RENZO ARBORE E LA … BOCCIATURA AL LICEO LANZA

RENZO ARBORE E LA … BOCCIATURA AL LICEO LANZA

Autore: Teresa Maria Rauzino

 


A fine anno scolastico nelle nostre scuole vengono pubblicati i temuti “quadri” con i risultati degli scrutini .

Tutti promossi? Mica tanto…

La non ammissione o la bocciatura agli esami di Stato è l’eventualità più temuta dagli studenti. 
Come lo era tanti anni fa… 
Pubblico qui una testimonianza da me raccolta nel 2004 e pubblicata nel mio volume: “Il Regio Liceo Lanza. Dalle scuole pie agli anni del regime” ( edizione Parnaso, Foggia). Un ex studente illustre del liceo classico foggiano, Renzo Arbore mi confessò così il trauma causato dalla sua bocciatura al Liceo Lanza. Un trauma che portò alla maturazione della sua vocazione artistica e al suo forte desiderio di revanche … 

“Ho frequentato anch’io, nei primi anni cinquanta,il Liceo-ginnasio “Lanza”. Ero nella sezione A, la cosiddetta sezione “in”, quella detta “dei figli di papà”. Ma non mi sembra che lo fossimo poi tanto. Avevamo, c’è da dire, pochi soldi in tasca, anche noi che eravamo figli di professionisti (quando gli chiedevo qualcosa, mio padre mi diceva:«I soldi in tasca li hanno soltanto i vagabondi e i delinquenti!»).
Foggia negli anni Cinquanta rappresentava uno spaccato di Italia povera. E anche il Liceo era ancora tutto povero, a cominciare dalla palestra. Chi bigiava la scuola andava a giocare nell’improvvisato campetto vicino al Deposito dei Cavalli Stalloni: il pallone era di pezza e la porta la delimitavamo con una pila di libri accatastati. Ma noi ci accontentavamo. Eravamo una generazione dai forti sentimenti: sentivamo gli odori, gustavamo i sapori, godevamo pienamente anche delle piccolissime, grandi cose della vita.

A scuola studiavamo e basta. Pochi gli svaghi concessi. Ricordo che assistevamo a due spettacoli, durante l’anno scolastico: Il Golgota a Pasqua e una scontata commedia di Goldoni. Li apprezzavamo nella misura in cui ci regalavano due giorni di vacanza. Gli scambi di idee tra gli studenti avvenivano ai giardinetti di Piazzale Italia, di fronte al Palazzo degli Studi. Non c’era assembramento serale,ci sentivamo soltanto prima di entrare in classe ed all’uscita a fine giornata. Frequentavano il Liceo persone di altre culture, che ci aprivano mondi diversi: c’erano tanti ragazzi che venivano da altri paesi della Capitanata e d’Italia, con il loro carico di esperienze e di vita. Tra i miei compagni di scuola ricordo Tonino Pandiscia, che arrivava da Lacedonia. Ricordo Accettullo di Orsara di Puglia, e tanti altri. Tra i miei compagni di banco Guglielmi, e soprattutto Antonio Morese che arrivava da un paese del Subappennino dauno (divenne poi noto come Toni Santagata).

Al “Lanza” ho avuto un gruppo di professori davvero preparato e ben assortito. Il professore cui sono legato da un bellissimo ricordo è stato Giovanni Iorio, che mi insegnò latino e greco. Mentre l’idioma ellenico mi è passato subito di mente, come credo a tutti, il latino non è assolutamente dimenticato, per la saggezza e per la bellezza della lingua. Merito del professor Iorio.Era di sentimenti amabili. Ricordo in particolare l’ultimo periodo in cui aveva perso la vista, mi parlò in latino per dirmi che era diventato cieco. Aveva un sentimento filiale nei confronti di noi ragazzi. Alcuni professori trattano oggi i loro studenti come amici, come prossimo. Lui ci trattava come figli. Nel personaggio del professor Aristogitone di Alto gradimento emergono solo alcuni tratti del professor Iorio: ad esempio la sua frase tipica: «Io li piglio e li sbatto fuori!». Ma la diceva con un tono burbero benefico.
Il rispetto verso i nostri professori era molto forte. Tra i miei docenti ricordo anche Antonio Vivoli. Ci intimoriva molto, ma aveva un suo rigore e non ostentava la sua sapienza. Ci fece studiare su un bel testo di Natalino Sapegno. Era comunista. Un giorno ci disse questa cosa che, in un certo senso, ci sconvolse: fu nel 1953,quando morì Stalin.

C’erano poi la professoressa Chiara Sepe, una grandissima signora,assolutamente imparziale, rigorosa; il professor Vittorio de Miro d’Ajeta, una persona di grandi capacità comunicative. Ricordo anche il professor Gerardo de Caro: aveva un eloquio dotto, alato, affascinante che prescindeva da quello un po’approssimativo di noi ragazzi. Era una persona di grandissima cultura e intelligenza. Ricordo la sua conversione a Padre Pio.
Il preside Antonio Regina era un personaggio straordinario, a suo modo anomalo. Aveva una mobilità degli occhi eccezionale,da vero attore. Regina veniva caricaturizzato spesso da noi studenti, specie per quel suo continuo intercalare in “unque”: lo infilava dappertutto. Io lo imitavo spesso. Ma Regina era molto rispettato da noi studenti.
Quando si arrivò al terzo liceo, eravamo in quaranta, un numero elevatissimo per una classe che, a detta dei professori,era terribile. Quell’anno a giugno furono promossi soltanto sei studenti su quaranta. Una vera e propria strage. L’ecatombe fu determinata soprattutto dalla nostra condotta disciplinare, più che dal profitto di ognuno. In fondo studiavamo. Ma la classe si distingueva per le sue “imprese”: c’era chi veniva a scuola anche per divertirsi e fare casino, eravamo davvero scatenati.

Io,rimandato a ottobre in cinque materie, non ce la feci a passare l’anno. Questa inattesa bocciatura per me fu un grande dolore. La presi malissimo. Quando andai a vedere i quadri, ero timoroso più degli anni passati: sapevo che quel verdetto avrebbe segnato il mio prossimo futuro: se andare a studiare a Napoli o tornare a studiare con quelli della classe inferiore. Quella bocciatura fu davvero uno choc violento per me, ma mi ha insegnato molto, nella vita.
Quando qualche anno fa sono tornato al“Lanza”, in occasione di un incontro con gli studenti, sono stato accolto benissimo. Per me è stata quasi una rèvanche: ero tornato da vincitore! In fondo è al Liceo che ho accarezzato i miei primi, fantastici sogni di gloria: disegnavo formazioni di meravigliose orchestre jazz, completamente ignaro dei problemi delle discografie.

Al Liceo è scoccata quella scintilla che mi ha reso consapevole del valore dell’artista. Fui sollecitato proprio da un tema del professor Vivoli: “L’arte non è fuori dalla vita. È se stessa vita e consolatrice della vita”. Tema difficile. Ricordo che dopo la dettatura della traccia ci fu un moto di stupore,in classe. Non era il solito tema. Esprimeva pienamente un concetto molto profondo. Il fatto stesso che dopo tanti anni io ricordi ancora il testo, significa che il tema mi aveva decisamente affascinato. Per me l’arte è superiore alle scienze, alla storia…considero l’arte come suprema. Essere un artista è una cosa bella. Mi piace essere definito artista, al di là di ogni gratificazione materiale.

Per finire, ricordo un episodio che ancora mi fa sorridere. Si era ammalato il professor Vivoli e arrivò una supplente di italiano. Inconsciamente ci provocò con un titolo di tema assurdo, in confronto a quello dato dal nostro professore nella prova precedente: “Din don dan, le campane suonano a festa. È Pasqua di Resurrezione!”. Decisamente demenziale. Non capì, poverina, che per quanto sguarniti,eravamo a un livello decisamente superiore. Potete immaginare cosa successe in classe…

Ma i ricordi più belli del Liceo sono le cose serene, gli amori iniziali… gli sguardi furtivi e teneri e, perché no? la paura. Serve a insegnarti la vita che, a sua volta, ti farà poi apprezzare il lavoro svolto a scuola. E tutte le piccole cose fatte in gioventù…!”.

Teresa Maria Rauzino

La testimonianza di Renzo Arbore è tratta dal volume di Teresa Maria Rauzino : “Il Regio Liceo Lanza. Dalle Scuole Pie agli anni del Regime”, edizione Parnaso, Foggia 2004.

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