San Michele Arcangelo in “Feste e Riti d’Italia Sud 1”

Pubblicato dall ’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia del Ministero dei beni culturali un saggio di Teresa Maria Rauzino sulla festa micaelica di Monte Sant’Angelo (Gargano)

feste e ritiLe angeologie che si trovano in giro sono parecchie, come anche i testi sul principe delle celesti milizie, San Michele Arcangelo. Un oceano di dati, storie, e testimonianze che non è facile legare sapientemente in una sintesi comprensibile ai molti e fruibile dai tanti.

Teresa Maria Rauzino c’è riuscita. E mirabilmente, l’ottima ricercatrice che si è rivelata non solo in questo lavoro, ma anche in altri scritti, ha qui legato un vastissimo materiale in un saggio breve pubblicato in “Feste e Riti d’Italia Sud 1”, curato dal Ministero dei Beni culturali, collana sui beni immateriali dell’Umanità diretta da Stefania Massari.

Una stesura che assicura al lettore gli strumenti per accedere ad altri e più approfonditi studi in materia: il suo linguaggio fluisce con molta semplicità, come anche la storia di ciò che è stata ed è la devozione al Santo di Monte Sant’Angelo.

Sembra un atto d’amore la maniera attraverso cui la Rauzino ripercorre l’itinerario dei pellegrini verso una terra che la storica conosce benissimo, non solamente perché è là che si concentrano, per la maggiore, le sue ricerche. Nata a Peschici, insegnante di lettere in una scuola superiore, ha condotto anni di osservazioni storiche in questo territorio e lotte stremanti per la sua difesa. L’apertura delicata e poetica dell’opera, con “le cime fronzute” del Gargano, espone un “cammino verso la salvezza”, che parte da quella via sacra Langobardorum, via dei più importanti luoghi di culto della cristianità medievale, e si lega accortamente alla descrizione dell’ “Iconografia del Principe delle Milizie”: da quella tradizionale a quella più innovativa e attuale di Lidia Croce.

Interessante, la riflessione sulle origini del culto micaelico con una testimonianza di padre Ladislao Suchy, rettore del Santuario che afferma che la santa grotta è l’unico posto non consacrato da mano umana. Viene riportata nel testo, segno di questi tempi, la preghiera che era ricorrente nei borghi e nelle chiese per la pestilenza e il terremoto del 1600: “A peste, fame et bello, libera nos Domine”. Una ricostruzione meritevole d’attenzione, le forme di pellegrinaggio, mai interrotte attraverso i secoli, che vedevano il Monte Gargano, quale tappa obbligata per un atto di purificazione.

Un viaggio, questo, di cui vengono esposti e spiegati i motivi per cui si affrontava, e la necessità di avere un animo predisposto a farlo che presupponeva una sincera confessione. Se così non fosse, sarebbe stato vano e inutile compierlo. Perciò, per chi lo praticava diveniva “devozionale, penitenziale, terapeutico,votivo, giudiziale e giudiziario,vicario o sostitutivo”. Dalla lettura del testo, scopriamo che oltre a uomini e santi come San Francesco, il Santuario fu frequentato anche da donne: la prima è stata Artellaide, nipote di Narsete che sottolinea come i Longobardi fossero legati a questo luogo benedetto da Dio. A lei si aggiungono nomi come Santa Brigida, Santa Bona e Santa Cristiana.

La Rauzino non si esime dal considerare la diffusione del culto in Italia e in Europa, anche se lo studio è rivolto principalmente verso l’apparizione dell’angelo nella grotta del Gargano ripercorrendo la sua storia dall’VIII secolo, sino a tempi più recenti. Si sofferma su “le “Compagnie” dei Sammichelari che approfondiscono il tema del pellegrinaggio divenuto alla fine dell’800 un fenomeno di massa. Nella ricostruzione del percorso alla grotta attraverso i secoli vengono menzionati gli atti e riti purificatori che venivano eseguiti, come ad esempio“il trascinarsi” all’altare con la lingua per terra. Proprio in questa sezione la storica dà una spiegazione alle impronte che sono visibili sulla scalinata esterna e sui muri interni della chiesa: impronte che ricordano quella impressa dal santo sull’altare e che venivano lasciate, tracciando i contorni della mano aperta o del piede da parte del pellegrino.

Uno spazio è dedicato anche alla festa dell’8 maggio. Si descrive come veniva vissuto e sentito dalla gente questo giorno, organizzato con cibi come i torcinelli, le ciambelle di cacio, le ricottine, la vendita di statuette del santo eseguite con pietra rigorosamente garganica,e le fanoie, accese per le strade in onore Guerriero Celeste. Conclude il saggio una riflessione sul pellegrinaggio attuale del Gargano, fermando la sua evoluzione nel presente con la celebrazione del 29 settembre che vede, finalmente riutilizzato il sentiero dei Sammekalère: un incantevole ed eccitante percorso amato soprattutto dagli appassionati di trekking.

Il lavoro della studiosa considera la tematica del pellegrinaggio in tutti i suoi aspetti e nella sua storia, ma l’interesse alla fine della stesura si posa sulla Basilica. L’autrice descrive la meravigliosa struttura calata in un’atmosfera surreale, che ottiene una nota suggestiva grazie alla statua del San Michele, scolpita in marmo bianco dal Sansovino (Andrea Contucci). La Rauzino dimostra di possederne ampia conoscenza sia delle fonti storiche, che del contesto e dei toponimi della zona. Un saggio sapientemente collocato nel versante storico culturale di una terra intelligentemente raccontata, attraverso un’attenta cronologia documentata, che sottolinea come il tempo non abbia affievolito la memoria. Basta solo saperla ricostruire.

Rosanna Maria Santoro

recensione pubblicata su http://www.laici.it

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