I TRABUCCHI DI PESCHICI, FRA STORIA E LEGGENDA

I TRABUCCHI DI PESCHICI, FRA STORIA E LEGGENDA

Autore: Angela Campanile

 

I trabucchi, oggi simbolo del Gargano, immagine per cartoline e depliants. attrazione turistica e, in alcuni casi, ristorante dove è possibile gustare la cucina locale, un giorno furono organi pulsanti di un modo di vivere. in alternativa a barche piccole e malandate, pronte ad essere inghiottite dal mare, insieme al “piccolo equipaggio”, al minimo cenno di tempesta. 

Essi hanno visto l’alternarsi di generazioni di uomini cimentarsi in un lavoro duro, fatto di attese, arrampicati su lunghi pali protesi e sospesi in mare, erosi essi stessi dal sole e dalla salsedine: lavoro fatto di interminabili silenzi, di sguardi e poche parole, di tanta pazienza.

L’esigenza di saperne di più degli uomini del trabucco, del loro lavoro. delle loro aspettative, non per curiosità, ma per conoscere e conservare anche questa parte di memoria storica, mi ha condotta a scoprire un mondo affascinante di gente dignitosa e fiera del mestiere di pescatore. gente che, anche quando tutti emigravano per una vita migliore, è rimasta legata al mare e ai sui capricci.

Tutto il lavoro è un’indagine svolta sul campo, con interviste a persone che, direttamente o indirettamente, hanno vissuto il mare, lo hanno amato e nello stesso tempo temuto e rispettato.
Con i preziosi documenti forniti da Mimi Mazzone, nipote e figlio di “cumpratàure”, si è potuto risalire anche alla quantità e tipologia dei pesci che si pescavano ed al ricavato che il trabucco riusciva a dare in un anno. 

Ora resta la speranza che lo strano e misterioso “congegno” continui a vivere, non solo nelle mille immagini pubblicitarie, diffuse in tutto il mondo con le nuove tecnologie, ma come reale strumento che ha avuto un’importanza vitale per tante famiglie. 

LA FIGURA DEL “COMPRATORE” 

Compratore era chiamato colui che acquistava in blocco i pesci dai pescatori dei trabucchi. Per ogni trabucco era indispensabile avere un compratore che, nei ricordi di tutti, a Peschici, era “Cigghiaffòui”, prima Domenico e poi Michele Mazzone. Chi pescava non aveva il tempo di dedicarsi alla vendita, si sarebbe dovuto ingaggiare un’altra persona – e poi il prezzo del pesce variava in base al periodo o alla quantità che c’era sul mercato: più abbondante era la pesca, più diminuiva il prezzo. 

Con il compratore, invece, si stipulava un vero e proprio contratto che durava da marzo a dicembre, periodo di maggiore pescosità del trabucco. Il contratto, oltre a stabilire dopo tante trattative il costo per chilogrammo di ogni specie di pesce che si pescava, indicava anche le modalità di trasporto del pesce, le modalità di pagamento ed infine intimava ai pescatori di consegnare al compratore tutto il pescato, tranne quello destinato all’uso personale e di non vendere mai il pesce di nascosto. 

Quando c’erano le grosse pescate, era un vantaggio per i pescatori che non vedevano scendere il prezzo; quando invece le pescate erano scarse il vantaggio era del compratore che a volte, proprio in queste occasioni … cercava di rifarsi delle perdite che magari aveva registrato nei momenti “di grascia” (abbondanza). 

La modalità di trasporto del pesce di solito era standard: fino a quindici-venti chili il trasporto era a carico dei pescatori che lo trasportavano a spalla o sull’asino fino al magazzino del compratore; superato i quindici chili, il compratore che più volte al giorno si recava al castello per scorgere legato ad un palo del trabucco “u signale” concordato che poteva essere uno straccio o una vecchia giacca, mandava al trabucco un mulo o addirittura una barca quando i segnali erano più di uno e stavano a significare che il pescato era tanto ed il mulo non sarebbe bastato. Sia il proprietario del mulo che quello della barca venivano pagati “a viaggi” dal compratore. 

Il pesce veniva pesato sul trabucco “ca bascugli”. Il compratore, all’atto del contratto consegnava al proprietario del trabucco una cauzione mentre il pagamento del pesce pescato era settimanale, anche se, come ricorda Mimì Mazzone, i pescatori si recavano ogni sera a casa del compratore per avere degli acconti; erano talmente tanti gli acconti che, alla chiusura finale dei conti, chi doveva avere era sempre il compratore.

Che faceva il compratore del pesce acquistato?
Quando la quantità era modica, si vendeva a Peschici, oppure, caricatolo sui muli, si arrivava a Vico o dai proprietari dei giardini di San Menaio i quali, però, non compravano, ma barattavano il pesce con limoni , arance e olio.

I prodotti ricavati dalla vendita del pesce venivano poi caricati sul vapore che andava a Tremiti e qui, finalmente, venivano venduti, soprattutto ai coatti, politici confinati nell’isola durante il periodo fascista. 1 coatti erano buoni clienti, solo così il compratore riusciva a vedere soldi liquidi.

1 familiari del compratore erano coinvolti nel lavoro di vendita e di cambio, la moglie di Domenico Mazzone, Rosa Vescia, in uno dei tanti viaggi a Tremiti per aiutare il marito a vendere i prodotti barattati con la vendita del pesce, perse la vita insieme al figlio partorito prematuramente proprio sull’isola.

MIMI’ MAZZONE RACCONTA IL MESTIERE DEL PADRE MICHELE

Il compratore si alzava molto presto, mio padre alle quattro del mattino era già in piedi; abitavamo nei pressi della Chiesa Madre, dalla nostra finestra si scorgeva il trabucco di Montepucci ed il suo primo pensiero era quello di affacciarsi a quella finestra per vedere se al trabucco avevano calato la rete. Subito dopo si recava al castello, da dove erano visibili i trabucchi di Scalandrone, San Nicola, Manaccora, per accertarsi che le reti fossero state calate. Se tutte le reti erano in mare iniziava l’attesa del segnale, nel frattempo, sperando in una giornata molto pescosa, cominciava a preparare le casse.

Ricordo che non riusciva a staccarsi dall’affaccio del castello, anche se costretto ad allontanarsi per alcune faccende, tornava di corsa nella speranza di scorgere il segnale. Mia madre, invece, tra una faccenda e l’altra, non perdeva mai di vista il trabucco di Montepucci e, appena scorgeva il segnale, ricordo che mandava me, piccolino, a cercare mio padre. Il trabucco di Montepucci era molto pescoso, specialmente nel periodo tra agosto e novembre ed il segnale da lì veniva issato tutti i giorni, se non più volte al giorno.

A seconda se il segnale era uno o più di uno, ci si organizzava: si cercava un asino o un mulo quando si prevedeva una modica quantità; quando i segnali erano più di uno si mandava la barca a prelevare il pesce dai trabucchi. Mio padre mandava quasi sempre la barca di “Giuanne a marèine (Giovanni La Marina)”, perchè era un suo parente.
La più grande collaboratrice di mio padre era mia madre e quando c’era necessità assumeva qualche aiutante che poi pagava, il più delle volte, con una quantità di pesce pattuita.

Il rapporto del compratore con i pescatori del trabucco era non solo contrattuale, ma anche personale: c’era tanta povertà e per comprare il pane quasi ogni sera i pescatori venivano a casa mia a chiedere acconti.

Ricordo che mio padre si recava spesso soprattutto al trabucco di Montepucci ed io lo accompagnavo e portavo sempre il pane e a volte del vino; lì si mangiava il pesce appena pescato, cucinato a zuppa oppure arrostito sui carboni. Ricordo anche che per una intera nottata mio padre dovette faticare per pescare un grosso polipo che non voleva abbandonare la sua tana in nessun modo rompendo tutti i fili “da ntogni” ma poi finalmente all’alba la grande soddisfazione: il polipo era sul palchetto del trabucco e mio padre lo mostrava orgoglioso a chi aveva scommesso che non ce l’avrebbe mai fatta. Era talmente grosso quel polipo che aveva perfino le corna.
Le grandi pescate comportavano una fatica disumana: le casse piene di pesce pesavano e venivano calate giù dal trabucco assicurate ad una corda che, scivolando lentamente su di una carrucola a tagghe, segava le mani e faceva male. Ci volevano ore ed ore di fatica per rimandare giù il pesce che veniva poi sistemato sulla barca.

La barca, una volta carica, attraccava poi alla banchina del porticciolo e qui il pesce veniva lavato, caricato “sàupe u sciarabbà (sullo sciarabbà) du Tubbe” e trasportato al magazzino che si trovava vicino casa.
Mia madre nel frattempo aveva schiacciato con un grosso martello di legno i blocchi di ghiaccio che un mulo aveva prelevato a Rodi Garganico e trasportato in sacchi di iuta.

Cominciava la faticosa preparazione delle casse che dovevano essere spedite: il pesce veniva “affilato” per bene per fame entrare il più possibile in ogni cassa che veniva poi ricoperta di ghiaccio, chiusa, inchiodata e legata con lo spago. Le casse venivano nuovamente caricate “sàupe u sciarabbà” pronte per essere sistemate sul primo treno che partiva dalla stazione di Calenella. Era un lavoro molto faticoso e quando il pesce era tanto si protraeva per tutta la notte.
Mio padre, tramite il telefono del posto pubblico, prendeva contatti con il compratore di Napoli; lì i cefali (capijatte) erano molto richiesti. 

Il viaggio del pesce durava un’intera giornata e quando faceva molto caldo il ghiaccio non era sufficiente per garantirne la freschezza e, il più delle volte, il prezzo era talmente basso che non copriva neppure le spese di viaggio. Era il compratore napoletano che a Napoli vendeva il pesce alle aste del mercato e mio padre, che non poteva essere presente, doveva fidarsi ed accontentarsi di quello che gli dava. Ricordo solo che le grandi pescate portavano in casa mia tanta fatica, tanta tensione e niente guadagno.

Al treno poi si preferì il trasporto con il camion; ricordo gli autisti“Pìppèine u Ricciacchi” e Peppino Caroprese, ma anche così il viaggio durava un’intera giornata e ogni volta era un’avventura.
Le modiche quantità di pesce, invece, venivano vendute direttamente sul posto o nei dintorni: San Menaio, Rodi, Vico, Carpino. Durante l’estate erano i villeggianti che avevano le ville a San Menaio a comprare il pesce: ricordo che giravamo per le case. Solo con l’arrivo dei primi turisti riuscivamo a vendere anche grosse quantità sul posto: a Peschici c’era L’Albergo Moderno e, tempo dopo, l’Hotel Elisa che noi fornivamo e, a San Menaio, l’Autostello e la pensione di Rosettina. Piano piano i rapporti con l’intermediario napoletano finirono e finirono anche le discussioni e le liti ad ogni pagamento.

2011. Angela Campanile 

La pagina è tratta dal volume di ANGELA CAMPANILE “Il TRABUCCO, FRA STORIA E LEGGENDA”, (Edigraf Foggia). Ringraziamo l’Autrice per la gentile concessione. 
Foto trabucco e trabucchisti di Montepucci tratte dal volume di Matteo Fasanella 


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