CIAO MIMI’ (Un ricordo di Piero Giannini)

Un messaggio-ricordo del direttore editoriale di Punto di Stella, Piero Giannini, grande amico del maestro Lamargese e suo paroliere

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Ciao Mimì,
da dove sei, ovunque tu sia, so che ci vedi, ci osservi, ci controlli, usando le stesse modalità con le quali controllavi l’intera esistenza di Piazza del Popolo negli anni settanta-ottanta. Il ‘ras’ di Piazza del Popolo. Non si muove foglia che Mimì non voglia, era il comune denominatore intorno al quale orbitava l’intera esistenza di un luogo all’epoca ancora abitato e non ancora commercializzato.

Ci eravamo conosciuti – ricordi? – a metà degli anni sessanta all’interno di quel Circolo culturale curato da tuo cognato, Michelino “Gennarino” (altro grande personaggio del tempo), in Corso Garibaldi. Di norma, la sera, quando chiudevi la tua attività, che ancora non sapevo quale fosse, ti affacciavi nello stanzone del Circolo accompagnato dal tuo gemello, Matteo, tale solo biologicamente in quanto eravate del tutto diversi – i “gemelli diversi”. Puntualmente puntavi al tavolino da gioco, al quale eravamo seduti noi della piccola tribù della Scuola Media, per vendicare la sconfitta subita la sera prima a “scala a 40”. Ma era sempre e sistematicamete sconfitta.

E qui veniva fuori il tuo temperamento tipicamente slavo. Non poteva essere che così, viste le origini del tuo paese. Brontolavi fra i denti come pentola di fagioli, smoccolavi come un turco per le carte che non ti aiutavano, promettevi a te stesso di rifarti la sera dopo… e la sera dopo era la stessa storia, si viveva tutti lo stesso film. E per tutti era lo stesso goliardico godimento. Per tutti, sì, anche per te, autoironico (ma non troppo, per la verità) e consapevole di essere un po’ scarso con le carte francesi. Preferivi infatti le napoletane, con cui t’imbarcavi nel crudele gioco della “Legge” col sadismo tipico che il gioco impone. E lì erano risate sarcastiche e liberatorie perché vedevi il “nemico” soccombere sotto le mazzate del “padrone e sotto”.

Allora non sapevamo, entrambi, che saremmo finiti “vicini di casa”, io per amore e tu per l’esercizio della tua attività, che finalmente scoprii. Il ‘ras’ della Piazza era un barbiere – che dico, “il” barbiere, figlio di barbiere – che espletava le sue funzioni a non più di cinque metri dal portone dell’abitazione che mi ospitava. Arrogante, prepotente, prevaricatore, drastico, radicale, perentorio, spocchioso, manifestavi ‘in toto’ ciascuna delle caratteristiche che componevano il tuo carattere. Ci volle tempo per comprendere e metabolizzare che arroganza, prepotenza, prevaricazione, drasticità, radicalismo, perentorietà, spocchia (infiorati dai soliti regolari smoccolamenti dialettali), erano le tue migliori, e necessarie, armi di difesa da utilizzare quotidianamente in quella lotta per la sopravvivenza tipica dei piccoli centri. Non economica, la sopravvivenza, ma… di immagine, di facciata, di rappresentanza. Ne ho avuta conferma in più di una occasione.

Una su tutte: il giorno che venisti a trovarmi, in uno dei pochissimi intervalli che ti concedeva la tua frenetica attività e in una delle mie primissime vacanze estive. Mentre io scoprivo che non eri arrogante, prepotente, prevaricatore, drastico, radicale, perentorio, spocchioso, tu palesasti il vero focus della tua personalità. Immagine e facciata venivano ridimensionate dalla rivelazione del tuo vero, autentico “essere”: la modestia, la forza della ragione, la capacità di sostare su un gradino più in basso, accettando tesi e volontà degli altri, del tuo nuovo interlocutore nella fattispecie, l’intelligenza e la sensibilità dell’artista (e qui mi collego al tema del convegno che ti omaggia).

Già da mesi, quelli invernali, che trascorrevi tenendo anche un ‘concertino’ ammaestrando aspiranti strumentisti, tu e il tuo vicino di bottega, Ciccillo “Mastëninnë”, il falegname – riduttivo: l’ebanista – più geniale e creativo che abbia conosciuto, coi suoi difetti certo, ma chi non ne ha, lavoravate su temi e argomenti popolari. (Sono convinto che lì dove siete continua la vostra collaborazione.) Lui con le parole, tu con il pentagramma. Ne erano scaturiti spunti di genuinità da cultura e civiltà contadine, e ballate folkloriche di gradevole valenza e originale spessore, entrambi animati dal canonico “sapere del popolo”. Non tutti sanno che folklore deriva da due parole inglesi: folk, che vuol dire “popolo”, e lore, “tradizioni”, “sapere”. E voi due ce l’avevate dentro, sia il “sapere” delle tradizioni sia l’anima del “popolo”. Li avevate inseriti con arte e seduzione su note incatenate e orecchiabili, a volte allegre e spensierate, altre malinconiche ed esistenziali. Vedi “Il Trabucchista”, ad esempio … “virë virë cumpà e l’arianellë fallë girà” … termini tecnici propri di un mestiere antico incastonati in una melodia nuova e accattivante, malinconica e vera.

Eppure, tutto ciò non ti bastava, anelavi a scrivere e produrre qualcosa di più, come dire: ‘trendy’… ‘pop’, questa volta in italiano infiorato da espressioni dialettali. Nel cassetto avevi dei motivetti più elaborati, di minore impatto popolaresco e per questo più robusti, corposi. Perciò la tua visita a me che venivo a rivivere il tuo paese solo nella bella stagione. Ascoltai il primo, inciso su cassetta, ed ebbi subito in mente il testo. Limammo insieme le corrette adesioni delle parole alla melodia e poche sere dopo la presentasti al tuo pubblico. Sì, perché tu avevi già il tuo pubblico, e il tuo palcoscenico: i “forestieri” che cominciavano ad affollare i vicoli del centro storico, bloccati nel loro peregrinare sullo spazio antistante la tua “barberia” esattamente alle 22 di ogni sera quando, ripuliti pettini e forbici, rassettate tovaglie e messe in ordine le poltrone, passavi ad altri strumenti, imbracciavi la tua arma preferita e ti affacciavi alla porta della bottega. Era il tacito segnale, a chi ti accompagnava nei concertini, che il sipario si alzava.

Sistemata su sgabelli e gradini, la piccola band di chitarre e mandolini si immergeva nei suoni e nelle espressioni in vernacolo di un repertorio ormai consolidato. I “forestieri” accompagnavano, prima con timidezza poi con sempre maggior vigore, le vostre esecuzioni battendo mani e improvvisando coretti, alcuni addirittura ballando. E il gruppo si ingrossava sempre più – sbarrando l’angusto accesso alla Piazza e non permettendo un agevole passaggio – man mano che le canzoncine si andavano inanellando alle luci dei primissimi pochi negozi e incatenavano alle stelle-amiche crome e biscrome, giri armonici e svisate. Ghirlande musicali che trovavano sempre un collo da cingere. Al punto che qualche pittore, con galleria oltre la Piazza, verso il Castello, si affacciava sul luogo del delitto per accertare il motivo del flusso interrotto, cessato… e imbestialirsi, richiedendo perfino l’intervento delle forze dell’ordine municipali.

Ma quando attaccasti “Strignëmë”, la nostra prima canzone, zittirono tutti e al termine furono solo applausi. Comprendemmo, tu ed io, che eravamo sulla strada giusta. Quando i pezzi divennero troppi per rimanere circoscritti al ristretto angolo di una scena, affascinante quanto vuoi ma sempre di pochi metri quadri, nacque la necessità di proteggere, innanzitutto il prodotto musicale, quindi di portarlo e proporlo a una platea più vasta. Fu allora che decidemmo di iscriverci alla Siae. Per il paroliere la trafila non era eccessivamente difficoltosa, per il musico un po’ più complicata. Occorreva superare una specie di provino a Bari, nella sede della Società autori e editori, che consisteva nella costruzione di un motivo musicale sulla base di sole due note assegnate. Una passeggiata. Tornasti vincitore e da allora fu un crescendo. Le registrazioni alla Siae si susseguirono senza soluzione di continuità. Le esecuzioni dei brani nel corso delle serate di gruppi musicali, all’interno delle strutture recettive che le programmavano, si andarono moltiplicando. Arrivarono anche alcune richieste, da parte di case discografiche, di ascoltare la nostra produzione. Poi, per un motivo o per l’altro, mortificante elencarli, non se ne fece nulla.

L’avventura si esaurì quando cambiasti mestiere. Ne abbracciasti uno a più largo respiro, anche se tanto più faticoso e impegnativo. Avevi poco spazio per vivere e respirare, armarti di chitarra e rapinare note al cielo, in successione mirabile, per farne melodie. Poco spazio per accordare, pizzicare, sgrezzare, limare, rifare tutto da capo come quando non eri convinto. Poco spazio per comporre, instancabile, serio, deciso, e sfornare melodie che non avevano nulla d’improvvisato o convenzionale. Non rassomigliavano a nessuna e tra loro, frutto di un’opera di cesello continua che, partendo dall’ispirazione, andava avanti gradualmente e ostinatamente fino alla stesura finale. Non trovavi neanche il tempo di pentagrammare le ultime composizioni da depositare. Disponevi solo di qualche minuto per affacciarti, ogni pomeriggio, nella tua Piazza, sostarne all’imbocco, guardarti in giro e lanciarmi il tuo richiamo, puntuale, sapendo che almeno io ero rimasto lì, per scambiare due chiacchiere, sempre le stesse (“non ha più anima, questa piazza” … “chi te l’ha fatto fare” … “doveva andare così”). Perdesti anche il passatempo preferito: quel restartene seduto fuori della barberia, nei risicati attimi di sosta fra un taglio e una rasata, a chiosare con sacrileghi motti i passaggi lenti e ritmati di turiste giovani e meno giovani.

Ahi, Mimì, cosa mi fai ricordare! Appostato all’ingresso della Piazza, come ghepardo ai bordi dello stagno, con quegli spilli al posto degli occhi, le osservavi imboccare l’improvviso slargo dopo vicoli stretti e freschi, e a nessuna permettevi di sfuggirti. Però… tutto finiva lì, in quell’apprezzamento che ti veniva dal fondo delle viscere, una sorta di sfogo dell’anima, del tuo sangue ‘caliente’, perché eri marito fedele e ottimo padre. I tuoi figli ne sono testimonianza. Basta guardarli. Sì, la femminuccia aveva la linguetta un po’ da viperella, non perché maliziosetta ma per il semplice fatto che diceva (… e dice!) sempre verità scomode. E il maschietto? Non manca mai di salutarmi per primo quando mi vede. Puoi andarne orgoglioso.

I tuoi apprezzamenti mi ricordavano i ‘piròpos’ spagnoli, quelle frasi complimentose, galanti, lusinghiere, adulatorie, che i muchachos creano, letteralmente, al passaggio delle señoritas. Tipo (te lo dico in italiano): “Se guardarti è un peccato, che venga il prete a confessarmi!” oppure “I tuoi occhi sono due fiaccole che illuminano il mio cammino. Per favore, non chiudere gli occhi, o sbatterò contro un albero”. Ecco, questo, più o meno, il tenore delle tue frasi, mai volgari, mai tendenziose, mai interessate, sempre in dialetto e mai dette per farle ascoltare alle destinatarie. I destinatari erano altri: i membri della tua corte, per farli gioire, novello giullare, quella corte che fedelmente ti accompagnava in giornate che non avevano mai fine: Francesco, Tittillo… “Bò” Giulio! vecchio marpione dalla corvina criniera liscia e leccata alla Rodolfo Valentino, il più fido tra i fidi. Gli strabuzzavano gli occhi dalle orbite quando una soda giumenta faceva sentire il proprio afrore passandogli troppo vicino nel caos canicolare. Sanguigno al pari di andaluso, impazziva nei giorni di ressa ferragostana, fino a ritirarsi in campagna, alla ricerca del meritato riposo del guerriero… a meno di non ricevere anche lì qualche gradita visita da incasellare nella teca dei ricordi.

E allora rimanevi solo. Prendevi gli ultimi bagni settembrini, il tuo mese, tersi di colori semiautunnali, ti preparavi a produttive battute di funghi novembrini, attendevi le vacanze natalizie sperando che io le trascorressi nel tuo paese per rifinire con te i testi delle ultime melodie, ti predisponevi ad affrontare una nuova estate. Anno dopo anno. “Ma la tetra routine finirà” mi dicevi. Non è mai finita, poiché, tralasciando la nuova attività che avevi preferito, hai scelto di andartene senza neanche tanta convinzione, in punta di piedi, poco clamore, col silenzio assordante della tua chitarra abbandonata in un angolo, triste e straziata. Ero qui quando fosti ghermito da chi ti pretendeva assolutamente. Feci capolino nella stanza dove dormivi un sonno non ricercato e credo, se la memoria non mi difetta, di non essere riuscito neanche a stringere mani e abbracciare qualcuno. Uscii, distrutto, ma rimasi fermo, impalato, per ore, incredulo, sull’angolo opposto della tua abitazione. Se non fosse venuta mia moglie a cercarmi e portarmi via, sarei rimasto lì tutta la notte.

Sono contento di ritrovarti oggi. Ciao Mimì. A presto.
Piero

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