QUANDO VINCENZO MARIA ORSINI CONSACRO’ LA MATRICE DI PESCHICI

QUANDO VINCENZO MARIA ORSINI CONSACRO’ LA MATRICE DI PESCHICI

LA MATRICE DI PESCHICI FESTEGGIA IL 337° ANNIVERSARIO DELLA DEDICAZIONE DEL CARDINALE ORSINI (29-30 Novembre 1675)

La Chiesa matrice di Peschici fu intitolata a Sant’Elia profeta dal 1325. Dal testo “Rationes decimarum Italiae” di Vendola risulta infatti che a Peschici nel 1325 esisteva una chiesa titolata a Sant’Elia (Archipresbiter et clerici S.Elie de Pesquitio) che pagava 4 tarì e 10 grana di decime pontificie.
Probabilmente l’edificio sacro esisteva già dal 1176 con il nome di cellam Sancti Petri – citata in un documento del 1208 – che in seguito mutò il titolo in Sant’Elia.
Lo attesta, nel suo “Regesto” del 1592, Timoteo Mainardi: “La chiesa di S.to Pietro in Peschici che chiammano le ragionj di Calena, si tiene da molti sia la chiesa hora ditta di S.to Elia. Ma che sia stato tramutato lo titolo della chiesia di santo Pietro in titolo chiesia di s.to Elia. Perché in Peschici veggio non vi è altra chiesia né sito per altra chiesia”.
Lo storico peschiciano Giuseppe Martella, dopo aver consultato i registri dei matrimoni del periodo 1500-1600, custoditi nell’archivio parrocchiale della Chiesa Matrice, scrive che un altro riferimento alla Chiesa di Sant’Elia risale al 1597, nel seguente Atto di Matrimonio : «Addi 18 aprile 1597 io Don Vincenzo Barberò ho affidato e sposato à Giuseppe Guardiano con Matthèa di Lissa nella Mare (Madre) Chiesa di Sant’Elia di Peschici, p’nte (presente) Gio: Capurso Mattheo Blucmiro ed altri».
Notizie sullo stato di conservazione della Chiesa Madre di Sant’Elia si deducono dagli Atti delle due visite pastorali dell’arcivescovo di Siponto Vincenzo Maria Orsini effettuate la prima nell’anno 1675, la seconda nel 1678. Orsini annota nel suo diario e fa annotare dai suoi accompagnatori notizie e impressioni interessanti su Peschici. Ciò che forse lo colpì di più fu di vedere un paese abbarbicato su una rupe e racchiuso in una piccola cinta urbana, con pochi abitanti.
Durante la prima visita Orsini riconsacrò la chiesa di Sant’Elia, esattamente il 29-30 novembre 1675.
Ecco come l’arcivescovo descrive l’evento nel “Diario delle pontificali funzioni” ( Archivio Diocesano Manfredonia, ACOP, 527, f.32-35):

23/11/1675 (…) Partij per Peschici, dove gionto, e riposato alquanto nel Castello, andai alla Chiesa Matrice, nella di cui porta mi fù dato a baciare la Croce, e cantato il Sacente, il Pontifex ut in Pontificali de receptione
prelati, nel Legati diedi la benedizione solenne al popolo, e feci promulgare l’indulgenze.
Indi asceso in trono feci il Sermone, ec dicendo all’obedienza il Clero presi gli habiti sagri pavonazzi, e feci la solita assoluzione de morti al Cimiterio.
Fatta l’assoluzione, deposti gli habiti pavonazzi, e presi gli bianchi feci la visita del S.mo Sagramento, e deposti gli habiti Sagri partij per casa.
A’ 24 Novembre in Domenica mi portai in Chiesa matrice. Assistei a tutto l’officio in Coro. Poi cum Cappa Pontificali assistei alla messa: feci il Sermone dopo l’Evangelio. E dopo la messa cantata celebrai la mia. Il dopo pranzo assistei alla dottrina cristiana nella Chiesa matrice. Dopo assistei in Coro al Vespero, Compieta, litanie, e Rosario. Indi feci il Sermone per la Cresima, e cresimai persone 100.
A’ 27 Novembre in mercordì nella chiesa parrocchiale benedissi due campane, una ad honore di S. Francesco, e l’altra della Beatissima Vergine. Dopo celebrai nell’altare maggiore di detta chiesa la mia messa privatamente.
A’ 29 Novembre, in Venerdì dopo Vespero col Piuiale rosso benedissi la Cassetta per riponervi le reliquie de s.s. Martiri Placido e Basilio, per collocarla nell’altare consegnando della Chiesa parrocchiale, e Matrice di questa Terra. Feci la suddetta benedizione della Cassetta nella Chiesa del Purgatorio, ed in essa, come prossima alla parrocchiale esposi le medesime reliquie, ed orai facendo un hora de’ vigilia sopra di esse S.me Reliquie.
A’ 30 Novembre in sabbato giorno festivo di s. Andrea Apostolo consegrai la suddetta chiesa parrocchiale sotto l’invocazione di S.Elia, ed il maggiore Altare, in cui inclusi le suddette reliquie. Dopo celebrai l’officio della Dedicazione coll’ottava singulis annis alli 10 di ottobre. Questa è l’ottava Consegratione di Chiese che ho fatto.
1 Decembre. Nel primo giorno, e prima Domenica dell’Avvento in detta Chiesa parrocchiale assistej alla messa cantata con Piviale, e dopo celebrai la mia messa bassa e feci la Communione generale, e comunicai ducento persone. Dopo pranzo in detta chiesa assistei alla Dottrina Cristiana. Indi in Coro assistei al Vespero, e Compieta. Dopo fui alla processione del Rosario, come prima domenica del mese. Dopo assistei alle litanie, e susseguentemente alla recitazione del Rosario. In ultimo feci il sermone per la Cresima, e cresimai persone n. 30.
A’ 5 Decembre in giovedì dopo pranzo con habito di cavalcare mi portai alla Chiesa parrocchiale, ed ivi fatta l’ultima assoluzione de’ morti, prouz. In Pontificali in discessa e recitato l’Itinerario come precedente mi partij, e m’imbarcai per la terra di Rodi.

TERESA MARIA RAUZINO
Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici (Fg)

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QUANDO VINCENZO MARIA ORSINI, IN VISITA PASTORALE A PESCHICI, RICONSACRO’ LA CHIESA DI SANT’ELIA PROFETA (29-30 novembre 1675)

Analizzata nel dettaglio, la prima visita pastorale a Peschici dell’arcivescovo di Siponto Vincenzo Maria Orsini (futuro papa Benedetto XIII) dura ben 12 giorni: inizia il 23 novembre e termina il 5 dicembre 1675. E’ minuziosamente documentata negli Atti della Santa Visita che descrivono la situazione di Peschici (“Status Terrae Pescutii”): è una Terra baronale, insignita del titolo di marchesato, di proprietà della famiglia Turboli. Dista 5 miglia dalla città di Vico, ed è situata in posizione favorevole, prospiciente al mare, il clima è salutare. Nei tempi antichi, la sua numerosa popolazione era formata da illirici. Nel giro di 70 anni, a causa di un’epidemia di peste, diminuì in maniera ragguardevole e non ritornò più ad essere popolosa come nel passato.

Al tempo della santa visita, Peschici conta appena 402 anime, 330 confessioni, 250 comunioni. Vi sono otto sacerdoti, due suddiaconi, tredici chierici ed un eremita. Vi sono due chiese all’interno delle mura, intra moenia: Sant’Elia e Santa Maria del Suffragio (detta del Purgatorio), e quattro extra moenia: San Francesco, convento soppresso de’ Minori Conventuali (oggi Sant’Antonio), San Nicolò, già Convento de’ Padri Predicatori (oggi scomparsa), Santa Maria di Loreto e Santa Maria dei Canonici Regolari (abbazia di Càlena). Esiste un beneficio e risulta eretta la confraternita del Corpus Christi.

Dopo questa parte storico-descrittiva del luogo, in cui si fa cenno, tra l’altro, al numero di abitanti, chiese, confraternite e luoghi pii ivi esistenti, segue la relazione dettagliata della visita, il cui svolgimento è accompagnato da vari rituali e azioni liturgiche.

Un punto importante per il cardinale Orsini è la consacrazione delle chiese; infatti egli chiede ai sacerdoti di provvedere affinché queste siano provviste decentemente di suppellettili e arredi sacri. I sacerdoti dovranno esibire i documenti che testimoniano la loro ordinazione, da archiviare in seguito nell’Archivio diocesano sipontino. Dovranno presentare i documenti che dimostrino il possesso dei benefici, gli inventari dei beni, delle suppellettili sacre, delle reliquie e dei libri che essi tengono per uso proprio e per la chiesa ed una nota delle indulgenze di cui godono le varie chiese.

Il cardinale Orsini, con il suo seguito, arriva a Peschici alle 9 di sera del 23 novembre 1675. Acclamato dal popolo, giunge al palazzo del marchese Turboli (il Castello di Peschici) dove si cambia di abito. Indossati i paramenti sacri, si avvia in processione, accompagnato dal seguito, alla chiesa parrocchiale titolata a Sant’Elia, poco distante, dove fa il suo ingresso solenne con il clero di Peschici. Sull’altare maggiore, dopo aver pregato, assiso sul trono vescovile, rivolge un sermone al popolo. Illustra per un’ora la funzione del pastore di anime, e la fede da professare dopo aver estirpato dall’animo vizi e corruzione. Orsini riceve l’obbedienza del clero, che si presenta con il documento attestante l’avvenuta consacrazione.

Il cardinale prosegue la funzione religiosa con una generale assoluzione dei morti ed inizia la visita della SS.ma Eucarestia, preceduto dai convisitatori che reggono candele accese. Il prelato evidenzia come il tabernacolo sia umido ed abbia le pareti scrostate. Fa inventariare due pissidi d’argento, una a forma di calice, l’altra di cassettina: entrambe hanno il rivestimento interno aureo corroso; le altre suppellettili sacre risultano invece ben conservate.
Essendo già notte, il Cardinale ritorna al Castello.

Il 24 novembre, domenica, al mattino presto, seguito dai Convisitatori, in processione ritorna nella chiesa parrocchiale e recita l’ufficio divino nel coro con i Capitolari; quindi celebra la messa pontificale e, dopo aver cantato il Vangelo, tiene un sermone al popolo; paternamente esorta tutti sulla necessità di conoscere la dottrina cristiana. Dichiara di attendere con ansia il dopo pranzo per potersi dedicare alla meditazione; infine benedice il popolo solennemente.

Nel medesimo giorno, dopo un pasto frugale, Orsini fa ritorno in processione presso la chiesa parrocchiale, per esaminare attentamente la preparazione cristiana dei fanciulli ma anche dell’Arciprete, che sarà interrogato dai convisitatori. Nota che la dottrina si insegna scrupolosamente e che l’Arciprete è preparato.

Al vespro, dopo aver cantato litanie davanti all’altare della Beata Vergine dell’Annunciazione, Orsini recita il Rosario con il popolo; successivamente, presso l’altare maggiore, impartisce il sacramento della Cresima.

Il giorno 25 novembre, al mattino, si reca in processione alla chiesa parrocchiale per proseguire la santa visita. Inizia dal Battistero, posto vicino alla porta maggiore. Trova che il sale non è ben conservato e che le registrazioni sul “Libro dei Battezzati” non avvengono entro le 24 ore dalla nascita; emana dei decreti da riportare in un apposito libro.

Proseguendo il suo giro, il cardinale ispeziona gli olii sacri custoditi in tre piccoli vasi nell’armadio posto dentro il Coro; evidenzia che gli olii non sono tutti consacrati e che la porta dell’armadio è rotta.
Osserva le tre sedi confessionali per il pubblico, e nota che sono di fattura assai povera. Passa a visionare le sacre reliquie. Trova nell’altare maggiore delle piccole ossa in due contenitori di legno a mò di icona; non hanno dicitura alcuna, né autenticazione. Risulta che furono donate dall’arcivescovo Marullo e dal predecessore di Orsini, e poi esposte al pubblico culto. Ispeziona altre reliquie: un piccolo osso di San Ciriaco Martire ed un altro di Santa Concordia Martire, poste nel petto delle due statue e rapidamente rimesse al loro posto dall’arcidiacono Ippolito Gambuto.

L’Arcivescovo rinnova il permesso, dato dai suoi predecessori, di esporle alla pubblica venerazione. Visita poi l’altare maggiore, sotto il titolo di Sant’Elia, che trova sufficientemente provvisto di tutto ciò che serve per il sacramento; solo la tovaglia che lo ricopre è in parte lacera. Non esiste dote né patronato (come giurano i sacerdoti del capitolo che hanno ereditato la manutenzione dell’altare); l’olio per le lampade e le candele per i giorni festivi sono forniti dalla Confraternita del SS.mo Corpo di Christo. Non esistono oneri di messe; verrà quindi celebrata quotidianamente una messa conventuale per soddisfare gli oneri della Chiesa nei giorni festivi.

Orsini visita l’altare della SS.ma Annunciazione, sito «all’estremità del Vangelo » dell’altare precedente. Non è consacrato e contiene un altare portatile troppo profondo e distante, senza la linea di divisione dal celebrante; fuori di esso è collocata la sacra ostia. Riguardo alla dote, nella parte destra della cappella, appare incisa sulla pietra la seguente iscrizione: «Marco Casabucus e Tarquinia Barchetta coniugi stabiliscono che, qualora il loro unico figlio resterà senza eredi, tutti i beni della famiglia siano dati a Dio».

Il testamento è stato però impugnato dai Turboli, perché Marco Casabucus si sarebbe appropriato di terreni e proprietà della suddetta famiglia. L’Arcivescovo vuole far luce su tale eredità che spetterebbe alla cappella e all’altare della SS.ma Annunciazione e perciò si ritira in congregazione con i suoi Convisitatori, per analizzare i documenti riguardanti i beni dell’eredità Casabucus: comprendono numerose vacche, casa e vigneto dati al barone Turboli, che ne reclamava il possesso per coprire i debiti contratti con lui dal Casabucus. Marco Casabucus aveva costruito la cappella e l’altare e vi provvedeva nei giorni necessari.

L’Arcivescovo e gli altri sacerdoti notano che presso questo altare esiste un beneficio con un reddito di 30 carlini annui, istituito da Giovanni Battista Turboli ed ora in possesso del chierico Annibale Turboli. Dagli atti della Santa Visita, compiuta dal primicerio e vicario generale Venturino nel 1658, risulta l’onere di una messa all’anno, da celebrarsi in un giorno a piacere.

Situato nel medesimo ordine, dopo l’altare precedente, vi è l’altare del SS.mo Corpo di Cristo in pietra, provvisto decorosamente e contenente un altare portatile sconsacrato. Complessivamente è sufficientemente ornato. Domenico Langianese è il priore della Confraternita ed ha regolarmente giurato. La manutenzione dell’altare, che manca di una dote propria, spetta alla Confraternita del SS.mo Corpo di Cristo, fondata da tempo immemorabile. Esiste un onere di 12 messe all’anno per l’anima di Giovanni Pribisani e di altre 12 per l’anima di Rodi Arpichij. Quotidianamente, all’alba, viene celebrata una messa per chi lavora nei campi; non si sa chi abbia iniziato questa consuetudine e chi sia stato il primo benefattore, ma viene da tutti richiesta la continuazione di questa usanza.

La confraternita del Corpo di Cristo versa al Rev.do capitolo 40 scudi l’anno e 1 taveno, come risulta dai resoconti presentati dal Priore della Confraternita all’arcidiacono Gambuto.

L’Arcivescovo visita la Confraternita del Corpo di Cristo, addetta all’omonimo altare. Trova che il vessillo è lacero e ne dichiara la sospensione dell’uso. I Confratelli posseggono cappe e la croce processionale ben tenute; manca il bastone per il priore.
L’amministratore della Confraternita, nominato dal priore, è Domenico Langianese, che esibisce all’Arcivescovo il bilancio delle uscite e delle entrate della Confraternita, che ammonta a 266 taveni annui. I conti vengono controllati ed approvati.

Successivamente, l’Arcivescovo Orsini visita l’altare di Santa Maria del Monte Carmelo, collocato nel medesimo ordine. L’altare, sconsacrato, contiene un altare portatile ben tenuto; la pedana è un po’ rovinata; il resto è ben tenuto. L’altare manca di dote propria e viene mantenuto dal rev. Capitolo, ma non esiste possesso; non ci sono oneri di messe.
Orsini visita l’altare sotto l’invocazione di Sant’Elia (o di Santa Maria delle Grazie), sito dalla parte opposta, vicino alla porta maggiore della Chiesa. L’altare, costruito con pietre diverse, appare rovinato in più parti. La sua dote risulta, dagli atti della Santa visita del 1658, di trenta carlini, versati dal rev. arciprete Giuseppe de Marcellis tuttora vivente. Come il suo predecessore Marullo, anche Orsini accetta che la cura dell’altare spetti all’Arciprete, e quindi al Capitolo; dai suoi beni personali detrae la somma di trenta carlini, e li destina alla manutenzione dell’altare.

Inoltre, l’Arciprete e gli altri sacerdoti dichiarano che questo altare possiede un campo al confine con la casa di Angelo Bollone, comprendente cinque alberi di olivo. Poiché il terreno giace incolto, non frutta alcun introito. Il fondo comprende anche una casa vicina a Carlo de Pozzo e quella di Alessandro Tavaglione che, in quanto diroccata, non produce introiti. Si suppone che il patronato di questo altare sia del Capitolo stesso. Non esistono particolari oneri di messe. La festa di questo altare e della chiesa cade nel giorno di sant’Elia, il 20 luglio; viene celebrata con l’ottava e c’è una solenne messa cantata.

Il Cardinale Orsini, proseguendo nella visita, trova che la sedia episcopale è rovinata e l’ombrello che la copre è appoggiato malamente; il pulpito non ha l’ombrello di copertura; il pavimento, a causa del cedimento provocato dalle sepolture, è da sistemare urgentemente. Per questo motivo vengono stanziati trenta carlini.
L’arcivescovo fa annotare che le due porte non espongono immagini sacre.

Conclusa la visita alla chiesa matrice, Orsini visita il campanile, e in ogni parte di esso avverte un estremo pericolo di caduta; la chiesa stessa sarebbe in pericolo se il campanile precipitasse. Vista la povertà dell’Università (il Comune di Peschici), a cui spetta l’onere delle riparazioni, Orsini stabilisce che il denaro per i lavori di rafforzamento del campanile sia risarcito. Tre sono le campane poste sulla torre campanaria: la piccola e la maggiore consacrate dall’arcivescovo Cappelletti; la terza, detta media, a memoria d’uomo non risulta consacrata ed Orsini provvede a farlo.

Il patronato del campanile spetta al Capitolo e all’Università, ma a memoria d’uomo non risulta siano mai stati effettuati lavori di restauro. Pur spettando la manutenzione di fatto e di diritto all’Università, è il popolo, con le offerte, a provvedere ad esso.
La Chiesa non è consacrata ed Orsini stabilisce di farlo il giorno successivo, come attesta l’iscrizione che si trova sul lato sinistro, entrando dalla porta maggiore.

Continuando la santa visita, l’arcivescovo ispeziona il Coro che è adeguato e spazioso secondo la norma: al centro di esso c’è un modesto seggio episcopale; gli scanni lignei per gli altri sacerdoti sono rovinati, perciò l’Arcivescovo ordina al Rev. Capitolo di provvedere al loro restauro, con il denaro proveniente dalle elemosine che il Comune suole versare ogni anno in tempo di Quaresima ai Padri Predicatori.
A proposito dei missionari, per il futuro stabilisce un cambiamento: saranno inviati soltanto negli ultimi giorni di Quaresima per evangelizzare il popolo con la parola di Dio.

Orsini prosegue la visita della sacrestia, che trova incompleta nella costruzione; il tetto manca in parte perché il muratore ha sospeso i lavori per mancanza di fondi. Orsini prega il vicario generale di recarsi dal sindaco dell’Università di Peschici, con la richiesta che si provveda al completamento del tetto durante la santa visita. Trova che le suppellettili sacre sono ben conservate e spiega ai sacerdoti l’importanza della cura degli oggetti sacri e la debita manutenzione che la chiesa deve avere nel suo insieme.

Alla fine della visita a tutte le chiese ed altari, alle cappelle ed oratori di Peschici, Orsini benedice il cimitero, gli oggetti sacri e consacra le chiese. Quest’ultimo momento rappresenta il fulcro della visita pastorale; basti pensare che nel corso della sua cinquantennale attività episcopale a Manfredonia, Cesena, Benevento
e papale a Roma, l’arcivescovo consacrò 1600 altari in 377 chiese diverse.
La meticolosità nella visita è tipica dell’Orsini, che impiega anche una settimana per ispezionare le chiese di ogni paese della sua diocesi perché, a suo dire, «il Vescovo non deve arrivare come un fulmine e come tale ripartire, senza nulla vedere, né sentire, e senza ammaestrare il popolo, riducendo così la santa visita ad una
pompa, e non rivolgendola alla salute delle anime».

Questa lunga sosta nei paesi comportava, però, una serie di problemi, sia da parte del Vescovo che, con un nutrito stuolo di convisitatori (comprendente cerimonieri, computisti, consiglieri, economi ed anche sacerdoti confessori), doveva spostarsi dalla sua sede, sia da parte dei parroci dei vari paesi della diocesi che, anche se non potevano permetterselo, dovevano provvedere alla sistemazione logistica della delegazione.

Dopo le due visite pastorali particolarmente minuziose, che misero allo scoperto gravi condizioni della vita ecclesiale come l’ignoranza e la venalità del clero, la deficienza di un’adeguata azione pastorale, la superstizione dilagante ed altri mali, il cardinale Orsini indisse il sinodo sipontino con editto del 2 maggio 1678. Si prefiggeva di definire alcuni aspetti dottrinari e passare in rassegna tutta la vita della diocesi, dallo stato d’anime agli aspetti patrimoniali, dalla verifica delle Bolle dei Benefici all’esame di particolari momenti dell’azione pastorale. Il sinodo iniziò il 30 maggio 1678 e durò tre giorni.

L’intensa attività pastorale ed organizzativa di Orsini era animata da fervore religioso confinante talvolta con l’esaltazione ed il bigottismo, ma, in fondo, diventava espressione di un’autentica passione religiosa, la quale, proprio perché rara in un periodo di accentuata mondanità del clero, poteva essere una forza feconda per la Chiesa. Infatti, egli trasmise al popolo ed al clero molti insegnamenti, invitando l’uno e l’altro a tenere alto il decoro della chiesa, a partecipare con fede e devozione a messe, venerazione di reliquie, feste patronali e processioni. Il credere ai miracoli o il sentirsi lui stesso miracolato (come afferma nella pubblicazione napoletana Novatione de’ prodigi operati dal glorioso S.Filippo Neri nella persona dell’Em.mo Cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento, rimase sotto le rovine delle sue stanze quando il terremoto del 5 giugno 1688 distrusse quella città), non lo discosta dalla cultura popolare di allora. Ognuno rimane sempre figlio del suo tempo.

Siamo ancora in pieno periodo di Controriforma e la Chiesa esige quel rispetto delle regole – si pensi ai frequenti digiuni da effettuare in corrispondenza delle maggiori festività – da osservarsi con le dovute costrizioni. La severità nell’emanare editti inderogabili è dettata da quel rigore morale e religioso che caratterizza il frate Vincenzo Maria Orsini all’inizio e che lo accompagnerà per tutta la carriera ecclesiastica, fino al soglio pontificio. Orsini, vescovo di Siponto dal 1675 al 1680, dopo l’episcopato di Cesena e di Benevento (città dove rimase per 40 anni), il 29 maggio 1724 sarà eletto papa col nome di Benedetto XIII.

GRAZIA SILVESTRI
Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici (Fg)

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