PORTO VARANO DESCRITTO DA FRANCESCO ROSSO IN “GARGANO MAGICO” Autore: Francesco Rosso

 

PORTO VARANO DESCRITTO DA FRANCESCO ROSSO IN “GARGANO MAGICO”

 

Un selvaggio, bellissimo Gargano emerge dalle note di viaggio di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento: giornalisti, letterati, storici dell’arte. Il gusto della scoperta antropologica si unisce alla descrizione delle bellezze naturali che stupiscono anche «scafati» osservatori come Francesco Rosso, «firma» di prima grandezza del quotidiano “La Stampa”. La sua inclinazione a studiare l’uomo nel suo ambiente, lo indusse, nel volume “Gargano Magico (Teca, Torino 1964), a indagare la realtà socio-antropologica del nostro Promontorio, un Gargano dalla bellezza intatta, che si sta lentamente spopolando a causa dell’emigrazione. Durante le sue frequenti escursioni, una delle soste più suggestive e rigeneranti che Francesco Rosso ama effettuare è quella a Porto Varano, a soli quattro chilometri da Rodi e dalla strada statale su cui scorre il traffico turistico, che non sfiora “quest’angolo di mondo remoto come la luna, porto di stanche barche in disarmo”. Porto Varano, estremo lembo del lago separato dal Mar Adriatico da una stretta e lunghissima duna di sabbia, diventa il “luogo dell’anima” di Rosso. Un desolato silenzio e spazi immensi lo riportano alle origini, al nulla. Lo attrae la selvaggia e intatta verginità dei luoghi, simile a quella dell’Amazzonia.. Adesso, nel mare di Porto Varano, descritto da Francesco Rosso, il Comune di Ischitella vorrebbe istallare un parco di pale eoliche off shore…

PORTO VARANO DESCRITTO DA FRANCESCO ROSSO IN “GARGANO MAGICO” (1964)

Perché chiamino Porto Varano l’estremo lembo del lago dove l’Adriatico batte aggressivo contro l’esigua barriera di sabbia che, da sempre, gli contende la vittoria sulla palustre calma della laguna, non saprei. Forse hanno dato inconsciamente un nome simbolico a questo luogo deserto, un porto definitivo per selvatici eremiti sospinti ai margini dal fluire tumultuoso di un’esistenza sempre meno accettabile. Desolato silenzio e spazi immensi riportano alle origini, al nulla. Si può vivere a Porto Varano come nella giungla, in totale isolamento, scomparire vivi dalla vita, ritornare selvaggi, ritrovare la verginità dei senza nome. 

Ci sono tanti luoghi nel mondo in cui ciò può accadere, nella sterminata Amazzonia impenetrabile come nell’infinitesimo Porto Varano. « Come si chiama? » « Io? Niente ». « Come vive? » « Pesco nel lago, o nel mare ». « Dove vive? » « Laggiù ». Il vecchio indicava un punto nero, il tetto di frasche di uno dei tanti capanni seminascosti dall’erba della palude che cresce tutt’intorno come uno sterminato campo di verzura tropicale, lunghe, sottili lingue verdi sciabolanti contro il cielo sgombro, un intrico di bassa foresta con le radici nell’acqua melmosa pullulante di insetti misteriosi.

Porto Varano dista solo quattro chilometri da Rodi e dalla strada statale su cui scorre il traffico turistico; automobili e ambizioni s’incrociano in grovigli di passioni divoranti senza sfiorare quest’angolo di mondo remoto come la luna, porto di stanche barche in disarmo come il vecchio con cui discorrevo ai margini di un canaletto con le acque ribollenti in superficie per il guizzare frenetico dei pesci chiusi in breve spazio dalle reti protettive, prigionieri prima di finire sulla graticola. Quante volte ho sostato col vecchio, nei limpidi mattini estivi, immerso nella vastità azzurra fra lago e mare, in silenzi che mi davano la dimensione del mondo in cui egli viveva, fatto di paziente attesa. Era un vecchio ancora forte, membruto, ma con ombre di rassegnata delusione negli occhi acquosi e in tutto il corpo. (…) 

Provavo per lui un rispetto sgomento, lo sentivo più che padre, addirittura patriarca della stirpe dei delusi sparsi nel mondo. Quanti anni aveva, chi era, da dove veniva? Non osavo domandarglielo, né indagare sul dramma, sulla soma di esperienze che lo avevano sospinto in quel deserto d’acqua, fra altri naufraghi silenziosi come lui. I primi contatti erano stati poco invoglianti, ed avevo presto imparato a rispettare il segreto suo e degli altri che vivevano nei capanni. Talvolta uscivo con loro sul lago in piccole barche a ritirare nasse e reti quasi sempre ben fornite di pesci che poi versavano nel piccolo canale chiuso alle estremità in attesa che giungessero i mercanti per l’acquisto. Quel pesce era l’unica loro risorsa economica e, con le rare apparizioni al mercato di Rodi dove acquistavano i pochi indumenti per coprirsi, o qualche stoviglia, era anche il solo contatto che essi avevano col mondo dal quale si erano ritirati volontariamente anzitempo. 

Più spesso, nelle ore vuote, il vecchio ed io andavamo alla spiaggia evitando la casa del demanio e la casermetta della guardia di finanza. La striscia di sabbia larga duecento metri e lunga alcuni chilometri separa con nettezza il lago dal mare. Di qua, nella salsedine, guizzano voraci i cefali, le sogliole s’annidano nella sabbia, i polipi avventano i repugnanti tentacoli. Di là, nell’acqua paludosa, carpe, anguille, persici, sampietro giocano fra le radici dell’erba come in un colossale acquario. Possiamo scegliere per la frittura serale; pesce di lago o di mare? Il mio vecchio può soddisfare i nostri desideri, nonostante le delusioni ha conservato il senso dell’ospitalità generosa. Vogliamo triglie rosate o lucci d’argento? Non fritti, però, perché il vecchio non ha olio, né burro; qui non usa. Quattro sarmenti secchi, una rudimentale graticola intessuta con fil di ferro rugginoso, trovato sulla spiaggia dopo chi sa quale naufragio, una manciata di origano, menta, salvia, timo (si raccolgono selvatici qui intorno) sul piccolo falò, una vampata densa di aromi e la cena è pronta. Non bisogna pretendere il « comfort » a Porto Varano, nemmeno la tavola, o le sedie. Si sta attorno al focherello accosciati sui talloni, e se la posizione scomoda indolenzisce le gambe, già sulla terra nuda, col pesce sostenuto per la coda fra le dita, piluccando con indice e pollice le parti carnose rimanendo alla fine con la lisca intera, bianca trama scheletrita inadatta all’animalesca voracità dello stomaco. Non ricordavo che fosse possibile saziarsi con solo pesce arrostito e fette di pane ritagliate con parsimonia dalle tonde pagnotte vaste come la ruota di un carro che il vecchio acquista una volta la settimana a Rodi. Il pane garganico, di crosta dorata e mollica soffice, cotto nei forni a legna, conserva indefinitamente una calda fragranza. Ha un sapore leggermente asprigno, di grano autentico; tagliato a fette sottili diventa la perfetta integrazione del pesce cotto sulla graticola, o della zuppa di pesce che il vecchio, quando è in vena ed ha un poco d’olio, cucina mirabilmente. (…)

Non ci sono comodità a Porto Varano; per dormire, ripararsi dalla rugiada, dalla pioggia, dal freddo invernale ci sono soltanto i capanni. D’inverno il freddo è intenso sulla palude che rabbrividisce alla tramontana. Il ricordo dell’estate sfuma nelle nebbie opache, si cancella sugli acquitrini gelati. Dai contrafforti balcanici soffiano venti iracondi, i quattro chilometri per andare fino a Rodi a comperare il pane diventano una marcia drammatica. (…) L’estate, però, respinge le malinconie del freddo, l’erba della palude cresce alta, selvaggia nel gran sole che incendia l’aria e sulla spiaggia deserta ci si ritrova nudi come nell’antico Eden, senza più peccati, né tentazioni, in totale libertà di membra e dì pensiero. Sul versante della spiaggia che limita il lago, alte dune di sabbia si accavallano in lunghe ondulazioni sterili e infuocate, con radi ciuffi di tamarisco ai vertici, quasi a dare maggior profondità al deserto dorato. Non una voce in giro, né ragliar d’asini, o latrar di cani; gli uomini che vivono qui bastano a se stessi per la propria fatica, e non possono concedersi la compagnia di animali superflui. Soltanto le risacche, a destra ed a sinistra, intonano la loro perenne, monotona sinfonia liquida. 

Il vecchio era con me, in una delle tante soste sulla spiaggia. Anch’egli era nudo, per un bagno cui lo avevo tentato più volte. Il folto pelo bianco gli brillava ancora virile sul petto, fitte rughe gli scavavano il volto annerito di sole e di polvere intrisa al sudore, ispido di barba lunga e candida. Mi pareva una testa di antico legno brunito innestata su un corpo bianco, un’agemina di carne viva, perché le spalle, le braccia fino al gomito, il petto, il ventre, le gambe fin sotto il ginocchio gli erano rimaste immacolate, con trasparenze azzurrine. Non si era più svestito al sole, mi disse, da molti anni. Nuotava agile ed esperto nel mare, rovesciandosi sul dorso e lanciando alti contro il cielo che gli riempiva gli occhi, zampilli d’acqua splendenti nel sole come cascata di chiari zaffiri. Disse che ci volevo proprio io per riportarlo a quegli esercizi natatori, che credeva di aver dimenticato. (…) 

Mi parve che quel giorno fosse in vena di confidenze, e ritornai alla carica. «Ma lei un nome lo ha» dissi insinuante. « Lo avevo – rispose -; ora non me ne importa più. E se non ci penso io, perché se ne preoccupa lei? ». Mi sentii colpevole, come se avessi tradito la fiducia di quel l’uomo che mi aveva accolto amichevolmente e invitato a dividere con lui pane e pesce (…). 

L’ho riveduto molte volte, perché quest’angolo del Gargano mi seduceva con la sua deserta solitudine, e non mi ha mai domandato chi ero, che cosa facessi nell’altro mondo che egli voleva ignorare, se ero ricco o povero, se davvero avevo molto interesse per quell’automobile con la quale arrivavo a disturbare la sua quiete. Però non mi sfuggiva, come non mi sfuggivano gli altri uomini e donne che abitavano con lui nel piccolo villaggio di capanne costruite su un rialzo di terra asciutto. Erano capanne abbastanza vaste, col pavimento in terra battuta e scarso arredo; i pagliericci stesi sul suolo, nasse, fiocine, reti; alcuni mattoni al centro avevano funzione di focolare per arrostire il pesce nei giorni di maltempo. Quattro pali piantati saldamente a formare un quadrato erano i muri maestri, tralicci di canne e rami le pareti. Formato lo scheletro, accumulavano con arte l’erba palustre essiccata, con le punte rivolte in basso perché la pioggia scorresse senza filtrare nell’interno. Un pezzo di candela, o la lucernetta di bronzo col lucignolo immerso in poco olio fornivano l’illuminazione notturna. Nessuno, però, ne faceva uso. (…)

La pace di Porto Varano si frantuma a settembre, quando il sole è ancora caldo e la morte dell’estate sembra prolungarsi in una soave agonia luminosa. Scendono dal nord i cacciatori di anatre e folaghe, e tutto il lago risuona delle spietate esplosioni dei loro perfettissimi fucili infallibili. La gente di Porto Varano si chiudeva nei capanni, diventava scontrosa. Tutti avevano conservato un primordiale rispetto per la natura; prendevano i pesci dal lago e dal mare per sopravvivere e non giustificavano l’ecatombe di volatili che sostavano nella laguna durante il loro viaggio verso i climi temperati d’Africa. 

«Arrivederci alla prossima estate » dicevo ogni anno al vecchio senza nome, dopo l’ultimo bagno nell’Adriatico che già inselvatichiva le sue verdi profondità con ostili, fredde tonalità autunnali. « Perché questi appuntamenti fissi? – diceva sorridendo -. Io non prendo più impegni ». Arrivò un’estate che non lo ritrovai. «E’ morto? » domandai agli altri. « Non sappiamo – risposero -. è andato via ». Indicarono col braccio alzato straccamente, senza interesse, né commozione, un punto incerto dell’orizzonte, forse simile a questo, dove nulla ha valore. Per il vecchio, evidentemente, era ancora un luogo troppo vicino al mondo. Il giorno in cui aveva sentito che bisognava partire, se ne era andato, come gli elefanti, a cercare il recesso misterioso dove si scompare davvero, in solitudine. Non sono più ritornato fra i capanni di Porto Varano; senza il vecchio quel deserto mi divenne muto, la solitudine e il silenzio un peso.

©1964. Francesco Rosso

Reportage tratto da “Gargano Magico (Teca, Torino 1964).
(a cura di Teresa M. Rauzino)

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