SETTE UOMINI SOTTO LE STELLE (un saggio di Adolfo Zamboni )

SULLE TRACCE DI UN PRIGIONIERO DI GUERRA NEOZELANDESE ALLA MACCHIA NELLA BASSA PADOVANA NEL 1943

 

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Incontro in Municipio a Codevigo (Padova) tra Graham Lindsay e Roslyn Norrie e il  Sindaco Annunzio Belan

 

Il poeta e scrittore neozelandese Graham Lindsay, accompagnato dalla signora Roslyn Norrie, ha visitato Codevigo, ultima tappa del suo viaggio sulle orme del padre, William Lindsay, soldato del 25° battaglione di fanteria della 2a Divisione Neozelandese, che nel 1943 come prigioniero di guerra lavorò per sei mesi a Fogolana, località ai margini meridionali della Laguna Veneta, vicino a Conche di Codevigo, e dopo esser fuggito dal campo l’8 settembre trascorse un paio di mesi alla macchia aiutato dalla gente del luogo, prima di essere catturato e inviato in lager in Germania.

I due visitatori sono stati calorosamente accolti in Municipio a Codevigo dal Sindaco Annunzio Belan, che ha donato agli ospiti l’interessante volume del prof. Lino Scalco sulla storia di Codevigo pubblicato dall’Amministrazione Comunale.

A fare da guida durante la visita, assieme al Sindaco e al sig. Gianni Pozzato, appassionato di storia locale, è stato l’ing. Adolfo Zamboni, amico di vecchia data del poeta di Auckland, che da anni svolge ricerche sulla storia scarsamente conosciuta degli ottantamila prigionieri di guerra in Italia nella 2a Guerra Mondiale e della loro fuga dai campi di prigionia dopo l’8 settembre 1943 in quella che fu la più grande evasione di massa della storia.

La vita militare del soldato Lindsay fu assai travagliata. Partito da Wellington col III scaglione della Forza di Spedizione Neozelandese (N.Z.E.F.) il 27 agosto 1940 e sbarcato a Suez dopo quasi 10.000 miglia di navigazione sul transatlantico Mauretania trasformato in nave trasporto truppe, partecipò agli aspri combattimenti nel deserto libico contro le forze italo-tedesche dell’Asse, fino a quando fu fatto prigioniero il 23 novembre 1941 a Quota 175 durante la battaglia di Sidi Rezegh, nella Cirenaica ai confini con l’Egitto, in cui la 2a Divisione N.Z.E.F. fu quasi annientata.

 

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Il soldato William Lindsay (sulla destra) di guardia al campo  di Maadi (Egitto) nel 1940-1941 (per gentile concessione della Famiglia Lindsay)

 

Dopo essere passato per i campi di raccolta e di transito di Derna e Bengasi, fu imbarcato sul mercantile “Sebastiano Venier” (chiamato anche “Jason” o “Jantzen” dagli Inglesi), diretto a Taranto con circa duemila prigionieri a bordo. Sopravvisse al naufragio della nave, che il 9 dicembre 1941 andò a incagliarsi sulle scogliere della costa greca a Methoni, 5 miglia a Sud di Navarino, con centinaia di morti e feriti fatti a pezzi nelle stive dalle esplosioni dei siluri lanciati dal sommergibile britannico N14 “Porpoise”, il cui comandante non era stato informato della presenza a bordo di propri compatrioti, che invece era ben nota all’Ammiragliato Britannico.

Dalle ricerche storiche che l’ing. Zamboni va conducendo da anni, con la collaborazione anche di Mr. Lindsay, è emerso che quello del siluramento della “Sebastiano Venier” fu il primo di una serie di almeno dieci casi, poco conosciuti, di navi italiane colpite mentre trasportavano prigionieri di guerra Britannici e del Commonwealth, in cui perirono oltre duemila uomini. Quella di sacrificare quelle vite fu una dolorosa scelta fatta dal Governo Britannico nel superiore interesse della vittoria finale. Infatti l’Ammiragliato aveva dovuto decidere di tenere all’oscuro i Comandanti dei sommergibili britannici circa la presenza di propri compatrioti prigionieri su alcune delle navi Italiane di ritorno dalla Libia, mettendo così a rischio la vita di decine di migliaia di prigionieri, allo scopo di non svelare la capacità del sistema di intelligence “Ultra” di decrittare tutti i radiomessaggi cifrati degli avversari, compresi quelli della Marina italiana. Grazie a “Ultra”, che sfruttava le capacità del grande matematico Alan Turing e di uno stuolo di collaboratori e l’impiego dei primissimi calcolatori elettronici, l’Ammiragliato Britannico conosceva con sufficiente anticipo la composizione di ogni convoglio italiano, la consistenza della scorta navale e aerea, la rotta e la velocità prestabilite e il tipo di carico trasportato da ciascun mercantile, che nella traversata di ritorno verso l’Italia poteva avere nelle stive da un paio di centinaia fino a un paio di migliaia di prigionieri…

Trasferito in Italia, il soldato Lindsay fu rinchiuso nel campo per prigionieri di guerra denominato PG.85 di Tuturano (Brindisi), in località Masseria Paticchi, che aveva una capienza di 6.500 uomini alloggiati in baracche e tende.

 

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Resti della Masseria Paticchi, presso Tuturano (Brindisi), dove nel maggio  del 1941 venne allestito il campo per prigionieri di guerra PG.85 (foto Graham Lindsay, 2014)

 

Lindsay venne successivamente trasferito nel campo PG.65 di Gravina in Puglia (Bari), che con la sua capienza di 12.000 prigionieri era il più grande d’Italia.

Successivamente Lindsay fu trasferito nel campo PG.57 di Grupignano(Udine), capace di 4.600 uomini, noto per le dure condizioni di vita e la ferrea disciplina.

Infine nel marzo del 1943 il prigioniero Lindsay giunse al minuscolo campo di lavoro PG.120/VIII di Fogolana – Millecampi (un paio di chilometri a Nord Ovest di Conche di Codevigo), che dipendeva dal campo di prigionia PG.120 di Padova.

Secondo le statistiche dell’Ufficio Prigionieri di Guerra dello Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano, al 31 marzo del 1943 si trovavano in Italia 80.495 prigionieri di guerra, rinchiusi in 52 campi di prigionia (da alcuni dei quali dipendeva un certo numero di distaccamenti di lavoro) e 5 ospedali per prigionieri di guerra, distribuiti in tutto il territorio nazionale.

Dei prigionieri di guerra del Commonwealth Britannico, in gran parte catturati nel 1941-42 durante i combattimenti in Africa Settentrionale, 43.182 erano Inglesi, 12.178 Sudafricani bianchi e 2.600 di colore, 5.199 Indiani, 3.788 Neozelandesi e 2.057 Australiani. Vi erano inoltre 2.295 Francesi-Degaullisti, 742 Statunitensi, 461 Ciprioti, 385 Mediorientali, 118 Canadesi e 44 tra Norvegesi, Polacchi, Cinesi, Svedesi e Greci. Vi erano infine i prigionieri di guerra della ex Jugoslavia, che ammontavano a 7.446.

Per completare il quadro, al 31 marzo 1943 esistevano anche 19 campi di internamento, distribuiti tra territorio nazionale, Croazia e Montenegro, in cui erano rinchiusi 23.306 civili (di cui 18.078 a scopo repressivo e 5.228 a scopo protettivo) tra Serbi, Croati, Sloveni del territorio annesso all’Italia, Albanesi, Montenegrini, Bulgari, Rumeni e Ungheresi.

Quello dei campi di prigionia e dei relativi distaccamenti di lavoro fu un sistema in continua evoluzione tra il 1941 e il 1943. Nella primavera del 1943 il numero complessivo dei prigionieri in mano italiana si era stabilizzato, a causa del declino delle fortune militari dell’Asse, mentre andava aumentando il trasferimento di prigionieri verso l’Italia settentrionale, allo scopo sia di allontanarli dalle regioni meridionali e dalle isole, dove si temevano imminenti sbarchi di truppe Alleate, che di impiegarli nei lavori agricoli in sostituzione dei molti Italiani impegnati nel servizio militare. Di conseguenza erano stati dismessi una trentina di campi e cinque ospedali per prigionieri di guerra. Inoltre, andata perduta quasi interamente l’Africa Settentrionale, erano stati dismessi anche i quindici campi di prigionia ivi esistenti.

In questo quadro il 10 marzo 1943 il Comando Difesa Territoriale di Treviso, da cui dipendevano anche i campi di prigionia del Padovano, istituì a Fogolana il campo di lavoro PG.120/VIII, cui destinò un nucleo di sessanta soldati di truppa neozelandesi trasferendoli dal campo PG.57 di Grupignano (Udine).

I prigionieri erano destinati alla S.A.I.M. (Società Anonima Immobiliare Millecampi), la grande azienda agricola del barone Gastone Treves de’ Bonfili. Sorvegliati da quattordici soldati italiani al comando di un sergente, un caporale e un caporale interprete, i sessanta Neozelandesi, furono addetti ai lavori agricoli e alloggiati nel fabbricato sito lungo la strada che da Conche di Codevigo conduce a Fogolana, precedentemente adibito a stalla per i cavalli del Barone.

Dopo le tribolazioni patite a Grupignano, i prigionieri Neozelandesi trascorsero nel piccolo campo di Fogolana cinque mesi relativamente felici, grazie alla vita all’aria aperta e alla migliore alimentazione, che fecero loro recuperare le forze del corpo e dell’animo, e alla sia pure limitata possibilità di contatto con la gente del posto, sia durante il lavoro nei campi che alla messa festiva nella chiesa parrocchiale, alla quale i prigionieri venivano scortati dai militari di sorveglianza. Dai contadini e dai militari anziani addetti al servizio di sorveglianza qualcuno aveva imparato un po’ di Italiano o più spesso di dialetto.

La conoscenza della gente locale e della configurazione del territorio esterno al perimetro di filo spinato del campo si rivelò molto utile per quei prigionieri nei caotici e tragici avvenimenti in cui sarebbero stati coinvolti qualche tempo dopo a seguito dell’armistizio.

Infatti l’armistizio dell’8 settembre 1943 accrebbe le sciagure che il fascismo e la guerra avevano recato all’Italia. Con l’immediata e durissima occupazione dell’Italia da parte dell’esercito tedesco e la costituzione, sotto il controllo degli occupanti, della repubblica neofascista con sede a Salò, il gruppo di Neozelandesi del remoto distaccamento di Fogolana si ritrovò a vivere, come tutti i circa 80.000 prigionieri di guerra presenti in Italia a quella data, la drammatica esperienza di quella che probabilmente fu, come è stato detto, la più grande evasione di massa della storia.

Molti dei fuggitivi furono presto ricatturati e inviati nei lager in Germania, ma molti altri, grazie all’aiuto spontaneo di centinaia di migliaia di Italiani, specialmente i contadini e i montanari più poveri, e alla rete di soccorso organizzata dalla Resistenza, riuscirono a restare in latitanza fino alla Liberazione o a raggiungere la salvezza nella neutrale Svizzera oppure a ricongiungersi con l’Esercito Alleato che, sbarcato il 9 settembre 1943 a Taranto e a Salerno, risaliva combattendo la Penisola, che sarebbe stata interamente liberata solo dopo diciannove tragici mesi.

Poichè le clausole d’armistizio sottoscritte dal legittimo Governo Italiano stabilivano che nessun prigioniero di guerra Alleato avrebbe dovuto essere trasferito in Germania, il Comando Supremo Italiano in data 6 settembre 1943 ordinò ai Capi di Stato Maggiore di impedire la caduta dei prigionieri “britannici” in mano tedesca, lasciandoli eventualmente in libertà, facilitandone l’esodo verso la Svizzera o l’Italia meridionale per la costa adriatica, dotandoli a tale scopo di viveri di riserva e indicazioni per il viaggio. Tali direttive non poterono essere attuate a causa del precipitare degli eventi che nei giorni successivi portarono al rapido dissolvimento degli alti Comandi dell’Esercito e di gran parte della linea di comando e al conseguente sbandamento generale delle truppe, salvo isolati atti di resistenza di qualche nucleo di valorosi, presto tacitati dalle armi tedesche.

Toccò dunque ai Comitati di Liberazione Nazionale, formatisi in quei drammatici giorni, porre l’assistenza agli ex prigionieri di guerra tra i più urgenti e importanti obiettivi. Fin dal 20 settembre 1943 il Comitato di Liberazione Nazionale di Milano incaricò l’ingegner Giuseppe Bacciagaluppi di creare il “Servizio Prigionieri di Guerra” per coordinare le iniziative dei Comitati locali. Anche il C.L.N. di Padova si dedicò prioritariamente a tale assistenza fin dalla prima riunione di carattere organizzativo che fu tenuta in settembre 1943 a casa del prof. Adolfo Zamboni, membro del C.L.N. per il Partito d’Azione, la cui opera fu apprezzata alla fine conflitto dal Feldmaresciallo Alexander, Comandante supremo delle forze Alleate nel teatro di guerra Mediterraneo. Tre dei nove partecipanti a quella riunione sacrificarono la propria vita per la Patria…

 

Il saggio di Adolfo Zamboni continua qui (ed è scaricabile in formato PDF)  :

https://rauzino.files.wordpress.com/2014/04/adolfo_-zamboni_sette_uomini_sotto_le_stelle.pdf

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