Un percorso virtuale Gargano – Mediterraneo: sulle rotte dei pirati.

Un percorso virtuale Gargano – Mediterraneo, per risalire le rotte mediterranee di Kair ad-din e Draguth, i leggendari corsari che saccheggiarono le coste del Gargano.

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SULLE ROTTE DEI PIRATI

“Is Morus! Is Morus! Li turchi Li turchi”. Così gridavano i torrieri del mar Tirreno e dell’Adriatico quando avvistavano le navi dei pirati all’orizzonte. E gli abitanti dei paesi costieri fuggivano verso l’interno, cercando di salvare il salvabile…
Niente di nuovo sotto il sole. La pirateria era praticata sin dall’antichità dai «popoli del mare»: i Cretesi, i Fenici, i Greci e gli Etruschi, forti della loro talassocrazia, attaccavano le navi nemiche per impossessarsi di merci e uomini. I Romani, non riuscendo a debellare il fenomeno, avevano varato un’apposita legge, la “Lex Gabinia de piratis persequendis” (67 a.C.), che diede a Pompeo i pieni poteri. Ci fu una tregua, ma a partire da VII sec. d.C. il Mediterraneo tornò ad essere “infestato” dai pirati, questa volta musulmani: la “Gihàd” islamica (lotta contro gli infedeli) si tradusse in attacchi alle navi cristiane, costrette a ridurre i traffici nel Mediterraneo.
Il Gargano e le Tremiti rappresentarono un prezioso punto di appoggio, per la Repubblica di Venezia, sulla rotta che conduceva a Levante. E furono un importante centro di raccolta delle notizie sui movimenti dei Turchi in Adriatico.

LA LIBERAZIONE DI BARI DEL 1002 IN UN’EPIGRAFE DI VIESTE

La presenza nell’Adriatico della flotta veneta, alleata con quella dell’impero d’Oriente, una flotta che nel 997 al comando del doge Pietro Orseolo II aveva sconfitto i dalmati Narentini, impedì alle flotte saracene di poter far valere la loro presenza che, in tempi precedenti, nell’875, le aveva portate nelle vicinanze di Venezia. Malgrado questa sconfitta, le navi della Mezzaluna non desistevano dal portare i loro repentini attacchi lungo le coste pugliesi sia dell’Adriatico che dello Ionio.
L’episodio più eclatante fu la conquista di Bari nel 997 ad opera di un fuoriuscito pugliese di nome Smaragdo. Cessata ogni belligeranza per l’intervento di Bisanzio, il conflitto si riaccese ad opera di un certo Luca soprannominato Kafir (rinnegato). Nel maggio del 1002, sfidando l’impero d’Oriente, cinse d’assedio Bari, per terra e per mare. Tale situazione si protrasse per sei mesi, e tutto indicava la fine prossima: mancavano viveri e di generi di prima necessità. Quando ogni speranza sembrava preclusa, il 18 ottobre apparve all’orizzonte una potente flotta veneziana al comando del doge Pietro Orseolo II. Quali motivi spinsero Venezia a soccorrere Bari, che era una entità del catepanato d’Italia? La risposta è ovvia: motivi esclusivamente economici. Ma grandissima fu la riconoscenza della città pugliese nei riguardi di Venezia. Una traccia dell’avvenimento, nella memoria dei Baresi, rimase nella festa della “Vidua vidue” che si svolgeva, fino agli anni sessanta, l’8 maggio, nel giorno dell’Ascensione, in via Venezia, già via “delle mura”, in onore del capoluogo veneto, protagonista della millenaria liberazione. La manifestazione si svolgeva in concomitanza con la cerimonia dello “Sposalizio del mare” che aveva luogo, e si ripete ancora oggi, a Venezia, in ricordo dell’antico dominio sui mari .
Una cronaca di quanto accadde nei giorni precedenti la liberazione di Bari, e di cosa avvenne in seguito, è riportata in un’iscrizione posta in una grotta di tufo, ubicata nell’Isolotto del Faro posto all’imboccatura del porticciolo di Vieste . Il contenuto dell’epigrafe racconta dell’aiuto della flotta veneta alla città di Bari assediata dalle truppe saracene. In particolare, riferisce dell’entrata nel porto di Vieste di cento navi al comando del Doge Pietro Orseolo II, avvenuta, secondo la datazione bizantina, il 3 settembre del 1003. L’autore, un dominus presbiter, un membro della chiesa locale di Vieste (forse di quella rupestre di Sant’Eufemia), ritenendo la liberazione di Bari un trionfo della cattolicità sul paganesimo, ritenne opportuno evidenziare e tramandare, con un “articolo” da prima pagina, le gesta del «dux Venetiquorum et Dalmatianorum». Riportiamo la traduzione dell’epigrafe, riportata da Bressan :

“Nel nome del Signore e di Gesù Cristo nostro salvatore,
nell’anno millesimo terzo della sua incarnazione,
terzo giorno del mese di settembre, indizione prima,
entrò in questo porto Messer Pietro
Doge dei Veneziani e dei Dalmati
con cento navi pronte alla guerra
contro i Saraceni che opprimevano
Bari e combattè
contro quelli: alcuni aveva ucciso,
altri aveva messo in fuga.
+ Dominus presbitero.

LE TORRI VICEREGNALI IN CAPITANATA

La caduta di Costantinopoli, il 29 maggio 1453, destò un’enorme impressione in tutto l’Occidente. I Turchi non si accontentarono del grande successo conseguito. Sfruttando l’ondata di panico suscitato nel mondo cristiano, si lanciarono in una serie di campagne militari a lungo raggio, per controllare tutto il bacino del Mediterraneo. Le ripercussioni più traumatiche si ebbero nelle zone più direttamente coinvolte. Sotto costante pericolo furono soprattutto i territori veneti dell’Istria e della Dalmazia; fu allertata la stessa inviolabile Venezia.
Acmet Pascià (o Acomet Basnà), un feroce rais al servizio di Maometto II, dopo aver distrutto la città di Otranto e fatto trucidare 800 cristiani sul colle della Minerva, per disorientare ed ostacolare l’avanzata dell’esercito napoletano guidato dal Duca di Calabria, inviò, alla fine di agosto del 1480, circa 70 navi verso il Gargano. A sorpresa attaccò Vieste e, come si apprende dalla relazione di un certo “Oratore Estense” «con uccisione di molte anime… il turco [la] ruinò e brusiò fino a li fondamenti». Il re Ferdinando, informato da Antonio Miroballo, governatore forse di Vieste, si prodigò immediatamente per la sua ricostruzione e la colmò di privilegi.
A partire dal 1537, per contrastare le scorrerie dei pirati, Carlo V aveva dato l’avvio alla costruzione delle torri lungo tutte le coste del vicereame. Il piano difensivo fu ideato dal vicerè Pedro di Toledo, ma soltanto a partire dal 1559 Parafan De Ribera lo attuò sistematicamente. Un’esigenza accentuata dalle continue scorrerie di pirati e predatori ai danni dei territori costieri, soprattutto dopo la presa di Otranto nel 1480 e di Castro nel 1537.
Accanto alle torri cilindriche ne comparvero di quadrate, specie nei punti nevralgici e maggiormente esposti, denominate torri “cavallare” perché poste sotto la guardia di un uomo a cavallo, in grado di poter dare rapidamente l’allarme al più vicino presidio militare. Le nuove torri, affiancate alle precedenti allo scopo di creare un’ininterrotta catena difensiva, ospitavano un piccolo distaccamento di soldati. L’avvicinamento di navi sospette veniva annunciato di giorno con l’elevazione di colonne di fumo, di notte con l’accensione di fiaccole, il cui numero di fuochi doveva essere pari al numero delle imbarcazioni nemiche avvistate.
La distanza tra le torri variava in funzione della morfologia della costa lungo la quale esse erano distribuite: poteva raggiungere i 30 chilometri nel caso di zone concave di spiaggia o di coste rocciose senza insenature e ridursi a circa 10 chilometri nel caso di costa frastagliata.
Salvo pochi casi particolari, le torri furono costruite con grande parsimonia, sia per gli alti oneri che comportavano, sia per la presenza di città costiere fortificate a distanza ravvicinata l’una dall’altra. Quelle costruite precedentemente da privati oppure dalle varie Università (i Comuni), vennero incamerate dallo Stato, previo rimborso delle spese sostenute per la loro costruzione. Le Università dovettero farsi carico del pagamento dei salari dei militi e dei cavallari in servizio presso le torri, e anche delle spese di manutenzione della stesse, somme rimborsate solo successivamente dallo Stato. L’appaltatore (partitario) doveva rilasciare una garanzia (tra i 300 ed i 500 ducati per ogni torre) alla Regia Corte. Durante lo svolgimento i lavori era sorvegliato da un “soprastante”, che lo controllava affinché si attenesse alle prescrizioni.
Tra il 1558 e il 1567 nella sola Puglia vennero costruite 96 torri. In Capitanata nel 1748 se ne contavano 25: la maggior parte fu costruita tra il 1568 e il 169 quando l’alto funzionario della corte di Napoli, Alfonso Salazar visitò la regione e appaltò la costruzione di 21 torri a Giovanni della Monica. Si spiega per questo l’omogeneità delle torri del Gargano: sono quasi tutte quadrangolari a tronco di piramide e la lieve scarpatura (inclinazione) dei muri si conclude in un coronamento che presenta quattro o cinque caditoie per ogni lato. L’accesso alle torri era in alto con scale di legno retrattili, in seguito sostituite da rampe in muratura. Per lo più ad un solo vano e con una sola porta, le torri avevano una cisterna per la raccolta delle acque piovane.
Torri realizzate secondo questo modello sono Torre Mileto tra i laghi di Lesina e Varano, e Torre Rivoli a Nord di Zapponata; molte altre (Sfinale, Calalunga, Portonuovo, San Felice, Torre Petra, Monte Pucci) hanno perso il coronamento per le vicende del tempo o lo hanno visto sostituito da sovrastrutture più moderne che ne permettono l’abitabilità.
Le torri più antiche, probabilmente della fine del Duecento, sono quelle che sorgono alla foce Est del lago di Varano: cilindriche e di dimensione media, hanno merli ghibellini (a coda di rondine) molto rari nella nostra regione. Da Nord a Sud le torri che restano, alcune allo stato di rudere, sono:

– Torre Mozza, ruderi a nord della foce del Fortore;
– Torre Fortore, tra il Fortore e il Lago di Lesina, è tra le più grandi e rimaneggiate;
– Torre Scampamorte, a metà della duna lagunare di Lesina;
– Torre Mileto, sulla strada tra i laghi di Lesina e Varano;
– Torri di Varano, alla foce Est, sulla strada;
– Torre Montepucci, tra Calenella e Peschici, sulla strada, è piccola e senza coronamento
– Torre Usmai, vicino Manacore;
– Torre Calalunga, vicino Manacore;
– Torre di Sfinale, dopo Manacore:
– Torre di Porticello, prima di Vieste;
– Torre di Portonuovo, dopo la spiaggia di Vieste;
– Torre Gattarella, vicino all’omonima spiaggia;
– Torre San Felice, sulla Testa del Gargano;
– Torre di Portogreco, poco prima di Pugnochiuso;
– Torre del Segnale, nei pressi di Baia delle Zagare;
– Torre Vaccaio, in vista di Manfredonia;
– Torre Rivoli, tra Manfredonia e Margherita di Savoia;
– Torre Pietra tra Manfredonia e Margherita di Savoia.

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KHAIR AD DIN, IL CORSARO DEL SALADINO, A KALENA

Dopo il 1492 le isole e le coste del Mediterraneo divennero il rifugio di centinaia di migliaia di mori, cacciati dopo l’unificazione della Spagna da Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia. La politica spietata dei “re cattolicissimi” contro i moriscos contribuì alla fondazione di veri e propri stati barbareschi, che trovarono nei pirati e corsari dei leader spregiudicati e intelligenti, strenui oppositori degli spagnoli.
Essi si spinsero nel Mediterraneo, effettuando sbarchi e saccheggi lungo le sue coste. I nomi dei pirati che terrorizzavano le popolazioni del Gargano sono ancora vivi nell’immaginario collettivo dei paesi di mare. Fra i più noti vi fu Kair ad-Din (1475–1546), detto il Barbarossa .
Non mancano suggestioni e leggende legate a questo famoso corsaro, riferibili a un luogo-simbolo dell’immaginario collettivo di Peschici. Dall’abbazia benedettina di Santa Maria di Kàlena, un camminamento sotterraneo portava alla “caletta” del Jalillo: serviva ai frati per sfuggire alle frequenti scorribande saracene. Si racconta di un antico tesoro di Kair ad-Din: un vitello d’oro posto come cuscino a una fanciulla morta e seppellita nella cripta nell’abbazia di Peschici (probabilmente la giovane moglie del corsaro). Denominato il Barbarossa , questi fu al servizio del sultano Solimano (1520-1566), che gli affidò il comando supremo della flotta ottomana.
Khair-ad-din e i suoi fratelli Arug e Isac ereditarono lo spirito combattivo e l’amore per il mare dal padre Giacobbe (un giannizzero musulmano che dopo aver partecipato alla spedizione per la conquista dell’isola di Lesbo, stabilita qui la sua residenza, si era trasformato in un marinaio dedito al commercio nell’arcipelago greco); la madre, figlia di un prete copto, inculcò loro una forte religiosità, che si tradusse nello stimolo alla guerra santa (gihad). Al comando di una galea, i fratelli Barbarossa esercitarono il commercio e la pirateria al largo di Rodi. In seguito ad un attacco dei Cavalieri di Malta (irriducibili nemici dei musulmani), Isaac morì; Arug e gli uomini dell’equipaggio furono catturati. Incatenati ai banchi di voga delle galee, per un paio d’anni, remarono a suon di scudisciate come tutti i “galeotti” di quel tempo.
Arug, liberato dopo il pagamento di un riscatto, si diede alla pirateria con i fratelli, concludendo un accordo con il sultano di Tunisi: in cambio di un decimo del bottino, trovò un sicuro rifugio in quel porto. Il commercio cristiano subì perdite considerevoli.
I fratelli Barbarossa spadroneggiavano sul tratto di costa da Tripoli a Tangeri. Arug si proclamò re di Algeri. Quando questi fu sconfitto e ucciso con tutti i suoi uomini, fu un momento di tragedia e di lutto per la sua famiglia. Khair ad-din dopo averlo atteso invano ad Algeri, assunse il comando della flotta. Selim I, sultano di Costantinopoli ricevette la notizia della morte di Arug da una galea inviata da Khair ad-din alla “Sublime Porta”, che gli donò le province del nord Africa da lui conquistate. Il Barbarossa sapeva che il sultano era impegnato nella conquista della Siria e dell’Egitto, e non poteva occuparsi di questi territori. Selim, infatti, lo ringraziò e lo nominò suo “Beylebey” vale a dire governatore. Khair ad-din ottenne così la protezione della potenza ottomana, e, di fatto, il riconoscimento del governo personale su queste terre.
Carlo V di Spagna corse ai ripari: nel 1519 incaricò l’ammiraglio Ugo de Moncada di procedere alla riconquista d’Algeri, ma la sua flotta fu distrutta da una violenta tempesta. Khair ad-din consolidò il suo potere conquistando, tra gli anni 1520 al 1529, tutta la costa africana. Organizzò una flotta potente, che operò nel Mediterraneo con azioni mirate, seguendo un piano generale, e attaccando le navi cristiane dalle Baleari alla Sicilia, dalla Sardegna al Lazio e alle coste spagnole. Con lui vi erano i migliori marinai musulmani: Draguth; Sinam (“l’ebreo di Smirne”); Aydin (cristiano rinnegato detto il “terrore del diavolo”) e molti altri. Tutte le navi che incapparono nella potente flotta dei luogotenenti di Khair ad-din furono saccheggiate e gli uomini dell’equipaggio schiavizzati.
Nel 1533 Solimano invitò a corte Khair ad-din, affidandogli un incarico importante: la ricostruzione e l’organizzazione della flotta ottomana. Il Barbarossa si gettò con entusiasmo in questa nuova impresa. Gli arsenali della Sublime Porta lavorarono a ritmo serrato per tutto l’inverno del 1534: in primavera più di 80 navi furono pronte agli ordini del nuovo ammiraglio. Quando Khair ad-din lasciò il “Corno d’Oro”, accompagnato dall’ammirazione dei figli di Maometto, il terrore corse lungo le isole cristiane dell’Egeo, e si propagò man mano sui lidi più lontani dove, dalle torri di guardia, vedette timorose scrutavano il mare. Le acque azzurre dello Ionio furono rotte dalla voga ritmata dei turchi, il Barbarossa si diresse a nord, mise a sacco le coste italiane, attaccò Sperlonga. A Fondi (in provincia di Latina) cercò di rapire Giulia Gonzaga, augusta preda destinata a Solimano, che riuscì a fuggire nella notte.
La Tunisia in mano del Barbarossa era una minaccia talmente grave per i possedimenti spagnoli di Sicilia e dell’Italia meridionale che Carlo V ordinò un attacco decisivo. Una spedizione al comando di Andrea Doria investì La Goletta: il 14 giugno del 1535, navi spagnole, del papa, del vicerè di Napoli e dei cavalieri di San Giovanni, sbarcarono uomini e cannoni. Una sommossa interna di schiavi cristiani accelerò la caduta di Tunisi. In Europa un sospiro di sollievo salutò questa vittoria cristiana. A Bona, dove si era ritirato, il Barbarossa armò prontamente 26 galeotte e prese il mare, arrivò alle Baleari. Il saccheggio fu spietato, uomini e donne trasportati ad Algeri, furono rivenduti come schiavi.
Il Doria e il Barbarossa non si scontrarono mai direttamente: ora è Andrea Doria che cattura navi turche nello Jonio, ora è il Barbarossa che infierisce sulle coste pugliesi.
Nel 1537 i turchi cinsero d’assedio Corfù con un grande spiegamento di forze, 100 galee e 25.000 uomini, i cristiani resistettero. Nel 1538 una nutrita flotta di navi venete, genovesi, spagnole e pontificie si concentrò nei pressi dell’isola, e attese Andrea Doria con i suoi 50 galeoni. Khair ad-din aveva già schierato le proprie navi, 150 galee nel golfo di Arta, su una linea a mezzaluna che consentiva di concentrare il fuoco di tutti i cannoni sullo stretto canale d’ingresso. Gli avversari studiarono le rispettive mosse: Andrea Doria si diresse verso sud con l’intenzione di attaccare i possedimenti del sultano, Kair ad-Din salpò e inseguì la flotta cristiana, che per il cattivo tempo si disperse lungo le coste.
Solo a Lepanto ci sarà la riscossa cristiana. Il 19 ottobre del 1540, 200 galeoni, 50 galee, 25.000 uomini al comando di Andrea Doria circondarono la città. Barbarossa era assente: il suo vice Hasan assunse la difesa, le navi spagnole furono disperse da un’improvvisa tempesta. Carlo V non aveva seguito i consigli di chi riteneva la stagione inadatta alla spedizione, e si ripetè il disastro della spedizione di Moncada: il vento di burrasca distrusse 140 navi. Gli equipaggi spagnoli furono decimati dai turchi. I Cavalieri di Malta furono gli ultimi a lasciare il campo, coprendo la ritirata. Ancora oggi quel luogo è chiamato “sepolcro dei cavalieri”.
Un fatto nuovo portò la costernazione nel mondo cristiano, Kair ad-Din si alleò, per conto del Sultano, con la cattolicissima Francia di Francesco I: nel 1543, 100 galee turche aiutarono i francesi contro Carlo V.
Mentre navigava alla volta di Marsiglia, Khair ad-din assalì Reggio Calabria dove rapì un’avvenente fanciulla diciottenne, Dona Maria, figlia di un governatore spagnolo, e la sposò. Assalì poi Gaeta e Nizza. Nella primavera del 1544 saccheggiò le isole d’Elba, di Ischia e Procida, e impose dei tributi alle isole Lipari. Il suo rientro a Costantinopoli fu un vero trionfo: venne acclamato “re del mare”. Per merito suo, la potenza ottomana si impose su tutto il Mediterraneo. Nel luglio del 1546, una violenta febbre lo uccise, all’età di 63 anni. Ancora oggi i Turchi ne ricordano le gesta. Nelle vicinanze di Galata, ad Istanbul, una maestosa cupola ricopre la tomba del protettore dell’Islam: il suo spirito indomito aleggia ancora sul Mediterraneo.

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DRAGHUT DECAPITA I VIESTANI SULLA “CHIANCA AMARA”

Le minacce dei saraceni e dei barbareschi, con repentini attacchi a sorpresa, si fecero sentire nella prima metà del millecinquecento su tutta la costa garganica.
Eppure il viceré, don Pedro di Toledo, si era prodigato nel far costruire, nei luoghi più esposti al pericolo, baluardi di difesa e di avvistamento. Il 15 luglio 1554 Vieste fu espugnata da Draguth, giunto con settanta galee.
Lo storico locale Bacco scrisse: «Ultimamente, nell’anno 1554 del mese di luglio, non senza colpa dei Governatori Provinciali di quel tempo, dopo l’esser stata sette giorni assediata da Draguth con settanta galere dell’armata del Gran Turco (Solimano il Magnifico), fu ultimamente, non potendosi più difendere, saccheggiata, presa e abbruggiata con preda notabile di cittadini e ricchezze e con perdita di sette milia anime tra presi e morti » .
E Sarnelli registrò così l’evento: «In sette giorni fu presa, messa a sacco, e privata di settemila abitanti, fra schiauvi e morti». Il dato è sicuramente esagerato, comunque il numero dei viestani fatti prigionieri fu certamente elevato, se l’eco di questo saccheggio arrivò in Vaticano.
Vicino alla cattedrale, del XI secolo, si trova ancora il masso, denominato «Chianca amara» (pietra amara), dove si racconta che Draguth abbia fatto decapitare i 7mila viestani. Quando nel luglio 1554 la sua flotta si presentò all’improvviso di fronte all’isolotto del Faro, i cittadini si erano rifugiati entro le mura fortificate. L’assedio durò sette giorni e, forse, la città non sarebbe mai caduta se il canonico Nerbis non avesse patteggiato la resa. Non appena furono aperte le porte, i turchi saccheggiarono case e chiese; torturarono e trucidarono moltissime persone, tra cui donne, bambini ed anziani. La chianca rosseggiò orribilmente di sangue, che fluì nelle vie cittadine. Mentre i giovani e le ragazze incatenati erano portati sulle navi per essere venduti come schiavi, il feroce Rais ordinò di distruggere ed incendiare la città. Quindi – come racconta lo storico Giuliani – fece ammazzare il canonico Nerbis, dandogli la punizione che meritava un traditore.
Chi era Dragut? Dove era nato? Quali furono le sue imprese?
Era originario dell’Anatolia (Turchia). Fu uno dei pochi capi musulmani, poiché gli altri erano dei rinnegati. Fin da giovane aveva cominciato a percorrere i mari come luogotenente di Barbarossa. Draguth nel 1551 era un famoso corsaro alle dipendenze di Solimano II il Magnifico. Gli era stata affidata la flotta della Mezzaluna con l’incarico di Rais. Meritò l’appellativo «Spada snudata dell’Islam», perché ogni battaglia era per lui un’opera meritoria per il Paradiso e la ferocia trovava giustificazione nei precetti del Corano.
Attaccava continuamente le coste cristiane del Mediterraneo, così Carlo V diede ordine di catturarlo. Vi riuscì il nipote di Andrea Doria, Giannettino, il quale lo sorprese mentre faceva razzia ed incendiava un villaggio della Corsica. La cattura venne così descritta:
«I pirati, ormai sicuri del successo, si stavano spartendo il bottino e, incuranti dei pianti e dei gemiti di tanti infelici, li stavano mettendo in catene per condurli in schiavitù sulle loro navi. Ad un tratto risuonò terribile alle loro spalle il grido di guerra dei marinai del Doria, che sparando da ogni parte, piombarono di corsa all’assalto dei pirati. Gli abitanti si liberarono dai legami, riconquistarono le armi e si avventarono a loro volta sugli uomini di Dragut che vennero trucidati o fatti prigionieri».
Tra essi c’era anche Draguth. Consegnato ad Andrea Doria, fu incatenato ai remi della nave ammiraglia per quattro anni. Senza nessun riguardo al suo grado, fu messo in catene, legato al banco di una galera, costretto a vogare sotto la sferza, come l’ultimo dei prigionieri. In questa umiliante posizione lo trovò, qualche mese dopo, un condottiero francese, Jean Parisot de La Vallette (fu Gran Maestro dell’Ordine di Malta, e fondatore della capitale dell’isola che ancor oggi porta il suo nome). La Vallette, che era stato egli stesso schiavo dei barbareschi, non tardò a riconoscere nel barbuto e lacero prigioniero, che vogava rabbiosamente, incatenato al banco di una delle galere del Doria, con gli occhi bruciati dalla salsedine e la pelle annerita dal sole, le spalle coperte dalle lividure delle sferzate, dimagrito per le privazioni, le fauci arse dalla sete, colui che era stato uno dei più brillanti ufficiali del Barbarossa. Gli disse che purtroppo così si usava con i vinti: «Signor Dragut, è la legge della guerra! » .
Qualche anno dopo, La Vallette cadrà prigioniero presso Kerkenna del pirata denominato «lo Zoppo»: sarà anch’egli costretto al remo. Draguth gli farà visita e gli dirà: «La fortuna è cambiata, monsieur La Vallette!», facendogli notare quanto fosse mutevole la sorte degli uomini:
Draguth era nel frattempo stato liberato da Khair-Ad-Din, che pagò un cospicuo riscatto. Ci fu chi disse che Andrea Doria, per favorire l’operazione, avesse ricevuto 3.500 ducati e il territorio di Tabarka, in Tunisia, dove i genovesi avviarono più avanti la pesca del corallo. Così Draguth poté riprendere ancora più spavaldo a correre il mare sotto il vessillo della Mezzaluna, gettando ovunque il terrore, in una travolgente ascesa che, di successo in successo, lo porterà prima ad essere il più temuto pirata tra gli “infedeli” e poi al governo della città di Tripoli.
Dalla testimonianza di un ammiraglio francese riportata dal Bradford, apprendiamo:
«Dragut era superiore a Barbarossa. Conoscitore profondo del Mediterraneo, egli univa le cognizioni teniche all’audacia. Non vi era insenatura, o canale, che egli non avesse solcato. Ingegnoso nel progettare rotte e piani di battaglia, quando intorno a lui tutti venivano presi dalla disperazione, eccelleva nell’escogitare metodi inattesi per sfuggire alle più pericolose situazioni. Era un comandante di navi incomparabile,…aveva conosciuto la durezza della prigionia e si dimostrava umano nei confronti dei suoi prigionieri Era, sotto ogni aspetto, un gran personaggio e nessuno più di lui meritava di portare il nome di re » .
Dragut successe al Barbarossa quando questi morì, diventando il capo della marineria turca. Uno dei suoi bersagli preferiti furono le galee dell’Ordine di Malta, che per il valore dei loro equipaggi erano invece scrupolosamente evitate dagli altri corsari. Egli riuscì, con un audace colpo di mano, ad impadronirsi addirittura della galea che trasportava a Tripoli, allora occupata temporaneamente dai Cavalieri dell’Ordine, la cospicua somma di 70.000 ducati per riparare le fortificazioni di quella piazzaforte. Trovando che Algeri non fosse una base abbastanza sicura, Dragut spostò la sua flotta alla grande isola Djerba che divenne presto un covo di pirati, coperta da un’inestricabile rete di fortificazioni, di trincee e di bastioni di ogni tipo. Il quartier generale era Mahdìa: successivamente Draguth si impadronì anche di Susa, Sfax e Monastir, completando così la sua presa di possesso delle coste tunisine. L’aggravarsi della situazione tornò a preoccupare gli Spagnoli, tanto più che, rinnovando le tradizioni di Khair ad-Din, Draguth si era alleato ad Enrico II, re di Francia, e la Tunisia in mano ai Barbareschi, alleati dai Francesi, era un vero cannone puntato contro i possedimenti spagnoli della Sicilia e dell’Italia Meridionale.
Draguth assediò Malta nell’estate del 1565 con 13 galee e 2 galeotte: era alla testa di 1600 soldati, detti “matasiete”, per avere giurato di uccidere ognuno non meno di sei nemici in guerra. Tali guerrieri vestivano pelli di belve, portavano un casco di ferro dorato, avevano il volto tatuato con maschere tali da incutere spavento ed erano armati di scimitarre affilatissime. Draguth incontrò Mustafa Pascià, che lo ricevette con grandi onori. A metà giugno, venne ferito alla fronte da una scheggia di pietra, provocata da una grossa palla di ferro sparata dal forte di Sant’Angelo, mentre stava guidando i suoi in un attacco contro il castello di Sant’Elmo. Portato in una tenda vicina, morì due giorni dopo, il 25 giugno 1565. Alla testa dei corsari gli successe Occhiali. Il forte di Sant’Elmo sarà conquistato a fine mese. Vi saranno ancora vivi soltanto 9 uomini, feriti in modo grave: saranno tutti uccisi sul posto. I loro cadaveri, inchiodati su delle tavole, verranno gettati in mare, affinché le onde li trasportino verso i muraglioni della città.
Draguth sarà sepolto a Tripoli nella moschea di Sarai Dragut, da lui fatta costruire al posto di una cappella dei cavalieri di Malta. Il Summonte gli dedicò il seguente epitaffio: «Barbaro corsale…La cui morte se ben dolse molto alla setta maomettana, nondimeno fu di gran giubilo a tutta la cristianità».

GLI SLAVI RIFONDANO PESCHICI DISTRUTTA DAI TURCHI

Al tempo di Ottone I di Sassonia, sovrano del Sacro Romano Impero, i Saraceni assalirono il Gargano per depredare la grotta angelica di Monte Sant’Angelo dei beni offerti dai numerosi fedeli che vi accorrevano. Correva l’anno 970. Il principe longobardo Pandolfo, duca di Benevento, e Sueripolo capitano degli Slavi, alleati dell’imperatore, venuti in soccorso dei Garganici riuscirono ad evitare lo scempio del luogo sacro e a salvaguardarne l’incolumità, sconfiggendo gli assalitori. Per l’aiuto ricevuto Ottone donò ai soldati del condottiero slavo dei territori, nei quali sorsero le “colonie” di Vico e di Peschici.
Il litorale del Gargano Nord , con le sue coste ricche di cale e insenature, costituì sempre un facile bersaglio per i corsari turchi. La dinamica era la seguente: veloci navi da corsa scendevano improvvisamente a riva e irrompevano nelle campagne, operando sistematiche razzie di bestiame e soprattutto di giovani validi d’ambo i sessi, per cui era estremamente rischioso avventurarsi fuori dalle mura per attendere ai lavori dei campi. In quegli anni il pericolo di finire, da un giorno all’altro, schiavo nei mercati d’Oriente era reale; i turchi rappresentavano una minaccia perenne.
Peschici subì le incursioni turche negli anni 1566, 1590, 1672, 1674, 1680. La più massiccia avvenne nel 1556; fu simile, se consideriamo la proporzione degli abitanti, al saccheggio che Vieste subì nel 1554 ad opera di Dragut. Solo così possiamo spiegarci il crollo quasi totale della popolazione peschiciana, che rispetto ai 207 fuochi del 1552, registra nel 1561 solo 13 fuochi .
La «rifondazione» del centro abitato distrutto avvenne ad opera degli immigrati «Schiauoni o Morlacchj». Nell’arco di trentaquattro anni si passa, infatti, dai circa 65 abitanti del 1561 ai 930 abitanti del 1595. Due documenti, custoditi negli archivi di Stato di Venezia e di Foggia ci aiutano a far luce su questo fondamentale evento.
Il Mainardi, nel suo Regesto del 1592, elencando i territori di s.to Elia di Peschici «Chiesa gouemata da Pretj schiauoni», a un certo punto afferma che, prima della rifondazione slava, avvenuta nel corso del millecinquecento, vi era solo la Torre dei Prigionieri e poche casette dentro Peschici vecchia:
«In ditto anno 1592 ancora vi sono testimonij dj Vico quali diccono ricordarsj che a Peschici no vi era altro che la torre dellj Prigionieri et alcune poche casette dentro Peschicj vecchio, e che dalla porta della Piazza sino al Castello è statto fatto tutto nuouamente dallj Morlacchi et la Chiesja ditta di S.to Pietro in Peschicj, che chiammano le ragionj di Calena, si tiene da molti sia la Chiesia di s.to Elia, perchè in Peschicj veggio nò uj è altra Chiesia nè sito per altra Chiesia» .

Nel documento del 1618 presente nell’Archivio di Stato di Foggia, il sindaco di Peschici Matteo de Boscio, riferendosi agli Schjauoni e adventitij, li ritiene pienamente meritevoli del trattamento fiscale favorevole riservato loro da Alfonso 1 d’Aragona, perchè: «ha più d’anni cento che per loro e loro predecessori questa terra è abbitata, hanno fabricato le muraglie di essa, fatto la terra che prima non vi era sono stati sempre reali e fideli di Sua Maestà».
Gli Schiavoni erano stati esentati dal pagamento dei fiscali per vent’anni da un privilegio di Carlo V, confermato da Filippo Il con la seguente motivazione: «in ogni occasione hanno dissacrato et ammazzato più turchi che andavano dipredando in queste marine» .
Questa “Terra” era quindi abitata dagli Schiavoni. Furono essi che nel Cinquecento fabbricarono le sue “muraglie” di cinta. Grazie a queste fortificazioni Peschici divenne il baluardo delle città vicine. I suoi abitanti slavi, prima che fossero edificate le torri di Montepucci, Calalunga ed Usmai, in collegamento con tutte le altre, avevano fatto di Peschici il fulcro difensivo delle marine vicine dagli attacchi saraceni. Nello Stato delle anime del 1792 fra le case fuori ordine, rinveniamo ancora i fulcri del sistema difensivo di Peschici:
– Il Castello, con ben cinque residenze, di cui la principale risulta occupata dal governatore, le altre quattro ospitano i guardiani della casa marchesale, con le rispettive famiglie.
– La Torre di Quadranova
– La torre di Montepucci.
Peschici è ancora tutta compresa nelle mura o difesa dalle Ripe, presidio naturale a picco sul mare: le Porte del Ponte e la Porta di basso, oltre a quella sotto il Castello, costruito a picco sull’inaccessibile Rupe, e fortificato nel Recinto baronale, realizzato nel 1500 rendevano la cittadella pressoché inespugnabile.
La Torre del Ponte, sita affianco alla porta principale della città protetta da un fossato e ponte levatoio, oltre a permettere il passaparola con chi stava per entrare in città, permetteva di comunicare a destra, attraverso le torri di Manacore, Usmai e Calalunga con la città di Vieste, a sinistra, attraverso la Torre di Montepucci con la città di Rodi. In caso di assalto nemico, gli avvisi venivano comunicati con segnali di fumo.

IL SACCO DI MANFREDONIA

Il 16 Agosto 1620, Manfredonia venne «messa a sacco e divampata dai Turchi».
Le campane della chiesa di San Domenico, quella domenica mattina, avevano scandito le ore con un suono lugubre, quasi presagendo qualcosa di grave e irreparabile. Ben presto infatti giunse dal porto un giovane marinaio, annunciando di aver avvistato una enorme flotta di navi turche, oltre cinquanta. Una guardia confermò l’arrivo di cinquantaquattro galee con oltre cinquemila uomini. Gli abitanti, terrorizzati, scapparono fuori dalle mura, lasciando aperta la porta della città. Gli invasori misero a ferro e a fuoco tutto ciò che incontrarono sulla loro strada e catturarono tutte le persone valide per venderle come schiavi. I vecchi, i malati e i bambini furono ferocemente uccisi; le case dei più ricchi saccheggiate, quelle dei poveri incendiate. Le chiese ed i conventi furono oggetto della violenza più cruda. Il 17 Agosto venne sferrato l’attacco decisivo al Castello, debolmente difeso dal governatore Carafa. La resa fu inevitabile. La fortezza fu consegnata a Pascià Alì, capo della flotta turca, che all’alba del 19 Agosto levò le ancore e le galee turche, salpando con un ingente bottino. L’episodio è narrato dal Sarnelli e dai cronisti dell’epoca.

GIACOMA BECCARINI, RAPITA, DIVENNE GRAN SULTANA
Nel monastero delle Clarisse venne rapita dai Turchi la piccola Giacoma Beccarini, orfana di madre e figlia di un alto ufficiale dell’esercito spagnolo. Condotta a Costantinopoli, e cresciuta in ambiente nobiliare, la giovinetta sarà chiamata Zafira e diverrà sposa prediletta del sovrano Ibrahim. Qualche tempo dopo, insieme al figlio Osman, la “Sultana” si trovò a viaggiare alla volta della Mecca su un galeone turco, per un pellegrinaggio, quando fu bloccata da una squadriglia dei Cavalieri di Malta, nel 1644. Tornata nel mondo cristiano, la donna non volle rinnegare l’Islam. Morirà nel giro di qualche anno. Il figlioletto, educato dai Domenicani, si convertirà al Cristianesimo, assumendo un nome riassuntivo di un’intera vita: fra’ Domenico Ottomano. Sarà protagonista di una bella carriera nei ranghi ecclesiastici. Sulla vicenda della “Gran Sultana” si monteranno storie popolari e tradizioni orali, come è per esempio la «Storia di la prisa di la gran Surdana», una composizione siciliana in ottava rima .

GLI SBARCHI TURCHESCHI SUI LITORALI DEL GARGANO

Le incursioni continuarono per tutto il Gargano nel 1600 e nel secolo successivo.
La Cronica di Giuseppe Pisani, relativa all’ultimo scorcio del Seicento, ci fornisce una drammatica visione dei lidi e delle campagne del Gargano invase dai Saraceni. Tra i vari episodi, ne citiamo alcuni:
– Il 5 luglio 1672 sbarcarono più di duecento turchi nella chianca di Merino, venuti con tre fuste grandi; fecero schiavi due uomini e una ragazza. «Fu grazia di Dio non farne gran numero, stante la maggior parte metendo li campi et il sbarco fu a due hore dopo fatto giorno» .
– Il 16 maggio 1673, sul «giale di Mileto» alle prime ore dell’alba, era ancora buio, sbarcarono più di trecento turchi da «sei fuste dulcignane». Con bandiere e tamburi entrarono in San Nicandro. Erano guidati da rinnegati. Fecero schiavi diversi torrieri, sentinelle, «ma anco il sopracavallaro», il quale l’anno precedente era stato già sequestrato al ponte di Varano e riscattato con 115 zecchini .
– Il 25 luglio 1675 tre fuste di Turchi approdarono vicino alla grotta del Duca. Diversi cittadini armati, usciti dalle mura di Vieste, combatterono “con la maggior parte di gente di detta compagnia”. A un cittadino originario di Lecce, che si era “accasato in Vesti”, i turchi mozzarono la testa e se la portarono via come macabro trofeo; fecero inoltre 22 prigionieri .
– Il 26 giugno 1677, alle prime luci dell’alba, «giunsero due fuste turchesche di S. Maura et sbarcarono dalla parte di dietro della Chianca di Marino, fra li confini di Vesti et Peschici, et girarono il piano grande, anco da sopra l’Acqua viva, il piano piccolo, il Morello et li Mezzani et girarono di sopra il monte S. Paulo et s’andarono ad imbarcare nella detta Chianca, con portare quattordeci persone Christiane: dieci homini et quattro donne». Questo sbarco fu abbastanza clamoroso: mai i Turchi si erano così addentrati nel territorio. Il Pisani riferisce che essi erano guidati da “rinnegati nativi del Regno” e che, in fondo, il “bottino” fu minimo, da suscitare “gran meraviglia”: avrebbero potuto senz’altro fare più prigionieri, «perchè v’erano in detti luochi quattrocento persone senz , armi et non furono pigliati più delli soprastaddetti» .
– Il 4 settembre 1680, verso l’alba, nel tratto di costa tra Peschici e Vieste, sbarcarono 160 Turchi. Si recarono nella chiesa della Pietà, delle Grazie e del Carmine di Vieste, dove ruppero candelieri, carte di gloria, lampade, arredi d’altare e il SS.mo Crocifisso grande. I predoni si diedero al saccheggio e alle solite ruberie: fecero schiavi sei contadini, ammazzarono sette buoi e andarono a bollirne la carne sotto la Gattarella, dove erano ancorate le loro navi; altri assaltarono la Torre di Porto Nuovo. Finalmente, da Peschici sopraggiunsero due galee veneziane, fra cui la capitana del golfo, guidata da Geronimo Garzon. I Turchi, riconosciutala, si imbarcarono celermente sulle loro fuste, dandosi alla fuga verso Levante: lasciarono sulla spiaggia le caldaie ancora fumanti ed un barile di polvere da sparo. Era stata la guarnigione spagnola che presidiava il Castello di Vieste a dare l’allarme: con dei colpi di cannone aveva allertato gli abitanti, ma soprattutto le galee veneziane che controllavano la costa di Sfinale, verso Peschici. Inseguiti dalle due galee veneziane, i Turchi si rifugiarono a Ragusa vecchia, da dove contavano di ripartire all’assalto di Vieste. Se questo progetto non si concretizzò come ai tempi di Draguth, fu solo grazie alla vigile presenza delle navi della Serenissima sul tratto di mare antistante la costa .

LE ISOLE TREMITI, TESTA DI PONTE PER LE NAVI DELLA SERENISSIMA

Le isole Tremiti sono poste nel mare Adriatico, a poca distanza dalla costa del Gargano. L’isola di San Nicola ebbe un ruolo di notevole importanza nella storia. Augusto vi relegò la nipote Giulia e Carlo Magno inviò in esilio Paolo Diacono. L’abbazia di Santa Maria a Mare, secondo la leggenda, fu costruita da un eremita. Guidato dalle apparizioni della Vergine, egli scoprì un favoloso tesoro che gli consentì di edificare un tempio. La storia documentaria dell’isola comincia, comunque, quando vi giunsero i Benedettini di Montecassino: insieme con l’abbazia, essi edificarono le fabbriche attualmente ubicate sul versante settentrionale della chiesa. Nell’anno 1237 l’abbazia passò ai Cistercensi. Durante questo periodo, le Tremiti furono bersagliate dalle incursioni dei pirati e dei Turchi. Le fortificazioni resistettero ai continui assalti fino a che i corsari dalmati, guidati da Almogavaro, con uno stratagemma, riuscirono a penetrare nel monastero, massacrando i monaci e derubando tutti i loro beni più preziosi. Si salvarono solo l’abate, momentaneamente assente, ed alcuni monaci, che erano riusciti a rifugiarsi nei monasteri di terraferma. Correva l’anno 1313.
Nel XV secolo le costruzioni, in seguito all’arrivo nelle isole dei Canonici Lateranensi, vennero restaurate ed ampliate con l’aggiunta di nuovi elementi architettonici; le strutture difensive rafforzate. Disponendo di navi ed armigeri, l’abbazia di Santa Maria estese per vasto raggio i propri domini sulla terraferma: la sua potenza economico-militare nel corso del XVI secolo fu tale da consentirle di resistere vittoriosamente al violento assalto dei sultano Solimano II (1567).
Le Isole Tremiti rappresentavano un centro di raccolta delle notizie sui movimenti dei corsari e dei Turchi in Adriatico, e servivano di rifugio a tutte le navi minacciate da qualche pericolo. I capitani delle imbarcazioni vi approdavano per chiedere se in quel tratto di mare vi fossero dei corsari. Se vi era pericolo, si fermavano in porto anche per una quindicina di giorni, ma anche a volte un mese. Le persone di rispetto venivano ospitate nel Castello per tutta la sosta. Talvolta gli illustri ospiti superavano con il loro seguito di servitori il numero di duecento persone. Fra questi il capitano Girolamo Martinengo, morto a Famagosta nel 1572.
Le isole costituivano soprattutto per la flotta veneziana un prezioso punto di appoggio sulla rotta che la conduceva in Levante. Infatti tre o quattro volte l’anno, mentre erano impegnate nella loro campagna di perlustrazione delle coste adriatiche, le galee della flotta veneziana usavano rifornirsi a Tremiti di biscotto (gallette) e di pane fresco, confezionato con il grano che affluiva al monastero dalle sue pertinenze in terraferma, che erano soprattutto le terre cerealicole appartenenti dell’Abbazia di Càlena.
L’importanza strategica delle Tremiti per Venezia è testimoniata dalla preoccupazione che suscitò nel Senato veneto la notizia di un possibile presidio militare spagnolo nelle isole nell’anno 1638. La Serenissima rivendicò a sé, nel suo golfo, il diritto assoluto di polizia che le conferiva il dominio dell’Adriatico. Si mosse a tutti i livelli per neutralizzare il tentativo di spostare, in senso a lei ostile, l’equilibrio politico dell’Adriatico. Vi riuscì: a difesa delle Tremiti restarono i monaci, naturalmente sotto la sua vigile supervisione .

Teresa Maria Rauzino

BIBLIOGRAFIA
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AA.VV. Chiesa e religiosità a Peschici a cura di T. M.RAUZINO e L.BERTOLDI LENOCI, Vieste, 1999.
T.M. RAUZINO, Quando la Serenissima controllava le Tremiti, in «Corriere del Mezzogiorno-Corriere della sera») del 18 marzo 2003, pag. 14 “Cultura”.
L.BRESSAN, Uno sbarco a Vieste nel 1002, in http://www.mondimedievali.net/pre-testi/bressan.htm
E.LORUSSO, Torre costiera, in http://www.mondimedievali.net/Glossario/torre_costiera.htm
T. MAINARDI, Raggioni del monastero di S. Maria di Tremiti cavate da diversi Istromenti, donazioni et altre, Regesto manoscritto del 1592 (Archivio di Stato di Venezia).
M. R. TRITTO, Frammenti di storia peschiciana in GHERARDI, Peschici città dalle dodici porte
F. FIORENTINO, Saraceni, Slavi e Turchi dal Levante al Gargano, in Atti V convegno “L’Adriatico e il Gargano, Rodi, 1988.
P. SARNELLI, Cronologia de’ vescovi et arcivescovi sipontini, Manfredonia, 1680.
A. PETRUCCI, Codice diplomatico del monastero di Santa Maria di Tremiti (1005-1237), Roma, 1960.
G.PISANI, Cronica e memorie di Vieste dall’anno 1664 all’anno 1700, Vieste, 1985.
M. FINI, La pazza. Novella garganica, Barletta, 1938.
G. MARTELLA, Consoli e consolati ragusei a Peschici, Rodi, 1987.
http://www.inseguendodragut.it;
http://www.corsaridelmediterraneo.it
http://www.reciproca.foggia.it/Turismo/castelli/gargano.htm

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