IL PURGATORIO NELL’IMMAGINARIO E NELLA STORIA DI PESCHICI

IL PURGATORIO NELL’IMMAGINARIO E NELLA STORIA DI PESCHICI

Autore: Teresa Maria Rauzino

 


Durante una ricerca sul campo effettata da Angela Campanile alla domanda: “Perché la chiesetta che si trova nella piazzetta del paese vecchio si chiama a chiesi du Priatorji ?”, le intervistate hanno dato tutte la stessa risposta :”Perché è la chiesa dove si pregava per i morti”. 

Il culto dei morti è sempre stato sentito a Peschici. Tale rispetto veniva esternato non solo con il lutto ma soprattutto con la preghiera; e si pregava per i defunti specialmente in questa chiesetta.
La Congrega del Purgatorio, detta anche della Morte, vi celebrava la Settèna dei morti cioè sette giorni di preghiere per i morti. 

La Settèna iniziava il primo di novembre, giorno di tutti i santi, e terminava il sette. Si pregava così: 
– Siam alme purganti,/straziate si’ forte,/che è peggio di morte/il nostro penar. 
– Ascolta, mio Dio, /i mesti lamenti/di spirti gementi /nel mare del duol!
– Immersi nel fuoco,/ahi quanto soffriamo!/Soccorso cerchiamo,/aiuto, pietà!
– Oscura prigione,/è nostra dimora;/l’arsura tuttora/ci brucia quaggiù.

Nella Settena dei Morti, si fa quindi riferimento ad “alme purganti”, che innalzano mesti lamenti “nel mare del duol”. Esse sono collocate nel Purgatorio, un carcere, un’oscura prigione, un mare di fuoco, dove l’arsura le brucia. Soffrono le pene dell’Inferno. Ma i morti temono soprattutto l’oblio e la dimenticanza: Qual pena crudele/l’oblio soffrir!/Che strazio sentire/del Cielo l’amor!
Le preghiere dei vivi che sono stati loro amici durante la vita, unite a quelle della Vergine e degli Angeli, servono affinché “le anime benedette del Purgatorio si possano rinfrescare (ci putèssine addifriscà)”. Servono a spezzare le dure catene, ad aprire le porte della loro prigione, per farli entrare nelle porte del Paradiso.
– Amici, spezzate/ Le dure catene!/Lenite le pene/Col vostro pregar!
– O Madre di grazie,/deh, prega per noi!/Salvaci, tu puoi,/dal divo rigor!
– Alati Messaggeri,/dal cielo scendeste:/le porte schiudeste/di nostra prigion!
Il ritornello che si alternava alle varie strofe era il seguente : “Noi ti preghiamo, Signore,/per le anime gementi:/deh, cessa dai tormenti/e schiudi a loro il ciel!”.

Chiara la funzione della preghiera per la salvezza delle anime purganti: le preghiere dei vivi servono salvare i morti, a rendere meno penoso il loro permanere nel Purgatorio, che è visto più che come luogo intermedio, come luogo dove si soffrono le stesse identiche pene dell’Inferno. 

Una funzione fortemente sentita. La prima notte della “settena”, la notte di tutti i santi, le famiglie che avevano dei defunti, quindi tutte le famiglie, nella propria casa, apparecchiavano il tavolo della cucina, impreziosito dalla tovaglia più bella. Lo imbandivano con pane, acqua, fichi secchi, mandorle zuccherate, melograni, melecotogne ed altro. Tutt’intorno al tavolo sistemavano tante sedie quanti erano i parenti defunti: la tradizione infatti voleva che, una volta all’anno, precisamente in questa occasione, i defunti avessero il permesso di tornare nelle loro case e cibarsi. Per lasciare libera la casa ai defunti, ci si recava, alle tre di mattina, alla chiesa del Purgatorio dove si pregava e si cantava u fici di morti(cioè l’Uffizio dei Morti). A cantare e ad officiare erano i “fratelli” della Confraternita del Purgatorio. 

Angela Campanile ha riportato, nella sua ricerca sul campo, anche un altro singolare episodio. Le intervistate hanno riferito che anni fa, un certo Lorenzo il fornaio, per tutto il mese di novembre, quando assegnava, casa per casa, alle donne che facevano il pane, il turno per “infornare”, non lo faceva in silenzio. Oltre a “dare la voce” sulle varie fasi della preparazione del pane, cantava il “Requiem ”. E lo cantava a voce talmente alta, da svegliare tutto il paese. Disturbava talmente il sonno di tutti, che una notte un uomo perse la pazienza. Stava scendendo in strada per rimproverarlo, quando ebbe una strana visione. Vide una lunga processione che seguiva Lorenzo: era formata di uomini e donne con camicioni bianchi.

L’interpretazione che venne data a questa visione fu che erano le anime del Purgatorio. Gradivano così tanto le preghiere del fornaio che volevano, a tutti i costi, che non smettesse mai di farlo. Da allora in poi, chi ascoltò Lorenzo cantare, accompagnò quel canto di preghiera per i defunti. Nessuno più osò lamentarsi che il Requiem disturbava il suo sonno, perché aveva ben presente quale fosse la funzione del canto: di sollievo delle anime purganti , e quindi di liberazione, di accorciamento dei giorni e degli anni di permanenza nel Purgatorio. 
Un luogo simile, nell’immaginario dei peschiciani, più all’Inferno che a un luogo di sicura salvezza.

IL CULTO DELLA MADONNA DEL ROSARIO 

La chiesa del Purgatorio di Peschici non è mai stata una parrocchia, però ogni domenica veniva celebrata la messa alle otto del mattino e vi assistevano anche le famiglie più in vista di Peschici. Non c’erano banchi in chiesa e chi voleva si portava da casa un banchetto o una sedia; i ricchi però avevano il loro inginocchiatoio privato che l’addetto alla sorveglianza della chiesa approntava in prima fila. 
Forse perché, secondo gli anziani, al centro dell’altare troneggia la Madonna del Rosario, la chiesa del Purgatorio era ed è anche il luogo di culto a lei dedicato.

La festa della Madonna del Rosario cade la prima domenica di ottobre e per nove giorni prima della festa si recitava e si recita la seguente novena alla Madonna: 
– Del Rosario, o gran Regina/ Figlia, Madre, Sposa eletta/Della Triade benedetta/Onoranza d’ogni età.//Il Rosario che ci desti/è corona di bellezza,/il Rosario è la salvezza,/dell’afflitta umanità.
Il Santo Rosario è considerata la preghiera prediletta della Madonna. Non è ripetere tante volte l’Ave Maria e il Padre Nostro, ma è un dialogo cuore a cuore con Maria, è una preghiera da meditare, è soprattutto una preghiera da vivere. 

L’origine della devozione del rosario è antica. Le prime attestazioni risalgono al XII secolo, quando era chiamato talvolta salterio o vangelo dei poveri, perché chi non sapeva leggere meditava in tal modo i misteri cristiani. San Domenico e i suoi frati ne furono i principali propagatori. La devozione del Rosario, interrotta nel decimoquarto secolo per la terribile peste che desolò l’Europa, nel secolo seguente fu ripristinata dal B. Alano de La Roche, domenicano di Bretagna, ma ebbe grande incremento dal fatto che fu attribuita alla protezione della Vergine, invocata per mezzo del rosario, la vittoria di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571. 

Nella novena di Peschici questo riferimento storico è indicato chiaramente in due passaggi: 
– “Come sole che discaccia/ l’ombra nera della notte,/dissipasti Tu le flotte/d’eresie e crudeltà.//Il – Rosario è un’arma forte/Invincibile per prodezza/ Il Rosario è la salvezza/dell’afflitta umanità”.
– Del Rosario o gran Regina/ per te vinse il pio Cusmano/in Lepanto l’Ottomano/cadde preda di viltà.//Sotto il tuo felice impero/non regna la debolezza/il Rosario è la salvezza/ dell’afflitta umanità.

E’ la famosa battaglia che vide la sconfitta degli inarrestabili eserciti Turchi da parte dell’armata Cristiana, capitanata dai Veneziani. L’evento si svolse di domenica ed era il giorno dedicato alla solennità della Vergine del Rosario. La vittoria fu attribuita alla potente intercessione della Madonna che per tale occasione fu appellata “Aiuto dei Cristiani”. Nel 1572 Papa Pio V stabilì che si celebrasse la solennità della Vergine delle Vittorie sotto il titolo del Santo Rosario, mentre Papa Gregorio XIII decretò che la festa fosse celebrata nella prima domenica di ottobre.

A Terlizzi, il culto per la Madonna è legato principalmente alla diffusione della peste nel 1639. Solo grazie all’intervento celeste della Vergine, la città trovò scampo dal terribile morbo.
Emerge la funzione protettrice contro quelli che erano considerati i tre mali dell’uomo non solo medievale, ma anche moderno: oltre alla guerra, le epidemie e le carestie: 
– Quando d’aria il morbo fiero/ chiude a noi la sepoltura/tremò tutta la natura,/noi cercammo a Te pietà//Col Rosario tra le mani,/noi scansammo l’amarezza./Il Rosario è la salvezza/dell’afflitta umanità.
– Quando accessa della guerra/la voragine perigliosa/e il disordine di ogni cosa/tolse a noi felicità.// Il Rosario amore e pace/ci donava con prestezza/il Rosario è la salvezza/dell’afflitta umanità.
Ed ecco il riferimento alla carestia:
– Quando orribile insolente/venne a noi la carestia/col Rosario di Maria/si nutrì la povertà.//

LA QUESTUA 
Tra le fonti di finanziamento di cui poteva avvalersi il pio sodalizio della Confraternita dell’orazione e Morte, sotto il titolo della madonna del Rosario una in particolare merita attenzione: la questua. È molto bello un documento che ho trovato facendo una ricerca su Internet. Si riferisce alla raccolta, da parte di appositi ufficiali eletti annualmente e detti questori, di elemosine in natura nei vari Casali di Massa Lubrense, un paese vicino a Sorrento. 

Nel Settecento la questua veniva praticata in particolare durante la festa dell’Assunta e nell’Ottavario dei Morti. L’Archivio della Cappella del Purgatorio custodisce le cronache delle questue. Esse offrono interessanti informazioni sulla tipologia e sulla quantità degli alimenti ricevuti in dono dall’Ente. I questori erano il più delle volte generosamente accolti e ospitati a pranzo nelle case dei concittadini massesi più ricchi, a testimonianza del consenso che sul territorio riscuoteva il pio sodalizio. Arguzia e vivacità espositiva, ad onta delle imperfezioni linguistiche, comprensibili data la scarsa diffusione della cultura all’epoca, rendono simpatica la lettura delle note giornaliere di cui diamo un breve saggio: ”Adì 12 di 9bre 1811. Uscita al Casale di Nerano, ciovè il solito invito che mi fà il Sig.r Cavaliere D. Alfonso Vespoli con la sua Sig.ra Sposa D. Marianna sichè di tavola fù D. Avorelio Mellino e il Paraco, ò che volete, che vi dico, la tavola meglio che più non poteva essere in quel luco nel casale di Nerano, sichè primo una zupiera di bravi maccaroni di zita ben guarnita, poi un bravisimo rau di Vaccina, inti poi buone braciole, indi poi arrosti di più galline eccelente, un buon vacili Strufoli ma che volete che vi dico, che la Signora li fece con tutto il suo inbegno no mi dilungo a questo bellisimo piatto che fù cose immense, poi ci furono sette triglie di un terzo e mezzo rotolo l’une, indi poi un merluzzo bianco più di tre rotola (un rotolo corrisponde a circa 890 gr). Giungata.Indi poi a tavola si vidde, guarnita Castagnie di Agerola, noci, Alacci, uva, pera di più sorte, mela, Melloni, e che volete che vi dico, dolci e Aquavita, e poi più il Cafè eccelente, che da più tempo non aveva pigliato, maccior mente era buono…..”. 
Il diritto alla questua fu esercitato con l’assenso dei Vescovi del tempo, e ne abbiamo un riscontro nei vari verbali della Confraternita. Sarebbe interessante riscontrare la funzione che i questori esercitavano nell’ambito della Congrega del Purgatorio di Peschici.
Probabile che anche la questua che i bambini facevano ancora oggi a Peschici per cercare “l’Anima dei morti” sia un retaggio di questa particolarità della Confraternita dell’orazione e Morte, sotto il titolo della Madonna del Rosario, la cui sede era nella chiesa del Purgatorio.

PESCHICI 11 FEBBRAIO 1865. UN INCENDIO NELLA NOTTE

Nei documenti dell’archivio comunale di Peschici abbiamo trovato la notizia dell’incendio, riferita dal sindaco del tempo al Sottoprefetto di Sansevero. Era il 21 febbraio 1865. Alle tre di notte, mentre imperversava una “strepitosa bufera con impetuoso irrisestibile vento del Nord, accompagnato dalla notte più buja con acqua e neve”, scoppiò un furioso incendio nella Chiesa del Purgatorio, sotto il titolo della SS.ma Vergine del Rosario, sita in mezzo alla Piazza. (l’attuale Piazza del Popolo, nel centro storico). 


grafica Chiesa Purgatorio di Michel’Antonio Piemontese

Probabile causa, secondo l’ipotesi allora più accreditata dai testimoni oculari, fu che qualche favilla di fuoco, uscita dai camini delle contigue abitazioni, si fosse posata sul tetto della terza soffitta dell’edificio, bruciandone le travi di legno. 
Immediatamente si mobilitarono tutti i rappresentanti delle Istituzioni presenti nella piccola cittadina. I membri della Giunta municipale, il Segretario comunale ed impiegati, il Supplente giudiziario, il Capitano della Guardia nazionale con ufficiali e militi, il Brigadiere comandante la Stazione dei Reali Carabinieri con tutti i dipendenti, il Priore della Congrega del Rosario con i suoi Confratelli, il Maestro elementare, l’Arciprete Curato, presero tempestivi provvedimenti per bloccare l’incendio, che favorito dal potentissimo tempestoso vento, incuteva “indicibile spavento e terrore”. Per avvisare la popolazione del grave pericolo, si fecero suonare a stormo le campane della Chiesa Matrice e quella della Congrega del Purgatorio; nello stesso tempo il Servente Comunale effettuò “il giro del tamburo co’ bandi” per l’intero abitato di Peschici.

Le operazioni di spegnimento dell’incendio furono condotte con sorprendente ed ammirevole tempismo. In pochi minuti quasi tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso si radunarono sul luogo. E, senza curarsi del pericolo, sotto gli ordini e la direzione delle predette Autorità, fecero a gara per spegnere l’incendio. Alle sei di notte, quindi in appena tre ore, l’incendio fu perfettamente domato. Uomini e donne di Peschici utilizzarono, per bloccare il percorso delle alte fiamme, quelli che erano i loro usuali attrezzi di lavoro: le scuri, le zappe, i martelli, le lunghe scale di legno, e gli altri strumenti contadini ed artigiani. Soprattutto, con innumerevoli secchi, trasportarono “copiosissima acqua” da una vicina cisterna.

Nonostante il tempismo di questa vera e propria azione di Protezione Civile, il bilancio dell’incendio fu piuttosto pesante: il fuoco distrusse completamente la “copertina della terza parte della Chiesa” situata dietro l’altare, per fortuna non si propagò alla seconda navata di mezzo, ed alla prima navata, che aveva una copertura “lamiata”. Ma del Coro ligneo, che la circondava, non si ricavarono che pochi spezzoni di tavole. Molti arredi sacri furono distrutti: si riuscirono a salvare soltanto alcune casse, stipi, ed altre suppellettili. L’altare sottostante fu parzialmente distrutto. Ed infine si bruciò in parte la statua della SS. Vergine del Rosario “che colà trovavasi in una nicchia” ed il Santo Bambino che “avea nelle mani fu completamente distrutto”. 
Secondo una prima stima effettata dal Sindaco dell’epoca, il danno “presunto” ammontò a 3.400 Lire.

E’ presumibile che la Confraternita del Purgatorio abbia contribuito alla ricostruzione della chiesa ed al ripristino delle sacre suppellettili, ma fu sicuramente supportata dalla grande solidarietà che la popolazione di Peschici fece seguire alla vera e propria mobilitazione che la vide protagonista in quella terribile notte del febbraio 1865.

2011 Teresa Maria Rauzino 

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