Il Purgatorio nella storia e nell’immaginario dei Peschiciani

Confraternita del Purgatorio
Peschici. Portale Purgatorio

PESCHICI 1865. UN INCENDIO NELLA NOTTE

Il 21 febbraio 1865, verso le tre di notte (ore 21.30 attuali), mentre imperversava una “strepitosa bufera con impetuoso irrisestibile vento del Nord, accompagnato dalla notte più buja con acqua e neve”, scoppiò un furioso incendio nella Chiesa del Purgatorio, sotto il titolo della SS.ma Vergine del Rosario, situata in mezzo all’attuale Piazza del Popolo, nel centro storico di Peschici.
Probabile causa, secondo l’ipotesi allora più accreditata, fu che qualche favilla di fuoco, uscita dai camini delle contigue abitazioni, si fosse posata sul tetto della terza soffitta dell’edificio, bruciandone le travi di legno.
Immediatamente si mobilitarono tutti i rappresentanti delle Istituzioni presenti nella piccola cittadina. I membri della Giunta municipale, il Segretario comunale ed impiegati, il Supplente giudiziario, il Capitano della Guardia nazionale con ufficiali e militi, il Brigadiere comandante la Stazione dei Reali Carabinieri con tutti i dipendenti, il Priore della Congrega del Rosario con i suoi Confratelli, il Maestro elementare, l’Arciprete Curato, presero tempestivi provvedimenti per bloccare l’incendio, che favorito dal potentissimo tempestoso vento, incuteva “indicibile spavento e terrore”. Per avvisare la popolazione del grave pericolo, si fecero suonare a stormo le campane della Chiesa Matrice e quella della Congrega del Purgatorio; nello stesso tempo il Servente Comunale effettuò “il giro del tamburo co’ bandi” per l’intero abitato di Peschici.
Le operazioni di spegnimento dell’incendio furono condotte con sorprendente ed ammirevole tempismo. In pochi minuti quasi tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso si radunarono sul luogo. E, senza curarsi del pericolo, sotto gli ordini e la direzione delle predette Autorità, fecero a gara per spegnere l’incendio. Alle sei di notte (ore 12,30 attuali), quindi dopo appena tre ore, l’incendio fu perfettamente domato. Uomini e donne di Peschici utilizzarono, per bloccare il percorso delle alte fiamme, quelli che erano i loro usuali attrezzi di lavoro: le scuri, le zappe, i martelli, le lunghe scale di legno, e gli altri strumenti contadini ed artigiani. Soprattutto, con innumerevoli secchi, trasportarono “copiosissima acqua” da una vicina cisterna.
Nonostante il tempismo di questa vera e propria azione di Protezione Civile, il bilancio dell’incendio fu piuttosto pesante: il fuoco distrusse completamente la “copertina della terza parte della Chiesa” situata dietro l’altare, per fortuna non si propagò alla seconda navata di mezzo, ed alla prima navata, che aveva una copertura “lamiata”. Ma del Coro ligneo, che la circondava, non si ricavarono che pochi spezzoni di tavole. Molti arredi sacri furono distrutti: si riuscirono a salvare soltanto alcune casse, stipi, ed altre suppellettili. L’altare sottostante fu parzialmente distrutto. Ed infine si bruciò in parte la statua della SS. Vergine del Rosario “che colà trovavasi in una ‘annicchia’ ed il Santo Bambino che ‘avea nelle mani fu completamente distrutto’”.
Secondo una prima stima effettata dal Sindaco, il danno “presunto” ammontò a 3.400 Lire. Circa 230 milioni di oggi.

IL CULTO DEL ROSARIO

Forse perché al centro dell’altare troneggia la Madonna del Rosario, la chiesa del Purgatorio è anche il luogo di culto a lei dedicato.

madonnarosariopeschici

La festa cade la prima domenica di ottobre; nei giorni precedenti si recitava, e si recita tuttora, la seguente novena : “Del Rosario, o gran Regina/ Figlia, Madre, Sposa eletta/Della Triade benedetta/Onoranza d’ogni età.//Il Rosario che ci desti/è corona di bellezza,/il Rosario è la salvezza,/dell’afflitta umanità”.
Il Santo Rosario è considerato la preghiera prediletta della Madonna. Non è soltanto un ripetere tante volte l’Ave Maria e il Padre Nostro: è un dialogo cuore a cuore con Maria, è una preghiera da meditare, è soprattutto una preghiera da vivere. L’origine della devozione è antica. Le prime attestazioni risalgono al XII secolo, quando era chiamato “salterio” o “vangelo dei poveri”. Chi non sapeva leggere meditava in tal modo i misteri cristiani. San Domenico e i suoi frati ne furono i principali propagatori: la “salutazione angelica” fu detta in comune, in forma solenne, affinché l’acclamazione di tutto un popolo salisse al cielo con maggiore forza. Interrotto nel Trecento per la terribile peste che desolò l’Europa, il culto del Rosario fu ripristinato, nel secolo seguente, da Alano de La Roche, un padre domenicano di Bretagna. Egli incentivò la preghiera, riferendo “alcune promesse” di Maria Santissima ai devoti del Rosario: “A tutti coloro che reciteranno il mio Rosario prometto la mia specialissima protezione: 1) Il Rosario sarà un’arma potentissima contro l’Inferno, distruggerà i vizi, dissiperà il peccato e abbatterà le eresie; 2) Chi si raccomanderà col Rosario non perirà; 3) Chiunque reciterà devotamente il S. Rosario, con la meditazione dei Misteri, si convertirà se peccatore, crescerà in grazia se giusto e sarà fatto degno della vita eterna; 4) Io libero ogni giorno dal Purgatorio le anime devote del mio Rosario; 5) I veri figlioli del mio Rosario godranno di una grande gioia in Cielo; 6) Ciò che chiederai col Rosario, l’otterrai; 7) Coloro che propagano il mio Rosario saranno da me soccorsi in ogni loro necessità; 8) La devozione del Santo Rosario è un gran segno di predestinazione”.
Ma il culto si diffuse soprattutto dopo la vittoria di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571. E’ la famosa battaglia che vide la sconfitta della terribile flotta turca da parte dell’armata cristiana, guidata dai Veneziani. L’evento si svolse di domenica, ed era il giorno dedicato alla solennità della Vergine del Rosario: la vittoria fu attribuita alla sua potente intercessione e, per tale merito, fu definita “Aiuto dei Cristiani”. Nel 1572 Pio V stabilì che si celebrasse la solennità della “Vergine delle Vittorie” sotto il titolo del Santo Rosario, mentre nel 1573 nel giorno stesso in cui le confraternite del Rosario a Roma e nel mondo cristiano facevano pubbliche processioni, Gregorio XIII decretò che la festa fosse celebrata nella prima domenica di ottobre.
Nella novena di Peschici, il riferimento storico alla vittoria di Lepanto è indicato chiaramente in due passaggi:
– “Come sole che discaccia/ l’ombra nera della notte,/dissipasti Tu le flotte/d’eresie e crudeltà.//Il – Rosario è un’arma forte/Invincibile per prodezza/ Il Rosario è la salvezza/dell’afflitta umanità.
– Del Rosario o gran Regina/ per te vinse il pio Cusmano/in Lepanto l’Ottomano/cadde preda di viltà.//Sotto il tuo felice impero/non regna la debolezza/il Rosario è la salvezza/ dell’afflitta umanità”.
Il piccolo borgo garganico aveva subito le incursioni turche negli anni 1566, 1590, 1672, 1674, 1680. La più massiccia avvenne probabilmente nel 1556: fu simile, se consideriamo la proporzione degli abitanti, al saccheggio che Vieste subì nel 1554 ad opera di Dragut. Solo così è possibile spiegare il crollo quasi totale della popolazione, che rispetto ai 207 fuochi del 1552 registrò nel 1561 solo 13 fuochi. La “rifondazione” del centro abitato distrutto fu effettuata da immigrati “Schiauoni o Morlacchj”. Nell’arco di trentaquattro anni si passò dai circa 65 abitanti del 1561 ai 930 abitanti del 1595.
Le incursioni dei predoni turchi sui nostri litorali continuarono per tutto il 1600 e nel secolo successivo, anche se il numero delle navi impiegate fu inferiore a quello del 1480 e del 1554. Nel 1620 Manfredonia venne “messa a sacco e divampata (incendiata) dai Turchi”. La “Cronica” del Pisani, relativa all’ultimo trentennio del Seicento che, oltre a Vieste interessa tutta l’area garganica, ci fornisce una drammatica visione dei lidi e delle campagne invase dai Saraceni. In quegli anni il pericolo di finire, da un giorno all’altro, schiavi nei mercati d’Oriente era reale; i turchi barbareschi rappresentavano una minaccia perenne. La dinamica era la seguente: veloci fuste scendevano improvvisamente a riva; i predoni irrompevano nelle campagne, operando sistematiche razzie di bestiame e soprattutto di giovani validi d’ambo i sessi, per cui era estremamente rischioso avventurarsi fuori dalle mura per attendere ai lavori dei campi.
La parabola storica di tutto il Gargano toccò nel 1600 il suo punto più basso. I motivi del crollo demografico furono molteplici: pestilenze a ripetizione, carestie ricorrenti, distruttivi terremoti e assalti di predoni dal mare, segnarono esistenze grame e miserabili. Aleggiava un clima fosco e lugubre: teschi e falci della morte si trovavano dappertutto: nelle pitture, negli edifici monumentali laici e religiosi, in particolare nella Chiesa di Santa Maria del Suffragio.
Dall’analisi della “Novena” emerge puntualmente la funzione protettrice mariana contro quelli che erano considerati i tre mali dell’uomo non solo medievale, ma anche moderno: oltre alla guerra, le epidemie e le carestie.

– “Quando d’aria il morbo fiero/ chiude a noi la sepoltura/tremò tutta la natura,/noi cercammo a Te pietà//Col Rosario tra le mani,/noi scansammo l’amarezza./Il Rosario è la salvezza/dell’afflitta umanità.
– Quando accessa della guerra/la voragine perigliosa/e il disordine di ogni cosa/tolse a noi felicità.// Il Rosario amore e pace/ci donava con prestezza/il Rosario è la salvezza/dell’afflitta umanità”.
– “Quando orribile insolente/venne a noi la carestia/col Rosario di Maria/si nutrì la povertà.//”
Fino alla seconda metà del Settecento, nonostante il Medioevo fosse trascorso da un pezzo, nel piccolo borgo di Peschici la preghiera più ricorrente continuò ad essere: “A peste, fame et bello, libera nos Domine”. Si viveva ancora in compagnia della Morte.

LA SETTENA DEI MORTI

Durante un’indagine sul campo, effettata dalla ricercatrice Angela Campanile del Centro Studi “Giuseppe Martella”, alla domanda: “Perché la chiesa che si trova nella piazzetta del paese vecchio si chiama ‘a chiesi du Priatorji’ ?”, le intervistate hanno dato tutte la medesima risposta :”Perché si pregava per i morti”.
Dunque, il culto dei morti. E’ sempre stato sentito a Peschici. Tale rispetto veniva esternato non solo con il lutto ma soprattutto con la preghiera. E il suffragio ai defunti veniva praticato proprio in questa chiesa: la Congrega del Purgatorio, detta anche della Morte, vi celebrava la “Settèna” cioè sette giorni di preghiere per i morti. La speciale “funzione” iniziava il primo di novembre, giorno di “Tutti i Santi”, e terminava il sette. Si pregava così: “Siam alme purganti,/straziate si’ forte,/che è peggio di morte/il nostro penar. //Ascolta, mio Dio, /i mesti lamenti/di spirti gementi /nel mare del duol!//Immersi nel fuoco,/ahi quanto soffriamo!/Soccorso cerchiamo,/aiuto, pietà!//Oscura prigione,/è nostra dimora;/l’arsura tuttora/ci brucia quaggiù”.
Nella “Settena” dei Morti, si fa riferimento ad anime purganti, che innalzano mesti lamenti “nel mare del duol”. Esse sono collocate nel Purgatorio, un carcere, un’oscura prigione, un mare di fuoco, dove l’arsura le brucia. Soffrono le pene dell’Inferno.
Ma i morti temono soprattutto l’oblio e la dimenticanza: “Qual pena crudele/l’oblio soffrir!/Che strazio sentire/del Cielo l’amor!”. Le preghiere dei vivi, che sono stati loro cari durante la vita terrena, unite a quelle della Vergine e degli Angeli, servono affinché “le anime benedette del Purgatorio possano rinfrescarsi (ci putèssine addifriscà)”. Servono a spezzare le dolorose catene, ad aprire le porte della loro prigione, per farle entrare nelle porte del Paradiso: “Amici, spezzate/ Le dure catene!/Lenite le pene/Col vostro pregar!//O Madre di grazie,/deh, prega per noi!/Salvaci, tu puoi,/dal divo rigor!//Alati Messaggeri,/dal cielo scendeste:/le porte schiudeste/di nostra prigion!”//. Il ritornello che si alternava alle varie strofe era il seguente : “Noi ti preghiamo, Signore,/per le anime gementi:/deh, cessa dai tormenti/e schiudi a loro il ciel!”.
La “Settena” è ancora oggi una funzione fortemente sentita. Trova un substrato culturale in una suggestiva tradizione popolare: la notte di “Tutti i Santi”, le famiglie che avevano dei defunti, quindi tutte le famiglie di Peschici, apparecchiavano la tavola della cucina di casa. La impreziosivano con la tovaglia più bella. La imbandivano con pane, acqua, fichi secchi, mandorle zuccherate, melegrane, melecotogne e gli alimenti più prelibati che si procuravano o possedevano. Tutt’intorno al tavolo sistemavano tante sedie quanti erano i parenti defunti: la tradizione infatti voleva che, una volta all’anno e precisamente in questa occasione, i defunti avessero il permesso di tornare nelle loro case per cibarsi. E gli abituali abitanti, per lasciare libera la casa ai loro defunti, si recavano, alle tre di mattina, alla chiesa del Purgatorio dove si pregava e si cantava “U fici di morti” (cioè l’Uffizio dei Morti). A cantare e ad officiare erano i “fratelli” della Congrega della Morte, detta anche del Purgatorio.
Un altro singolare episodio è stato riferito dalle anziane intervistate da Angela Campanile. Hanno raccontato che, molti anni fa, un certo “Lorenzo il fornaio”, per tutto il mese di novembre, quando assegnava, casa per casa, il “turno” per infornare alle donne che facevano il pane, oltre a “dare la voce” sulle varie fasi della preparazione della “massa”, cantava il “Requiem ”. E lo cantava a voce tanto alta da svegliare tutto il paese. Disturbava talmente il sonno di tutti che, una notte, un uomo svegliato di soprassalto, perse la pazienza. Stava scendendo in strada per rimproverare Lorenzo, quando ebbe una strana visione: una lunga processione, formata di uomini e donne vestiti con camicioni bianchi, lo seguiva. L’interpretazione che venne data fu che fossero le anime del Purgatorio. Gradivano così tanto le preghiere del fornaio che volevano, a tutti i costi, che non smettesse mai di farlo. Da allora in poi, chi ascoltò Lorenzo cantare, cantò con lui quella suggestiva preghiera per i defunti. Nessuno più osò lamentarsi che il Requiem disturbasse il suo sonno, perché ora aveva ben presente quale fosse la sua funzione del canto: di sollievo delle anime purganti , e quindi di liberazione, di accorciamento degli interminabili anni di permanenza nel Purgatorio. Un luogo simile, nell’immaginario, più all’Inferno che ad un luogo di sicura salvezza.
Ecco perché la popolazione di Peschici si mobilitò al massimo per spegnere l’incendio della chiesa del Purgatorio, nella terribile notte del 21 febbraio 1865. Più che un luogo fisico rappresentava un luogo simbolico: la difesa della collettività contro la paura del trapasso in un’altra vita. Nel suo immaginario, era una sicurezza certa, contro l’incognita dell’aldilà.

Teresa Maria Rauzino

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