“Il gesto di Orfeo”: Un canto di memorie, acceso da palpiti di vita

Una recensione della silloge di Barbara de Miro d´Ajeta 

a cura di TERESA MARIA RAUZINO

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Sabato 22 febbraio 2014, la Sala “Rosa del Vento” della Fondazione Banca del Monte di Foggia ha ospitato la presentazione della più recente raccolta di poesie di Barbara de Miro d´Ajeta, intitolata “Il gesto di Orfeo”. Ad illustrare il volume di liriche, insieme all’autrice, il giornalista Nino Abate. La lettura di alcune poesie della silloge è stata affidata a Rosa D´Onofrio, l´accompagnamento musicale a Gianni Pellegrini.

Barbara de Miro d’Ajeta, allieva della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha insegnato Storia del Teatro nelle Università di Genova, Sassari, Salerno e all’Orientale di Napoli. Tra le sue numerose pubblicazioni di critica teatrale, hanno ricevuto notevoli consensi “Eduardo De Filippo”, Liguori, Napoli, 2002, “Il seme, il germoglio e il fiore” (Pirandello fra biografia, narrativa e teatro), Aracne, Roma, 2008.

Ma la passione di Barbara è per la poesia.  Una sua precoce vocazione poetica, coltivata fin dall’adolescenza, l’ha spinta a pubblicare le raccolte “Qualcosa partì dal mio cuore”, C.E.S.P., Napoli-Foggia-Bari, 1960, “L’isola d’oro”, Gastaldi, Milano, 1963, “In margine”, Bastogi, Foggia, 1981. Ora ritorna a pubblicare questa silloge, “Il gesto di Orfeo”, che abbraccia un arco di tempo ampio, dal 1980 a oggi.

Cosa evoca il gesto di Orfeo? Orfeo era un poeta mitico di origine tracia, capace di smuovere le pietre e di ammansire con il suo canto anche gli animali feroci. Quando la sua amata Euridice fu morsa da un serpente velenoso e morì, Orfeo scese nell’Ade per ritrovarla. Con il suo canto commosse Persefone, dea degli Inferi, che gli promise di restituirgli Euridice rimandandola sulla Terra. Ma ad un patto: durante il viaggio non doveva voltarsi a guardarla. Sembrava un patto semplice da rispettare, ma non fu così. Orfeo non poté resistere al desiderio di vedere se la donna amata lo seguisse, ma quando si voltò a guardarla, Euridice scomparve.

La pulsione di Orfeo, che Barbara de Miro d’Ajeta fa sua,  è di voltarsi indietro. Non resiste alla tentazione di guardare le persone amate, di fissare i loro tratti, ricordare la loro esistenza, mentre i loro volti tendono a svanire per l’inesorabile fluire del tempo. Un gesto della memoria e del piacere di ricordare momenti di vita prima che scompaiano completamente nell’oblio…

Perché ogni cosa continua a vivere soltanto se c’è qualcuno che la ricordi.

“Il gesto di Orfeo – scrive Luigi Surdich (docente di letteratura italiana all’università di Genova) – mi è parso un libro bello, intenso, “necessario”. Prevalentemente l’Autrice si muove non come nella poesia più attuale, tra oggetti e cose, con conseguente marginalizzazione, rimozione dell’io, ma entro la dimensione dell’io e delle risonanze umane, affettive, memoriali che la coinvolgono e la vedono partecipe: ora con dolore, con rimpianto, ora invece con tenerezza e delicatezza. A volte c’è un sovrappiù di letteratura (specie nel lessico, in certi casi visibilmente “poetico”); ma il fascino dei  testi poetici è nella capacità di individuare alcuni aspetti tematico-figurativi (i fiori, i colori, il mare, la natura, gli amici, i cari, i famigliari…) e nella accorta cura con cui sviluppa il discorso, fino alla parte conclusiva che sempre (o quasi sempre) è un momento alto”.

Scrive il critico Mirco De Stefani nella prefazione alla silloge della d’Ajeta : “È il logos della corporeità la cifra stilistica che fa da sottofondo all’intera raccolta poetica: il linguaggio della percezione sensibile, la narrazione del continuo fluttuare di sensazioni e percezioni attorno ad una dimensione temporale fatta di ricordi e di presenti, che trapassano gli uni negli altri senza mai rinunciare ad un fuggevole incerto sguardo nel futuro. Quante mani, quanti volti, quanti occhi sembrano avvolgerci e osservarci da questi versi: e con essi e in essi i colori e i sapori di un mondo fatto di cieli, acque marine, spiagge che diventano un tutt’uno con quelle mani, quei volti, quegli occhi. E gli azzurri, i rossi, i verdi e gli ori della natura si trasformano in sentimenti e movimenti, slanci, giochi d’infanzia, baci e carezze. Ogni rosa, ogni buganvillea, ogni gardenia, ogni albero è metamorfosi e prolungamento vegetale di una psiche sospesa tra radicamenti e dissipazioni, slanci e naufragi. Da un angolo segreto del mondo si apre poco a poco il sipario sul teatro dei personaggi-specchio su cui è riflessa l’esistenza dell’autrice, ancora una volta incarnazioni di un io traboccante di vita, trafitto dal male oscuro, mai sazio di sensazioni. I personaggi, pur reali, concreti, autobiografici, sono in realtà creazioni di uno spirito aristocratico che trasforma la loro esistenza in affabile gesto poetico: i genitori, i maestri, gli amori, i nipotini, le anime dei morti perdono poco a poco la loro determinata realtà per incarnarsi nel corpo dell’autrice e divenire cuore del suo cuore, labbra delle sue labbra. Ed è così vinto il tempo ordinario, trasformato in classica ciclicità: inizio e fine coincidono, il passato tumultuoso si sovrappone al pacato presente, i fremiti e i rimpianti della giovinezza agli odierni incombenti deserti / tesi come corazze (…) Una polifonia di registri, di temi musicali, di contrappunti sembra emergere quasi naturalmente dall’insieme dei versi; non per una qualche scelta compositiva, ma per spontaneo concrescere di un’anima-ibiscus, piantata nell’angolo più recondito del giardino unicamente per espandere i suoi grandi petali bianchi. Ecco allora apparire il tema del dare senza aspettarsi nulla in cambio, come l’amore incompreso che sa piangere, / è mite, crede, attende, / scintilla, è proda, è tutto…”.

LE LIRICHE DEDICATE A ROMANO CONVERSANO

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Incontro

(Foggia, Palazzetto rosa, febbraio 1964)

The force that through the green fuse drives the flower

Drives my green age; that blasts the roots of trees

Is my destroyer.

And I am dumb to tell the crooked rose

My youth is bent by the same wintry fever.

 

L’odore delle vernici

nelle narici

e intorno nei tuoi quadri

e nei tuoi occhi

il mare

del Gargano, dell’Istria.

Un trasalimento

quando mi hai vista

per la prima volta

e poesia chiara

nel mattino di sole

-i libri della scuola ancora

sotto il braccio-.

La mia età ingrata

la malinconia di una vita

solitaria si dissolsero

nelle parole come archi

protese, nella gioia

dell’incontro.

Un dono: Dylan Thomas,

un’ebbrezza improvvisa

celeste. Fremevo.

Ora, dopo quasi

quarant’anni

vaporati con altri, in altre

cose, ti sento ancora in me

artefice che mi coltivi

tra il pollice e il medio

sulla tavolozza iridescente.

Non so che cosa, forse

la quintessenza del cuore

mi tiene avvinta ai tuoi

colori, al tuo cielo silvano

amore

amore mai raggiunto

vibratile vivo

quiescente nei sogni

e nella chiarità, raro

rarissimo mago

maschio leggero e forte

immillato nei sorrisi

di ieri come di ora

contro gli anni.

Nella coscia del gigante bianco

Il cuore, non tormento mi tiene

legata a intermittenze sottili

che disegnano ampie figure, persone

vigili sulla mia vita

(da bimba a donna, da piuma

a corallo, a lucori di topazio).

E tutto è immerso nella nebbia.

C’ è in me un frantumarsi di diamanti.

Mi incide nelle vostre ombre

più che l’ amore la forza

che erige cattedrali e porta verso

il cielo, dove è la fonte della luce.

Sono in questi vostri aliti

mille volte sognati e inattesi

alle porte dell’ essere.

Nelle vostre braccia, nei vostri ardori

virili, chiusi,

vivo, tremo, riluco.

Eppure è pena, eppure è nebbia,

ed è gioia adamantina,

spasimo di me fisica, di me nervo,

cosa, oggetto sperduto nei métros

e viva dei vostri palpiti

e intensa nel vostro sospiro,

non persona, occhio

nel palpitare della nebbia.

Milano, novembre 1988 (al Conversano e a Gian)

J’ai rêvé

Il est vieux. Il est doux.

Il a la mer

sous ses paupières

et dans ses doigts.

Il y a longtemps

que je l’aime.

Je me confonds

à l’horizon

dans ses veines d’azur

j’aime les calembours

qu’il chuchote

je flotte

dans le désir

je souffre sous ses mains

d’orfèvre, malade

d’une fièvre

d’absolu.

Je me suis émue

en regardant

avec lui, dans le sacré

silence, devant

une petite fenêtre

la mer du haut

loin, dans l’infini.

J’ai rêvé de désirer

une fille de lui.

Ho sognato

E’ vecchio. E’ dolce.

Ha il mare sotto le palpebre

e nelle dita.

E’ da tempo che l’amo.

Mi confondo

all’orizzonte

nelle sue vene azzurre

amo i giochi di parole

che sussurra

navigo nel desiderio

soffro sotto le sue mani

d’orefice, malata

di una febbre d’assoluto.

Mi sono commossa

contemplando con lui

in una finestrella

nel sacro

silenzio

il mare dall’alto

lontano, nell’infinito.

Ho sognato di desiderare

una figlia da lui.

Coppa di cielo, Peschici, à rebours

 

Mi lasci con un’estrema

carezza paterna

nella stazioncina texana

e d’un subito dal treno

lo sguardo abbacinato

capta gli ultimi raminghi

bagnanti sulle spiagge

semideserte, i vani

ombrelloni nel tempo

incerto, sono sommersa

dall’odore del maquis

con note caprigne

dalla malinconia

-in uno scrigno profondo-

dell’amore contrastato

-o il tuo fiato

che mormora il mio nome

le dita erranti

sul mio braccio senza un fine

il mio povero cuore

strozzato, i vialetti

silenti nel volgere del giorno

il giardino dove le nostre anime

giocavano a rimpiattino!

Il servizio di Teresa Rauzino è stato pubblicato sul quotidiano “L’Attacco”.

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