VIESTE, LO “STRAPAESE SPERDUTO” IMMORTALATO DA ALIOTA

1965

VIESTE, LO “STRAPAESE SPERDUTO” IMMORTALATO DA ALIOTA

Autore: Teresa Maria Rauzino

Mimmo Aliota, acuto testimone della storia del Novecento garganico, ci ha lasciato.

Aliota aveva appena compiuto 87 anni. Ci restano i suoi libri, a testimonianza di una vita dedicata alla ricerca storica nel Centro di Cultura Cimaglia e nella Società di Storia Patria della Puglia e all’impegno civile nella vita cittadina e nella pubblicistica locale e nazionale (collaborò, fra gli altri, con “Paese sera”). Sul web, i commenti di chi lo conobbe e lo stimò. Scrive Ninì delli Santi, direttore di Ondaradio: “Della superiorità culturale dei viestani che precedettero la grande implosione vi sono tracce lasciate in eredità dalle loro opere. Non so se Mimmo Aliota ne fa parte. Ma ha fatto di certo la sua parte. Ha contribuito con semplicità e passione a portare nelle case dei viestani la loro (nostra) memoria e tradizione”. “Oggi la Cattedrale – commenta Bartolo Baldi – era stracolma di gente ed era lì per te perché, ne sono convinto, tutti avranno letto almeno un tuo libro o avranno parlato o sparlato di te quando, un po’ arrabbiato, ti accorgevi che i viestani (“brava gente”) a volte non sono davvero così bravi, ma per loro è più facile accomodare o accomodarsi piuttosto che lottare quando le cose, a livello cittadino, non vanno troppo bene …. Tu le cose non riuscivi a tenertele in te, e tiravi fuori la tua grinta nei tuoi interventi. Dall’alto dei cieli ci aspettiamo che ora tu dia uno scossone a tutti quelli che a Vieste contano”.

VIESTE, LO “STRAPAESE SPERDUTO” IMMORTALATO DA ALIOTA

Mimmo Aliota ha dedicato a Vieste una decina di libri che delineano uno spaccato significativo della vita della sua città, dal primo Novecento ad oggi. Fra gli altri, ricordo “Strapaese”, che recensii proprio sulle pagine dell’Attacco. Il titolo del volume rispecchiava una deliberata scelta dell’autore: uno stile diretto, senza retorica e cerebralismi, accessibile a tutti i lettori. Aliota voleva consegnare, soprattutto alla gente comune, un’immagine strapaesana che, altrimenti, sarebbe morta con la generazione degli ottantenni come lui che vissero in prima persona il secondo millennio, ultimi “portatori” delle microstorie viestane. Microstorie rivissute con lo sguardo disincantato e ironico di chi conosce ormai tutto della vita cittadina, e ne disvela gli aspetti ancora inediti.

Protagonista dei libri di Aliota è il popolo, inteso nella sua accezione classica, che assurge a un ruolo che non gli era stato assegnato dalla storiografia settecentesca. Gli piaceva rimarcare che Vincenzo Giuliani, nelle sue “Memorie storiche di Vieste”, aveva proposto solo l’histoire evenementielle della cittadina garganica. C’era, in essa, un grande eterno assente: il popolo. Non faceva storia, non era nessuno. Quel mitico testo di Giuliani, conosciuto soltanto da pochi eletti, era diventato quasi introvabile a Vieste; pochi esemplari custoditi gelosamente, finché, grazie al gentile prestito di una copia originale, fu ripubblicato prima dal “Faro di Vieste”, poi dall’Arci e dal “Centro Studi Cimaglia”, un’associazione culturale che si è sempre identificata con il nome del suo fondatore. Mimmo Aliota, appunto.

Con la divulgazione del libro di Giuliani – precisa Aliota – cominciò la sua demolizione. Molte notizie furono corrette da chi cominciò a fare i dovuti riscontri, frequentando gli archivi dov’erano custoditi e documenti originali. Fu possibile ricostruire la vera storia del paese, almeno a partire dall’Ottocento. Una nuova storia globale, sull’esempio della scuola delle «Annales», che vedeva come protagoniste le classi subalterne e non più quelle dominanti, e la loro vita quotidiana.

Un popolo, quello viestano, schietto e solidale, nonostante una forte povertà lo avesse fortemente attanagliato fino al Ventennio fascista: solo nel secondo dopoguerra e negli anni Settanta, con l’avvento e l’espansione del turismo, le cose cominciarono lentamente a cambiare.

Aliota raccoglie dalla viva voce dei “portatori”, testimoni delle memorie patrie, alcuni episodi di solidarietà che videro protagonista Vieste nei tragici giorni dell’armistizio del 1943. In quei tragici giorni, al porticciolo della sperduta città garganica approdò una piccola nave stracolma di soldati italiani in rotta dalla Jugoslavia occupata dalle truppe tedesche e dai partigiani di Tito.

Erano soldati che avevano bisogno di cibo, di vestiario, di aiuto, di mezzi di trasporto che li conducessero in salvo verso i luoghi di origine.
La popolazione di Vieste, incurante della presenza di una guarnigione tedesca nei dintorni della città, fece il possibile per rifocillarli, rivestirli di abiti civili.

I marinai approntarono i loro pescherecci per portarli lontano, ma un aeroplano di nazionalità non identificata mitragliò le barche appena salpate dal porticciolo e giunte all’altezza delle Ripe e della Punta di San Francesco. Fu uno strazio vedere i profughi e i marinai buttarsi a mare per schivare le mitragliate. Tutte le barche restanti, incuranti del pericolo, corsero a soccorrere i naufraghi, e varie famiglie viestane rifocillarono per la seconda volta i naufraghi recuperati in mare. Nel 1980, Vieste fu insignita della Medaglia d’oro per benemerenza patriottica dall’Associazione nazionale Reduci per questo atto solidale.

Un’altra storia, fra le tante raccontate da Aliota, ci resta impressa nella mente. Correva sempre l’anno 1943. Il 17 settembre Vieste fu invasa da soldati italiani sbandati. I tedeschi cercarono di allontanarsi rapidamente su una camionetta. Dal terrazzo di una casa fu lanciata una bomba a mano. Un tedesco fu ucciso, altri furono feriti. La camionetta proseguì la sua corsa. Il giorno dopo, i tedeschi ritornarono in forze per effettuare la rappresaglia sulla popolazione civile; sull’autoblindo portavano un cannone di piccolo calibro. I militari del castello issarono sul pennone una bandiera bianca in segno di resa, la popolazione fuggì nelle campagne, trovando ospitalità presso casini, torri e pagliai. Il colonnello austriaco a capo delle truppe tedesche, dopo aver fatto mettere al muro un gruppo di viestani per fucilarli, a un certo punto ci ripensò. E cosa fece? Andò a sedersi nel salone del barbiere, che lo rase e lo incipriò. Il colonnello estrasse dalla tasca della sahariana una croce di ferro: era una decorazione guadagnata nell’Africa Korp di Rommel. Se l’appuntò con orgoglio sul petto, mostrandola ai viestani, che si lasciarono sfuggire un grido di stupore…

Negli altri “quadri” strapaesani schizzati da Aliota, i Viestani diventano protagonisti di storie dal vago sapore pirandelliano. Come quella del titolare dell’unica armeria della città, il quale, dopo aver atteso per anni l’agognata pensione (la paga), il giorno fatidico non riesce a reggere l’emozione di cotanta grazia … Alla vista dei bigliettoni, contati uno a uno dal direttore dell’Ufficio postale, il suo cuore lo tradì … Storie particolari, e nello stesso tempo profondamente universali, quelle di Aliota, che restano impresse nella mente del lettore. Rapidi colpi di scena si alternano nei racconti, mai banali, mai scontati. Come la ruota della vita…

VIESTE NEL PRIMO NOVECENTO

Ma come si viaggiava agli inizi del Novecento sulle strade brecciate dell’impervio Promontorio del Gargano? Aliota, in “Vieste nel primo Novecento”, ci proietta nel periodo in cui il tratto stradale Viesti-Foggia si copriva dopo ben sedici ore di disagiatissimo viaggio, ripubblicando i réportage di due famosi giornalisti del tempo, Francesco Dell’Erba (di origini viestane, redattore del «Giornale d’Italia» e corrispondente, da Napoli, del «Corriere della sera») ed Antonio Beltramelli.

In particolare, gli piace evidenziare i commenti di Dell’Erba che, ne “Lo Sperone d’Italia” del 1906, lamentò le condizioni della strada provinciale per Apricena, «bianca ed interminabile, piena di svolte difficilissime, di faticose salite e di discese precipitose». Un viaggio snervante, effettuato in diligenza, «grossa gabbia sgangherata», cigolante e stridente «come un’anima in pena». Il passeggero, soggetto ai rigori del freddo invernale o al caldo estivo, cui si aggiungeva il ronzare incessante e fastidioso di mosche pungenti, veniva sovente sbalzato violentemente all’interno della vettura. Ogni tanto era costretto a scendere e a fare larghi tratti a piedi, o perché un uragano aveva rotto un ponte o perché la strada era franata o perché era troppo ripida la salita. L’arrivo a Vieste veniva salutato ogni volta come un grande evento, specie se a scendere dalla diligenza era un forestiero. Intorno a lui si intrecciavano le più ardite supposizioni, come se fosse un essere fantastico e favoloso, venuto misteriosamente chissà da quale paese lontano.

La testimonianza di Dell’Erba focalizzava il sottosviluppo del Gargano, dovuto alle condizioni proibitive della viabilità: «è per la mancanza quasi assoluta di strade che il Gargano è rimasto da parecchi secoli indietro nei progressi della civiltà. Esso è sconosciuto in gran parte agli abitanti della provincia stessa, quasi stranieri gli uni agli altri, conoscendosi male, ignorando i reciproci bisogni, non tendono mai ad un’azione comune e al raggiungimento di un fine unico».

Anche il Beltramelli, che nel 1907 al promontorio dedicò un frizzante réportage, espresse riflessioni analoghe, concludendo: « Queste sono le dolcezze a cui deve sottoporsi colui che abbia in animo di visitare una fra le più belle regioni d’Italia. Perché il Gargano è sì un luogo di incanti e di meraviglie, una delle più belle regioni d’Italia, ma è anche fra le regioni più dimenticate del nostro bel Regno».

Eppure, sottolinea Mimmo Aliota, ci fu qualcuno, nativo del luogo, che già a quel tempo intuì che il paese meno raggiungibile del Promontorio (Viesti «la sperduta») avrebbe potuto avere un futuro economico diverso, se soltanto si fosse ovviato al problema. A crederci fu un sindaco: Domenicantonio Spina. La viabilità fu il punto di forza della sua azione amministrativa: egli si battè per costruire un porto commerciale, per la ferrovia circumgarganica e per l’apertura della Viesti-Mattinata, più agevole di quella per Apricena. Un intransigente amministratore della cosa pubblica, che fece una cosa eccezionale, se consideriamo i molteplici incarichi degli amministratori odierni: per attendere degnamente ai suoi impegni pubblici, chiuse la sua farmacia per ben dieci anni e mezzo, l’intero periodo del suo mandato, dal 16 gennaio 1899 al 31 luglio 1910.

Le spese per le innovazioni della città le finanziò con “coraggiose” imposte sul patrimonio e sul lusso: tassò i cavalli da sella e da tiro, l’impiego dei domestici, i generi superflui. Smascherò anche “in alto loco” chi remava contro opere pubbliche “inderogabili” per la modernizzazione di una cittadina di 9.000 abitanti come Vieste. Seppe “volare alto”, guardando al futuro, oltre che al presente. Diede un vero e proprio scossone all’apatia delle precedenti amministrazioni, sistemando le strade principali e dotando la cittadina degli edifici e dei servizi pubblici essenziali: il municipio, la scuola, la pescheria, il mattatoio, il cimitero, le piazze e i viali. Già dal 1899, trasformò una riva squallida, con un muro a protezione dell’abitato, in un bellissimo viale alberato, che in seguito fece illuminare con lampioni elettrici. I sindaci successivi saranno “costretti”, loro malgrado, ad adeguarsi, andando contro gli interessi dello stesso ceto sociale cui appartenevano.

Anni dopo, in un mattino di sole dell’anno 1959, Enrico Mattei, mitico presidente dell’ENI, sorvolando con il suo aereo personale la costa viestana, rimase tanto affascinato dalla sua bellezza che indusse il pilota ad effettuare più di un passaggio. Quando giunse nei pressi di Pugnochiuso, esclamò: «Ma questo è il Paradiso!». Il suo Centro turistico sorse proprio qui, nei primi anni Sessanta, dando l’avvio al turismo garganico. E fu un evento rivoluzionario.
La Riviera Marina di Vieste diventò la mitica “passeggiata” dei primi villeggianti d’élite, nelle calde serate della “dolce vita” del Gargano Nord.

“Oggi – conclude Aliota – nei romantici sognatori di una Vieste diversa, è rimasto il ricordo delle belle signore in abito lungo che nelle sere d’estate sfilavano per il Corso Fazzini, come se fosse una passerella di moda”. Era il tempo in cui il turismo non aveva ancora assunto l’aspetto omologante e caotico di oggi.

2013 Teresa Rauzino
su L’Attacco del 18 gennaio 2013

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