UN RIVOLUZIONARIO DI CAGNANO VARANO

UN RIVOLUZIONARIO DI CAGNANO VARANO

Autore: Matteo de Monte

L’orologiaio Peditillo, socialista e rivoluzionario, abita al mio paese in una piccola casa a pianterreno del rione Caùto, nel mezzo di un orticello a gelsi e fichi d’India che guarda la scarpata della ferrovia. L’appartamento è tutto in una stanza piuttosto grande. Un leggero tramezzo di tavole divide il negozio dai giaciglio e dalla cucina, ma il legno grezzo non si vede coperto com’è dai ritagli delle riviste a colori che ritraggono Nenni mentre arringa le folle nei comizi, o leoni cani gatti o uccelli in grandezza naturale, incollati tra belle donne poco vestite e treni direttisssimi usciti dai binari negli ultimi trent’anni, con le locomotive contorte e i vagoni sconquassati. Addossata alla porta dai vetri sempre sporchi, c’è un tavolo di noce tarlato ingombro di sveglie e di orologi da tasca sventrati e allineati accuratamente, rotella per rotella e molla per molla.

Ai muri, accanto alle oleografie di paesaggi alpini, sono attaccati a grossi ganci quattro o cinque pendoli dai batacchi impolverati, una gabbietta con una coppia di canarini e una bisaccia militare. Sul retro la casa pare allargarsi un poco. Contro la parete di fondo troneggia un letto a saccone, altissimo e gonfio, a due piazze, dove Peditillo dorme solo da quando la moglie Concetta l’ha lasciato per certe questioni politiche e religiose che spiegheremo appresso. Dal soffitto pendono fitti grappoli d’uva, fichi e pomodorini infilzati alla spina, secondo stagione. Ogni tanto un frutto, con tonfo lieve, si stacca dalla trave e va a schiacciarsi sul comò, vicino alla radio a pila o dietro il boccale di creta pieno di olive in salamoia.

Se l’orologiaio è al lavoro, con la lente a tubo incastrata nell’orbita, intento a frugare le lucide casse dei Roskoff a sette rubini, di solito la vetrina che dà sull’orto è aperta e le galline e i pulcini razzolano pacifici per l’ammattonato sotto il forno o beccano tra i fasci di sarmenti accatastati in cucina di fianco all’acquaio. Libertà, il soriano di Peditillo, non si preoccupa degli intrusi. C’è abituato e dal letto matrimoniale dove se ne sta raggomitolato giorno e notte, sorveglia i polli e i rari clienti, con un occhio solo, che pare di vetro.
Posso descrivere minutamente l’ambiente, perché in casa Peditillo m’è capitato di entrarci parecchie volte: da ragazzo, quando mi padre mi ci mandava per commissioni e più tardi da grande, in certe sere d’autunno, dopo la liberazione, ai tempi in cui l’orologiaio teneva infuocati discorsi in piazza e cuciva bandiere rosse col sole nascente, sul tavolino delle sveglie, aiutato dalle comari iscritte al partito. Peditillo al paese è ancora un’autorità, anche se adesso s’è ritirato in disparte e vive in margine alla politica. È stato due volte al domicilio coatto d’Ustica nel venticinque e nel trentatré, ha bevuto almeno un litro d’olio di ricino dalle bottiglie dei fascisti e s’è fatto picchiare di santa ragione, con i manganelli, una mattina che per bravata tirò una bomba di carta ontro il federale di Foggia al raduno dei mutilati e quello dovette starsene a letto con l’itterizia quaranta giorni.

Allora Carmine di Maggio aveva passato i trent’anni ed era già un omone con la barba rossa incolta alla garibaldina che gli arrivava al petto, gli occhi chiari, bellissimi, un che di fanciullesco nel viso roseo e bianco e i capelli lunghi tagliati alla nazarena. Lo chiamavano l’eremita. Il nomignolo di Peditillo glielo affibiarono più tardi, quando tornò dall’“acqua verde” e videro che si trascinava dietro una gamba insieme al piede teso e rigido.

Ad Ustica aveva imparato a cincischiare orologi, sicché smise di bucar tomaie con la lesina e rattoppar ciabatte a tiro di spago come gli aveva insegnato suo nonno, e aprì negozio in casa, all’orto del Caùto. Sulle prime lo lasciarono tranquillo. La pattuglia all’Ave Maria passava a vigilarlo e l’appuntato gli raccomandava di starsene tappato a scanso di guai. Lui sorrideva e obbediva. La notte accendeva un lume a petrolio – la luce elettrica è un lusso da signori, diceva, e poi mi dà fastidio agli occhi – e sotto la visiera di cartone legata in fronte, squadernava libri fino all’alba. Rinaldo e Ferraù sapeva citarli a memoria; s’era fatto l’orecchio all’ottonario e declamava con garbo, nel barbone, i fatti di Roncisvalle lasciando con tanto d’occhi le donnette che venivano alla vetrina arabescata di gelo o foderata di polvere.

Più che sovversivo le autorità lo consideravano un capo scarico, mezzo sfaticato e mezzo anarchico. Di sveglie in verità ne aggiustava poche, quando ne aveva il ticchio, non più di tre ore per dì. Tutti, al paese, sapeano che la giornata di Peditillo non poteva durare di più, e s’adattaano ad aspettare che gli venisse l’estro di smucinare gli ingranaggi. A chi sollecitava un pendolo rotto, l’orologiaio predicava, bonario, l’affrancamento dal bisogno e la rivoluzione degli orari nelle officine “che l’uomo non è bestia e lo spirito e la meditazione debbono averci la loro parte”. Quelli scuotevano il capo e se ne andavano.

La madre, morendo, aveva lasciato al giovane Carmine un fazzoletto di terra prossimo al lago, e lui, in solitudine, ci piantava ortaglie e innestava i meli fisicuzzi che spuntavano alla macera insiema a due o tre ciuffi d’olivo e qualche sorbo. Il poderetto era stato comprato all’incanto, col finire delle decime dei preti borbonici, da un avo muratore e Peditillo ne menava gran vanto, dicendo che senza il socialismo “la chiesa ancora sarebbe stata all’ingrasso”.

Con le tonache ce l’aveva, più per pregiudizio che per ideale. Ogni volta che incontrava Don Pietro il prevosto, tagliava di lungo e faceva le corna. Capitava sovente, sul tramonto, al momento che di maggio la camicia aperta sul collo, risaliva dalla campagna le ultime pettate dello stradone, ciondolante sull’asinella con i piedi esili esili che strisciavano nella polvere. Alla farmacia, medici e avvocati seduti a prendere il fresco ridevano; il maresciallo fingeva di niente e voltava la testa.

Poi, un bel giorno, nessuno rise più. Fu un brigadiere siciliano, venuto nuovo alla stazione, a scoprire il trucco. Trovò nella Gerusalemme Liberata, posata sul canterano, sei quinterni del Capitale tagliati di fino per appaiarli alle pagine dei versi, e sotto i mattoni del forno certi foglietti rossi di propaganda e un’intera collezione dell’Asino, dal millenovecentodiciotto al ventuno. Pare che l’orologiaio avesse avuto la debolezza di mostrarli agli studenti del Commerciale. Tanto bastava per rispedirlo a Ustica con l’addebito della sedizione e le aggravanti del complotto. Si combatteva in Africa, allora, e non c’era da scherzare. Peditillo s’era sposato da una settimana, soltanto in municipio, con la figlia del bottaio Valente.

Lo tirarono fuori dal letto e così, ammanettato, arrivò alle carceri fra gli urli della suocera che battendosi il petto gridava alla finestra: “Un senzafede m’hanno apparentato, un anticristo senz’arte né parte. Povera figlia mia, sola rimani e disonorata. L’hai voluto e mo’ che ti rimane? Il Capitale?”. Concetta piangeva e portava il fagotto, dietro la carrozza dei carcerati vestita di nero come la Madonna dei sette dolori.

La ferrovia, finché non partì il treno col detenuto politico, rimase circondata dalla forza. Noi ragazzi si stava a guardare dai cespugli gli uomini armati e la faccia livida di Peditillo dietro il finestrino appannato dal vapore, con la barba rossa scarmigliata e gli occhi vacui ma fermi e duri come pietre. Dovevamo rivederla a guerra ultimata. In paese si parlò non poco dell’arresto, qualcuno arrivò persino ad insinuare che il Capitale era un tesoro di monete d’oro rubato dai briganti nel quarantotto, ad un certo signor Marx, forestiero e sotterrato nell’orto del Caùto dove l’orologiaio l’aveva rinvenuto e dissepolto senza fiatare.

Poi a Peditillo nessuno pensò più. Nel negozio era subentrato un cognato del carcerato e Concetta, in lutto, andava alla Matrice per espiare e comunicarsi. Brava donna, diceva la gente, e c’era chi s’azzardava a portarle un pizzico di farina a Natale e un caciocavallo a Pasqua. Ma di nascosto, beneinteso, ché le autorità stavano sul chi vive e il segretario del fascio ogni tanto andava a indagare, prima di inviare i suoi rapporti direttamente a Roma.

Tornò, all’improvviso, una notte. I pescatori se lo videro piovere all’istmo male in arnese, la bisaccia militare gettata sulla groppa, le scarpe sfondate e lo sguardo spiritato di chi ha camminato a lungo digiunando. Raccontò che veniva da Salerno dove gli alleati lo avevano sbarcato e disegnando sulla sabbia mostrò come aveva risalito a piedi mezza Italia, sotto i bombardamenti, mangiando meloni quando poteva e fumando le sigarette degli sbandati.

Nel Gargano le ultime pattuglie tedesche stavano ritirandosi. I paesani pensarono bene di nasconderlo bene in un pagliaio e alle prime luci, sdraiato in fondo a un sandalo, sotto le reti bagnate, Peditillo poté vedere a riva il campicello dell’avo scorporato ai preti. Disse: fonderò il partito e sbarcò. Sei mesi dopo era già segretario di sezione, scriveva alla Federazione e teneva discorsi in cui, di solito, parlava dei lampadari e dell’argento da portar via in casa del parroco. “Una lezione ci vuole, gridava. Le tonache hanno ancora troppa roba. Provvederemo. Aspettate e tutto si farà per benino”. Così arringava l’orologiaio i compagni riuniti e quelli gli guardavano la barba a bocca aperta, e chiedevano “quando?”, un poco smaniosi. “Pazientate, pazientate, tutto si deve fare con la legge”.

La legge, per i socialisti paesani, erano i carabinieri e la cosa non li persuadeva molto. Come spogliare i preti sotto gli occhi della forza? “Vedrete”, insisteva l’orologiaio, e sorrideva malizioso, socchiudendo gli occhi chiari che ora gli lucevano nella testa calva.

Il diciotto aprile, dopo il referendum, Peditillo si ammalò di polmonite e, una volta convalescente, trascorse due mesi interi, seduto nell’orto, all’ombra dei gelsi, parlottando con i gregari più fidati, in attesa che gli tornassero le forze. Suo cognato, nello sgabuzzino, continuava intanto a aggiustare orologi e a mandare avanti la baracca, brontolando contro il socialismo che minacciava di affondarla. S’era iscritto al partito anche lui, per amore di quiete e dovere di sangue ma mugugnava sul banco e sotto sotto dava ragione a Carmela che al primo litigio col marito politicante aveva raccolto i panni ed era tornata dalla madre.

“Vedi, – diceva Rocco Valente al parente segretario – tu esageri. Tutti gli idealisti esagerano. Non tocchi una pinza da un anno e ti rodi il cervello. Bastonavi tua moglie perché andava in chiesa e quella t’ha lasciato. Come finirai?”. Finì che Peditillo tornò in galera e proprio per difendere dai preti il cognato morto, ucciso sul colpo da una sincope. Don Pietro, il prevosto, fu inesorabile. Non volle la bara in cappella. C’erano disposizioni scritte della Curia, spiegò, e non ammise ragioni. Neppure il sindaco riuscì a convincerlo. “Gli infedeli fuori della Matrice – urlò. – Il morto è iscritto e tanto basta. E poi non sa lei che volevano prendermi argento e lampadari?”.

Non ci fu verso di rimuoverlo dal proposito. E Peditillo, sul feretro, in mezzo al sagrato, tra i compagni che applaudivano e i santi impalati sui pilastri, tenne l’elogio funebre del congiunto scomparso. Cominciò dai Borboni e finì con la Spagna. Parlò dele decime. Citò, persino, a memoria, un brano dell’Asino a firma Rusticucci. Disse cose tali che a mezzanotte era già a Lucera, nel quarto braccio, in attesa di giudizio per vilipendio e oltraggio.

Ora l’orologiaio è di nuovo al Caùto, con la barba sbiancata nelle rotelle dei Roskoff e la lente a tubo ficcata nell’orbita. È molto invecchiato Peditillo, e i vicini fanno correre la voce che la notte tossisca e si lamenti. Sulla porta a vetri del negozio ha messo un cartello: “Non si fa credito né politica”. Alla sezione c’è un altro adesso a dirigere, un geometra “aperturista” che sa d’idrocarburi, e si scappella al prevosto. Lui, Carmine, non ci mette piede, per ripicca. Sono i tempi, dice la gente.

I tempi cambiano e anche gli uomini. Ma nella casa dell’orto niente pare mutato. I canarini fischiano nella gabbia appesa al chiodo, i polli razzolano sull’ammattonato; una spera di sole va a posarsi di traverso, nelle giornate chiare, tra la polvere che compre la rilegatura della Gerusalemme Liberata. E di tratto in tratto i vecchi pendoli battono le ore, dal muro, mentre il gatto Libertà, aggomitolato sul letto a due piazze, sussulta al rombo dei treni quando passano la scarpata giù alla ferrovia.

1962. Matteo De Monte

(dal Messagero, aprile 1962)

CHI E’ MATTEO DE MONTE

Matteo de Monte (Cagnano Varano 1920-Foggia 1984) entrò al «Messaggero» nel 1939. Ebbe come maestri Francesco Maratea e Mario Missiroli. Viaggiò in Africa, Asia, Europa e America, in occasione di grandi avvenimenti della cronaca e della politica; dalla rivoluzione d’Ungheria al Congo, dalla crisi di Peron ai fatti militari di Algeria e delle Antille, fino agli eventi dell’occupazione sovietica di Praga e della guerra tra Arabi e Israeliani.

Vinse il “Premio Marzotto”, il “Bagutta”, il “Premio Internazionale Roma”, il “Premio per la difesa della Natura” del CNR. Giornalista colto, scrittore raffinato, collaborò a numerose riviste e alla TV, portandosi, dovunque andasse, sempre il Gargano “dentro”.

Matteo de Monte

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