Esther Lojodice, anima del folklore italiano

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Il 18 ottobre 1940, il ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai, accompagnato da Riccardo del Giudice, dal prefetto di Foggia, dal consigliere nazionale Giuseppe Caradonna, dal Federale, dal Podestà, dal Soprintendente ai monumenti e da altre autorità e gerarchie, visitò il Museo delle Tradizioni Popolari di Capitanata, istituito a Foggia sin dal 28 ottobre 1930.

Bottai, “compiaciuto”, fermò la sua attenzione su alcuni prodotti dell’artigianato locale ivi esposti. Fu ricevuto dalla direttrice Esther Lojodice (1893- 1985), che illustrò le finalità della “caratteristica Istituzione”. Studiosa di etnografia della Capitanata e di storia locale, la Loiodice pubblicò diversi saggi sulle tradizioni popolari e sul dialetto foggiano.

Fu proprio grazie alla sua costanza che il Museo delle Tradizioni Popolari di Capitanata era stato istituito, e la Capitanata era una delle province più attive nella ricerca demologica. Durante l’ultimo conflitto bellico, che nell’estate del 1943 provocò la quasi totale distruzione del capoluogo dauno, ebbe il merito di mettere in salvo gli ori e gli argenti del patrimonio artistico del Museo Civico.

Una magnifica raccolta di monili che la stessa Loiodice aveva contribuito a raccogliere, e che aveva entusiasticamente descritto in un saggio pubblicato sul numero monografico di “Ospitalità Italiana” (6-21 settembre 1933 – XI) dedicato alla promozione turistica della Capitanata: “Sui fiammanti palchetti di velluto passano superbi gli anelli a rococò, con testa e con spoletta riproducenti santi ed altre immagini, a rotelline o a cuore; i molti gingilli contro la jettatura; le ricche collane a fascia, ad anelli, a una o a più file, alla pompeiana o a palline; a specchi od a senacoli; a palline ricce, a fave o a barilotti o anche a catena, con medaglioni in filigrana o in miniature; pettini, spadini, spilloni, o tremolanti artistici per capelli; orecchini di tutte le fogge o grandezza, alla pompeiana o a pendagli, a fiocchi, a campane o a rosette, il più delle volte tanto pesanti da ritenersi impossibili per un povero orecchio umano; ricordi e cimeli di feste popolari, tra cui la corona e lo scettro di una formosa e classica Regina del Grano; rosari e ninnoli per grandi e piccini…”.

A questa preziosa sezione di orificeria, se ne aggiungevano altre dedicate alla religiosità popolare, all’etnografia, alla letteratura popolare, pittura, fotografia, arte pura ed applicata, manufatti, ricostruzioni, attrezzi, utensili, misure, ornamenti, armi, oltre all’archivio musicale, alla discoteca, e alla biblioteca.

La Loiodice svolse un ruolo di primo piano nell’adesione della Puglia e della Capitanata al Comitato Nazionale per le Tradizioni popolari. In una comunicazione, tenuta nel settembre 1934 al 3° Congresso nazionale di arti e tradizioni popolari (Trento) e pubblicata a Roma nel 1936 dalle Edizioni dell’OND, aveva presentato “La scheda-tipo del Museo delle tradizioni popolari di Capitanata”. Il Museo, a giudizio dei competenti, era una delle prime Istituzioni di quel genere sorte in Italia (la Loiodice cita, senza fare il nome, un ex Ministro della Pubblica Istruzione che aveva affermato: “Anche Roma può invidiarlo!”).

Da anni le manifestazioni spirituali, i costumi, le norme di vita del popolo italiano, i documenti storici ed etnografici avevano appassionato gli studiosi italiani e stranieri. Gli studi effettuati, però, erano rimasti tentativi isolati, non si erano inquadrati nel pensiero letterario nazionale né avevano evidenziato la fisionomia dell’anima popolare italiana.

L’intellettuale che dette origine allo studio scientifico del Folklore italiano fu il medico palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916) che, dopo aver dato alle stampe la «Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane», realizzò la «Bibliografia delle tradizioni popolari italiane» nel 1894 e la «Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», pubblicata senza interruzioni dal 1882 al 1909. Per primo Pitrè ottenne nel 1911 a Palermo una cattedra universitaria di demopsicologia.

Con l’intento di svolgere una larga azione culturale, dando un’organizzazione sistematica alle forze nazionali per un proficuo sviluppo degli studi di folklore in genere, e delle singole regioni, agevolando la raccolta di materiale documentario con unità di criteri e di metodi scientifici, era nato a Firenze nel 1928 il Comitato Nazionale per le Tradizioni popolari. Sempre a Firenze, nel maggio del 1929, il re Vittorio Emanuele III aveva inaugurato il primo Congresso Nazionale organizzato dal Comitato, nel quale furono discussi problemi metodologici di notevole importanza.

Successivamente il Comitato era stato inglobato nel Centro di Alti Studi dell’Ente fascista di Cultura, sotto la presidenza di Carlo del Croix, per svolgere “una larga azione a beneficio della cultura italiana”, come annunciò “La Gazzetta del Mezzogiorno” nell’articolo “Lo studio delle tradizioni popolari”. Il Comitato procedette all’organizzazione sistematica di tutte le forze nazionali: voleva raccogliere “in una sola famiglia” tutti gli studiosi italiani, affinché l’opera dei singoli venisse, per quanto possibile, facilitata e concorresse, in uno sviluppo armonico di attività, a un maggiore progresso degli studi delle Tradizioni Popolari in Italia.

Il Comitato nominò dei commissari regionali e fiduciari provinciali, per mantenere vivo il contatto con i numerosi studiosi di folklore sparsi “nei più remoti angoli d’Italia”. L’iniziativa ebbe successo, perché quasi tutti gli studiosi di demoantropologia e di dialettologia dettero “un’entusiastica adesione”.

La Puglia, che vantava un prezioso patrimonio di tradizioni popolari, non rimase estranea a questa rinascita di studi, e accolse con entusiasmo l’invito di Saverio La Sorsa a costituire un Comitato Regionale. Nella sede del Museo Storico di Bari convennero poeti dialettali, critici d’arte, folkloristi e studiosi di demopsicologia di varie parti della Puglia. Fra i fiduciari, sparsi nei centri pugliesi più ricchi di tradizioni popolari, troviamo, oltre a Esther Loiodice e a Luigi Schingo (componenti della Giunta esecutiva), Tommaso Fiore per Altamura; Nicola Zingarelli per Cerignola, Consalvo di Taranto per Deliceto; Alberto Perrone, per Foggia; Michele Vocino per San Nicandro Garganico; Michelantonio Fini e Alfredo Petrucci per Rodi.

Il Comitato intendeva svolgere un’attiva opera di propaganda per formare una coscienza folkloristica pugliese, invitando gli studiosi e gli enti ad associarsi alla nobile istituzione, e a diffondere l’amore per lo studio delle tradizioni popolari. Oltre agli studiosi privati potevano aderire anche le associazioni culturali, gli Istituti, i circoli locali, le Scuole, le Biblioteche, i Musei, le Banche e i Consorzi Agrari. Si raccomandò ai Direttori delle Biblioteche di Puglia di raccogliere, in speciali sezioni, tutti gli studi di folklore scritti da corregionali o da altri studiosi.

Per far “appassionare” il pubblico al folklore, furono incentivate mostre etnografiche, audizioni di canti popolari, oltre alla raccolta “del materiale più caratteristico della Puglia”. Il senatore De Tullio, presidente della Fiera del Levante, promise il suo autorevole appoggio per la riuscita di un grande concerto di musica popolare. Avrebbe anche preso accordi con il direttore della Fiera per preparare una Mostra del Costume pugliese. Si stabilì di invitare le diverse sezioni del Dopolavoro e l’Ente di Cultura pugliese a cooperare per attuare il vasto programma del Comitato Regionale.

Si auspicò che i singoli fiduciari svolgessero “una benefica attività” per il successo dell’iniziativa, e che, con l’aiuto dei Podestà, dei gerarchi, delle Scuole e degli studiosi, mettessero in luce il prezioso patrimonio folkloristico della Puglia.

Secondo lo storico Stefano Cavazza, durante il fascismo questo tipo di studi e manifestazioni furono utilizzati dalla propaganda di regime per rafforzare il mito romantico del Popolo legato alla propria terra e alla tradizione, cercando di unificare con l’azione dell’Istituto del Dopolavoro le tradizioni locali. Il folklore italiano cercò il sostegno delle istituzioni culturali fasciste per ottenere il riconoscimento del proprio ruolo intellettuale. Questo tentativo rivelò le affinità culturali con la cultura fascista, perché la maggior parte degli studiosi aveva idee populiste, nazionaliste e tradizionaliste.

Nel 1932 il Comitato Nazionale delle Arti Popolari divenne un organo fascista per l’organizzazione del tempo libero (OND Opera Nazionale Dopolavoro) e gli studiosi assunsero il ruolo di esperti nella preparazione di rassegne folkloristiche.
In conseguenza di questo riconoscimento, si sottolineò il valore unitario e nazionale delle tradizioni popolari a scapito del regionalismo per giustificare le pretese espansionistiche del regime fascista e le radici italiane nei territori di confine. Certo, il regime fascista incoraggiò la costituzione del folklore come una disciplina autonoma attraverso la fondazione di musei locali, ma frenò la discussione culturale e favorì la persistenza di un atteggiamento nazional-popolare fra i folkloristi.

Il caso Foggia crediamo sia stato emblematico di questa tendenza.
Il 19 giugno 1930, su invito del podestà Alberto Perrone, di Esther Loiodice e di Nicola Pepe (segretario federale PNF), si riunirono a Foggia Gaetano Consagro, Benedetto Biagi, Gaetano Valentini, Michele Melillo, Amelia Rabbaglietti, Emma Zammarano, Guglielmo Renzulli, Domenico Petrilli, Rodolfo Santollino, Francesco Gentile, Giovanni Leone e Nicola Zurlero (segretario prov.le del Dopolavoro).
Perrone, assunta la presidenza, illustrò le finalità del nascente Comitato: promuovere, sviluppare e coordinare gli studi folkloristici della Provincia.

Si nominarono i membri dei vari sottocomitati, coordinati dalla Lojodice: Melillo, Gentile, Biagi e Satollino per il settore folkloristico; Valentini, Consagro, Fustaro, Rabaglietti e Tammarano per l’istituzione del Museo e per l’organizzazione delle mostre; per l’istituzione di una speciale sezione folklorica presso la Biblioteca furono nominati Biagi, Satollino, de Biase; per la raccolta di canti, Melillo e Tammarano, Rabaglietti, Valentini, Petrilli e Renzulli.

Perrone comunicò che il Prefetto, il Segretario Federale e il Presidente della Provincia avevano promesso il loro appoggio; l’amministrazione comunale avrebbe fornito al Comitato i locali e il relativo arredamento, oltre a un congruo contributo finanziario. Si stabilì di aggregare al Comitato i Podestà dei Comuni di Cerignola, di San Severo, Monte Sant’Angelo, Lucera, Manfredonia, Troia e San Nicandro Garganico, Vieste, nonché altri studiosi come Giovanni Tancredi di Monte Sant’Angelo, la sig.na Serritelli di san Giovanni Rotondo, il dottor Rosario di Ascoli, il notaio Beccia e Carlo Villani.

I Fiduciari scrissero al Prefetto di Foggia, auspicando che spendesse la sua “alta ed illuminata parola” presso i vari Podestà della provincia, dai quali speravano di ricevere in omaggio il costume e il completo abbigliamento di ciascun Comune, oltre alla collaborazione per la raccolta di tutto il materiale caratteristico delle varie località. In tal senso, pregarono il Prefetto di esortare i Podestà ad accogliere le loro richieste, fiduciosi che l’istituendo Museo per le tradizioni popolari di Capitanata si inaugurasse il 28 ottobre 1930.

In una lettera datata Foggia 12-7-1930-VIII, il Preside dell’Amministrazione Provinciale di Foggia, fu informato che il Comune di Foggia aveva già messo a disposizione i locali adatti e si era impegnato ad arredarli. Ciò, però, non era sufficiente a fronteggiare tutto il fabbisogno dell’istituendo Museo che, essendo unico in Puglia e in Italia, avrebbe dovuto costituire un fondo di ricerche e di studi.

L’auspicio era che l’Ente Provincia deliberasse un congruo sussidio.
Loiodice e Perrone pregarono Nicola Pepe Celentani (segretario federale di Foggia), di inviare al Comitato tutte le fotografie della Mostra fotografica organizzata l’anno prima dal Dopolavoro Provinciale e tutte le altre immagini folkloristiche delle varie manifestazioni organizzate dai Fasci Femminili e da altre Istituzioni politiche.

Sarebbero state gradite anche le copie dei canti e delle commedie dialettali già rappresentate in pubblico o da rappresentare in futuro. Per l’indispensabile e delicata ricostruzione dei costumi, dei canti, e “per avere una maggiore possibilità di ricerca e di studio del folklore”, si chiedeva a Pepe Celentani di tenere informato il Comitato sulle future manifestazioni folkloristiche.
La lettera si chiude con un “fascistico ossequio”.

La piena adesione al Regime è entusiasticamente ribadita dai due fiduciari nella circolare N. 1 (senza data) inviata a Pepe Celentani, ai Podestà, ai segretari Politici e agli studiosi di Folklore. Essi comunicarono che, in armonia con i superiori intendimenti e d’intesa con le gerarchie fasciste provinciali, avevano costituito un Comitato per lo studio delle Tradizioni popolari di Capitanata.

Per una prima azione, esso intendeva formare una coscienza folkloristica attraverso conferenze, pubblicazioni, ecc.; istituire un Museo per le Tradizioni di Capitanata con sede nel Capoluogo; organizzare mostre fotografiche e di arte pura e applicata; istituire una sezione di pubblicazioni presso la biblioteca comunale di Foggia; raccogliere canti, poesie e prose per lo studio della letteratura popolare; studiare scientificamente i dialetti di Capitanata; organizzare audizioni popolari e raduni provinciali; raccogliere pubblicazioni e altro materiale sugli usi civici della Capitanata; illustrare la religiosità popolare; partecipare alle manifestazioni folkloristiche della Fiera del Levante; raccogliere cimeli, oggetti e frammenti archeologici.

Compito dei vari Podestà, segretari politici e di tutti gli studiosi folkloristici della provincia sarebbe stato quello di ricostruire il costume del proprio paese e i capi di abbigliamento maschile e femminile; mobili; attrezzi da lavoro, modelli di costruzioni, plastici, piante topografiche, monete, esemplari per usi giuridici e per costumanze religiose, manufatti, prodotti delle piccole industrie, lavori, pubblicazioni, canti, ecc, ecc.) “utili a presentare la comunità nella sua totale e reale tradizione”. Non dovevano dimenticare che il più modesto oggetto, che dai profani poteva essere giudicato privo di valore, era invece, spesso elemento preziosissimo per la ricostruzione della storia “millenariamente vetusta” della Capitanata.

Ogni esemplare (per la facile individuazione e catalogazione) doveva riportare queste precise indicazioni: denominazione dialettale e tecnica; luogo di provenienza, data di origine, reale o approssimativa; materia di cui era fatto o se essa era prodotto dell’industria locale della Provincia; uso a cui era o è destinato; valore dell’oggetto espresso nelle monete del tempo; tutte le altre notizie necessarie per l’illustrazione dell’oggetto. Gli esemplari raccolti dovevano essere tenuti in custodia dal Comune (o dal Segretario del Fascio) e sotto la sua diretta responsabilità, fino a quando il Comitato delle Tradizioni di Capitanata non li avesse ritirati o disposto diversamente. Il materiale doveva essere accompagnato da un elenco nominativo, firmato dal Podestà o dal segretario politico) o da uno studioso delegato dal Comitato.

“Non occorre spendere parola – concludono Loiodice e Perrone – per spiegare il significato morale e nazionale di tutto il movimento folkloristico e della istituzione del Museo di Capitanata, che avrà sede nel Capoluogo, e che sarà primo non solo in Puglia, ma in Italia. Da uno studio completo della nostra feconda Terra e della nostra gente balzerà vivida di splendore e di grandezza la figura storica della Capitanata; e ciò costituirà un’altra superba affermazione della Puglia in pieno Regime fascista. All’opra tutti con una sola fede, con un unico slancio, con una sola idea; far conoscere la Capitanata e la sua forte Gente. Perché lo scopo sia raggiunto è necessario che tutte le difficoltà (che non saranno poche) siano superate con fascistica energia.

Il Museo dovrà essere un’altra Istituzione che dovrà possibilmente ricevere il suo battesimo nell’ormai storica data della Marcia su Roma. Per ogni fine si rende conto che, là ove ne fosse necessaria la presenza si porterà l’apposita Commissione per incoraggiare ed ordinare la raccolta. Per ogni schiarimento, delucidazione, informazione, segnalazione di difficoltà, gli interessati potranno rivolgersi alla Fiduciaria Provinciale”.

UNA COLLANA DI STUDI PER LE TRADIZIONI POPOLARI

Esther Loiodice, in una lettera risalente probabilmente al 1933 inviata, a nome del Comitato per le Tradizioni Popolari di Capitanata, alla Reale Accademia d’Italia, si rivolge al Presidente del Supremo organo culturale italiano per avere incoraggiamenti ed aiuti nazionali: “Ardisco sperare nella benevolenza della reale Accademia per l’assegnazione di un contributo capace di mettere il Comitato, e per caso, la sottoscritta. Direttrice della collana, in condizioni di pubblicare, se non in tutto, almeno in parte, gli studi e le opere già pronte”.

L’elenco delle opere, lunghissimo, testimonia il grande impegno profuso degli studiosi foggiani. Esso comprende: un Vocabolario dialettale foggiano e uno della Capitanata; una guida e uno schedario scientifico sul Museo delle tradizioni popolari di Capitanata; i Canti di Foggia e i Canti della Capitanata, con trascrizioni musicali e commenti; una Raccolta di conferenze sulle tradizioni popolari e sulle arti popolari; Feste, leggende e storie del popolo di Capitanata; Sentenze e proverbi e modi di dire popolari della Daunia; Giuochi popolari; Folklore e didattica; Bibliografia delle tradizioni popolari in Puglia e dei dialetti dauni, con particolare riguardo alle isole linguistiche (Celle, Faeto, Chieuti e Greci); Miti e culti dell’antica Daunia; Poesia popolare foggiana e altri volumi in progetto.

La Loiodice ricorda che il Comitato per le Tradizioni Popolari di Capitanata era sorto tre anni prima a Foggia con scopi scientifici per raccogliere, sistematicamente, tutto il patrimonio linguistico-demologico-etnologico-tradizionale e storico della Provincia, per meglio conoscerlo, studiarlo e inquadrarlo a livello nazionale.

Dopo avere istituito il Museo delle Tradizioni popolari di Capitanata, con migliaia di autentici ed interessanti esemplari, in appositi locali, con conveniente mobilio e criteri rigorosamente scientifici; creato una biblioteca omonima, in ampio sviluppo; attuato un corso di conferenze analoghe e la pagina delle Tradizioni popolari sul “Popolo Nuovo”, aveva deliberato di pubblicare la suddetta Collana di Studi per le tradizioni popolari di Capitanata, per illustrare tutto il materiale raccolto e per fornire argomenti degni di studio, di approfondimento e d’integrazione per quanti avevano a cuore “la conoscenza completa dell’anima popolare italiana”, La Collana intendeva superare i limiti della cultura provinciale e perseguire finalità nazionali, ma la pubblicazione, ahimè, era preclusa per le difficoltà finanziarie degli Enti locali foggiani: “E’ già pronta o in corso di preparazione una prima serie di volumi, ma il lavoro resta celato, e quindi è inutile, per il fatto che non può essere pubblicato per mancanza di fondi. Gli argomenti storico-tradizionali di una Provincia non ancora conosciuta, che prende sviluppo e si slancia nel fervido periodo fascista, concordemente al suo progredire e alle sue rinnovazioni edilizie-idrauliche, agrarie e sociali, corretta e ben guardata dall’occhio vigile del Duce, sono, senza dubbio, degni di essere studiati da una corona di cultori più folta dell’attuale e portata a conoscenza dei più”.

La Loiodice chiude la lettera con l’auspicio che “l’adesione e l’incoraggiamento dell’Accademia d’Italia, oltre ad essere ambito consenso agli sforzi di alcuni studiosi e del più fervido sostenitore dell’opera – il Comune di Foggia – che peraltro, nei contributi, non può andare oltre i limiti consentitigli dal bilancio), darebbe al Comitato la parola, ed alla sottoscritta, che è la modestissima fondatrice del movimento culturale tradizionalistico di Capitanata, la possibilità d’intensificare l’azione, realizzare la parte più significativa del suo lavoro e fornire materiale preziosissimo e genuino alla cultura italiana”.

Certamente, il regime fascista sostenne il riconoscimento del folklore come una disciplina autonoma attraverso la fondazione di musei locali, anche se frenò la discussione culturale e favorì la persistenza di un atteggiamento nazional-popolare fra i folkloristi. Il caso Foggia crediamo sia stato emblematico di questa tendenza. Il 19 giugno 1930, su invito del podestà Alberto Perrone, di EsterLoiodice e di Nicola Pepe (segretario federale PNF), si riunirono a Foggia Gaetano Consagro, Benedetto Biagi, Gaetano Valentini, Michele Melillo, Amelia Rabbaglietti, Emma Zammarano, Guglielmo Renzulli, Domenico Petrilli, Rodolfo Santollino, Francesco Gentile, Giovanni Leone e Nicola Zurlero (segretario provinciale del Dopolavoro).
Perrone, assunta la presidenza, illustrò le finalità del nascente Comitato: promuovere, sviluppare e coordinare gli studi folkloristici della Provincia. Si nominarono i membri dei vari sottocomitati, coordinati alla Loiodice: Melillo, Gentile, Biagi e Satollino per il settore folkloristico; Valentini, Consagro, Fustaro, Rabaglietti e Zammarano per l’istituzione del Museo e per l’organizzazione delle mostre; per curare una speciale sezione folklorica presso la Biblioteca furono nominati Biagi, Satollino, de Biase; Melillo e Zammarano,Rabaglietti, Valentini, Petrilli e Renzulli per la raccolta di canti.
Perrone comunicò che il Prefetto, il Segretario Federale e il Presidente della Provincia avevano promesso il loro appoggio; l’Amministrazione Comunale avrebbe messo a disposizione del Comitato i locali e il relativo arredamento, oltre a un congruo contributo finanziario. Si decise di aggregare al Comitato i Podestà dei Comuni di Cerignola, San Severo, Monte Sant’Angelo, Lucera, Manfredonia, Troia e San Nicandro Garganico, Vieste, nonchè altri studiosi come Giovanni Tancredi di Monte Sant’Angelo, la signorina Serritelli di San Giovanni Rotondo, il dottor Rosario di Ascoli, il notaio Beccia e Carlo Villani.
I Fiduciari scrissero al Prefetto di Foggia, auspicando che spendesse la sua “alta ed illuminata parola” presso i vari Podestà della provincia,dai quali speravano di ricevere in omaggio il costume e il completo abbigliamento di ciascun Comune, oltre alla collaborazione per la raccolta di tutto il materiale caratteristico delle varie località. In tal senso, pregarono il Prefetto di esortare i Podestà ad accogliere le loro richieste, fiduciosi che l’istituendo Museo per le Tradizioni
Popolari di Capitanata si inaugurasse il 28 ottobre 1930.
In una lettera datata Foggia 12-7- 1930-VIII, il Preside dell’Amministrazione Provinciale fu informato che il Comune di Foggia aveva già messo a disposizione i locali adatti e si era impegnato ad arredarli. Ciò, però, non era sufficiente alle esigenze dell’istituendo Museo che, essendo unico in Puglia e in Italia, avrebbe dovuto costituire un fondo di ricerche e di studi. L’auspicio era che l’Ente Provincia deliberasse un congruo sussidio. Loiodice e Perrone pregarono Nicola Pepe Celentani, segretario federale di Foggia, di inviare al Comitato tutte le fotografie della Mostra fotografica organizzatal’anno prima dal Dopolavoro Provinciale  e tutte le altre immagini folkloristiche delle varie manifestazioni organizzate dai Fasci Femminili e da altre Istituzioni politiche. Sarebbero state gradite anche le copie dei canti e delle commedie dialettali già rappresentate in pubblico o da rappresentare in futuro. Per l’indispensabile e delicata ricostruzione
dei costumi, dei canti ,e “per avere una maggiore possibilità di ricerca e di studio del folklore”, si chiedeva a Pepe Celentani di tenere informato il Comitato sulle future manifestazioni folkloristiche.La lettera si chiude con un “fascistico ossequio”.
La piena adesione al Regime è entusiasticamente ribadita dai due fiduciari nella circolare N. 1 (senza data) inviata a Pepe Celentani, ai Podestà, ai segretari Politici e agli studiosi di Folklore.
Loiodice e Perrone comunicarono che, in armonia con i superiori intendimenti e d’intesa con le gerarchie fasciste provinciali, avevano costituito un Comitato per lo studio delle Tradizioni popolari di Capitanata.
Per una prima azione, esso intendeva  formare una coscienza folkloristica attraverso conferenze, pubblicazioni, ecc.; istituire un Museo per le Tradizioni di Capitanata con sede nel Capoluogo; organizzare mostre fotografiche e di arte pura e applicata; istituire una sezione di pubblicazioni presso la biblioteca comunale di Foggia; raccogliere canti, poesie e prose per lo studio della letteratura popolare; studiare scientificamente i dialetti di Capitanata; organizzare audizioni popolari e raduni provinciali; raccogliere pubblicazioni e altro materiale sugli usi civici della Capitanata; illustrare la religiosità popolare; partecipare alle manifestazioni folkloristiche della Fiera del Levante; raccogliere cimeli,oggetti e frammenti archeologici.Compito dei vari Podestà, segretari politici e di tutti gli studiosi folkloristici della provincia doveva essere quello di ricostruire il costume del proprio paese e i capi di abbigliamento maschile e femminile; mobili;
attrezzi da lavoro, modelli di costruzioni, plastici, piante topografiche,monete, esemplari per usi giuridici e per costumanze religiose, manufatti, prodotti delle piccole industrie, lavori, pubblicazioni,canti, ecc, ecc.) “utili a presentare la comunità nella sua totalee reale tradizione”.
Anche il più modesto oggetto, che dai profani poteva essere giudicato privo di valore, era invece, spesso elemento preziosissimo per la ricostruzione della storia “millenariamente vetusta”.
Ogni esemplare (per la facile individuazione e catalogazione) doveva riportare queste precise indicazioni: denominazione dialettale etecnica; luogo di provenienza, data di origine, reale o approssimativa; materia di cui era fatto o se essa era prodotto dell’industria locale della Provincia; uso a cui era o è destinato; valore dell’oggetto espresso nelle monete del tempo; tutte le altre notizie necessarie per l’illustra-zione dell’oggetto.
Gli esemplari raccolti dovevano essere tenuti in custodia dal Comune  (o dal Segretario del Fascio) e sotto la sua diretta responsabilità, fino a quando il Comitato delle Tradizioni di Capitanata non li avesse ritirati o disposto diversamente.
Il materiale doveva essere accompagnato da un elenco nominativo, firmato dal Podestà o dal segretario politico) o da uno studioso delegato dal Comitato.“Non occorre spendere parola –concludono Loiodice e Perrone –per spiegare il significato morale e nazionale di tutto il movimento folkloristico e della istituzione del Museo di Capitanata, che avrà sede nel Capoluogo, e che sarà primo non solo in Puglia, ma in Italia. Da uno studio completo della nostra feconda Terra e della nostra gente balzerà vivida di splendore e di grandezza la figura storica della Capitanata; e ciò costituirà un’altra superba affermazione della Puglia in pieno Regime fascista. All’opra tutti con una sola fede, con un unico slancio, con una sola idea; farconoscere la Capitanata e la sua forte Gente. Perché lo scopo sia raggiunto è necessario che tutte le difficoltà (che non saranno poche)siano superate con fascistica energia. Il Museo dovrà essere un’altra Istituzione che dovrà possibilmente ricevere il suo battesimo nell’ormai storica data della Marcia su Roma. Per ogni fine si rende conto che, là
ove ne fosse necessaria la presenza  si porterà l’apposita Commissione per incoraggiare ed ordinare la raccolta.Per ogni schiarimento, delucidazione, informazione, segnalazione di difficoltà, gli interessati potranno rivolgersi alla Fiduciaria Provinciale”.
Ester Loiodice, in una lettera risalente probabilmente al 1933 ed inviata, a nome del Comitato per le Tradizioni Popolari di Capitanata, alla Reale Accademia d’Italia, si rivolge al Presidente del Supremo organo culturale italiano per avere incoraggiamenti ed aiuti nazionali: “Ardisco sperare nella benevolenza della reale Accademia per l’assegnazione di un contributo capace di mettere il Comitato, e per caso, la sottoscritta, direttrice della collana, in condizioni di pubblicare, se nonin tutto, almeno in parte, gli studi e le opere già pronte”.
L’elenco delle opere, lunghissimo testimonia il grande impegno profuso degli studiosi foggiani.
Esso comprendeva: un Vocabolario dialettale foggiano e uno della Capitanata; una guida e uno schedario scientifico sul Museo delle tradizioni popolari di Capitanata; i  Canti di Foggia e i Canti della Capitanata, con trascrizioni musicali e commenti; una Raccolta di conferenze sulle tradizioni popolari e sulle arti popolari; Feste, leggende e storie del popolo di Capitanata; Sentenze e proverbi e modi di dire popolari della Daunia; Giuochi popolari; Folklore e didattica; Bibliografia delle tradizioni popolari in Puglia e dei dialetti dauni, con particolare riguardo alle isole linguistiche (Celle, Faeto, Chieuti e Greci);Miti e culti dell’antica Daunia;Poesia popolare foggiana e altri volumi in progetto. La Collana intendeva superare i limiti della cultura provinciale e perseguire finalità nazionali, ma la pubblicazione era preclusa per le difficoltà finanziarie degli Enti locali foggiani: “È già pronta o in corso di preparazione una prima serie di volumi,ma il lavoro resta celato, e quindi è inutile, per il fatto che non può essere pubblicato per mancanza di fondi. Gli argomenti storicotradizionali di una Provincia non ancora conosciuta, che prende sviluppo e si slancia nel fervido periodo fascista, concordemente al suo progredire e alle sue rinnovazioni edilizie- idrauliche, agrarie e sociali, corretta e ben guardata dall’occhio vigile del Duce, sono, senza dubbio, degni di essere studiati da una corona di cultori più folta dell’attuale e portata a conoscenza dei più”.
La Loiodice chiude la lettera con l’auspicio che “l’adesione e l’incoraggiamento dell’Accademia d’Italia, oltre ad essere ambito consenso agli sforzi di alcuni studiosi e del più fervido sostenitore dell’opera – il Comune di Foggia – che peraltro, nei contributi, non può andare oltre i limiti consentitigli dal bilancio, darebbe al Comitato la parola, ed alla sottoscritta, che è la modestissima fondatrice del movimento culturale tradizionalistico di Capitanata, la possibilità d’intensificare l’azione, realizzare la parte più significativa del suo lavoro e fornire materiale preziosissimo e genuino alla cultura italiana”.

Teresa Maria Rauzino
Il saggio è stato pubblicato sulla rivista Diomede

 

 

BIBLIOGRAFIA
ACF (Archivio Comunale di Foggia), Fascicolo 1930-1933, Tit. A VI, Municipio di Foggia Comitato provinciale per le Tradizioni Popolari;
Cavazza Stefano, La folkloristica italianae il fascismo, “La Ricerca Folklorica” n.15,Aprile 1987 (Grafo edizioni Brescia),
pp.109-122;
Loiodice Ester, ‘A festa d’a vinnegna nella tradizione foggiana, Firenze, Tipografia classica, 1931, Estr. da: Lares, anno 2, n. 1,marzo 1931;
Loiodice Ester, A Foggia, decorata di medaglia d’oro al valor civile. Motivazione del Capo dello Stato, Roma, Staderini,1959;
Loiodice Ester, Florealia. Leggende, ricordi, colloqui, impressioni, quadretti, scenette, figure, Roma, Bonacci, 1964;
Loiodice Ester, Il Museo delle Tradizioni Popolari di Capitanata a Foggia, in “Ospitalità Italiana”, numero monografico:
“Foggia e la Capitanata” (6-21 settembre1933 – XI), pp. 26-29;
Loiodice Ester, Il primo canto de l’Inferno:versione poetica in dialetto foggiano, Roma,Staderini, 1959;
Loiodice Ester, La ceramica dauna nell’arte popolare, Firenze, Leo S. Olschki,1959, Estr. da: Atti del 7° congresso naz.le
delle tradizioni popolari, Chieti 4-8 settembre 1957;
Loiodice Ester, La scheda-tipo del museo delle tradizioni popolari di Capitanata. Comunicazione tenuta al 3° Congresso
nazionale di arti e tradizioni popolari, Trento – settembre 1934, Roma, Edizioni dell’O.N.D., 1936;
Loiodice Ester, Leggende marinare di Capitanata, Udine, Idea, 1943, Estr. da: Atti del 4° congresso nazionale di arti e
tradizioni popolari, settembre 1940; Le tradizioni popolari nella Capitanata e N. Zingarelli nei ricordi dell’autrice, Foggia,Amministrazione provinciale di Capitanata,1974;
Loiodice Ester, Nel centenario dell’epopea garibaldina 1860-1960, Roma, A. Staderini,1960;
Loiodice Ester, Pochi punti sugli… i, Foggia, Fiammata, 1934;
Loiodice Ester, ‘U cante d’u Tavulijere.Poemetto in dialetto foggiano, Milano,Editrice Convivio Letterario, 1961;Venerdì sandé a Foggia, Roma, Bonacci, 1956.

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