Luigi Schingo, nel ricordo di Pasquale Del Prete

Discorso commemorativo in ricordo dell’Artista Luigi Schingo, tenuto dal Rettore della Università di Bari prof. Pasquale Del Prete, il giorno 15 0ttobre 1977 nell’auditorium della Biblioteca provinciale di Foggia:
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“Debbo ringraziare molto sentitamente la Società di storia patria che ha voluto designarmi in questo ricordo commosso di Luigi Schingo.
Poi la Regione Puglia che, con larga generosità, ha voluto accogliere la nostra proposta di sorreggere, non solo con la sua autorità ma anche con un aiuto concreto, la incorniciatura di questi dipinti che avete visto ed esaminato.
Ringrazio, poi, la Società dauna di storia a cui si debbono iniziative veramente preziose, nonostante le difficoltà che adesso sento, tuttavia, io ricevo puntualmente le riviste, i lavori e le pubblicazioni del professor Martelli, uno di quelli che molto vi opera.
Vedo che è presente il professore Pasquale Soccio, secondo me Foggia è una città culturalmente molto viva.
Basterebbe a testimoniare il prestigio di questa città, questa opera in cui troviamo; questa biblioteca è veramente sorprendente, anche per noi che siamo abituati a vedere queste cose, dirò che cose di questo genere non ne avevo mai viste, non solo in Italia; la perfezione, la diligenza, la cura, l’amore sono cose che, forse, non si dicono ma che si vedono appena si entra in questo ambiente.
Stamattina, ho trovato una folla di ragazzi, di giovani che stavano compostamente qui a studiare, a ricercare in un silenzio veramente esemplare per un posto di studio, rispettosi anche del lavoro intellettuale degli altri.
Detto questo, ripeterò che questa celebrazione di Luigi Schingo, pittore di S. Severo, foggiano di adozione, pugliese per unanime riconoscimento, mi trova consenziente e commosso nello stesso tempo, avendomi indotto a rivedere con attenzione puntuale tutta la sua vita retrospettiva, che è documentata largamente in quel volume, dove ci sono le fotografie anche delle sculture.
Un po’ frastornato dalla molteplicità dei temi, ho preferito concentrare il mio dire e la mia attenzione soltanto su una parte della attività pittorica di Schingo e ne spiegherò le ragioni: cioè soltanto limitandomi al paesaggio.
Un anno fa moriva nella modesta sua casa di San Severo Luigi Schingo; il suo nome aveva avuto un’improvvisa e larga notorietà per tre tele da lui sottoposte, nel 1913, al severo vaglio per l’ammissione alla Mostra internazionale di pittura ordinata in quell’anno a Firenze.
Con quei tre stupendi ritratti, il giovane artista era entrato nella elite della generazione che, tra la fine del secolo scorso e la metà di questo secolo, ha dato nelle arti, alla terra dauna, l’alto decoro di Umberto Giordano e di Carlo Maria Giulini nella musica, di Umberto Fraccacreta e di Pasquale Soccio nella poesia e nella letteratura, di Alfredo Petrucci e Francesco Gabriele nella critica estetica.
Dalle tre opere che lo legavano ai ricordi profondi della sua giovinezza Schingo non aveva mai voluto separarsi.
La prima è un autoritratto fosco ed accigliato, nel quale ribolle quella sorta di rancore represso dei giovani che rivendicano ciò che a loro è stato ancora ingiustamente negato, (riprodotto nella seconda fotografia dell’album che si è potuto frettolosamente raccogliere per integrare in qualche modo la documentazione fotografica offerta dalle tre opere esposte questa sera).
Allo Schingo, infatti non fu risparmiato il dolore di sapere che questo suo ritratto, (il primo), era ormai in possesso delle mani ladresche che avevano violato e depredato, poco prima della sua fine, l’atelier di via Fortore, dove con amorosissima cura aveva ordinato l’opera sua degli anni migliori. Soverchiato dal grande berretto, il volto tagliato di traverso a tre quarti dall’ombra che ne condiziona l’impianto prospettico e lo blocca nel giro della parte illuminata, la fronte decisa ed inarcata sulle corde affilate delle sopracciglia sopra agli occhi penetranti, il taglio lapideo dalla bocca, il segno deciso del mento che si distende, salendo ed aprendosi sugli zigomi marcati, segnano il dato volitivo del carattere ed incidono la memoria dell’osservatore: un segno indimenticabile.
La seconda opera è l’immagine fragile e trasognata di una donna; una donna forse amata, prematuramente sottratta alle delicatezze del sentimento dell’artista; nei suoi occhi smarriti, nel suo sguardo indefinito già si legge la premonizione della follia, infatti morì pazza.
Non potrebbe ravvisarsi, nel suo dolce ma non troppo melanconico viso, un solo particolare che resti un dato estrinseco di caratterizzazione psicologica, come non c’è un solo particolare, in quel ritratto, che resti un dato estrinseco di caratterizzazione formale; l’interiorità spirituale si tramuta in forma e la forma in materia e spiritualità eterna.
Quello che è stato un momento della vita si trasfonde nella realtà dello stile, come nel senso di una innata vitalità, liberata dalla esperienza irripetibile della prima vita dell’esistenza, con un attento studio dei riflessi, in cui la luce è rifratta in una immagine tanto sottile da sembrare appena trafitta da una punta di diamante: è cosa di una finezza incredibile!
Quel ritratto è, forse, la più tenace testimonianza della capacità evocatrice di cui fu dotato il pittore.
Di questi ritratti, quando egli avvertì i primi sintomi del male e cominciava a irrigidirsi la snella agilità delle sue movenze che impediva la piena libertà del suo agire, volle fare silenzioso dono a chi lo aveva rivelato, nel più riposto valore, al suo stesso autore, e che, questa sera, scioglie la promessa, allora fatta, di ricordarlo e sottrarlo con i poveri mezzi che ha, al freddo della indifferenza e della dimenticanza, frodatrici della ricchezza spirituale e morale delle generazioni che seguono, unitamente ad altre voci ammonitrici del passato, come accade, il più delle volte, per la dispersione delle opere in frammentarie testimonianze, non ordinate in punti fissi di riferimento e non preservate dalla distruzione, per la mancata tutela in sedi adeguatamente protette.
Questa è la preoccupazione: che questa opera, che già si è dissipata, vada ulteriormente perduta e che questa unità, che noi abbiamo raccolto e che è molto significativa, finisca per dissolversi e perdersi: così sarà perduta la memoria di uno dei più significativi artisti della Puglia in questa prima metà del Novecento.
Soltanto l’ultimo dei tre ritratti del 1913 è rimasto nella casa che fu sua a San Severo: si tratta di un olio ma, questa volta, la impostazione tipica di alcuni pastelli di Rosalba Carriera e del famoso autoritratto del Camuccini è evidente e non è da escludere che la preferenza per la tecnica del pastello, così spiccatamente emergente nei successivi periodi dell’attività artistica dello Schingo, abbia avuto origine proprio da questo momento della sua produzione.
L’Artista, presentato di spalle, volge indietro lo sguardo e, nello sforzo della torsione, l’occhio sembra quasi schizzare dall’orbita, come a voler cercare per ignote vie la conoscenza delle cose, la geometria delle cose, profondamente intuite nelle stilizzazioni della raccolta di disegni che l’avevano segnalato all’attenzione del Cammarano a Napoli negli anni dell’Accademia.
In quell’occhio prensile vi è già l’anticipazione, anzi il preavviso del futuro suo impegno, tratto per le inconsce filtrazioni che reggono le ereditarietà delle attitudini, nell’avvicendarsi delle generazioni, di ripetere gli effetti di certe fascinose commistioni di cristalli e smalti, tessuti su metalli preziosi ad opera degli orafi pugliesi alla Corte angioina in sul tramonto del Medioevo, di far rifluire, con l’assistenza di un magistero di arte nuova e inconfondibile, le alchimie dei colori che ricoprono magicamente questa nostra campagna e ne infiorano le nuvole vaganti fra le trasparenze terse del cielo e lo splendore cangiante del mare.
In quell’occhio rapace, si coglie appena accennato il segno predatorio, attribuito a specie non umane, deificazioni che mai ebbero altra vita, fuori di quella immaginata dai creatori dei Miti e dai Poeti dell’Età classica o dell’Arcadia.
L’accostamento alla pittura del paesaggio avviene per gradi: dapprima immagina la trattazione di temi congeniali alla temperie crepuscolare degli anni che precedettero la prima Guerra mondiale; poi, sempre più accentuatamente, verso il centro degli interessi estetici più vivi dell’Artista.
Subito dopo il successo di Firenze, aveva, infatti, posto mano ad una grande opera didascalica di tono deamicisiano, destinata a suscitare sentimenti di solidarietà per i diseredati abbandonati dalla società. Il geloso amore, che egli ebbe per la famiglia, lo induceva ad immaginare la dissoluzione di questa come il trauma più angoscioso nel quale l’uomo possa essere coinvolto.
Lavorò dal 1914, dapprima intenzionato con fermo proposito, al quadro delle “Derelitte” ed al problema della figurazione sociale che appare alla fine dell’Ottocento ed ai principi del Novecento; poi, sempre più stancamente ed a intermittenza.
Nel 1928, lo espose alla personale di palazzo Fizzarotti a Bari. Aveva sperato in un successo pari a quello conseguito dal Teofilo Patini con “l’Erede”, da Michele Cammarano con la “Riscossa a Trastevere”, di Gioacchino Toma con “l’Ospizio delle cieche” ma i tempi erano già cambiati. Si accorse con smarrimento di essere stato superato mentre, nel suo isolamento a San Severo, attendeva al perfezionamento dell’opera sua.
Del resto, quel vagare dispersivo dei ripensamenti, delle correzioni delle varianti apportate alla originaria stesura era proprio il frutto del suo interno scontento ed aveva già raggelato l’idea che nel bozzetto appariva carica di inquietanti precorrimenti ed aveva spento l’impeto della viva emozione creativa.
Tornò, ancora puntigliosamente, sul tema, senza cogliere tuttavia l’ampiezza e la profondità della visione a cui avrebbe potuto aprirsi, se avesse affrontato, con immediatezza intuitiva e più rapidi tempi di esecuzione, le possibilità di un’immersione totale ed unitaria nelle morbidezze sfumate e suggestive della cultura crepuscolare che, a Torino e a Firenze, aveva avuto i suoi centri di diffusione più vitali e penetranti, ma con i quali Egli non ebbe mai contatti.
Nell’esposizione di palazzo Fizzarotti, Schingo presenta anche un’altra opera compositiva di grandi dimensioni, metri 1,20 per 2,00, concepita nel sistema celebrativo di un evento memorabile nella storia del Paese, com’era stato avvertito durante la Prima guerra mondiale che aveva vissuto dal di dentro, i sacrifici, le sofferenze di quell’immane tragedia, attendendo con trepidazione il momento in cui l’Italia sarebbe uscita dal conflitto e sarebbe andata vittoriosa incontro ad un avvenire di pace e di ricostruzione operosa.
A tale intuizione immaginifica incominciò a dare concreta forma rappresentativa dal 1918; ne venne fuori, però, una configurazione retorica, scopertamente ingenua nella regia e priva di calore, fino al punto di essere ritirata prima della chiusura della mostra e relegata nell’atelier dell’artista come ingombrante e fastidioso ricordo di un tentativo fallito.
Questa volta, la crisi fu irreparabile: il conto con quella pittura accademica, stereotipata e di maniera era, ormai, chiuso e per sempre.
La scelta dello spazio vitale poteva, ormai, essere fatta solo guardandosi intorno per venire incontro alla libera perfezione della vita e della sua manifestazione ad un fondo solare, non turbato dalla passione, soltanto rilevato dalla sensibilità percettiva dell’occhio.
Perciò, la chiave interpretativa della sua pittura sta non nella violenza verso le cose, ma nella non violenza verso le cose: nel rispetto religioso ed etico per le cose; Egli, da questo momento, si limita a recepire l’ordine in cui le trova nell’infinità dello spazio, non di uno spazio circoscritto all’ambiente e neppure nello spazio astratto metafisico, come pure è stato costume del primo Novecento, piuttosto di uno spazio sensibile e vivente, continuo e disponibile al perpetuo evento della Vita e delle sue forme.
Si lascia prendere dalle forme e della luce e le riveste di favolose ricchezze, per un dono di spontaneità che dà alle sue opere i contenuti irripetibili delle combinazioni di intere serie di elementi compositivi, tenuti insieme in uno spazio disponibile ed eterno.
Ove altri generi di pittura moderna, di fronte ad analoghi modelli, appaiono dominati da una furia inquieta, da una morbosità torbida che scava nei recessi della interiorità con un tormento forsennato ed un’angoscia confusa e sconvolgente, la pittura di Schingo, scarna e senza abbellimenti di maniera, manifesta quella serenità dello spirito che, come ha detto Matisse, porta il pittore a credere di aver dipinto ciò che ha visto, ma che non vide perché è un sogno.
Sarebbe vano impegnarsi a cercare in Lui le tracce di quella fosca arte del primo Dopoguerra nella quale si riflettono le interne frane dello spirito occidentale e le deformazioni freudiane di mitici complessi ancestrali. Tutta la sua opera prova che si può benissimo operare nel campo delle arti figurative anche senza cedere ai processi di astrazione o alle elucubrazioni di un intimismo che talvolta appare di molto dubbia origine.
A distanza di un anno dalla sua morte, le 30 opere che abbiamo potuto raccogliere per quest’esposizione retrospettiva sono, per la essenzialità del tocco costruttivo, per l’impianto brioso e, nello stesso tempo, saturo di luce, per la scansione nitida e sicura di un disegno inconfondibile, la rivelazione di una coscienza severa ed onesta, veramente ricca di esperienze etiche ed umane, in una misura che non sempre riesce di cogliere neppure negli espressionisti contemporanei.
Questo pittore non travisa nulla; sta alla verità delle cose, ne compendia i dati essenziali, anche quando riesce a fare della superficie pittorica una epidermide soltanto sensibile che vela, talvolta, ma non annulla mai i palpiti della Vita.
La critica ha, di volta in volta, avvicinato il nome di questo pittore del paesaggio a quello di Giuseppe De Nittis, di Francesco Romano, altro nome dimenticato ma grandissimo pittore del paesaggio pugliese, (ci sono 13 tele nella pinacoteca di Bari che meriterebbero di essere affiancate ad altre tele di pittori ugualmente insigni), e di Giuseppe Casciaro.
Si tratta di apprezzamenti che onorano sicuramente l’artista, ma che non sono giustificati, a causa della spiccata ed inconfondibile personalità di Luigi Schingo.
Osiamo sperare che lo studio approfondito dell’opera sua possa in futuro chiarire meglio gli accostamenti e le distinzioni con gli altri grandi artisti dell’impressionismo pugliese, come il Netti e il Toma, oltre che il De Nittis e il Casciaro.
A documentare la sua opera, in gran parte dispersa ed irreperibile, egli ha lasciato tre album, non molto ordinati e spesso lacunosi e confusi: vi si apprende che tre sue composizioni pittoriche si trovano alla Galleria nazionale di arte moderna a Valle Giulia, che altre sono custodite nel Gabinetto nazionale delle stampe a Roma, mentre sette quadri furono acquistati dalla Regina Elena per il Quirinale e due dalla direzione del Museo dell’Aquila etc.
Vi si apprende, ancora, della vittoria conseguita in vari concorsi nazionali di scultura, come quello per i Caduti di Veroli, nel quale predominano però i valori architettonici, e della ritrattistica a tutto tondo, oltre a vigorosi bassorilievi, come quello di Pagano nel Liceo scientifico di Bari, fregi, targhe, ornati, elementi decorativi come quelli del teatro di San Severo dell’architetto Cesare Bazzani.
Di questa versatilità egli, spesso, si compiaceva ma, a mio avviso, non sempre a ragione.
L’amicizia e l’affetto verso di Lui non mi fanno velo: ci sono cose che potevano dimostrare la vastità dei suoi interessi, ma che non giovano alla individuazione degli elementi più preziosi della sua pittura. Indubbiamente, la potenza espressiva del busto della madre, di quello di Pio XI, della medaglia d’oro Rossano, non possono non suscitare consensi e giudizi positivi ma, attraverso queste manifestazioni, non si coglie tutta la vera personalità di Luigi Schingo.
Per tutti gli anni in cui, prima a Molfetta, poi a Roma e, quindi, a San Severo, con il suo nostalgico restituirsi alla terra madre, Egli insegnò, rinnovando ogni giorno l’esercizio di una vocazione che gli consentì, oltretutto, la gioia di fare dono delle sue esperienze ai giovani e di aprirsi a loro senza remore, senza appesantimenti accademici, senza inibizioni di interessi materiali, con la semplicità e la chiarezza che sono la negazione dell’egoismo della superbia, perché sono soprattutto amore del prossimo, nell’unità della vita comune.
Nella presentazione del catalogo, per la mostra di un suo discepolo, egli dirà di non averne mai frenato la spontaneità dell’espressione ma di averlo, soltanto con il consentirgli di stare a lui vicino, aiutato, dice, “a succhiare come fanno le api i segreti dell’arte”.
Sembra, per stile e contenuti, la prosa di un caposcuola glorioso del Rinascimento che, nella umiltà, (consueta quei tempi), abbia smarrito il senso della sua grandezza.
Del giovane pittore abbiamo chiesto che fossero in questa sede esposte due opere nelle quali più si riflette il segno dell’influenza del Maestro e la testimonianza del rispetto che Egli ebbe per la personalità del giovane discente.

Ad Antonio Priore è stato, quindi, concesso l’onore di stare, ancora una volta, simbolicamente vicino al suo buon Maestro, per aggiungere una nota di umana gratitudine alla più completa conoscenza della opera di Schingo.
Non c’è possibile dare più larga indicazione sul folto gruppo di giovani che, attratti dal suo esempio, hanno poi dedicato la loro attività al magistero delle arti figurative, non solo nella pittura, ma anche nella scultura, dove vi sono degli esponenti della provincia che veramente hanno valori non comuni, non facilmente reperibili.
Ricorderemo tra essi, non soltanto il nome di uno della famiglia, quello di Augusto, suo nipote, che ha voluto rendere omaggio alla memoria dello zio con la dedica di un quadro che rappresenta l’ingresso al Gargano: è uno dei luoghi che, più di frequente, hanno ispirato la pittura di Luigi Schingo e che, oltretutto, mi offre l’occasione per rileggere questo ricordo, e sempre con commozione, quello che di questa terra sacra ha notato un’anima tra le più nobili che ci sia stato dato di incontrare nella vita.
Non conosco altro esempio della letteratura locale che abbia esaltato, con tanta verità e tanta acuta sensibilità, l’immagine della terra che Schingo ha reso nei suoi quadri.
Io leggerò questa pagina di Pasquale Soccio perché è veramente un’alta pagina di poesia e perché rivela quello che per me è proprio la sintesi dello spirito, da una parte, di Luigi Schingo e, dall’altra, di Umberto Fraccacreta che a Luigi Schingo era unito da profondissimo affetto e amicizia.
Questo quadro del nipote di Schingo, (l’ingresso nella valle di San Matteo di Stignano), ha trovato una descrizione, una esaltazione in quel che ha scritto il professor Pasquale Soccio.
Dice, ed è proprio tutto colore, perché qui non si sa dove finisce il colore e comincia la poesia, così come di Schingo non si sa dove finisce la poesia e comincia il colore:

“ Splende nel verde questa mistica via,
intagliata nel crudo sasso e in una terra di porpora:
e spesso l’accesa fantasia del paesaggio al sole radente
ti abbaglia con cascate di sangue e cateratte di fuoco.
Così la fede, la buona fede vera, attenta a questi miracoli garganici,
vede spicciare, ad un colpo, un egual sangue da pietre spaccate e da mani stigmatizzate di frati.
Ma un’ infernale esaltazione dantesca o la severa ammonizione dell’Arcangelo,
che ci avverte che terribile è il suo luogo,
non spaventa il pellegrino stanco che si adagia nell’amplissima
e beata valle di Stignano: porta del Gargano, dei santuari e del cielo.
Porto o porto? Dove, cioè, è ancorata la nave ideale del mio cuore
e che, un giorno, mi condurrà verso l’eternità.
Così come gli Svevi, imperatori e re, dominatori e prigionieri, vestiti d’oro,
forse ancora sognano nelle tombe questa loro terra promessa,
il mio cuore,” notte e dia”, è in questa valle.
La stagionale fioritura di devozione s’impiglia ai mandorli verdissimi,
alla mignolatura degli olivi e, con modulate cadenze litanianti,
si infila nella scia melodiosa e notturna degli usignoli:
opportuna valle di bivacco per eserciti di pellegrini”.

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Questo era il Gargano di Luigi Schingo: in questi ambienti, in questo clima, Luigi Schingo ha trascorso gli anni maturi della sua vita: lo sguardo fosco e tormentato dell’autoritratto giovanile si era fatto indulgente e luminoso, la linea amara della bocca si era ammorbidita nella dolcezza del sorriso di chi ha cercato lungo e, finalmente, ha trovato quel che cercava e per cui ha lavorato ogni giorno con gioia, amando il suo lavoro generato dal sogno.
Proprio quando pensiamo di operare nel concreto siamo, in effetti, guidati dal sogno. Con l’avanzare degli anni, il sogno, librandosi sempre più in alto, era salito alle regioni dell’infinito, dandogli forse l’impressione di essere sempre più solo e quasi dimenticato nella folla anonima dei nostri tempi, ma quelli che hanno goduto, che adesso godono e godranno l’opera mirabile del Suo sogno ringrazieranno Dio per aver loro donato uno degli uomini che hanno accresciuto la Bellezza del mondo.
Egli, dunque, è passato, lasciando nell’opera della Sua vita, l’immagine splendente della Sua terra, la luce vivida dei Suoi colori, i bagliori incomparabili dei tramonti del Gargano, riflessi nelle trasparenze cristalline del Suo mare e sempre, dovunque, esprimendo i valori stupendi della Sua visione nelle forme semplici e pure, nella commossa serenità di una nobile sintesi stilistica che fa di Lui l’inconfondibile pittore del paesaggio dauno.

Prof. Pasquale Del Prete

Il discorso è stato trascritto dall’Arch. Francesco SESSA sulla base della audio-cassetta registrata dal nipote dell’Artista Sig. Delio SCHINGO in occasione della commemorazione.

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