1675. ISCHITELLA NEGLI APPUNTI DEL FUTURO PAPA BENEDETTO XIII

1675. ISCHITELLA NEGLI APPUNTI DEL FUTURO PAPA BENEDETTO XIII

DUE LE VISITE PASTORALI DEL CARDINALE ORSINI. PREPARATE CON GRAN CURA

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Nel 1680, Ischitella viene descritta da Sarnelli come “terra baronale”, murata. Situata «su un colle eminente,gode di buon’aria». Conta 258 famiglie, 1219 anime, di cui 894 in età di comunione. Vi sono 29 sacerdoti, 30 chierici, 7 romiti. Il borgo ha due chiese intra moenia: la parrocchiale sotto il titolo di Santa Maria Maggiore, consacrata, e quella di Sant’Eustachio. Fuori le mura vi sono ben otto chiese: la chiesa ed il Convento dei Padri Francescani dell’Osservanza, le chiese di sant’Antonio Abate, di san Rocco, di San Michele, di san Pietro in Cuppis, di san Martino, della ss.ma Annunziata di Varano e di santa Maria dell’Oliveto. La chiesa di santa Maria del Pantano, in condizioni di indecenza, era stata sconsacrata da Orsini durante la visita del 1678. Vi sono due benefici semplici, dei quali «uno è di libera collazione, cioè: la badia di s.Pietro in Cuppis, e l’altra della ss.Annunciata di Varano, e di s.Giovanbattista nella Parocchiale d’Ischitella, uniti De iure patronatus». Vi sono tre Confraternite (Santissimo Corpo di Cristo, SS.mo Rosario, e SS.ma Concezione), la Congregazione di sant’Eustachio, un Ospedale e il sacro Monte della Pietà, tutti soggetti alla giurisdizione dell’Arcivescovo.

Tra la fine del 1675 e l’inizio del 1676, anno di nascita di Giannone, Ischitella fu visitata per diciotto giorni, dal 23 dicembre all’8 gennaio 1676, dal ventiseienne arcivescovo di Siponto, il cardinale Vincenzo Maria Orsini. E’ il futuro papa Benedetto XIII.

Orsini ritornò ad Ischitella nel novembre del 1678, per una seconda ricognizione di quattro giorni.

Le due visite pastorali furono preparate accuratamente, secondo i dettami tridentini e l’esempio dell’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo. Seguendo le “Instruzioni à visitandi” inviate dal cardinale Orsini, i parroci della diocesi sipontina fecero effettuare ai fedeli le pubbliche orazioni e qualche processione, esponendo il Santissimo per quaranta ore. Nei giorni festivi precedenti, durante la Messa solenne, informarono il popolo sulla imminente santa Visita, ne spiegarono le ragioni, gli effetti, le cerimonie previste. Invitarono i fedeli a confessarsi e prepararsi per ricevere la Santissima Eucarestia, che sarebbe stata amministrata dall’arcivescovo nei giorni festivi, per «guadagnare il beneficio dell’Indulgenza».

Per evitare che qualcuno, geloso della propria privacy, non confessasse tutti i peccati ai preti del luogo, Orsini mandò dei confessori forestieri oppure fece in modo che i vari sacerdoti della Diocesi «da una Terra andassero all’altra, come con gran frutto si faceva nelle solennità del Natale e della Pasqua». I Parroci fecero spesso suonare le campane delle chiese, specialmente il giorno precedente l’arrivo dell’arcivescovo. I maestri di cerimonie di ciascun luogo, avvisati del suo ingresso solenne, alla porta della Terra (paese) da visitare fecero trovare pronto un baldacchino, su cui l’Arcivescovo doveva essere trasportato dai nobili del luogo. Il Clero, con le Confraternite e altre Compagnie del luogo, precedette con la Croce l’arcivescovo che entrava in città, cantando l’antifona “Sacerdos, Pontifex”, Salmi e Inni vari.

Nel Diario delle pontificali funzioni, il cardinale Orsini annotò minuziosamente gli eventi delle giornate pastorali trascorse ad Ischitella durante la prima visita del 1675-76. Un arido elenco di cerimonie sacre da lui presenziate con cambio di vari abiti e paramenti sacri a seconda delle circostanze. Il 24 dicembre 1675, era di martedì, egli giunse davanti alla porta della Chiesa Matrice, vestendo la cappa magna, baciò la Croce e, dopo aver cantato gli inni sacri, benedisse il popolo lì convenuto. Asceso in trono, ricevette “l’ubbidienza” del clero locale, quindi celebrò sull’altare maggiore la Messa bassa, pronunciò il sermone e assolse i morti, col «piviale paonazzo».

Dopo pranzo, ricevette il clero e, in sua presenza, indossò la cappa magna. Riaccompagnato in chiesa, l’arcivescovo cantò “solenni rime” e il vespro della Natività del Signore. Impartita la benedizione, si recò nel Coro per la compieta, che si cantò solennemente. Con il popolo, in chiesa, recitò il Santissimo Rosario presso l’altare della Vergine omonima, quindi si recò a benedire una moribonda.

La mattina del 25 dicembre, “giorno del Sagratissimo Natale”, Orsini si recò molto presto in chiesa e intonò la prima messa. Successivamente, cantò solennemente la seconda messa con il pallio. Si ripreparò, e cantò solennemente la terza messa. Dopo il Vangelo, fece un breve sermone al popolo. Dopo pranzo, assisté al Vespro e alla compieta. Quindi si ritirò in casa, «essendo mezza hora di notte». Qui Orsini celebrò privatamente la prima messa della sera, non potendo, per un’indisposizione, recarsi di notte in chiesa.

Il 30 dicembre, dopo il Vespro, nella chiesa di Sant’Eustachio, benedisse la cassetta per riporvi le reliquie dei SS.mi Martiri. Vi incluse le reliquie di Santa Vincenza e Vittoria martire e le espose all’orazione. Quindi, deposti gli abiti sacri, pregò per un’ora, “facendo la vigilia”.

Il 31 dicembre, giorno di San Silvestro, portò solennemente le reliquie nella chiesa matrice e le incluse nell’altare maggiore. Dopo pranzo, tornò nella suddetta chiesa e, indossata la cappa magna, pronunciò un sermone sul “terrore delle censure”: l’indomani doveva assolvere uno scomunicato.

Il 1° gennaio del 1676, indossato il piviale “paonazzo”, assolse solennemente Cataldo de Leo da Cagnano, scomunicato da circa un anno e quattro mesi. «Portato l’assolto “ante gradas” dall’altare maggiore, assisolo sopra il faldistorio, gli feci una esortazione» annota Orsini nel suo Diario.

Il 6 gennaio, solennità dell’Epifania, nella chiesa parrocchiale, dopo pranzo, consacrò un calice con patena di Rodi, benedisse due pianete, con stola e manipoli, alcuni corporali e due quadri: uno di san Michele, l’altro di san Giovanni Battista. Battezzò sette campane: una in onore di santa Maria, la seconda di san Pietro, la terza di Sant’Eustachio, la quarta di sant’Antonio Abate, la quinta della Nunziata, la sesta di San Martino, la settima di San Rocco. Recitò il rosario e si ritirò in casa.

A questa prima visita pastorale del 1675, Orsini ne farà seguire una seconda nel 1678. Una visita brevissima, di quattro giorni, con poche annotazioni nel Diario. Il 17 novembre visitò la chiesa parrocchiale, il 18 le chiese extramoenia, il 19 nella chiesa di san Francesco dei Frati Minori Osservanti impartì la cresima a 19 persone; consacrò tre calici e due patene, benedisse un camice, una tovaglia d’altare e dei corporali. Quindi benedisse una campana «ad honore de’ SS.Apostoli Filippo e Giacomo» di Rodi. Il 20 novembre ultimò la santa visita e partì per Rodi Garganico.

Nel corso delle due visite pastorali nei vari paesi della diocesi sipontina, Orsini si mosse perfettamente in linea con quelle che erano le direttive tridentine, applicandole con spirito zelante. Come vescovo gli era stato affidato il controllo dei fedeli e del retto comportamento degli ecclesiastici; per questo motivo doveva visitare le parrocchie, sottoposte alla sua giurisdizione, con frequenza. All’arrivo del giovane cardinale, molti edifici religiosi si trovavano in uno stato di dissesto e di abbandono; egli cambiò decisamente questo stato di cose.

Contemporaneamente, fece inventariare tutti i beni delle confraternite, ospedali e altri luoghi pii. Orsini aveva avvertito che chi avesse “difettato”, ed in conseguenza lo avesse obbligato a trattenersi più giorni in quel luogo per avere «le antedette notizie, senza le quali l’arcivescovo non poteva partire dal luogo della Visita», doveva accettarne le conseguenze cioè «soggiacere alla pena di pagar le procurazioni di que’ giorni medesimi, ed’ altre ancora a suo arbitrio». Avendo preavvisato tutti, non vi sarebbe stata scusa che potesse ammettersi. Chi era ignorante, ricorresse all’aiuto dei periti, oppure accettasse la pena prevista. L’arcivescovo fu durissimo con gli incapaci: non dovevano prendere il carico di Amministratore delle cose divine, o del patrimonio di Cristo, “se non avevano talento proporzionato per l’uffizio che assunsero”.

I problemi sociali furono sentiti e affrontati dal cardinale Orsini. Testimoniano questo suo zelo i Monti Frumentari, eretti nella diocesi di Manfredonia durante il suo arcivescovado. Nell’Appendix Synodi confermò le “Regole per lo monte frumentario” dettate da monsignor Cappelletti il 14 Settembre 1661 alla comunità di Monte Sant’Angelo. Ispirandosi ai principi del moderno credito agrario, concedesse un prestito in grano per la semina, dietro un pegno e un interesse esiguo (l’8%).

Il Monte frumentario fu istituito per aiutare i contadini nel momento della semina, ma soprattutto “per troncar la strada al detestabil peccato dell’usura”. Infatti, frequentemente i poveri, non potendo fronteggiare necessità impellenti, per un piccolo prestito erano costretti «a perder molto, ò far ubbligazioni con interessi gravissimi, e le donne non potendosi aiutare, ponevano in pericolo il proprio honore».

Teresa Maria Rauzino


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