L’epopea risorgimentale a Rodi Garganico

L’epopea risorgimentale a Rodi Garganico

Autore: Teresa Maria Rauzino

Manifestazioni di giubilo e brigantaggio a Rodi Garganico, il racconto di Michelangelo de Grazia nei suoi “Appunti storici sul Gargano” . Masse e avanguardie…


Il rodiano Michelangelo de Grazia, nel secondo volume di “Appunti storici sul Gargano”, edito nel 1930 a Torremaggiore dalla tipografia Caputo, rievoca, da un punto di vista decisamente agiografico, cosa avvenne a Rodi Garganico nel 1860, dopo che Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli l’8 settembre 1860, completando la spedizione dei Mille e la “liberazione” del Regno delle due Sicilie.

I liberali della cittadina garganica, secondo il de Grazia, accolsero questa notizia con grande entusiasmo. «Nelle prime ore del mattino del 14 settembre 1860 si videro il Corpo delle guardie nazionali, il decurionato e molti liberali percorrere le strade principali di Rodi, acclamando a Vittorio Emanuele ed a Giuseppe Garibaldi. Portavano coccarda tricolore attaccata al cappello ed al petto, e molti uscivano dalla farmacia di Raffaele Curci, loro solito luogo di convegno». Tra i partecipanti alla manifestazione di giubilo, vi erano molti rodiani che nel 1848 erano stati arrestati dalla polizia borbonica per “reati politici”: Giuseppe d’Anelli, Matteo delle Fave, Pasquale Draicchio, il notaio Gaetano de Grazia, Giuseppe Luigi Sala, Matteo Russo, Vincenzo Santamaria, Pasquale Ricucci, il sacerdote Vincenzo di Fiore, ex cappellano garibaldino, e Pietro Verna, che reggeva il vessillo tricolore. Nel corteo dei manifestanti si notavano anche i sacerdoti “liberali” Sergio di Gioia, Giovanni del Giudice, Vincenzo Mascis e Francesco Fusilli.

I dimostranti, giunti alla porta della chiesa parrocchiale, si fermarono per ascoltare, tra clamorosi applausi, un comizio tenuto dal Di Fiore; quindi entrarono in chiesa per cantare il Te Deum. Mancava, però, il parroco, Donato de Nunzio, ritiratosi in casa perché era contrario alla dimostrazione. «Alle istanze della commissione però e più al clamore che saliva dalla strada – racconta il de Grazia – fu giocoforza cedere, e il parroco dovette uscire e assecondare il volere della moltitudine».
Quello stesso giorno, il decurionato e i funzionari pubblici del Comune di Rodi, riunitisi in assemblea, deliberarono e spedirono all’Intendente in Foggia un documento di “indirizzo”, da far pervenire a Giuseppe Garibaldi ed a Vittorio Emanuele, in cui esprimevano l’adesione della popolazione rodiana al nuovo Governo. Il documento era firmato dal sindaco Valerio Sala, dal capitano delle guardie nazionali Michele Fusilli e dai decurioni Giuseppe d’Anelli, Michele Moretti, Temistocle Fusilli, Pasquale Ricucci, Pietro Russo, Michele Mascis, Raffaele Rossi e Simone Pepe.

Alcuni notabili del paese, i monaci ed il resto dei preti non approvarono affatto questa prima dimostrazione di giubilo, né quelle seguenti. Erano ancora legati al re borbonico Francesco II, sperando sempre il suo ritorno sul trono. Non si limitavano a questo, ma «andavano sussurrando false voci». Addirittura, il parroco de Nunzio insinuò nell’animo del popolino che i liberali erano stati tutti colpiti dalla scomunica. Ecco perchè il Decurionato, nella seduta del 16 marzo 1861, accogliendo un esposto di Michele Mascis, all’unanimità deliberò e chiese l’immediata sospensione dell’arciprete Donato de Nunzio dalle sue funzioni parrocchiali, anche per evitare un tumulto popolare che avrebbe potuto avere “terribili conseguenze”.

Invano i realisti borbonici cercarono di mandare al Parlamento nazionale personalità ancora ligie a Francesco II. I liberali, il 18 febbraio 1861, ebbero la soddisfazione di vedere eletto come deputato del collegio di Manfredonia, di cui Rodi faceva parte, “un liberale purosangue”, Ruggiero Bonghi, che si presentava per la prima volta al Parlamento. Rodi lo aveva proposto ed appoggiato strenuamente. «Così l’illustre lucerino – continua il de Grazia – “vanto e gloria d’Italia”, ebbe da questa cittadina il battesimo politico, che ascrisse a suo onore la vittoria conseguita dal suo candidato». Il Bonghi, in occasione del viaggio di ringraziamento agli elettori, dai balconi del palazzo del notaio Gaetano de Grazia, di cui fu ospite, e fra un pubblico numerosissimo e plaudente, inneggiò alla tanto sospirata unificazione italiana.

«Ma le cose – si rammarica il de Grazia – non andarono sempre così, le feste ed i gaudi per la caduta della dinastia borbonica ebbero man mano ad affievolirsi a cagione degli emissari e dell’oro che Francesco II non cessava di mandare ai suoi aderenti, allo scopo di ricuperare il trono perduto». Molti giovani, chiamati alla leva, non risposero all’appello, «e facili ad essere suggestionati, e, trascinati dagli eventi, si diedero al brigantaggio, creato e protetto dal Re detronizzato». Era un triste spettacolo osservare i cittadini rodiani preoccupati per le notizie che giungevano dai paesi vicini. Gente della peggior risma, dedita ai ricatti, che prima si limitava ad agire solo nelle campagne, era diventata sempre più audace. Favorita dalla maggior parte dei realisti, entrava nei paesi e commetteva ruberie e delitti al grido di “Viva Francesco II”. «Fu così che alle notizie delle stragi e devastazioni commesse dai briganti a Vieste il 27 luglio 1861, parecchi liberali di Rodi, presi dal timor panico, fuggirono a Manfredonia».

Incoraggiati da questa fuga, i borbonici, il 1° agosto, indissero una manifestazione per il paese, inneggiando al figlio di Maria Cristina. La folla, con la bandiera spiegata e portata dal sacerdote Francesco Mascis, si recò davanti ai palazzi di Giuseppe Sanzone e di Raffaele Rovelli (ex capitano delle guardie nazionali borboniche e più volte consigliere provinciale), invitandoli a scendere in strada. Continua il de Grazia: «I predetti signori, che erano due autentici galantuomini, benché borbonici, uscirono al solo scopo di raccomandare ed imporre che non si fosse trasceso ad atti sconsigliati. E per il rispetto ad essi dovuto, la dimostrazione ebbe luogo senza alcun incidente dispiacevole». Il giorno dopo la dimostrazione pro-Borbone fu ripetuta. Oltre alla bandiera, portata dal Mascis, furono portati in giro i ritratti di Francesco II e di Maria Sofia. Il sacerdote Fedele Maramaldi, dopo averli benedetti con l’aspersorio, li aveva dati a Michele Leccese, detto “Monteimonte”, ed a Michele D’Errico, soprannominato “Cocciuto”, quando i dimostranti erano passati davanti al suo palazzo.

In mezzo a costoro spiccava, per la sua alta statura, il mastro muratore Domenico Inglese, «ricordato per suoi continui viaggi ai santuari e nei luoghi dove ufficialmente si recava Ferdinando II, che, riconoscendolo in mezzo alla folla, lo chiamava per nome e s’intratteneva con lui a parlare familiarmente». Questa volta i borbonici, fra cui si distinguevano i fratelli Buchi, cercarono di impossessarsi delle armi delle Guardie nazionali; non vi riuscirono solo grazie all’energia e all’astuzia di quei pochi liberali che ancora fronteggiavano, anche se a stento, gli avversari. Venne divelta la porta del carcere, e furono liberati gli sbandati borbonici, lì rinchiusi per precauzione. Di ciò fu incolpato Vincenzo Santamaria, soprannominato Secacorna, il cui figliolo era stato arrestato. A detta di alcuni testimoni, egli era stato soltanto un semplice spettatore dell’accaduto.

Intanto si vociferava che a Vico fossero entrati i soldati borbonici. Lo stesso giorno, 2 agosto, Francesco de Nunzio (protonotario apostolico), Vincenzo De Mattei (impiegato doganale) e Salvatore Scuglia, ex tenente delle guardie di finanza, andarono là per accertarsi della veridicità della notizia. «Ma – continua il de Grazia – vista la schiuma di canaglia che spogliava il paese, ritornarono subito sui loro passi, raccomandando ed opponendosi energicamente perché tale gente, per carità di patria, non fosse chiamata a Rodi».
Il governo di Vittorio Emanuele aveva provveduto a far cessare gli atti di malvagità commessi dai briganti, che si spacciavano per soldati borbonici. Il 3 agosto, reduce da Vieste, su una nave da guerra sbarcava a Rodi il generale Pinelli con numerosi soldati. A questi si erano uniti parecchi liberali rodiani fuggiti a Manfredonia e una colonna mobile, composta di coraggiosi cittadini garganici, guidata da Carlo Califani di Manfredonia. Il de Grazia racconta che, avendo inizialmente scambiato questa nave per borbonica, molti cittadini rodiani si attaccarono al petto la coccarda bianca. Il sacerdote Maramaldi Fedele pronunziò queste testuali parole: «E’ figlio di quella santa madre, non poteva fallare!». Secondo il prete rodiano, Maria Cristina, madre di Francesco II, con le sue preghiere, aveva ottenuto dal Cielo una grazia: il recupero del trono. «Il bello fu che, riconosciuto l’errore, d’un subito le coccarde cambiaronsi nei tre colori».

Il generale Pinelli sedò immediatamente la reazione, minacciando di arrestare i funzionari pubblici che avevano abbandonato il paese, e i principali autori della reazione; «ma costoro, fiutata l’aria infida, non si fecero rintracciare». L’unico ad essere fucilato fu Vincenzo Santamaria alias Secacorna. Il reverendo Agostino Ricucci accompagnò il disgraziato al supplizio, precisamente là dove c’era un gigantesco olmo, intorno al quale si legavano gli animali da macello (nei pressi dell’attuale Belvedere). Convinto dell’innocenza del Santamaria, il sacerdote si adoperò perché la fucilazione non avvenisse, ma il suo tentativo fu vano.

Il sacerdote “borbonico” Francesco Mascis, minacciato di arresto, si era rifugiato in un nascondiglio segreto della casa dell’avvocato Daniele Turchi. Passò momenti terribili, di forte batticuore, specie quando udì per le scale lo scalpiccio degli ufficiali che accompagnavano il generale Pinelli in quella casa per dormirvi la notte. «Quivi – racconta il de Grazia – il generale chiese un bicchiere d’acqua per dissetarsi e, nella tema di essere avvelenato, fece bere la metà del contenuto a chi glielo porse». Ma non era neppure spuntata l’alba che Pinelli, chiamato d’urgenza, dovette recarsi a Vico per sedare la reazione e il brigantaggio. Aveva lasciato a Rodi 25 militi al comando del Califani ed istituito a Ischitella una specie di tribunale militare.

Qui venivano inviati, talvolta da persone dello stesso partito, degli esposti con reciproche atroci accuse, per antichi personali rancori. Seguì l’arresto di parecchi notabili di Rodi, per le accuse dei loro avversari politici, Luigi del Giudice, sindaco del tempo, intuì il disegno degli accusatori, e presentò le sue dimissioni al Sottintendente di Sansevero. Le motivò dicendo che, «poiché gli erano stati tolti d’appresso i migliori cittadini di Rodi, egli si trovava imbarazzato a dirigere la cosa pubblica». Questa mossa eclatante di Del Giudice ebbe un pronto effetto:«In seguito a ciò e, riconosciuta la loro innocenza, i carcerati furono subito rimessi in libertà ed il Del Giudice fu pregato dalle autorità superiori di ritirare le dimissioni, ciò che venne eseguito».
Il partito liberale, preso così il sopravvento, incominciò a dare una caccia spietata ai briganti.

Di queste bande facevano parte quattro rodiani: Giuseppe Sciarra (“Travaglione”), Vincenzo Basso (“Ninno”), Amodio Altomare e Domenico Ferrante (“Cascione”). Sciarra militava nella banda del feroce brigante vichese Vincenzo Scirpoli, che terrorizzava le campagne di Rodi. Egli tese un agguato al liberale Matteo Russo, tradendo la sua amicizia e permettendo a Scirpoli, il 16 agosto 1861, di ammazzarlo con un colpo di fucile, da un canneto di un giardino in contrada Pietre nere. Il Travaglione venne poi ucciso in un conflitto fra la detta banda ed i soldati di Vittorio Emanuele II. Gli altri tre briganti Basso, Altomare e Ferrante agivano in contrada Capoiale, in una banda capeggiata da un feroce ischitellano, detto lo “Schiamolento”. Un giorno sequestrarono in quei dintorni un rodiano, Francesco Martella, il quale sarebbe stato ammazzato se il padre non avesse mandato ai briganti trecento ducati, somma richiesta per il riscatto. Un’altra volta, in quei pressi, e a scopo di ricatto, i suddetti malviventi tentarono di catturare Angelo Maria d’Aversa, che si salvò grazie alla velocità del suo cavallo.
Altomare e Ferrante vennero arrestati.

Dopo il processo, furono condannati all’ergastolo e finirono la vita nelle carceri. L’arresto fu eseguito dalla Colonna mobile che, in difesa di Rodi e dei paesi limitrofi, Michele Mascis e Vincenzo di Fiore avevano organizzato. «Questi coraggiosi cittadini – continua de Grazia – misero più volte a repentaglio la vita nei conflitti contro i briganti, i quali, anche dai luoghi più lontani, invano tentarono degli agguati per averli nelle mani. Difatti il 7 novembre 1861, mentre i detti liberali erano sulla via di Foggia per andare a conferire nel Consorzio delle Ferrovie, strade e porti della provincia, il legno, da cui erano sbarcati poche ore prima sulla spiaggia di Capoiale, venne assalito dalla banda del celebre Caruso. Questi, non rinvenendo nel legno il Di Fiore ed il Mascis, lacerò dei fazzoletti coi denti per la grande ira, che voleva poi sfogare sul pilota del legno doganale, Carlo Capaccio, il quale per miracolo ebbe salva la vita». Per gli “atti di valore” suddetti, ed a norma del real decreto 30 aprile 1861, la Giunta municipale di Rodi conferì a Mascis e Di Fiore una medaglia d’oro.

I Regi Carabinieri e i militi comandati dal tenente Michele Mascis il 22 giugno 1862 catturarono il brigante Vincenzo Basso che, nonostante fosse “più degli altri colpevole”, era rimasto ancora “uccello di bosco”. Il giorno dopo fu “passato per le armi” a due passi dall’abitato di Rodi, sulla collina detta Montecalvario, “assistito nell’anima” dal sacerdote Fedele Maramaldi.

«E questa fu, della reazione e del brigantaggio di Rodi, l’ultima favilla, che spegnevasi al sorgere dell’immagine radiosa della Grande patria. Reazione e brigantaggio, che ebbero però conseguenze meno tristi che negli altri paesi garganici» conclude Michelangelo de Grazia, convinto sostenitore del processo unitario.

Teresa Maria Rauzino

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano “L’Attacco” in data 25 febbraio 2011

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