“LA PAZZA” di MICHELANTONIO FINI

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“Donna del Sud” di Romano Conversano

 

“Novelle e leggende della Capitanata”, una bella raccolta curata da Giovanni Saitto (per le Edizioni del Poggio), prende le mosse dall’indimenticabile saggio di Giuseppe d’Addetta  sulla Montagna del sole. E ne prosegue l’ideale viaggio, alla scoperta di antiche tradizioni etnografiche e narrative narrate dai più validi autori   della nostra Terra.

…Bionde bellezze garganiche, retaggio degli antichi conquistatori normanni e svevi, o di migrazioni di altri popoli italici, sono le eroine dei vari racconti. Ad esse si affiancano le brune… Donne brune, come è bruna la bellezza slava di Sinella, protagonista de “La pazza”, di Michelantonio Fini. La voce argentina e affabulante della ragazza, intenta nella raccolta delle olive nella piana assolata di Càlena ammalia Elia: egli si innamora perdutamente della sua fresca bocca di fragola matura, del profumo delle sue trecce di ebano, dell’ardore dei suoi profondi occhi di fuoco. Ma la bella Sinella non può corrispondere a questo ardente sentimento: da un anno i suoi l’hanno promessa a un altro, emigrato in America, impegnando il suo onore e la sua fedeltà. 
Elia, innamorato respinto e umiliato, schiavo, suo malgrado, della mentalità del tempo, si sente obbligato a lavare l’offesa agli occhi dell’intero paese… 

La rapisce con la violenza, tenendola prima segregata in una Grotta dello Scalandrone lambita dal mare, poi nella sua “torretta” di campagna.

Ma la ragazza, approfittando dell’assenza di Elia, fugge via. Torna a casa ma, secondo la mentalità del tempo, è disonorata, e deve affrontare  la “maldicenza” della gente. L’epilogo è drammatico. Un giorno, dall’alto di un precipizio, sulla grotta dell’acqua calda, dalla Rupe gigantesca, Sinella che, in seguito a varie vicissitudini, ha perso la ragione, crede di poterlo trovare, di poterlo afferrare, il suo sogno … e stringerlo a sé fortemente, per sempre. 
Un mese dopo, allo stesso vertice pietroso, fu visto ergersi un uomo che veniva dalla selva, veniva dalla solitudine, veniva dalla disperazione. I marinai raccontano di aver visto quel fantasma camminare sull’orlo dell’abisso, sfidando la morte. 
…Così i due infelici amanti, forse, trovarono la pace in fondo a quel precipizio, in quel mare tenebroso e immenso come l’animo umano, come l’amore, come il destino, come la morte, come il mistero… 

 rupe e castello di peschici

LA PAZZA, NOVELLA GARGANICA

 

“Sul mare inferocito come un leone, il veliero stava per essere inghiottito dalle onde ruggenti. La povera barca veniva carica dalle coste della Dalmazia ed era stata sorpresa dalla tempesta proprio nel cuore della notte oscura, in vicinanza del nodo roccioso di Peschici tutta immersa nel buio più profondo e nel sonno oblioso.
Acqua, acqua implacabile dovunque: sopra e sotto, a destra e a sinistra, addosso negli uomini e tra i pennoni, sul capo e sotto i piedi, e poi il vento che fischiava impetuoso, agitando sempre più la barca e il mare e rovesciando l’acqua cadente sempre più forte, e poi il pericolo imminente della terra vicina dove le fauci delle grotta e delle gravi rendevano più infernale il fracasso delle onde spumose e più spaventoso lo spettro della morte sicura. Questa non poteva tardare.
Ogni speranza era inutile. Ma sulla cima del monte tutto ammantato dalla pineta, su, oltre Peschici, in alto come sospeso tra la terra e il cielo, ecco di un tratto sbucare nel nero bosco come un occhio fisso e lucente, un guizzo come di stella, la fiammella di una luce sperduta nella pineta.
I naufraghi cadono subito in ginocchio, e, rivolti al lampione di quella chiesetta solitaria e sconosciuta, indovinano che ivi dimora una Madonnina bella e pietosa, padrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte, e implorano e supplicano piangenti ad una sol voce: – O Regina del mare, prega per noi! Tu solamente ci guardi e puoi! Per le nostre mogli e per i nostri figli aspettanti, Tu salvaci, Stella del mare, deh! Tu salvaci, per pietà! E noi t’innalzeremo sulle piccole mura una casa più grande e più degna di Te, una chiesa grande come questa barca abbandonata in mezzo ai flutti.
E la preghiera alla Madonna non fu fatta invano. Il miracolo venne subito. Tutti furono salvi, la barca e i marinai. Il voto fu esaudito, e la chiesetta fu ricostruita, da quel giorno, più bella e più grande dell’altra, più grande, come quella barca salvata … “.

Così Sinella ripeteva la pia leggenda del popolo peschiciano intorno alla chiesa della Madonna di Loreto, patrona del paese. Era il vespro azzurrino di una dolce giornata di ottobre che a Peschici si eguaglia alla primavera, e ferveva la raccolta delle olive nel piano di Càlena dove altra chiesa sorgeva e altre leggende fiorivano.

I ricordi di questo luogo pieno di misteri e di sogni, di storie di monaci guerrieri e di principi, di principesse, di re e di regine, avevano richiamato nella comitiva lavorante quegli altri ricordi della chiesa della Protettrice, e Sinella aveva narrato con caldo accento il fatto miracoloso appreso dalla nonna ottuagenaria.

I contadini e le contadine erano tutti ad ascoltare: gli uni sugli alberi, intenti a battere e a scuotere le olive; le altre, accosciate per terra, tutte in giro, intente anch’esse al loro lavoro sotto la chioma ombrellifera degli ulivi, con la cesta sempre accanto, cercando diligentemente e raccogliendo svelte e ilari il bel frutto oleoso caduto.
Si trovava, fiorente di giovinezza e di brio come lei, tutto uno sciame meraviglioso e sfringuellante di raccoglitrici, ma la voce argentina di Sinella era una nota armoniosa e cara a tutti, era una vera carezza piacevole.

Ed Elia, più degli altri, non era mai sazio di udire quella fresca bocca di fragola matura; mai sazio di sentire a lui vicino, come il profumo sottile del mirto sotto i passi, l’olezzo di quelle compatte trecce di ebano; di scrutare, come in cerca di un geloso segreto, nel fondo di quegli occhi di fuoco; di ascoltare, come nel chiuso bocciolo di una rosa, il palpito nascosto di quel turgido seno affannoso.

Si udì nella vallata una melodia di lontano. Erano altri contadini, altre giovanezze fiorenti. Quel canto aprì il cuore di Elia alla speranza e al desiderio. Volle tosto fare eco a quelle voce e incominciò appassionatamente: “T’eja cantata n’aria,/ fior di rosa,/ la cara vita tuja / com é durosa/. T’eja cantata n’aria,/ fiore di menta/ogni bella grast’ je tinuta menta/ T’eja cantata ‘n’aria,/ fiore d’anguilli,/ i pregi di li donne so’ li capilli/ T’eja cantata ‘n’aria,/ fiore di viola,/ solo ‘a camminàta tuja mi cunzola./ T’eja cantata ‘n’aria,/ fiore di vammace/, guerra in palese e tra di nui la pace,/ Quist’j’ lu dico a te,/ fiore di murtello,/ m’hai firitu u core senza curtello./J’ di bei sturnelli ni saccio tanti, chi ni sa chjù di me si facci’ avanti../ J’m’affaccio a’ la finestra e do nu suspiro,/ ti dò la bona sera e po’ mi ritiro”.
Era un canto peschiciano.

Elia si era innamorato pazzamente di Sinella. – Ti amo, ti amo perdutamente – le aveva sussurrato una sera, al ritorno dal lavoro, camminandole a fianco con la bisaccia e l’accetta a spalla, mentre gli altri precedevano.
E Sinella, schermendosi: – Lascia stare, Elia. Tu sai che il mio cuore è impegnato or fa un anno.
– Senti, vieni, Sinella. Ti amo, ti amo assai.
– Va va, non scherzare. Si è promesso … che ci sposeremo appena di ritorno dall’America. L’ ha detto mio padre e l’ha promesso. E lo sanno tutti in paese.
– Ti chiederò anch’ io a tuo padre e ai tuoi fratelli. Ti verremo a cercare, subito, se vuoi…
– Ti diranno quello che ti dico io. E’ tutto inutile.
E qualche giorno dopo, insistendo sempre, Elia le aveva preso le mani e le aveva baciate, supplicandola.
– Ho promesso, ho promesso – ripeteva sempre Sinella – credimi che non posso. Mio padre dice che la parola è una e chi non ha parola, non ha onore. Tu che diresti se un giorno la tua fidanzata ti abbandonasse così all’improvviso, senza ragione?
– Non ho fidanzata io.
– Ci sono tante donne…
– Io ti porto una terra e una casa. Una bella dote, vedi. Tu sarai la mia regina. Ti voglio tanto bene e sarai felice, credimi. Ti sposo anche nuda, Sinella. Dimmi di sì…
– Non posso, ti ripeto, non posso. Io sono fedele….

C’era in queste ultime parole tutto il cuore onesto, tenero, sincero, leale della fanciulla. C’era tutta la promessa fatta al partente: la promessa del primo, unico ed eterno amore.
Elia capì senz’altro, senza speranza oramai! Quelle ultime parole, egli le sentì discendere fino alle radici di tutte le sue fibre, fino al fondo dell’anima sua; le sentì lacerare le carni crudelmente; le sentì diaccie, come la punta di uno stilo penetrato giù giù in tutto l’essere come ad incidere la ferrea sentenza di un destino crudele.

Volle tuttavia lenire da sé stesso quella impressione e quella sofferenza, e ripeté alla fanciulla: – Parlerò a tuo padre, sì; parlerò a tua madre e ai tuoi fratelli. Siamo stati sempre amici. Se poi è un capriccio… vedremo! – E c’era in queste altre parole come il fulmine di una minaccia confusa.

Pure, Sinella non pensò a nessun male, non prese la cosa sul serio, non si scoraggiò, non parlò. Si recò sempre al lavoro, sempre spensierata e gaia, come in tutti gli altri giorni.
Elia si era fatto alquanto pensoso. Per molte sere, si era udita la sua chitarra sospirare a pie’ della casa di Sinella, sotto la finestra dove crescevano i garofani e il basilico. La voce della chitarra e la voce dell’uomo dicevano insieme: “affacct’e a ‘la finestra, faccia di rosa, /prima ti jevo amico e mo mi si sposa./ 0h! quant’è bello a durmì vicino,/ sott’a l’albero di lu zappino!”.

Quelle voci non giungevano al cuore della donna, già legata ad un altro cuore! Per molte domeniche, si era visto Elia andare a messa alla chiesa di Sant’Antonio, fuori il Ponte, e aspettare alla porta, sul sagrato, la bella fanciulla andare e venire tutta linda, tutta fresca, tutta rossa come una mela. E volle recarsi senz’altro dal padre di Sinella. – O me la date o me la porto – gli disse netto netto Elia, un giorno.
– Sei cocciuto. Ma Sinella è già promessa a un altro. Essi si scrivono, si vogliono bene, ti sposeranno. Ma c’è tanto largo qui dalla rupe a Montepuccio, e tu insisti, tu vieni a disturbare proprio la pace di casa mia – ribattè spazientito il padre di Sinella.
– Io l’amo, io la voglio, vi prego!
– E la nostra parola, Elia, l’onore nostro, l’onore di Sinella? Non scherziamo, via, pensaci. Si vive di onore più che di pane a questo mondo…
– Io l’amo, io l’amo vostra figlia! Io sono pazzo!
– Va a bere, va ! – E accompagnò la dura parola di rifiuto con un gesto annoiato di spinta; lo piantò in asso, mezzo sdegnato e mezzo incredulo.

Elia rimase solo, fermo, come inchiodato lì da quel no secco secco, come caduto sotto il peso di un grosso macigno. Rimase offeso e ferito crudamente. Indi si destò, si ricompose, si allontanò, si fece impassibile. E in quel silenzio e in quella freddezza, maturò l’odio, la vendetta. – Perché umiliarmi così? – ripeteva tra sé – Perché respingermi? Perché offendermi così agli occhi delle ragazze, degli uomini, dell’intero paese? Vedremo…- aveva ribattuto all’ultimo no del padre di Sinella. Era una sfida. Ed Elia ripetè ancora una volta, l’ultima volta, mormorando come la voce di un tuono prorompente nelle tenebre del suo cuore rannuvolato: – Vedremo!

A Peschici, la raccolta delle olive si prolunga fino a Pasqua e anche oltre. Erano passati intanto molti giorni da quell’alterco fra il padre di Sinella ed Elia e nulla era accaduto mai più, nulla di nuovo. I due giovani lavoravano sempre insieme come se niente fosse nato fra essi e la loro sembrava tutta una primaverile spensieratezza, ingenua e campagnola, alla maniera dei villici, cresciuti in uno stesso casolare, a guisa di due buoni parenti conviventi sotto lo stesso tetto.
Moriva un giorno voluttuoso e dorato, annegandosi nel mare d’arancio e di viola, sperdendosi nella bronzea cappa della pineta incupita dalle ombre dell’occaso, in una profonda atmosfera ricolma di religiosa pace. Nell’orizzonte, la incantevole costiera garganica, emula di quella di Posillipo, si sdraiava e si specchiava regalmente superba con i piedi nel perlaceo golfo rodiano, con la lussureggiante chioma verde vellutata di agrumeti e di boschi, col seno imbrillantato di mille gemme.
Le case di Peschici, pendulo come un grappolo sull’orlo dell’abisso della sua rupe famosa, davano gli ultimi guizzi sanguigni ai dardi del sole spirante.

Con la sua cesta equilibrata sul capo, con la camicetta bianca di fresco bucato, con la sciucca sempre nuova, avente la guaina stretta intorno alle anche, sopra la camicetta, com’è costume di quelle popolane, col fazzoletto da testa gettato in lungo sopra una spalla, Sinella tornava con la comitiva dal lavoro lungo la strada granitica e tortuosa che dalla sottostante rotabile viestana sale al Passiaturo e mena al paese per il Canalone. Come ogni sera, era un brioso cicaleccio tra compagne; tra i contadini e le contadine, ed erano stornelli fragranti di gioventù e di passione che volavano al cielo lungo il cammino.

Si sentiva un po’ stanca, quella sera, i seni urgevano violentemente la camicia, il viso era acceso e la fronte madida di sudore. Ad una svolta della salita pietrosa, sentì anche una pietruccia conficcata dentro una pianella e avvertì male al piede. Non poteva camminare. Si distaccò allora dalle compagne le quali proseguirono il cammino, assicurando loro che sarebbe corsa dopo a raggiungerle subito. E si appressò ad un masso, sostò accanto, si adagiò sopra seduta. Posò la cesta a terra, gettò il fazzoletto, sollevò, palpò carezzevolmente il piede dolorante, frugò, cercò il sassolino nella pianella traditrice. La sera scendeva. I rintocchi dell’Ave echeggiarono dal campanile del paese, oscillarono tristemente nel sereno dell’aria… Ogni strada, ogni viottola, ogni accorciatoia si faceva sempre più deserta. Il profumo di mille erbe, di mille piante si faceva sempre più soave, più fresco, più inebriante. Il serpillo e il pino insaporavano sempre più del loro odore penetrante il luogo e il silenzio. La notte veniva col suo peplo nero dal grembo del cielo: dall’ immensa volta, si affacciava timida qualche fioca stella tremolante. – Che incanto! Che pace! – esclamò la contadina ventenne.

E l’anima delicata della fanciulla non poté resistere, fu vinta, e si fuse tutta quanta con l’anima unisona della natura… Ella dimenticò le compagne, l’ora tarda, il paese, la famiglia, i pericoli, e non volle, non seppe, non poté separarsi, allontanarsi da quello spettacolo sublime che l’aveva presa e affascinata, da quello spettacolo che le aveva destato nell’intimo dell’anima, in tutto il cuore, in tutto l’essere, sentimenti inesplicabili e piacevoli, una dolcezza mai assaporata, un tumulto di cose nuove… Chiuse gli occhi come assopita, come astratta tutta quanta in un altro mondo vaporoso, in un’altra vita beata. Chiuse gli occhi…

Ad un tratto, con la celerità della folgore, con lo scoppio di un crollo, si sentì afferrata violentemente, scossa, ravvolta, sollevata in aria di peso. Spaventata, aprì gli occhi, gettò un grido, tese le mani. L’ignoto! Una oscurità tremenda la chiudeva in una specie di sacco, forse in un mantello, in una cosa nera nera e lanosa a lei sconosciuta, a lei quasi impalpabile. La voce le morì in gola, in quel buio stretto, pesante e rotondo che la imprigionava e la soffocava peggio di una carcere, di una tomba. Le mani afferrarono il nulla, le tenebre, il mistero, se stessa. Sentiva che altre mani robuste, nervate di ferrei muscoli, forti conte tenaglia, inesorabili come un fato, le facevano male, la trascinavano lontano, la rapivano alla sua felicità, a suo padre, alla sua famiglia, al suo promesso sposo. Poi non sentì, non vide, non conobbe niente più. Si abbandonò stremata, sudata, fredda, annichilita in quella morsa di acciaio. Fu una piuma volante tra le braccia dell’avversario. Le parve di morire…

Tutta la notte, Sinella fu febbricitante e priva di conoscenza. Calata indi la febbre, e riacquistati i sensi, ella si trovò supina sopra un letto di ghiaia marina ricoperta da uno strato di aghi di pino e di altre erbe raccolte. Anche per questo duro giaciglio improvvisato, l’infelice si sentiva le ossa peste, tutte la membra indolenzite, un chiodo, una nube nel cervello, un ronzio nelle orecchie.

Le sembrò di uscire dalla crisi di una grave e lunga malattia, le sembrò di uscire da un brutto sogno, le sembrò di aver ascoltato e di tenere impressa nella mente una parabola della nonna, di quelle parabole strane, avventurose e paurose di maghi e di streghe, di orchi e di demoni trescanti sotterra contro gl’innocenti e gl’inermi di questo misero mondo. Sollevò lo sguardo esterrefatto, e vide le pareti, la volta di una grotta profonda. Era un ambiente nerastro, verdastro, tutto chiazzato di umidità. In più parti, era un lento stillicidio continuo dalle rocce grinzute, sporgenti come teste di belve nella caverna: rocce occhiute, bucherellate da infiniti essere invisibili, tenaci, pazienti; rocce morse e crivellate dalle trafitte secolari delle onde nei giorni di tempesta.

Dall’uscio, dalla bocca di quell’antro misterioso, si vedeva poco distante una lingua di mare piana e lucida come uno specchio e si udiva lo sciacquettio molle e ritmico della risacca dove spirava uno zeffiro che le faceva tanto bene, che le infondeva un sollievo generale. Fluiva dal di fuori anche una opulenta luce bianca. Era l’alba. Stese una mano ed afferrò ivi accanto un mantello e una pertica che stavano per terra. Si guardò addosso, e si trovò con i capelli scarmigliati, con le vesti discinte, con i bottoni della camicetta strappati. Mancava il fazzoletto. Il grembiale era gettato lontano. Mancavano le pianelle.

Allora Sinella capì, si ricordò del dramma di cui era stata vittima, e fece uno sforzo per levarsi da terra, per fuggire. Era troppo debole e ricadde. Udì un rumore in un angolo e girò lo sguardo. Un’ombra si avvicinava. Lui! – Dove sono? Dove mi hai portata? – chiese pietosa, timida.
– Siamo dentro la Grotta dello Scalandrone, Sinella.
– Mandami a casa…. io voglio andare a casa mia….
– Stasera andremo alla nostra torre.
– Mandami a casa, per carità!
– Starai con me, Sinella. Questa sera, alla nostra torre, avrai pane, formaggio, vino, tutto avrai. Bisogna uscire di qui, stasera, assolutamente;
– Mandami a casa, Dio ti punirà.
– Starai con me questa sera, domani, sempre, o Sinella. Starai bene e contenta, vedrai. Te lo giuro, te lo giuro sui miei morti. Ti amo tanto, Sinella!
– Perché hai fatto questo quando io non voglio?
– Ora siamo marito e moglie.
– Infame!

Sinella scoppiò a piangere ed Elia le si accostò di più, tutto affetto e premura ardenti. Le si inginocchiò a lato e le porse una mano che la creatura respinse. – Ti amo tanto, Sinella! Non piangere più, basta; ora. Non piangere ti prego. È stato l’amore sviscerato che io nutro per te che mi ha spinto a fare questo. È stato l’amore, soltanto l’amore, tu lo sai bene. Sei stata tu; è stato tuo padre. Perché dirmi cento volte no? Perché? … Non sono un giovane serio e laborioso? Chi può disconoscere questo? Perché maltrattarmi? Voi mi avete offeso assai, voi mi avete sdegnato, cacciato. Ma non piangere, non piangere, basta,. Sinella, ora basta.
– Io voglio andare a casa mia.
– Ora tutto è fatto. L’ho vinta io.
– Succederanno fatti seri – disse la ragazza fra i singhiozzi convulsi – infame!
– Non aver paura, Sinella. Non dire così. Calmati. Vedrai che io ti sposerò subito, ti condurrò subito a tuo padre e a tua madre. Faremo subito la pace con tutti. Saremo felici, non ti mancherà niente. Ti servirò come una regina. Ti adorerò come una Madonna.
– No ! E perse nuovamente i sensi, trafitta, abbattuta dal ricordo, dal dolore, dall’onta patita.

Elia rimase annientato dinanzi a tanta virtù. Si sentì per un istante sconfitto. Egli aveva potuto con la forza, con la violenza e con la frode possedere il corpo di quella donna ciecamente amata, ma l’anima! no, l’anima di lei era ancora e per sempre lontana da lui. E le parve sentire discendere sul suo capo, ancora una volta, come la tragicità di un fato inesorabile.

Un rimorso lo mordeva, un dolore lo pungeva, per la prima volta! Scacciò quella nube dalla fronte e stette a contemplare quella sofferente vergine non più vergine. Piovevano alla misera i bei capelli corvini arruffati sugli omeri, le gote di madreperla avevano ora il colore sbianco della margherita sciupata, gli occhi erano cerchiati di ombra, le labbra di melagrano erano appassite. Tutto il profilo divino erasi fatto marmoreo come di statua, come la statua dell’Addolorata della Chiesa madre …

Elia si ricordò che le sue braccia, nella sera e nella notte, avevano stretto quella fresca freschezza e la sua bocca aveva baciato quella bocca calda e resinosa sbocciata nella pineta, fragrante come la pineta. Sentì il suo cuore battere come un martello e, spinto dalla pietà, spinto dall’amore, corse al lido, all’aperto, a prendere un pugno di acqua fresca. Come l’amava!

Sulla strada di Viesti, a cinque chilometri da Peschici, circondata da viti, peri e ulivi, Elia possedeva la sua torre bianca e solitaria. Qui la famiglia mandava dal paese ogni ben di Dio: vino generoso, uova fresche, rossi capponi e quelle indorate e croccanti pagnotte di pane peschiciano, da cinque o sei chili, le quali sfamano al solo guardarle.

Dopo una settimana, la fanciulla si era rassegnata a quella coatta vita coniugale, ed appariva tutta pacifica, tutta assorta nei servigi di casa, una piccola brava massaia. Se non che, era sempre taciturna e non voleva mettere mai un piede giù nel frutteto, non voleva mai sporgere il capo da una finestra.

Di contro, vicino, intorno, ulivi ulivi e mandorli; più in là, sulle alture, la lunga pineta distesa fino alla punta di Montepuccio, fino al trabuccolo sul mare, fino agli orti sulla spiaggia: la pineta colossale, scarmigliata, discendente in larghissime ondulazioni… Aria, aria saluberrima dovunque. Aria e vita. Eppure ella odiava ora tutta quell’aria balsamica e vitale. Odiava la luce, e sentiva sensibilissima la nostalgia acuta di qualche cosa intima perduta, di qualche gran cosa, come una capinera accecata, come una capinera vedovata.

Elia coltivava, tranquillo, il suo podere. Sfolgorava il pomeriggio. Quel giorno Sinella aveva mangiato con appetito. Nulla traspariva dal suo volto e dai suoi atti. Era stata anzi tenera, quel giorno. Elia, pieno di fiducia, lieto, volle recarsi a caccia nei dintorni e volle premiare così la sua dolce compagna. Bisognava decidersi ad allontanarsi una buona volta dalla torre e quella vita di cenobita doveva pure aver termine, non era mica fatta per lui, l’uomo dei campi e della libertà, l’uomo del sole e dell’azzurro. Staccò dalla parete il fucile impolverato, prese da una cassetta le munizioni necessarie, e via, giù, via a caccia con l’arma in ispalla, come aveva fatto tante volte, dando prima un bacio sulla gota della contadina e salutandola con un fraterno: – Arrivederci, Sinella. Torno subito. Ti porterò molta caccia. –

C’erano tante beccacce e tante lepri nel tenimento di Peschici. Ne aveva uccise tante e tante, lui. Varcò, spensierato, il suo podere, si allontanò, si disperse. Incominciò a tirare: pum… pum.. pum… uno, due, quattro, cinque colpi… una, due, quattro, cinque belle beccacce. Era un cacciatore usato. Maneggiava assai bene il fucile, come il roncone e l’accetta. Avanti, avanti nelle ombrose convalli e per gli ubertosi declivi; avanti, seguito dalla fortuna. Pum.. pum… pum… Era davvero un fausto giorno, quello.

Quand’ecco una lepre gli salta fra le gambe, gli passa dinanzi veloce come un innocuo dardo biondo, e si dilegua nascondendosi tra le balze benigne. Elia la insegue, s’inoltra col vivo desiderio di volerne fare omaggio inaspettato a Sinella. Se non che, la ricerca fu vana. Intanto la carniera rigurgitava di beccaccie e di tordi: e le ore erano trascorse. Il sole impallidiva e le ombre si allargavano. Tintinnavano i campanacci delle vacche ritornanti. Il pastore zufolava.

Elia si ricordò di Sinella rimasta sola e sussultò, ebbe uno schianto improvviso al cuore e un velo gli fasciò, gli gravò l’anima: qualche cosa di lugubre gli attraversò inaspettata la mente. Si precipitò per la strada del ritorno. Sinella! Sinella! Che passione potente aveva suscitata in lui quella formosa e buona campagnola!

Essa, essa soltanto costituiva per lui tutto il suo tesoro, tutto l’avvenire, tutta la vita. Oramai Sinella era sua, tutta sua. Sorgeva la pace, sorgeva la felicità aspettata, finalmente! Egli non sapeva più distaccarsi da lei, egli che le aveva promesso tutto e sentiva di adorarla. E l’aveva rimasta sola come in una torre d’avorio, e l’aveva dimenticata, ed erano trascorse le ore! Correva.

Le recava in cambio tanti uccelli. Che gioia per Sinella! E che pranzo squisito la dimane! Un sorriso della fanciulla era il paradiso per lui; una lacrima di lei era uno strazio, era l’inferno per lui. Come l’amava! E correva, correva, comprimendosi con la mano il cuore e la carniera gonfi. Già sulla soglia del podere, chiamò impaziente da lungi: – Sinella! – Nessuno comparve. Ripetè: – Sinella! Dalla torre, nessun segno di vita. Volò, chiamò ancora: – Sinella! Sinella!

Un triste, alto silenzio dominava la solennità della campagna. Entrò barcollante nella torre aperta, cercò, frugò, chiamò cento e mille volte, senza stancarsi: – Sinella! Sinella! Nessuno comparve. Uscì, girò in lungo e in largo per la vigna e per l’uliveto; andò, venne cento e mille volte, tremante, coperto di un freddo sudore, guardò e origliò da per tutto, come fuor di sé, chiamando e chiamando sempre – Sinella! Sinella! Sinella!
Nessuno. Sinella non c’era più!

La fierezza della famiglia aveva plaudito in sulle prime all’atto ribelle di Sinella e aveva accolta la perduta a braccia aperte. L’onore così, secondo essi, rimaneva salvo almeno a metà ed Elia veniva castigato dell’audacia avuta e dell’affronto arrecato. Ma in casa, ahimè! ora più che mai, tutto era mutato! La felicità, la loro pace domestica e patriarcale era esulata fin da quel malaugurato giorno del ratto! I fratelli comparivano poco in pubblico; si vedevano taciturni, preoccupati, e meditavano chi sa che cosa, una vendetta degna di storia, forse.
Tornata improvvisamente Sinella, era tornata improvvisamente come un raggio di sole in quella foschia, come la luce lieta di un caro diamante perduto che alfine si ritrova.
Ma furono luce e contento assai passeggeri. La piccola anima della fanciulla, come divelta dal suo tronco, dov’era racchiusa, si sentiva sbattuta senza tregua e non poteva reggere a tanta tempesta. Due uomini oggi erano padroni di lei e l’avevano incatenata! Due uomini!

L’uno, ne teneva in pegno la indelebile parola di amore; l’altro, possedeva irrimediabilmente il fatto! Il primo era padrone assoluto dell’anima intera, sì; ma il secondo, era possessore incontestabile del corpo! Ma dal profondo delle sue visceri ulcerate, scaturiva furioso e irrefrenabile il grido della violata, come il grido di una sentenza giusta e inappellabile: – No! Fedele anche nel martirio come una santa. Ed ella chiedeva ripetutamente alla Madonna di Loreto, tanto miracolosa, e chiedeva a S. Elia protettore, dì e notte, la grazia di farla morire quanto prima.

Era una sera elettrica. Il disco paonazzo del sole era affondato dietro un gran velario di nubi, sull’Adriatico, e là, dove l’astro si era rifugiato, prima dell’ora del tramonto, era un serpeggiare, uno sfarfallare vivace di lampi infaticabili. Il mare, abbandonando il suo puro argento dai mobili riflessi, era divenuto livido come il piombo. Nella valle, fluttuavano i vapori.

Nell’aria, correvano dei brividi. Poi, vaste nuvole, dapprima a crocchi, indi a guisa di gramaglie lacere, ora sfioccandosi ora aggruppandosi nuovamente, scalarono l’orizzonte, si riversarono come cavalcate sul cielo. Si sentiva un odore di pioggia vicina. Seguì il vento, aggirando, turbinando la polvere, la paglia, la carta, tutto il ciarpame degli avanzi delle vie. Nella campagna, mareggiava l’erba, si dibattevano le piante, e come Eolo s’ingolfava sempre più rabbioso, gli uliveti e la pineta si dimenavano convulsi, senza scampo, e la ramaglia nera gemeva, le foglie scrollate s’inseguivano, sibilando e fischiando. I falchi roteavano sbattuti.

Aumentarono il vento e il buio. Accrebbe la minaccia del temporale prossimo. Il mare era scomparso, sprofondato, inghiottito nella notte. Veniva su, dalla spiaggia, il ribollire delle onde accartocciate che poi si disfacevano correnti e irrequiete contro la diga degli orti, e sotto il paese, sotto il Castello, dove la punta del colle è mozzata, si scaraventavano baldanzose e urlanti contro la rupe, con un fracasso assordante e spaventoso. E dalla nera gola lacerata della notte, come dallo spacco repente di una cateratta, crosciò ad un tratto la pioggia dirotta, sferzando adirata, a capriccio del vento, la terra e tutto.
La famiglia di Sinella si era raccolta in cucina attorno ai ceppi ardenti. Incombevano maggiormente nella casa il silenzio e la tristezza. Una lucerna, come un occhio stanco che ha molto pianto, ancora tremulo e lacrimoso, guardava sconsolata nella penombra.

Un’ora dopo, il temporale cessò interamente, passò, andò lontano, dietro il monte, dietro il mare. Cessò ogni cosa. Rimase nell’aria soltanto una scia odorosa di pioggia e di terra miste insieme. Subentrò la cantilena di una mamma che ninnava il suo pargolo.

Sinella si levò, si avanzò verso l’uscio, lo aprì, volle prendere sulla soglia una boccata di aria, volle guardare il cielo, volle sollevare così il suo spirito depresso e la sua testa pesante. Pertugiavano qua e là le luci nelle case. I lampioni punteggiavano gli angoli delle vie. Scorrevano i rigagnoli, alimentati dalle grondaie gocciolanti. Essa si sentì beneficata.

Ma, passata tosto quella prima impressione gradita, le sembrò che la notte volesse ghermirla con i suoi occhi voraci di gufo; le parve che da quella notte di tempesta sorgesse contro di lei come una tremenda minaccia. Il cuore, il suo povero cuore che quasi non batteva più, ora le rullava. Era quel battito forte e precipitoso come il richiamo insistente che si fa all’orecchio spento, come la voce di un buon amico cui preme avvisarti sull’orlo del pericolo. Intirizzita, impaurita, si ritrasse, tornò in cucina a riscaldarsi, attizzò i ceppi crepitanti, alimentò la fiamma con nuova legna. Non poteva più sopportare quelle pesanti tenebre della casa.

…. Improvvisamente, tutta la casa s’infiammò, s’illuminò sinistramente, tremò, percorsa da un forte colpo di arma da fuoco. A fianco, davanti, sul capo di Sinella, passò, strisciò come il crepitìo secco di una scarica elettrica. Cadde l’intonaco. Un grido solo uscì dalla bocca di tutti. La madre, la sorella, i fratelli erano incolumi. Sinella aveva una traccia di bruciato sulla spalla. Avevano mirato al cuore di lei! Essa era salva per vero miracolo! Solo il padre, il quale le aveva tatto scudo con il proprio corpo, e l’aveva così salvata da sicura morte, il padre sanguinava: il colpo gli aveva traforato un braccio.

Sinella aveva rimasto pocanzi l’uscio accostato, senza inoltrare più il chiavistello. Ivi, come da una bolgia infernale, durante lo scoppio, aveva visto delinearsi tra la fiamma rossa il viso terribile di un uomo conosciuto. Lui!
Emise un urlo, alto, disperato, sinistro; un urlo che le usciva allora dal petto la prima volta, un urlo che faceva rabbrividire; un urlo tutto nuovo, e cadde pesantemente.
Quell’ urlo aveva fatto di Sinella una pazza! Quel colpo di fucile aveva fatto di Elia un bandito! Il destino di entrambi si compiva!

Per molti giorni, per molti mesi durò la caccia all’uomo, ma non si riuscì mai a raggiungerlo. Erano tempo e passi perduti… Egli era divenuto il padrone della contrada, il vero signore del bosco e delle strade, il dominatore leggendario della leggendaria pineta. Appariva di giorno e di notte, sulle vette e nelle valli, sulla spiaggia e negli orti, tra le carbonaie e le grotte, arrampicandosi, scavalcando, penetrando, fuggendo, volando, sempre prodigiosamente forte, salvo e vivo.
Non si udivano più per la campagna gli stornelli. Nessuno osava più avventurarsi solo e lontano. Un incubo pesava su tutti…

Con la ragione, Sinella aveva perduto anche la bellezza. Era un’ombra ora. Non più i petali rossi e il profumo del bel fiore dei suoi vent’anni perduti. Non più! Nulla più! Usciva spesso per le vie, sola e marmorea. Non parlava. Non avvicinava nessuno. Non si accorgeva di nessuno. Sembrava pietrificata. Di quando in quando, come al tocco di un’ intima forza ignota, la statua si animava, si destava, dava in ismanie, prorompeva in urli, come preso alle visceri, al cuore da uno strazio grande e senza nome, e si strappava il petto, i capelli e le vesti. Aveva lo sguardo vitreo, fisso, calamitato, attaccato lontano lontano. Cercava nel vuoto una cosa inafferrabile, ignota a tutti, nota a lei sola, verso la quale era tutta polarizzata. Cercava lontano lontano una cosa bella, una cosa cara, una cosa aspettata, una cosa perduta. Cercava la giovinezza. Cercava la vita…

… Dall’alto di un precipizio, sulla grotta dell’acqua calda, dalla Rupe gigantesca, un giorno credé di poterlo trovare, di poterlo afferrare, il suo sogno, il suo amore, e stringerlo a sé fortemente, per sempre, per sempre… E si slanciò con le mani tese, cadde in fondo all’abisso, nel mare profondo…

Un mese dopo, tra i cinerei vapori di un mattino nascente, allo stesso vertice pietroso, fu visto ergersi pauroso un uomo che veniva dalla selva, veniva dalla solitudine, veniva di sotterra, veniva dalla disperazione. I marinai raccontano di aver visto quel fantasma camminare sull’orlo dell’abisso come sicuro di sé, desioso del pericolo, intrepido davanti al pericolo, in atto di sfida alla morte… Si fermò, sostò, guardò giù nel mare, cercò cercò forse in fondo al mare, e vi si gettò in un baleno, a capofitto, in un salto formidabile e spaventoso…
Così i due infelici amanti, forse, trovarono la pace in quel mare tenebroso e immenso come l’animo umano, come l’amore, come il destino, come la morte, come il mistero…

Michelantonio Fini

(riduzione a cura di Teresa Maria Rauzino )

scaricabile anche QUI in PDF

Da Fini Michelantonio, La pazza. Novella garganica. Con prefazione di Giovanni Semprini, Barletta, edizioni Alessio, 1938, pp. 32

La novella è stata ripubblicata nel volume:
Novelle e leggende della Capitanata, a cura di Giovanni Saitto, Edizioni del Poggio, pp. 234.

 

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