiocco di seta rossa ricominciavano le lezioni. Domandai ad una maestra se tutti i bimbi del paese frequentavano, regolarmente la scuola. « Non tutti, rispose, e pochi arrivano alla quinta elementare. Alcuni frequentano la terza, ma nella maggioranza si fermano, alla seconda classe. A otto, anni sono già buoni per pascolare capre e pecore. E un anno dopo già hanno dimenticato il poco imparato a scuola».

Francesco Rosso
(17.10.1958) LaStampa – numero 247 

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