“LA GLORIOSA RIVOLUZIONE” NELLE MEMORIE DI CARMELA DAMIANI

Autore: Teresa Maria Rauzino

“LA GLORIOSA RIVOLUZIONE” NELLE MEMORIE DI CARMELA DAMIANI

Una fonte preziosa per ricostruire i momenti dell’epopea risorgimentale a Peschici è un manoscritto del 1884 di una maestra elementare di Peschici: Carmela Damiani. Gli eventi sono narrati con una certa precisione, ma la distanza temporale, il desiderio di non inficiare l’agiografia “unitaria”, oppure di non inimicarsi qualche potentato locale, giocano qualche brutto scherzo alla veridicità degli accadimenti narrati. La Damiani sostiene che il Plebiscito del 1860, effettuato nella pubblica piazza, si svolse con regolarità, e con quasi unanimità di sì per acclamazione a Re d’Italia Vittorio Emanuele II. In realtà, a Peschici non ci fu affatto unanimità plebiscitaria: su 270 voti e si registrarono 166 sì e ben 104 no. La maestra Damiani ci parla poi di un Signore di Peschici catturato dalla banda Pezzente-Patetta. Stranamente non svela il nome del sequestrato e dice di non essere sicura se la richiesta di riscatto sia stata davvero inoltrata. Presume che dalla fedelissima moglie di un ricco Signore senza figli, i briganti certo non potevano sperare di meglio. E conclude: “Il Signore ritornò presto, rimanendo il cavallo in potere dei briganti”. Il Capitano della Guardia Nazionale Fasanella aveva già preparato un drappello per liberarlo, ma la moglie del catturato insistette vivamente perché la spedizione non fosse effettuata: i briganti avrebbero certamente ucciso il suo “amato consorte”. Dai documenti reperiti presso l’archivio di Stato di Foggia, il notabile sequestrato risulta essere Stefano Martucci. Tra il Martucci e il capitano Fasanella, amici al tempo dei moti del 1948, dopo la “gloriosa rivoluzione” (e la nomina dei due rispettivamente a Sindaco di Peschici e a Capitano della locale Guardia nazionale), non ci affatto l’armonia d’intenti descritta dalla Damiani. Insorsero gravissimi dissidi che li portarono ad inoltrare agli organi prefettizi e al Ministero degli Interni postunitari dei durissimi esposti in cui si accusavano reciprocamente di fatti gravissimi: essere stati “manutengoli” di briganti e responsabili di varie mancanze e inadempienze a danno del Comune di Peschici. Stefano Martucci, in seguito alle denunce del Fasanella (parente della potente famiglia Libetta), viene addirittura destituito nel 1862 dalla carica di sindaco, con l’accusa di aver favorito il brigante Patetta (ma il tribunale di Trani poi lo assolverà). E’ da questa fatidica data che comincia una lotta all’ultimo sangue tra le fazioni Martucci-Fasanella-Libetta-della Torre che, senza esclusione di colpi, si alterneranno al potere del piccolo centro garganico. Una lotta che coinvolgerà drammaticamente, a fine Ottocento, anche la famiglia Sarro-Damiani, sostenitrice dei Martucci. Ma questa è un’altra storia…

“LA GLORIOSA RIVOLUZIONE” DEL 1860 NELLE MEMORIE DI CARMELA DAMIANI

A proposito della “gloriosa rivoluzione del 1860”, Carmela Damiani ci racconta che, quando a Peschici giunsero le prime notizie dello sbarco dei Mille, “i cuori dei liberali esultarono di gioia inesprimibile”; specie i quattro attendibili (sorvegliati speciali dalla polizia borbonica), che erano il signor Stefano Martucci, il dottor Vincenzantonio Fasanella, il cancelliere comunale Beniamino Sarro, e il sacerdote Matteo Bodenizza, i quali – ricorda la Damiani – “falsamente imputati di regicidio, dopo il 1848 stettero per diversi mesi in carcere, e ne recuperarono la libertà Dio sà come”.

Questi “notabili cittadini, accesi di amor patrio”, per allontanare ogni sospetto delle autorità, quando ricevevano di nascosto qualche giornale che parlava del movimento rivoluzionario contro i Borbone, uscivano dal paese da diverse direzioni per ritrovarsi a un unico punto di convegno, e discutevano sulla sorte di quei prodi animosi, “ per appoggiarne l’opera redentrice!”,
All’epoca era Sindaco di Peschici Nicola Papateodoro, di origine greca, un fedelissimo della casa Borbone. Questo Sindaco, quando apriva la corrispondenza ufficiale, leggendo che “una masnada di Filibustieri era stata sconfitta completamente dalla regia truppa con prodigi di valore”, rivolgendosi al cancelliere Sarro, gli diceva in tono scherzoso: “Compare Beniamino, i filibustieri sono stati distrutti e dispersi; per carità non affiliarti a teste riscaldate; pensa a essere fedele al nostro Re!”.
Giunta la notizia ufficiale della vittoria garibaldina, il partito liberale festeggiò con entusiasmo e con frenetici evviva, “disperdendo immediatamente ogni traccia del Borbone servaggio”, e costituendo immediatamente la Guardia Nazionale, capitanata dal Dr. Vincenzantonio Fasanella, spalleggiato da validi ufficiali.

In mezzo a tanta esultanza per l’acquistata libertà, vi era il partito retrivo, capitanato da individui che la Damiani non nomina “per carità cittadina”, dai quali dipendeva la massa del popolo ignorante. Essi insinuavano negli animi della povera gente dei principi sovversivi, “al solo scopo di recuperare il perduto dispotismo”, e per opprimere “il fiore dei liberali cittadini”.

Attendevano il momento giusto per una riscossa reazionaria. Disegno riuscito, perché la sera della domenica 2 ottobre 1860, quando le autorità costituite e lo stesso Capitano della Guardia Nazionale meno se lo aspettavano, i borbonici, aizzati da Antonio Donnangelo, un commerciante di Monte Sant’Angelo che aveva diffuso la falsa notizia che nel suo paese i reazionari festeggiavano la sconfitta di Garibaldi e il ritorno sul Trono di Francesco II, “cominciarono ad insinuare nei loro affiliati il proponimento di organizzare immediatamente anche qui una reazione in favore del perduto Borbone”.

Le autorità liberali stavano all’erta. Ma, mentre il Capitano e i suoi uomini più fidati stazionavano al posto di Guardia e sulla piazza attigua, verso le due di notte, per il paese si sentì gridare “Viva Francesco II!”. Grida che non ebbero seguito. Il Capitano ordinò al drappello di militari di rintracciare i tumultuanti, il che accadde puntualmente, perché il drappello, al ritorno, “portò quattro caporioni” che furono arrestati e “custoditi” nel posto di guardia. Ritornò la calma, e il Capitano, fiducioso dell’influenza che aveva sul popolo, lasciato il consueto piccolo drappello di guardia, si ritirò a casa con tutti gli altri. Ma la tranquillità era solo apparente.

Dopo qualche ora, si sentirono d’improvviso altri “evviva per Francesco II”, e questa volta le voci “si ripetevano per i diversi punti del paese come l’eco delle convalli”. In un attimo, un’onda di popolo, formata da più centinaia di persone, corse al posto di Guardia, scacciò le poche Guardie, scarcerò i quattro compagni arrestati, e s’impadronì delle armi e munizioni, stabilendo un proprio servizio d’ordine.

Dopo questo primo successo, i rivoltosi ruppero le porte di tutti i campanili delle chiese, suonarono a martello le campane, e trasportarono in mezzo alla piazza ed in altri punti del paese grossi mucchi di legna per accendervi immensi falò, tumultuando con tamburi, grida disperate e grosse bandiere bianche ricavate da lenzuola. Quindi, in mezzo a grosse torce di bitume, apparse come per incanto, portarono in processione le effigie di Francesco II e della Regina Sofia, fino ad allora tenute nascoste in casa da alcuni caporioni della sommossa.

Non mancarono insulti “di abbasso tizio, morte a caio”. Se i liberali, ormai segregati nelle proprie case, ma ben forniti di armi e munizioni, avessero voluto sparare sulla folla, avrebbero ucciso centinaia di persone; “ma per non spargere sangue cittadino, si usò la massima prudenza, e si pensò di non ricorrere agli estremi finché le parole rimanessero parole”. Il paese rimase in balia dei reazionari fino a mercoledì 5 ottobre. In quei giorni, si videro delle donne con la giberna piena di cartucce a tracolla fare la sentinella davanti al posto di guardia.

Stefano Martucci, subentrato nella guida del Comune di Peschici al sindaco Papateodoro, uscì in piazza sfidando il furore dei reazionari. I tumultuanti aprivano la corrispondenza ufficiale, obbligandolo a leggerla in pubblico. Quando i borbonici sentivano notizie a loro sfavorevoli, facevano il muso torvo e allora Martucci, “con le più dolci e buone insinuazioni” cercava di persuaderli a ritirarsi, dicendo che erano stati ingannati: il nuovo governo stava procedendo benissimo. I reazionari non retrocessero, finché nelle prime ore pomeridiane dello stesso giorno 5 ottobre arrivò da Rodi una colonna mobile di Guardia Nazionale composta da militi dei paesi del Circondario, e capitanata da Vincenzo Tondi di San Severo.

Senza incontrare resistenza, ristabilì immediatamente l’ordine pubblico, arrestando una cinquantina di persone fra le donne e gli uomini ritenuti fautori della sommossa. La milizia mobile ripartì il giorno dopo, scortando a doppia catena, e legati con corde, gli arrestati, che furono tenuti per qualche mese nelle prigioni di Foggia e S. Severo. Le autorità di Peschici si adoperarono affinchè tutti fossero liberati, “senza istruzione di processo”.

All’inizio del 1861, alcuni ex soldati borbonici cominciarono a sbandarsi per i boschi riuniti in bande, tendendo agguati ai pacifici cittadini, con il pretesto di restituire il Trono alla dinastia borbonica. Il 9 maggio 1861, festa di Santa Maria di Merino, protettrice di Vieste, diciotto soldati borbonici sbandati di Montesantangelo e Mattinata, sbucando dalla Foresta Umbra, si riversarono in direzione della Chiesetta di Santa Maria, posta nel Piano a 12 km da Vieste, portando terrore e scompiglio fra i fedeli e costringendoli a cercare scampo nella fuga. Quindi si diressero verso Peschici, fermandosi alla torre di Calalunga, sede della Brigata delle Guardie di Finanza: la espugnarono facilmente, prendendosi armi e munizioni. Gli sbandati, salendo “per valli e monti Zappinati, arrivarono quindi alla Vacchereccia dei Signori Libetta, detta Malanotte, dove fecero bottino di pochi caciocavalli ed altri viveri”. Continuando il loro cammino, giunsero verso le ore 21 al Telegrafo visuale di Fidizzola, dove trovarono l’impiegato Federico Sarro e la guardia nazionale Matteo D’Antizza. Matteo Fragasso ( originario di Mattinata) chiese due fucili, promettendo che, appena ristabilite le cose del Borbone, li avrebbe restituiti.

I soldati ritornarono nei boschi da dove erano venuti, inseguiti dal capitano Vincenzantonio Fasanella e dodici militi e cacciatori scelti, i quali, avuta la notizia a Peschici dell’assalto dei briganti a Calalunga, concepirono l’ardito disegno di un’imboscata. Fasanella, ricordando ai suoi commilitoni che per amor della patria si andava incontro alla morte, li condusse, per la via battuta dai malviventi, verso Caritate, un Casino con vacchereccia posto nel bosco Sfilzi, di proprietà dei Signori Forquet di Napoli, a circa 6 chilometri dal Telegrafo di Fidizzola.

A due-trecento metri dal Casino, Fasanella e i suoi uomini si accorsero che gli sbandati si erano rifugiati in un pagliaio di legno; camminando carponi, si appostarono dietro ai grandi alberi di querce, a giusto tiro di fucile, aspettando il cenno del Comando per sparare. Dopo gli spari, tra grida di disperazione, gli assaliti fuggirono precipitosamente, disperdendosi per quei burroni “intrecciati di folta fratta”. Nel pagliaio rimase il soldato ferito, che si dimenava a terra per il dolore.

Si era fatta notte, Caritate distava 12 chilometri dal paese, la paura di imboscate lungo la strada era tangibile; e quindi, adagiato alla meglio il ferito su un carretto, e raccolti nel pagliaio diversi fucili ed altre armi, coperte e altre vettovaglie, e appiccato il fuoco, il Capitano Fasanella e i suoi compagni ritornarono a Peschici. Grida di gioia e di evviva ne accolsero l’arrivo. Il mattino seguente, il ferito, scortato dalle stesse Guardie Nazionali e dal Capitano, fu trasportato a Vico del Gargano, ove fu fatto fucilare dal Maggiore Martini, capo della truppa di fanteria lì stanziata.

La Damiani puntualizza che le bande che infestavano il Gargano erano tre: la Compagnia di Luigi Guerra o Palumbo, con circa 80 componenti per lo più montanari e mattinatesi,; la Compagnia di Patetta e del Pezzente, appartenente a Vico del Gargano, con una decina di uomini, fra cui un peschiciano; Compagnia di Scirpoli, anch’essa vichese, composta da due o tre persone. I briganti, che annoveravano nelle proprie file uomini di ogni paese, avevano ovunque dei “manutengoli”, con cui decidevano il da farsi, basandosi “sulla forza, sullo spirito e sulla posizione di ogni Comune”.

Grazie a questo appoggio interno, ordivano piani per invadere i paesi del Gargano, e per commettervi omicidi e ruberie, approfittando del fatto che il Governo Italiano lasciava i paesi in balia di se stessi, con la sola forza della Guardia Nazionale, inadeguata a tale compito in quanto carente dal punto di vista organizzativo e disciplinare. Il Governo, a un certo punto, ritirò pure la piccola truppa del maggiore Martini, stanziata a Vico.

E fu appunto grazie a queste “favorevoli condizioni” che il 27 luglio 1861 il comune di Vieste fu invaso dai briganti, che vi portarono il terrore, saccheggiando ogni oggetto prezioso, seviziando e uccidendo “sette illustri e benemeriti cittadini”. La Damiani condanna, in particolare, una “turpissima” azione: il popolo Vestano “fece arrostire la carne di un insigne cittadino trucidato (Sante Vincenzo Nobile), che venne mangiata dai briganti, contravvenendo il comune aforisma che lupo non mangia lupo”.

La notizia dell’invasione di Vieste giunse a Peschici la mattinata stessa; a suon di tamburo, la popolazione fu immediatamente chiamata alle armi ed alla difesa. Si formò una compagnia di circa 50 cacciatori scelti, muniti di fucili a doppia canna. Il paese aveva due sole porte d’entrata, una delle quali, quella di ponente, era già stata preventivamente murata.

Vico, popolato di ben 8.000 persone, fu assalito tre giorni dopo l’eccidio di Vieste. Il saccheggio, per fortuna senza far vittime, durò fino al mattino seguente, quando si sparse la voce che una nave a vapore, con la truppa guidata dal Generale Pinelli, era approdata a Rodi.

A Peschici fu fucilato Michele Vecera (alias il rinnegato) “per infrazione al governo militare, e per la sua cattiva condotta di essere ritenuto manutengolo dei briganti”. Qualche tempo dopo vi fu anche la sentenza di morte contro Maria Giuseppa Santoro, per aver pronunciato “forti parole contro il governo che manteneva lo stato d’assedio”. Intervenne la popolazione, e i “benemeriti cittadini” pregarono il capitano Stivani di salvarle la vita, cosa che si ottenne.

“Il contado era infestato dai briganti che, dopo aver mandato inutilmente i pastori dai rispettivi padroni per ricatti, sfogavano la loro ira bersagliando di fucilate ora le vacche di quel Signore, ora facendo desistere i braccianti dalla raccolta delle olive; ed altre volte incendiando le case coloniche, di modo che si viveva in uno stato disperatissimo”.

“In mezzo a questa situazione anormalissima – continua la Damiani – vi era un solo Signore, che fidandosi delle assicurazioni che spesso riceveva dalla banda del Pezzente, e ritenendo che cinque mascalzoni non si sarebbero azzardati ad assalirlo, perché uomo d’arme e di bosco, sempre provvisto di un veloce cavallo, dal quale non scendeva mai, armato di fucile a doppia canna e pistole, si permetteva spesso di uscire in campagna, per raggiungere un suo Casino vicino a boschetti di folti pini”. Un bel giorno, e quando meno lui se lo aspettava, si trovò d’improvviso attorniato dalla banda del Pezzente, che lo sequestrò in un luogo nascosto, ordinando ai suoi garzoni di recarsi in famiglia per chiedere il riscatto, assicurando che al catturato non si sarebbe torto un capello.

Un altro fatto importante, secondo la Damiani, tornò ad onore dei “bravi cittadini” di Peschici: in contrada Martinetti, sulle colline della piana di Càlena, a circa tre chilometri dal paese, nell’uliveto di proprietà del liberale Francesco Ercolino, fu catturato un pericoloso brigante della Banda Pezzente-Patetta. Ferito gravemente, fu trasportato a Peschici fra le ovazioni del popolo festante. Il Capitano Fasanella spedì subito un espresso al Comandante della Compagnia militare di Vico del Gargano, comunicandogli l’accaduto, e il mattino seguente giunse un drappello di soldati con un Tenente, che fucilò “il catturato Biscotti del Comune di Vico”. Fasanella ebbe l’onore di essere decorato con la medaglia d’argento al valor militare, “di cui rimase pensionata la sua vedova Lucrezia Libetta, sorella del deputato Carlo Libetta”.

“Ora – conclude la Damiani – la nostra narrazione è finita, avendo avuto di mira di parlare delle sole cose più importanti avvenute dopo lo scoppio della “gloriosa” rivoluzione del 1860. Forse se tutti i paesi del Promontorio, assai più popolosi, avessero seguito lo stesso e sacrosanto impulso di amor proprio e della patria che seguì Peschici, il Gargano non sarebbe stato vittima del brigantaggio, non avrebbe avuto spente tante vite di distinti cittadini sul più bello degli anni, e non avrebbe sofferto la perdita d’innumerabili ricchezze”.

2011. Teresa Maria Rauzino

su L’ATTACCO 2 maggio 2011

FONTE BIBLIOGRAFICA: Carmela Damiani, Memorie, a cura di Angelo e Michel’Antonio Piemontese, pubblicato dal Comune di Peschici, assessorato alla P.I. e Cultura, Peschici 1992.

Foto d’epoca di Peschici (del Novecento) tratte dal gruppo “Peschici e i Peschiciani. Foto di una volta” a cura di Rocco Tedeschi ed Elia Salcuni

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