Le zampogne di Natale nella grotta dell’Angelo

Le zampogne di Natale nella grotta dell’Angelo

 

I primi studi sulle tradizioni popolari del Gargano ci restituiscono immagini di grande fascino, dalle pettole di Peschici alla messa nel santuario scavato nella roccia a Monte Sant’Angelo

 

 

 

Le atmosfere natalizie degli anni Trenta erano molto più suggestive di quelle di oggi. Saverio La Sorsa in ”Usi, costumi e feste del popolo pugliese”(1930) ci racconta che, in alcune città della Puglia, le prime note del Natale si avvertivano fin dal 6 dicembre.

Era la festa di San Nicola e nelle varie chiese l’organo suonava per la prima volta “La pastorella” o una ninna nanna. In alcuni paesi nella cattedrale venivano accese dodici lampade: dal giorno di Santa Lucia se ne spegneva una al giorno; l’ultima veniva smorzata nel momento in cui nasceva Gesù Bambino.

Nella notte di Natale nelle ampie e patriarcali cucine pugliesi la fiamma del ceppo non doveva ardere soltanto sotto la cenere, ma brillare gaia e scoppiettante. Per questa occasione, venivano riservati i tronchi d’albero più grossi e pesanti, in grado di illuminare la casa per tutta la notte.

Il ceppo simboleggiava l’albero del peccato originale. Solo consumandosi la notte di Natale, avrebbe annullato la colpa di Adamo ed Eva. La cenere prodotta dal ceppo veniva sparsa nei campi, per propiziare un buon raccolto.

In ogni famiglia pugliese, nel periodo natalizio, si dedicava molto tempo ed attenzione alla cucina. Si preparavano dolci e pasti degni dell’evento e i garzoni dei fornai andavano in giro per la città facendo baccano a più non posso con marmitte, campane di bovi, tamburelli e fischietti, intonando per le strade il perentorio comando: «Alzàteve megghjere de cafune/ E tembrate pèttele e calzune/ Alzàteve, megghjere d’artiste/ E tembrate u pane a Criste./ Alzàteve donne belle / E mettite la calddarèlle». Invitavano quindi le massaie a servirsi del loro forno per cuocere pane, dolci e ciambelle: avrebbero avuto un buon trattamento, ed a un prezzo conveniente. Anche allora esisteva la concorrenza.

A Peschici, per tutto il tempo di Natale, le case erano allietate da canzoni sul tema, intonate a varie riprese da tutti i componenti della famiglia, e in particolare dai bambini. Una nenia, in particolare, riguardava la preparazione del corredino di Gesù, non prima, ma dopo la sua nascita: «Ninna nanna /o Bammnell’/ che Maria vò fatjà/ gli vò fa la camicina/ ninna nanna Gesù bambin’». Questa strofa era seguita da altre simili, con l’elenco di tutti i capi del cambio del neonato. Alla camicina seguivano le scarpette di lana (i’ scarpitell’), la cuffietta (a’ cuffiett’), il vestitino (u’ v’stitin’). La Madonna li confezionava a mano, approfittando dei momenti in cui il suo bambino dormiva.

Una canzoncina di Vico del Gargano recita: «Mò vene Natale/ mò vene Natale/ e vene a’ fest’ di quatràre/ e nà pett’l e nà ’ranoncke/ mamma li stenne e tate l’acconcke». (Ora viene Natale, ora viene Natale, e viene la festa dei bambini/ una pettola e una ranocchia/ mamma le stende e papà dà loro la forma). La ranoncke era un piccolo pane spruzzato di mandorle tritate, confezionato apposta per i bambini in occasione della festa di Natale.

La Sorsa ci documenta che a Peschici le donne facevano le pettole lunghe mezzo braccio. In effetti, ancora oggi, le pett’l sono una specialità natalizia, oltre che nuziale. Le massaie sono abilissime nello stendere la massa lievitata. Le frittelle raggiungono lunghezze considerevoli, e vengono intinte nel mosto-cotto di fichi, che attesta le origini slave degli abitanti. Un proverbio, ancora oggi, invita i peschiciani non saltare questo rito propiziatorio: «I pett’le che nun cj fanne à Natale/ nun ce fanne manch’ à Cap’danne» (le pettole che non si fanno a Natale, non si faranno neppure a Capodanno).

Anche Giovanni Tancredi in “Folklore garganico” nel 1938 descrisse le dolci atmosfere della festa più attesa dell’anno. Verso i primi giorni di dicembre, Monte Sant’Angelo, città dell’Arcangelo Michele, come i più piccoli e sperduti centri del Gargano si animava più del solito: l’avvenimento straordinario era costituito dall’arrivo dei pifferai con la zampogna e la ciaramella. Giungevano dall’Abruzzo e dalla Basilicata, in piccoli gruppi di due o tre persone. Il costume tradizionale di questi robusti zampognari dal viso abbronzato era in seguente: cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, “robone” bruno (un’ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo taurino, calzoni di velluto marrone o verde abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, e cioce che salgono attorno ai polpacci.

Erano avvolti nei loro tipici e inseparabili mantelli a ruota di pesante lana blu, con due o tre pellegrine (corte mantelline) una sopra l’altra.

Uno anziano, l’altro più giovane, attorniati e seguiti da ragazzini festanti, suonavano le loro allegre novene innanzi a ogni porta della città; si fermavano dappertutto: davanti alle botteghe, agli angoli delle vie, sulla soglia delle case, dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare.

«Il più vecchio, dai capelli bianchi e dalla barba incolta, suonava la classica zampogna di legno di olivo a tre pive, stringendo l’ampio otre gonfiato fra il braccio destro ed il corpo; il ragazzo imbottava il piffero esile e snello fatto di olivo per metà e di ceraso per l’altra metà con la pivetta di canna marina». Dopo la suonata di ringraziamento, gli zampognari facevano una scappellata, salutando il capofamiglia con un «addio, sor padrò », con l’intesa di rivedersi l’anno dopo. «Il suono melanconico, dolce della zampogna ed il trillo stridulo ed allegro del piffero – racconta Tancredi – si spandevano per l’aria rigida sotto l’arco limpido del cielo».

La notte di Natale, con un certo anticipo sulla funzione sacra, donne e ragazzi, con sedie e sedioline impagliate, portate sulla testa o sotto il braccio, si avviavano verso la Basilica di San Michele, dove una folla immensa si pigiava, urtandosi lungo la scalinata di ottantotto gradini e dietro la Porta del Toro ancora chiusa.

Essa veniva spalancata solo quando, dal antico campanile angioino, le grosse campane spandevano il loro armonioso suono. La millenaria Grotta in pochi minuti era gremita di gente. Tancredi ci visualizza l’idea di quello stare tutti insieme, accalcati nella Sacra Grotta: «In questa Santa Notte nella Reale Basilica fermentavano gli amori in un dolce contatto di fianchi, di braccia, di piedi. Saltavano inevitabilmente gli austeri e puritani tabù di quel tempo, che impedivano ai giovani innamorati di stare a stretto contatto fisico.

Gli zampognari suonavano la pastorella, sulle note della bellissima pastorale di Bach.

Questa semplice melodia commuoveva profondamente vecchi e giovani. Toccava soprattutto la sensibilità, ed ogni fibra, delle popolane brune e fiorenti».

 

TERESA MARIA RAUZINO

 

 
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