Quando nel 1981 erano i Martucci a denunciare il degrado di Kàlena…

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Abbazia di Kàlena (Peschici FG)

Il Centro Studi Martella non ha mai creduto di agevolare la soluzione del caso Kàlena colpevolizzando i proprietari del complesso abbaziale. La sua campagna stampa ed i suoi Convegni di Studio sono stati basati su interventi di esperti che hanno messo in risalto la qualità del monumento e lo stato attuale di disdoro.

Come già fece, ben 34 anni fa, una componente della famiglia proprietaria, Maria Martucci, segnalando lo stato di avanzato e crescente degrado del monumento. La Martucci, allora, documentò, con una precisa perizia tecnica eseguita insieme ad Alberto Biagi, i danni subiti dall’abbazia soffermandosi, in particolare, sulla chiesa nuova di S. Maria di Càlena, che già allora presentava “uno stato di generale fatiscenza e, localizzate, situazioni statiche di una certa gravità”. I primi danni alla struttura, secondo la Martucci, erano risalenti al terremoto del 1627 che aveva provocato il crollo delle volte a crociera. Nel 1943 la seconda metà del tetto a falde era crollata, lasciando l’edificio per metà scoperchiato. L’altra metà, in stato di visibile fatiscenza, si mostrava con le falde avvallate, col manto di tegole sconnesso e con la capriata e gli arcarecci deformati.

Scriveva la Martucci nel 1981: “Allo stato dei fatti per impedire un ulteriore degrado della struttura occorrerebbe intervenire sul tetto, riassestando con eventuali sostituzioni l’orditura in legno e il manto in tegole”.

Gravi, secondo la Martucci, erano anche le lesioni della prima e seconda campata destra. Riguardo l’interno della prima campata destra, realizzata con una muratura di conci quadrangolari lesa a causa di un cedimento, indicò la necessità di bloccare la suddetta lesione con una sutura; idem per l’interno della seconda campata destra. Questa, oltre ad una grave lesione, presentava un forte abbassamento della chiave di volta della finestra soprastante. Per l’interno della prima campata destra, oggetto di umidità ascendente causata da una falda freatica superficiale presente nel sito pianeggiante e assorbita dalla malta, consigliò di intervenire con l’introduzione di sifoni atmosferici.

La Martucci pubblicò la sua perizia nel 2° volume di “Insediamenti benedettini in Puglia”, edito dalla Congedo di Bari nel 1981. Dimenticandosi, per ben 34 anni, che chi era tenuto a fare i lavori considerati ‘inderogabili’ non erano gli altri, ma erano lei e la sua famiglia. Lo imponeva allora la Legge 1089/39, lo impongono oggi la legge 490/99 sulla tutela dei beni culturali e il Codice del paesaggio.

Come proprietaria di Càlena, insieme ai suoi fratelli, si è dimenticata di effettuare non solo gli interventi strutturali, ma anche quelli di ordinaria manutenzione del pregiato complesso abbaziale. Interventi indispensabili per la sopravvivenza del monumento.

Oggi, dopo 34 anni da quell’allarmante perizia di Maria Martucci, il degrado di Càlena è ormai giunto al limite-guardia del non ritorno. Dopo il crollo del tetto dell’abside della chiesa nuova, questo è un dato oggettivo e palese agli occhi di tutti.

Cosa si aspetta? Che crolli tutto?

TERESA MARIA RAUZINO

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DEGRADO CALENA: LA PERIZIA TECNICA DI MARIA MARTUCCI

La “chiesa nuova” di S. Maria di Càlena presenta uno stato di generale fatiscenza e, localizzate, situazioni statiche di una certa gravità. I primi danni alle strutture si fanno risalire al terremoto del 1627 che avrebbe provocato il crollo delle volte a crociera. Nel 1943 la seconda metà del tetto a falde cedeva lasciando l’edificio a metà scoperchiato. Attualmente l’altra metà, in stato di visibile fatiscenza, si mostra con le falde avvallate, col manto di tegole sconnesso e con la capriata e gli arcarecci deformati.

L’eventuale intervento di consolidamento rende quindi necessaria la individuazione dei fattori di deterioramento del manufatto ed un esame conoscitivo delle tecniche e materiali adoperati per la costruzione. È noto infatti che la diversa natura chimico-fisica dei materiali e le differenti tecniche di utilizzazione degli stessi, a parità di sollecitazioni, portano a differenti manifestazioni di degrado sulle superfici dei muri.

Il monumento in questione, costruito in conci quadrangolari di pietra calcarea, presenta sui muri longitudinali della navata alcune lesioni che seguono la linea di congiunzione dei conci. Tali fessurazioni possono imputarsi a sovraccarichi delle strutture, a fatti sismici e a fenomeni connessi. V’è da notare per contro che le lesioni appaiono bloccate e richiedono al più presto un semplice intervento di sutura.

Più grave è il problema dell’umidità. La sua soluzione è determinante per la conservazione del manufatto. Estese zone di superfici murarie appaiono imbevute d’acqua e talora coperte di muffa.

Il tipo di pietra usato consente che per capillarità l’acqua salga alta nei muri nel cui notevole spessore se ne raccoglie più di quanta la superficie esterna dei muri stessi riesca ad eliminare con l’evaporazione. E l’abbazia è situata nel punto più basso della piana di Kàlena in vicinanza del mare. Si aggiunga che la chiesa fu eretta quale ampliamento di un’altra più antica già esistente; si volle quindi impostarne il pavimento allo stesso livello della prima. Oggi tale pavimento è al di sotto di un metro circa rispetto al piano del giardino che lo fiancheggia sui lati est e sud; in tal modo la struttura riceve ulteriore umidità per contatto laterale.

Vi è infine l’acqua meteorica che attraverso i dissesti e le fessurazioni della copertura e delle murature, oltre al danno diretto alle parti non difese, alimenta un’abbondante vegetazione che trattiene l’acqua e penetra con le radici, là dove riesce ad inserirsi nelle fenditure, accelerando l’opera di deterioramento dell’edificio.

Allo stato dei fatti per impedire un ulteriore degrado della struttura occorrerebbe intervenire:

– sul tetto: riassestando con eventuali sostituzioni l’orditura in legno e il manto in tegole;

– sulle strutture verticali: con appropriati scavi di drenaggio e inserimento di sifoni atmosferici per ridurre i danni da umidità;

– sulle lesioni: con opere di sutura;

– liberare infine le strutture dall’abbondante vegetazione.

Le brevi note qui riportate non hanno inteso esaurire l’argomento: una analisi più approfondita con adeguata strumentazione sarà necessaria se si deciderà di intervenire concretamente sul monumento. Esse costituiscono soltanto una premessa per programmare in un futuro un intervento che l’interesse storico e artistico dell’opera giustifica.

MARIA MARTUCCI

Perizia tratta dal saggio “S. Maria di Càlena. Analisi dello stato di degrado‘ in AA.VV, Insediamenti benedettini in Puglia, vol. 2°, Congedo, 1981, Bari, pag. 44.

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