Le “arancie” dell’Unità Italiana

Le “arancie” dell’Unità Italiana

Autore: Riccardo Bacchelli

Riccardo Bacchelli fu uno dei maggiori scrittori italiani di questo secolo. Visse in pieno la cultura del primo Novecento, temprando alla «Voce» e alla «Ronda» la tensione morale e la passione per la prosa. Sensibile ai moti profondi della gente comune, si misurò con i grandi affreschi storici, con il lento o concitato fluire delle generazioni. Dal «Il diavolo al Pontelungo» (1925), alle duemila pagine del «Mulino del Po» (1938-40), al ciclo sul mito cristiano, al lungo tramonto, nell’opera smisurata di Bacchelli è possibile distinguere diversi tempi, con una cerniera ideale intorno alle due guerre mondiali. Da giovane, si cimentò con il giornalismo. Nella primavera del 1929, sulle pagine della “Stampa” vedono la luce alcuni interessanti articoli che Bacchelli scrive dal Gargano, raccolti poi nel libro “Italia per terra e per mare” (1952). A San Marco in Lamis è ospite di Giustiniano Serrilli, amico fin dai tempi dell’Università a Bologna. Partendo da qui, va alla scoperta del Promontorio. A Rodi Garganico, durante la sua sosta al Santuario della Madonna della Libera, lo incuriosisce un ex voto marinaro. Apprende una storia singolare, che ispira il bel racconto “Le “arancie” dell’Unità Italiana”, pubblicato sul quotidiano torinese il 25 aprile 1929. 

Si dice che sia tanto soave l’odor degli aranceti sul lido di Rodi Garganico, da far venir le lacrime agli occhi quando è il tempo della fioritura. Gli aranceti e i limoneti riempiono tutte le vallette e vestono ogni dosso di quella costiera, dove affiorano, a nutrirli, molte polle d’acqua gaia. A difendere dagli strapazzi di vento boreale le fioriture delicate e il frutto greve, i coltivatori han tirato su, con scienza accorta e paziente, spalliere e filari e siepi di leccio e di alloro. Così, coi densi fogliami, onore della virtù militare e poetica, i coltivatori sviano le infilate, rompono i mulinelli e golfi, disfano insomma i perniciosi giuochi del vento.
Colla pesca, l’agrumeto è il primo guadagno del paese.
Poco prima della guerra, sarà, mentre racconto, un quindici anni, un trabaccolo chiamato «Unità Italiana» era il più nuovo di quanti n’aveva la spiaggia. Anzi il padrone non l’aveva ancor pagato. Navigava così per mare col pensiero dei debiti a bordo.
Veramente il trabaccolo, dipinto di nero con una fascia bianca, era un battello da stimarsene, calafato e padrone; e già nelle burrasche dell’inverno aveva fatto due volte buona prova di qualità nautiche. In quanto a qualità veliere, era dei più veloci e dei più miti e maneggevoli. Per questo costava anche il suo prezzo, diceva il calafato quando dava una capata sulla spiaggia per covarsi il credito, come non fossero bastate le cambiali!
Ai primi di aprile, il padrone caricò aranci per la Dalmazia, e stivò l’«Unità Italia» fin che ce ne poté uno. Poi fece in coperta una fila di cassette e di cesti, e, non contento, imbarcò pure non so quanti sacchi di buccia d’arancio.
Occorre infatti sapere che la buccia d’arancio serve per cavarne essenza; e le distillerie di Dalmazia ne comprano. Guadagno piccolo, ma il guadagno si misura sul bisogno dei bisognosi e non sulle sazietà degli abbondanti.
Insomma, il padrone aveva fatto un carico tale, che sul ponte dell’ «Unità» sparivano gli uomini dell’equipaggio: un fratello del padrone, giovine, un vecchio marinaio, un figlio mozzo. Non è da credere, perché la barca si chiamasse «Unità Italiana», che il padrone fosse liberale, cosa di cui aveva un’idea vaghissima, o libero pensatore, cosa di cui non aveva nemmeno l’idea. Insomma, col nome di «Unità Italiana» egli era del tutto alieno ed ignaro di toccar la questione del potere temporale e del patrimonio di San Pietro. Queste erano questioni che riguardavano il Papa di Roma e il parroco di Rodi: quanto a lui, era devoto della Madonna della Libera, e aveva battezzata la sua barca patriotticamente, per un riflesso dei giornali del tempo di Tripoli. Anzi per quella guerra era stato richiamato, e non è escluso che il concetto dell’unità italiana gli fosse nato ascoltando qualche regolamentare «scuola morale» tenuta dagli ufficiali all’equipaggio, durante le lunghe crociere e gli ancoraggi nelle rade di Derna o di Tobruc.
La Madonna della Libera arrivò a Rodi sulle onde, e si posò sopra un sasso, il quale si conserva sotto l’altare, scampando ai turchi, dice il latino dell’iscrizione. E’ una bella immagine bizantina e, forse, invece di turchi, si trattò, come per il solito fu di queste immagini recate in Italia dal mare, della greca persecuzione degli iconoclasti, quando l’imperatore Leone Isaurico volle dare il suo esempio anche lui di ciò che producono principi temporali in vena di teologare.
Turchi o greci, la Madonna ha la sua chiesa sull’entrata di Rodi dalla parte di ponente, venendo dal lago Varano; chiesa « a divozione dei navigatori », dove gli ex-voto appesi dietro l’altare a decine, dipingono grazie ricevute in mare, e che s’ingrandisce e si adorna per offerte e lasciti di rodiotti paesani o fortunati in America e non immemori.
L’«Unità Italiana» recava a bordo, fissata sulla ruota di prua e protetta da un vetro, un’immagine benedetta della Madonna, e padrone ed equipaggio la rispettavano più che potevano, anche col tempo buono. Con quello cattivo, poi, l’invocavano con gran fede.
E bisogno ne ebbe, quella volta che salpò col carico d’aranci, il padrone, quando fu sotto Lissa. Avevan fatto ottima traversata, e la notte, quando cadde il vento, era cosi calma, che si addormentò anche il timoniere sul trabaccolo colmo, odoroso di catrame fresco e di buccia d’arancio. La luna in cielo terso e cristallino, illuminava la groppa dell’isola a proravia. Le vele pendevano.
Dormivano da un paio d’ore, perché, quando il vento li destò, la luna s’avviava al tramonto; un turbine boreale si scagliò sull’«Unità Italiana». Le vele fecero uno schianto solo, e sparirono; il mare bolliva e fremeva tenuto giù dal vento, e le due furie dell’aria e dell’acqua ogni tanto levavano una schiuma volante di polvere d’acqua. Il trabaccolo, spinto a! largo, camminava fra una nube di tal polvere: pareva che non toccasse acqua, o che fosse nel ribollio di una cascata. Il timoniere aveva preso un colpo di barra nel costato, quando il vento aveva girato la barca al largo con quelle maniere che sono soltanto sue, e piangeva le sue costole. La luna al tramonto guardava la perdita di quegli uomini.
Il colpo di vento smise com’era venuto. Il trabaccolo si fermò, come se avesse ritrovato acqua sotto la chiglia, si rivide Lissa fatta piccola e lontana e il resto dell’equipaggio uscì a guardare i danni, dolorosi sopra tutti il padrone e il fratello.
E non sapevano ancora quel che l’attendeva, perché si combinarono due tempeste di vento contrastanti, e per tutto il giorno, senza vele, rotto alla fine anche il timone, furono spinti e ricacciati dal largo alle isole e dalle isole al largo, aggirati, sconquassati sbalzati sopra un mare rabbioso e accanito. Il vento vorticoso, pieno di rèmoli, aveva sgombrato e spogliato la coperta, pulita. E primi naturalmente eran partiti i sacchi delle buccie d’arancio, volatili.
L’equipaggio, ricordando gli ex-voto, non aveva altro aiuto che quello d’invocare la Madonna della Libera, quando a notte il vento si decise, e si buttò in una gran tempesta spiegata di bora. Persero di vista la terra, e il mare ingrossato, dopo d’aver tentato di smantellare il fasciame coi colpi brevi, cominciò a lavorare coi colpi lunghi ed alti per vedere di rovesciare l’«Unità Italiana». Ma il trabaccolo aveva mostrato quanto era saldo, e ora faceva vedere come era ben equilibrato.
Sull’alba li accostò un vapore, che poté mandare una scialuppa e gettare un cavo. Ma quando si trattò d’imbarcarsi nella scialuppa, il padrone volle dall’ufficiale l’assicurazione che il vapore avrebbe preso a rimorchio l’«Unità Italiana». Altrimenti non si sarebbe mosso dal bordo; e il fratello, che era suo socio e vedeva la rovina comune nella perdita del trabaccolo nuovo e da pagare, fece l’atto di ributtarsi a bordo dell’ «Unità» anche lui. Il capitano del vapore (un postale abbastanza grosso e lussuoso) non capiva quel che stessero a perder tempo in discorsi, e bestemmiava dietro i vetri del binoccolo, mentre scialuppa e trabaccolo ballavano a contrattempo sulle onde. Pareva che il tempo volesse migliorare.
L’ufficiale finalmente non credette di far male promettendo e giurando, con grandi urli a quel testardo, che l’«Unità» sarebbe stata rimorchiata fino a Bari, prossimo scalo. Allora il padrone, traballando nei colpi di mare, andò a prua, si volse alla Madonna, e le disse: «Lascio la barca e il carico a Voi e al vostro aiuto».
E a bordo, incurante totalmente della stizza del comandante, lui e il suo sparuto e bagnato e affamato equipaggio volevano la guardia al cavo. Quei pochi passeggeri che non soffrivano mal di mare, li vennero a vedere, e volevano farsi raccontare la traversia, ma cavarono poche parole. Allora si levarono la voglia di fotografare il gruppo dei salvati. L’impaccio e la noia erano accresciuti dal fatto di non aver indosso nemmeno gli abiti loro proprii, che erano ad asciugare. Intanto il padrone fu chiamato dal comandante per le notizie da mettere sul giornale di bordo, e il mare si mise a infuriare. La rotta del vapore si trovava ad essere proprio nel filo del vento, e ogni tanto un colpo di mare buttava l’«Unità Italiana» a sbattere contro la poppa del vapore.
Bisognò che si rassegnasse anche il padrone; fu tagliato il cavo dei rimorchio, e il trabaccolo fu visto ancora per dieci minuti beccheggiante in balìa delle onde, levando su la prua come se avesse cercato l’aria prima d’inabissarsi.
I due fratelli non dissero una parola. Fin allora non avevan voluto mangiare, ora che il sacrificio era fatto e che almeno da mangiare avevan gratis, ne approfittarono per il giorno di digiuno passato, e per quelli venturi. Poi dormirono fino a Bari sulla loro miseria.
A Bari presero il treno, e avevan pure scherzato con certi conoscenti incontrali alla capitaneria del porto, che li fece fornir di biglietti dalla questura per il rimpatrio. In treno poi c’era un piacevole suonatore di mandolino, e le ore passarono veloci. Soltanto arrivando colla diligenza in vista delle case bianche di Rodi, risentirono la loro disgrazia; peggio quando ogni cosa e il calafato li condussero a ripensare d’aver perduta la barca e di doverla pagare.
La mattina dopo per tempo -fra tutto eran passati tre giorni – il padrone sente bussare all’uscio, e un vocio per la strada. Chiamavan lui a gran voce; rimpiangeva che non l’avesser lasciato dormire, perché il dispiacere faceva come le botte e cresceva maturando; ecco, ad apertura d’uscio, gli invasero la casa. Allora credette di sognare e di non essersi svegliato. L’«Unità Italiana» aveva navigato verso Rodi da sola, e s’era venuta ad arenare quella stessa notte sul greto dalla parte di ponente. Due pescatori l’avevan scoperta, a poche centinaia di metri dal paese.
Rodi è sulla rupe, tutto fatto a scale, ma il padrone non toccò un gradino, e volò più che non scendesse.
Oggi un ex voto nella chiesa della Madonna della Libera mostra «L’Unità» azzuccata sul greto, e quando il trabaccolo, ormai vecchio d’onorata età, non è in navigazione, si può ancor vedere, nero con fascia bianca, ancorato in rada o al secco sulla spiaggia di Rodi Garganico.
Fu potuta ricuperar sana, per quanto maltrattata, anche buona parte del carico, che fu messo in vendita sulla spiaggia, dove tutti convennero a mangiar delle arancie del miracolo.

Riccardo Bacchelli
Pag. 3 (25.04.1929) LaStampa – numero 99

(ricerca a cura di Teresa M. Rauzino)

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