SAN MICHELE SUL GARGANO: TRA SIMBOLOGIA E ICONOGRAFIA

SAN MICHELE SUL GARGANO: TRA SIMBOLOGIA E ICONOGRAFIA

“Quando le nuvole dense scendono come ad allattare queste cime fronzute, quando il sole mordente le assapora, quando i venti che s’incanalano nell’Adriatico le squassano, dentro il Gargano l’Arcangelo vestito da toro si stende sotto la foresta incantata, e dorme lentamente sognando il Signore”.(Cesare Brandi, in Pellegrino di Puglia)………………………………………………………………………………………….

Il santuario del Promontorio e i maggiori luoghi di culto della cristianità medievale, compresi nel trittico Deus, Angelus, Homo

SAN MICHELE SUL GARGANO: TRA SIMBOLOGIA E ICONOGRAFIA

Parlare nel Medioevo di viaggiatori equivale a parlare soprattutto del fenomeno del pellegrinaggio, da tutti considerato “il cammino verso la salvezza”. Con gli occhi bruciati dal vento e dal sole ogni cristiano era in continuo viaggio, in cerca di un senso da dare alla propria vita. Fra i pellegrini vi erano ricchi e poveri, sani e infermi, santi e peccatori. Tutti accomunati da uno stesso sentimento: riacquistare la fede perduta e con essa la salvezza eterna. Un fenomeno di religiosità popolare, quello del viaggio verso i luoghi-chiave della Cristianità, che ha coinvolto nei secoli migliaia di pellegrini. Nel Medioevo, i grandi itinerari della fede si snodavano lungo le rotte dei mari o i sentieri d’Oriente per raggiungere la Terrasanta, verso le strade per Roma, e lungo il «camino de Santiago» di Compostela. Ma anche lungo la «Via Sacra Langobardorum». Questa strada univa direttamente Benevento a Monte Sant’Angelo, ma ben presto collegò l’Europa occidentale con la Terra Santa, tramite i porti di Brindisi e di Otranto. Un itinerario fondamentale per l’organizzazione viaria e marittima, per la fondazione di chiese, monasteri e mercati, ma soprattutto per la creazione di una comune cultura europea.

Il santuario garganico rientrò tra i maggiori luoghi di culto della cristianità medievale, era compreso nel trittico Deus, Angelus, Homo. Deus rappresentava il santuario di Gerusalemme, Angelus quello dell’Arcangelo Michele sul Gargano e Homo quelli di San Pietro a Roma e S. Giacomo a Compostela.

La denominazione dell’itinerario al Monte Gargano è legata alla presenza dei Longobardi, che fecero della grotta dell’Arcangelo il loro santuario nazionale e diffusero il culto micaelico in tutta Europa. Alla fine del VI secolo i Longobardi, dopo aver fondato il Ducato di Benevento, cercarono a più riprese sbocchi al mare, verso il Tirreno e verso l’Adriatico. Si spinsero anche verso Siponto, dominata dai bizantini e da qui entrarono in contatto con il culto di San Michele, nel quale ritrovarono caratteristiche tipiche del loro principale dio pagano Wotan. La devozione per l’Arcangelo li portò alla rapida conversione al cattolicesimo.

Il santuario di Monte Sant’Angelo ebbe un periodo di particolare splendore tra il VI e il IX secolo. A quest’epoca risalgono quasi duecento iscrizioni (incise o graffite nella parte più antica del complesso monumentale), tra le quali almeno cinque, in caratteri runici, costituiscono le prime testimonianze rinvenute in Italia della scrittura usata dai germani prima dell’adozione dell’alfabeto latino.

Negli ultimi anni del IX secolo i Bizantini, ritornati sul Gargano, mantennero vivo il culto micaelico. Anche i Normanni si legarono al santuario. Lo storico Ciro Angelillis (1873-1956) racconta l’incontro avvenuto nel 1016 al santuario di Monte Sant’Angelo tra Melo di Bari, nobile di stirpe longobarda, e i cavalieri normanni di ritorno dalla Terra Santa. Melo li convinse a scendere dalla Normandia in Puglia per combattere contro i Bizantini. L’episodio era stato descritto dal cronista medievale Guglielmo Appulo.

Il Gargano, fin dall’epoca della colonizzazione greca, aveva registrato la diffusione, grazie alla particolare morfologia dei luoghi, selvaggi, boscosi e ricchi di dirupi, di miti e riti diversi, legati alla presenza dell’acqua terapeutica e alla pratica dell’incubatio, che consisteva nel dormire nei pressi di un luogo sacro per ricevere al mattino le rivelazioni della divinità. Prima che vi si insediasse il culto per l’Angelo, la grotta fu sede di culti pagani, collegati con divinità di matrice orientale (Giove, Mitra, Diomede, Calcante, Podalirio). Di questi riti precedenti si avverte un’eco nel culto micaelico. Michele fu considerato dagli Ebrei il principe degli angeli, protettore del popolo eletto, simbolo della protezione divina nei confronti di Israele. Il suo nome ebraico Mi-ka-El significa “Chi è come Dio?”. Nel Nuovo Testamento è presentato come l’avversario del demonio, vincitore dell’ultima battaglia contro Lucifero e gli angeli ribelli. Per i cristiani, l’Arcangelo S. Michele è il più potente difensore del popolo di Dio.

Nell’iconografia orientale e occidentale viene rappresentato come un combattente, con la spada o la lancia nella mano; sotto i suoi piedi c’è Satana, nelle vesti di dragone – mostro. I credenti si affidano alla sua protezione qui sulla Terra, ma anche nel momento del giudizio. La tradizione gli attribuisce il compito di pesare le anime dei morti. Ecco perché in alcune rappresentazioni iconografiche, oltre alla spada, l’Arcangelo porta in mano una bilancia.

In Frigia, centro del culto degli angeli, San Michele era venerato come guaritore. Si narra che fece scaturire una sorgente medicinale a Chairotopa, vicino alla città di Colosso (l’odierna Khonas) dove tutti i malati, che si bagnavano invocandolo, venivano guariti. Ancora più famose sono le sorgenti che, sempre a Colosso, San Michele avrebbe fatto zampillare dalla roccia. L’Arcangelo pare sia apparso all’imperatore Costantino nel luogo dove sorse il suo principale santuario, il Michaelion, a 50 miglia da Costantinopoli. Ecco perché, nei primi secoli del cristianesimo, presso i bizantini, San Michele era considerato il medico celeste che guariva le infermità degli uomini. I Longobardi invece preferirono l’immagine del Santo come capo delle milizie celesti, guerriero e patrono dei combattenti.

Nella devozione popolare san Michele è considerato il patrono degli spadaccini, di tutti i maestri d’arme, dei forbitori, dei doratori (perché di solito è rappresentato con corazza dorata), dei commercianti (come Mercurio presso i pagani) e di tutti quei mestieri che si servono della bilancia (farmacisti, pasticceri, droghieri, merciai, pesatori di grano, fabbricanti di tinozze). L’Arcangelo è visto non solo come difensore del bene contro il male e della legalità contro l’illegalità e l’arbitrio, ma come giudice imparziale.

Nei proverbi, nei modi di dire della Puglia, si colgono ancora oggi i fondamentali elementi del culto garganico a san Michele e le principali funzioni a lui attribuite. Vi ricorrono la pietra della grotta e l’acqua che filtra dalla volta (La irótte de Sammechéle è come a llu ssulàgne, ce chióve e ne nci-abbàgne) [La grotta di san Michele è come un luogo soleggiato: piove e non ci si bagna ]; la bilancia del pesatore d’anime e la spada del guerriero (La spéde de Sammechéle! ) [La spada di San Michele!]; la stagione dei pellegrinaggi; gli statuari dal nome angelico (Lu diaule è brutte, ma nò come lu fé lu sammecalére)[Il diavolo è brutto, ma non così tanto come lo scolpiscono i sammichelari]; il vento e la pioggia di settembre, e l’uva dolce come il miele (De Sanda Mechéle l’uve iè come o mméle [A san Michele, l’uva è dolce come il miele].

Nelle 100 grafiche, presentate dall’artista Lidia Croce ad Aurea 2006 e nel santuario di Monte Sant’Angelo, colpisce lo sforzo di innovare l’iconografia tradizionale dell’Arcangelo con la sensibilità contemporanea. La visione immaginifica della Croce attinge liberamente all’ispirazione, senza tener conto di barriere ormai inattuali e partendo dall’idea che nella nostra epoca prevale la compresenza degli ossimori. San Michele, l’Angelo della giustizia, e del giudizio, in perpetua lotta con il demone Azazel. L’Angelo, che salva i credenti dalla peste, si presenta come epifania di luce, energia, vortice di elettroni e fotoni sul Promontorio del Gargano. La spada dell’Arcangelo diventa luce concentrata, laser, stimolante cortocircuito immaginativo che fa diventare attuale anche l’iconografia più consolidata.

Ma è una grande tela di 10 metri quadri, la Francigena, l’opera micaelica più suggestiva della Croce. L’attrazione che la Grotta di san Michele esercita da lungo tempo sul suo immaginario non deriva dal mistero di fede, ma dalle opere d’arte presenti in quel luogo “terribilis”. L’opera che l’affascina da sempre è l’audace architettura sovrastante lo speco naturale: testimonia l’immane opera dell’uomo medievale che, pur avendo pochissimi mezzi tecnici, riuscì a fare questo piccolo miracolo d’ingegno. Ma l’artista, in questa tela, non vuole celebrare il singolo particolare dell’architettura dei santuari della Francigena quanto il mistero di questo infinito peregrinare verso l’Arcangelo. Ha sentito l’urgenza di fissare, in un’opera di grande respiro narrativo e simbolico, il fluire di questa inesauribile forza coinvolgente. Un “cammino” che da Stignano va a san Giovanni Rotondo, attraversando la Foresta Umbra. Si notano inserimenti moderni come le chiese di Padre Pio, quella antica e quella nuova, con arcate in simbiosi. Non sono un anacronismo. Sono il frutto moderno della fede antica… Ed ecco Monte Sant’Angelo: San Giovanni in Tumba con le bifore e il portale che si interseca al grifone di Acceptus. A sinistra il portale di santa Maria Maggiore con le arcate romaniche; l’ultima a punta, è nascosta da un grande libro. Ancora più in alto c’è il Castello, e tante casette a schiera svettanti nell’infinito. Nel ripetersi in quel modulo all’infinito, si staglia l’equazione della luce. L’ubicazione delle due chiese di san Michele è realistica: c’è quella longobarda a crociera e quella ipogea, sotto la grotta. Qui si vedono gli interni, la torre campanaria, gli eremi. Al centro del quadro, verso il basso, campeggia la Madonna di Pulsano. L’icona originale è a mezzo busto, ma l’artista l’ha resa intera, inserendola nel vivo della roccia del promontorio. Un’icona contemporanea ispirata a un’icona antica. Due gli Arcangeli presenti nella tela: il primo richiama l’opera del Sansovino, presenza perfetta, bellissima. Lidia Croce non l’ha voluta emulare, il suo riferimento è soltanto uno schizzo. Tutta la sua creatività l’ha riservata al “nuovo” Arcangelo, diamante traslucido, prova dell’artista per una scultura bronzea del Santuario. Un Arcangelo che sovrasta il campanile angioino, prolunga l’ala per tutta la tela per racchiudere, proteggere ad attrarre tutto il fluire del pellegrinaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo. Un Arcangelo connotato dal mistero, al di là della possibile cognizione umana, che attrae come un grande magnete diversi campi: infinite personalità, pellegrini di ogni estrazione sociale: poveri, ricchi, stranieri. Pellegrini che continuano ad affluire ancora oggi sulla Via Sacra: quelli nudi, quelli in ginocchio sulla scalinata sono i più antichi, poi giungono i cavalieri, i longobardi, i re, gli imperatori. Federico II è appena abbozzato con le corone e la croce di cristallo di rocca con la scheggia di legno della vera Croce. Non è solo, c’è una donna con lui, forse Costanza. Dietro lo Svevo, la terza ondata, quella dei pellegrini moderni che arrivano sulle auto, motorizzati. Un fluire di pellegrini e di immagini generanti tante opere d’arte: un rosone, un’arcata, delle crociere. Un capitello esce da un’icona per formare un cavallo, da una zampa di un altro si genera una bifora. I cavalli sono sempre più stilizzati, ma l’artista fissa la sua attenzione su una curiosa scena di vita quotidiana: un cavallo non vuole salire le scale, si rifiuta di obbedire al suo padrone. Tantissimi i simboli: in alto e in basso Azazel che precipita in fondo alla roccia, il braccio, le mani reggono l’elsa della spada. Il diagramma del DNA ricorda che il demone ha la stessa origine dell’Arcangelo buono, è frutto della creazione divina. Un ossimoro che ritorna. Nella tela prevalgono varie tonalità “celestiali”. Unica eccezione: il verde della Foresta. Gli alberi, stilizzati come capitelli e fusti di colonne, formano una foresta architettonica felicemente inserita nello stile del quadro. Le rocce del promontorio sono a picco sul mare, sfaccettato come una gemma. Tre velieri si stagliano nell’azzurro in rotta per la Terrasanta.
Il viaggio verso la salvezza prosegue…

Teresa Maria Rauzino

(sul quotidiano “L’ATTACCO” 30 giugno 2011)

“LA FRANCIGENA” DI LIDIA CROCE

 

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