QUELLO CHE RESTA DEL GARGANO (editoriale di Francesco A.P. Saggese)

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Ho guardato ogni immagine, ogni servizio televisivo, ho ascoltato ogni dichiarazione di questa orrenda giornata di settembre e mentre scrivo si spala.
Sono lontano dal Gargano, da casa mia, e per il momento mi sembra l’unica cosa che posso fare.
Vorrei scavare con le mie mani in quel fango maledetto, tirare fuori tutto, compresa la vita di Antonio e di Vincenzo, ripulire tutto. Ma quelle immagini sono lì sotto i miei occhi e fanno parte di questa realtà, di quello che resta.
Anche queste parole sono del tutto inutili, insignificanti, prive di senso di fronte alla vita che in tutte le sue forme è scomparsa. Sì, diranno che non è il tempo delle polemiche, ma è già il tempo delle lacrime e della rabbia, e io sono arrabbiato. Presto per i bilanci? Il bilancio è sotto gli occhi di tutti, credo fin troppo chiaramente.
Mi chiedo cosa resterà.
Resterà il dolore dei familiari degli scomparsi. Resterà la distruzione di molte strutture ricettive, delle abitazioni, delle infrastrutture, delle spiagge. Resterà l’eccezionalità dell’evento.
Resterà la nostra incapacità di leggere la storia del nostro territorio e di imparare, perché eccezionalità non sempre si coniuga con distruzione. Scriveva così Michelangelo Manicone ne La Fisica Appula sul finire del ’700: «Or donde le alluvioni garganiche? Dal disboscamento. Difatti prima che dai monti fossero divelti i boschi, i torrenti che da essi cadevano, frangevano la loro impetuosità contra le selve, e le acque perdevansi per gli erbosi pascoli. Quindi ben difficil cosa era, che potessero danno recare alle sottoposte pianure. Ma smossi i terreni, divelte le selve, e tolti gli obici, che la provida natura posti avea all’impetuosità delle acque, queste scorrendo per soversciati terreni traggon seco nella pianura immense materie, e quindi colle torbide loro devastano non infrequentemente e vigne, e giardini di agrumi, e seminati».
Resteranno i disboscamenti dell’epoca che si accompagnano a quelli del nostro recente passato e presente, perché costruiranno ancora palazzetti, strade, passaggi ferroviari ai bordi o dentro a un vecchio canale dove una volta scorreva un torrente.
Resteranno gli anni ’70, ’80, ’90 e così via, quando una certa politica andava a braccetto con la “società civile” e noi cittadini, se non complici, stavamo/stiamo a guardare: un voto per chissà cosa. Resteranno le autorizzazioni, i permessi, le pacche sulle spalle. Resterà quella parte della politica (perché voglio sperare che sia piccola, infinitesimale) che dirà ancora: ma non ci sono i soldi! Verità che per quanto vera non serve a nessuno. Trovali i soldi se vuoi fare il politico, in Europa, in Regione, dai privati, ovunque ci sia una remota possibilità, è un tuo preciso dovere, lo stai facendo? Ottimo. Aiutami a comprendere cosa stai facendo per la sicurezza del territorio (rischio sismico compreso), che domande hai fatto, che risposte hai ricevuto. E ti prego, finiscila d’incantarmi con il connubio edilizia (selvaggia) uguale posti di lavoro. E tu professionista, esperto tecnico, tu, cittadino, che cosa hai fatto? Hai cercato anche tu un’autorizzazione facile per la tua casetta, albergo, villaggio, lido o ti sei limitato a fare quello che la legge ti autorizzava a fare mentre ora stai piangendo e ti commuovi o ti vuoi fare in diecimila pezzi e te la prendi con il mondo intero?
Resterà l’imprudenza.
Resterà lo sgomento di un’intera comunità.
Resteranno i volontari di ogni specie che in queste ore si stanno dando da fare e a cui va un gigantesco grazie. Resteranno gli amici che ti chiamano per sapere se è tutto a posto. Resterà la voglia di Antonio di lavorare la sua terra per la sua terra: la più grande lezione che il Gargano potesse ricevere, ma a un prezzo troppo alto. Non dimentichiamo Antonio. Ricordiamolo ovunque, nelle scuole, nelle piazze, al mercato. Scriviamolo grande il suo nome perché grande era il suo amore per la sua terra, quindi per ciascuno di noi.
Resterà la voglia di molti di studiare il territorio, di non improvvisarsi salvatori della patria, di non flagellare le nostre coste in nome del lavoro con il cemento. Resterà per me la convinzione assoluta che la terra, la mia terra, è una culla di cui prendersi cura seriamente, nella quotidianità, nelle sedi opportune e in ogni circostanza che la chiama in causa. Resterà il mare che in queste ore ha la sua pelle marrone, scura, melmosa ma che le sue onde ripuliranno, depureranno, fino al recupero del suo immenso e profondo splendore. Ma, l’ho già scritto sopra, queste parole sono del tutto inutili, insignificanti, prive di senso di fronte alla vita che in tutte le sue forme è scomparsa. Sì, diranno che non è il tempo delle polemiche, ma è già il tempo delle lacrime e della rabbia, e io sono arrabbiato. Presto per i bilanci? Il bilancio è sotto gli occhi di tutti, credo fin troppo chiaramente. Resteranno solo i fatti.

Francesco A.P. Saggese

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