QUANDO SUL VARANO SI CACCIAVANO LE FOLAGHE

QUANDO SUL VARANO SI CACCIAVANO LE FOLAGHE

Autore: Teresa Maria Rauzino

 

“La Laguna di Varano” di Leonarda Crisetti Grimaldi (Claudio Grenzi editore, Foggia) pone all’attenzione del lettore l’ecosistema complesso e fragile del lago costiero più esteso d’Italia, una zona umida che occupa una posizione strategica sulle rotte migratorie degli uccelli acquatici tra l’Africa e l’Europa, importante area di sosta e di svernamento. 

La monografia, dedicata a tutti i pescatori e a coloro che hanno a cuore le sorti del lago, divulga conoscenze fondanti che l’autrice, vissuta da sempre sul lago, si porta dentro, con passione. Documenti archivistici inediti, preziosi per ricostruire l’identità, il mondo e la cultura dei popoli rivieraschi, dagli Angioini a tutto l’Ottocento, passando per le usurpazioni degli usi civici da parte dei vari feudatari, sono integrati da un’interessante ricerca sul campo. I vecchi pescatori diventano una fonte orale privilegiata, una memoria storica imprescindibile per conoscere modi e mezzi della pesca di un tempo, ormai scomparsi, il significato dei toponimi dei luoghi e delle sorgenti, legato ai nomi, ai cognomi ed ai soprannomi di coloro che si insediarono nella zona. Un lavoro, quello del pescatore, di antica nobiltà, faticoso ed incerto. 

Il libro della Crisetti, con la visione di un ricco apparato iconografico, ci riporta al tempo in cui sul Varano giungevano cacciatori da ogni parte d’Italia che, uniti ai signorotti del paese, rastrellavano le acque del lago. Erano giorni di divertimento sia per i cacciatori sia per i pescatori che li portavano in giro con i loro caratteristici sandali color nero-arancio. La caccia alle folaghe avveniva così: 50/60 barche accerchiavano l’area ed i cacciatori colpivano con i loro fucili gli uccelli che tentavano il volo. In una retata si riuscivano a catturare persino 450 folaghe. 

Beltramelli, all’inizio del Novecento, descrisse un villaggio di pescatori nelle adiacenze di Varano: capanni di fitte cannucce, adagiati su strutture di pali; monocali arredati da un letto, da una panca, da qualche sedia e da molte reti, appese qua e là. Al centro era praticato un foro, per consentire la fuoriuscita del fumo. Fra le capanne, disposte tra canali, reti ed attrezzi da pesca, fichi d’india, alberi da frutta e fiori. Dal centro della laguna piccole e numerose torri verso il Varano e, per il resto della riva, solo qualche casa. L’Isola abbondava di vegetazione e in qualche tratto di pini marittimi.

Le testimonianze dei pescatori ci informano che nel 1929, in Contrada Zappinello, c’era appena una casetta. Nel 1940 fu costruita un’altra casa. Si abitava nei pagliai. L’area era ancora paludosa. C’erano alberi strani, con radici nell’acqua. Nel cielo e sull’acqua volavano gabbiani, “capoversi”, folaghe ed altri uccelli. I primi interventi per ampliare le Foci, e per permettere lo scambio delle acque lacustri con quelle del mare, risalgono alla prima metà dell’Ottocento. 

Fu costruita una darsena a Capojale per il rifugio delle barche e furono infisse griglie utili a regolare la “montata” del pesce. Con il progetto dell’Idroscalo, nella penisola di san Nicola Imbuti, furono costruiti sontuosi ed imponenti edifici per accogliere servizi e persone. Per collegare l’Isola alla terraferma fu costruito un ponte; per regolare l’entrata del pesce, furono impiantati i “naselloni”, poi sostituiti da griglie metalliche smantellate nel 1995 perché ritenute inefficienti; oggi il canale è libero. 

Nel 1945 un grosso incendio distrusse la pineta, che restò solo a Foce Capojale e a Foce Varano. Nel secondo dopoguerra, con l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno e del Consorzio Generale di Bonifica di Capitanata, furono risanate le paludi di Capojale e dell’Isola, per colmata; fu costruito il banchinaggio, vennero sistemati i valloni affluenti nella laguna, fu realizzata la bonifica con idrovora del Muschiaturo, sistemate la viabilità e l’irrigazione. 

La malaria, secondo la testimonianza di Giuseppe D’Addetta, fu sconfitta definitivamente grazie alle irrorazioni di DDT eseguite dagli aerei degli americani durante l’ultimo conflitto. Ci fu un triplice intervento: di bonifica (prosciugando le aree paludose); chimico con irrorazione di DDT; biologico, immettendo un piccolo pesce, la gambusia, nelle acque dolci dello specchio lacustre dove era maggiormente presente l’anofele, la zanzara responsabile della malaria. Nel 1954/61 si rimboschì con eucalipto. 

Nel 1954-56, grazie alla legge Mazzacurati, si bonificò la zona del lago, si dragò il canale, si prosciugò e si costruì un muretto/argine intorno. Nel 1956 giunsero alcuni coloni di Margherita di Savoia, assegnatari dell’Ente Riforma. Con il Piano Verde alla fine degli anni 50 chi costruiva un’abitazione di 20-30 m2 riceveva un premio, ed era incoraggiato a dissodare e a rendere produttive le zone più inospitali del lago, coperte da una fitta vegetazione di cannucce e giunchi.
Ma qual è la situazione del Varano, oggi? 

Il degrado delle lagune che si riflette soprattutto nel calo impressionante della pescosità, ha portato i pescatori a contenere e persino a cessare l’attività della pesca esercitata ab antiquo. Mentre nel Medioevo Lesina e di Varano erano rinomate per la loro pescosità, oggi i pescatori si riversano sulla pesca in mare, sulla cattura delle vongole e sulla mitilicoltura, disertando le lagune. Le principali cause che hanno concorso a determinare l’attuale stato di precarietà del lago Varano sono due: una pesca non regolamentata che utilizza strumenti non selettivi, come il bertovello; l’interramento delle foci, che ostacola la circolazione delle acque. 

Da un monitoraggio effettuato dal Consorzio per la valorizzazione della laguna di Varano risulta che il suo attuale “stato di salute” non è particolarmente preoccupante. Anche i ricercatori del CNR di Lesina, analizzando parametri e “popolazioni” delle lagune, i cui indicatori sono costituiti dalla presenza di molluschi bivalvi, hanno rassicurato che la qualità ambientale delle acque è ancora buona. Ma gli esperti hanno anche affermato che non bisogna affatto cullarsi. 

Il rischio di anossia esiste, ed è localizzabile in alcune aree e in certi periodi dell’anno. Il Varano riceve, con gli apporti idrici delle colline predisposte ad anfiteatro sul versante meridionale, anche i reflui non depurati. Ecco perché è necessario controllare costantemente la qualità delle acque, monitorare soprattutto i valori delle cosiddette “spie”, le acque sorgive dei canali Muschiaturo, Antonino e San Francesco, in quanto è proprio qui che confluiscono i reflui inquinanti dei depuratori comunali. 

Leonarda Crisetti richiama ad una maggior efficacia ed incisività l’intervento pubblico, finora ingabbiato dall’incoerenza della legislazione e dallo scarso coordinamento tra i diversi livelli istituzionali. 

Teresa Maria Rauzino

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