I suonatori e cantatori di Carpino

 

I cantatori più validi sono coloro che, oltre a conoscere molti canti popolari, di questo vasto repertorio sanno rielaborare i versi tradizionali, variandoli e mischiandoli durante l’esecuzione. (Roberto de Simone)

cantori

 Nel lontano 1954 Alan Lomax e Diego Carpitella, nel loro “tour” alla ricerca delle radici della musica popolare, scoprirono il “filone” più puro” e prezioso a Carpino, un piccolo paese dell’entroterra garganico quasi decimato dall’emigrazione.

 Il ricco repertorio di sonetti fu portato alla ribalta nazionale da Roberto Leydi che nel 1967 preparò con Carpitella uno spettacolo per il Teatro Lirico di Milano dal titolo Sentite buona gente.

In quell’occasione, i suonatori ed i cantatori di Carpino, davanti a duemila spettatori abituati a tutt’altro genere musicale, offrirono una esecuzione viva, autentica, e particolarmente trascinante.

Autentici aedi del Gargano, essi riuscirono a “cucire” con maestria un canto all’altro, senza fratture stilistiche e formali, in un unicum ininterrotto ed armonioso, mai uguale, che si delineava di volta in volta, con naturalezza. Rivelarono una professionalità innata: senza alcuna platealità, senza alcuna concessione alle “regole” dello spettacolo.

Leydi, come i numerosi ricercatori che si recarono a Carpino, registrò nel 1966 il repertorio dei Cantori e pubblicò in un disco due brani tra cui Garoffl d’ammore, oggi nota a tutti come la Tarantella del Gargano. Un “pezzo” che divenne un vero successo, riproposto per ben 11 volte da artisti vari, tra cui Eugenio Bennato.

Da allora i Cantori sono divenuti una fonte inesauribile per gli interpreti di musica popolare, con un piccolo neo: nessuno dichiarava, fino a qualche anno fa, che il copyrait delle loro canzoni spettava non ad un’indistinta tradizione popolare, ma ai “cantatori e suonatori” di Carpino: Andrea Sacco, Antonio Piccininno ed Antonio Maccarone.

 E’ merito delle puntuali ricerche di Salvatore Villani e degli appassionati cultori di musica popolare che hanno fondato ed animato l’associazione culturale “Carpino Folk festival” (ricordiamo il compianto Rocco Draicchio), se oggi la tradizione musicale del piccolo centro, che si stava spezzettando in mille rivoli indistinti, è stata collocata nel suo contesto originale: lo spazio umano, culturale e musicale del promontorio del Gargano.

Oggi i Cantori sono diventati un vero e proprio mito per i cultori di musica etnica.

Ed il Gargano, nonostante il progresso omologante introdotto dal turismo fin dagli anni sessanta, si sta rivelando un “luogo della memoria” ricco di echi suggestivi e di suoni tarantati, che si pensava fossero ormai spenti, dimenticati.

In questo senso un ampio materiale documentario è stato recentemente pubblicato da Remigio de Cristofaro Ischitella. I canti del popolo, da Nasuti I canti del ricordo, da Angela Campanile (del Centro Studi Giuseppe Martella) in Peschici nei ricordi. Merito indubbio del De Cristofaro è di essere stato uno dei primi “ricercatori” ad avere registrato già nel 1966 la musica popolare di molti centri garganici, i cui nastri sono oggi conservati presso l’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma. Sarebbe interessante estendere oggi la ricerca in tutta l’area allora indagata per verificare in che modo, dopo cinquant’anni di trasformazioni socio-economiche e culturali questa tradizione persista, si sia modificata o “contaminata” nell’inevitabile evoluzione.

Con Leydi siamo comunque lieti che “quelle voci, quelle chitarre battenti, quel canto ricco di arcaica potenza panica” siano, grazie ai ricercatori che li hanno riportati alla luce, ancora vitali. Ci auguriamo che ritornino ad echeggiare nei vicoli dei borghi antichi non solo di Carpino, ma di tutti i piccoli e grandi paesi del Gargano.

 

I SONETTI  E LA TARANTA

 

Il repertorio dei Cantori consiste, oltre che nei “sonetti”, componimenti lirico- monostrofici a carattere amoroso per  serenate, in “sonetti” di sdegno e di “stramurte” con evidenti traslati erotico-allusivi. Caratteristica la “ripresa”: ha l’effetto di concatenare i diversi testi in ininterrotte sequenze, dando loro una certa uniformità. Il testo può essere integrato da gruppi sillabici o brevi frasi stereotipe, asemantiche, con funzione ritmica.

Nei “sonetti” il testo, solitamente attinto dal patrimonio poetico della comunità, è funzionale al messaggio erotico che si vuole trasmettere al destinatario. Particolari sonorità sono ritmate dal  “cantatore”, la cui voce “di testa”  con picchi acuti, accompagnata dalla mitica “chitarra battente”, oltre che dalla “francese”, dalle “castagnole” e dalla “tamorra”, emerge anche a distanza.

La persistenza della “battente” anche in periodi di guerra o autarchici, in cui non era possibile reperire dai liutai le corde necessarie, è testimoniata dagli anziani che ricordano come i contadini che amavano suonare questo strumento, quando le corde si rompevano,  “strecciavano” i fili d’acciaio del freno delle  biciclette e ne ricavavano delle nuove, che poi accordavano a seconda dello stile personale. Il piano superiore della chitarra veniva ornato, oltre che dalle inconfondibili “rose” in corrispondenza dei fori della cassa armonica, da disegni e foto di procaci bellezze “al bagno”.

Tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, le popolazioni del Gargano, in occasione del Carnevale, durante i pellegrinaggi, ma soprattutto durante i lavori campestri o nelle feste religiose o parentali, voltavano i sonetti in  “tarantelle”.  Questa usanza persiste oggi solo a Carpino, Ischitella e San Giovanni Rotondo, dove si balla sporadicamente durante le feste di matrimonio.

Un tempo il ballo aveva finalità iatro-musicali legate al “tarantismo”, come testimonia Michele Vocino, ne Lo Sperone del Gargano del 1914.  Ogni morso  del ragno, la venefica tarantola, “provocava una festa”. Con la “regia” di un capo-attarantato s’addobbava una camera in nero, o in verde o in rosso. Il morsicato ballava con due ragazze a suon di tamburello e della chitarra battente, tra due specchi. Agli invitati, di solito parenti e vicini di casa, si offrivano ciambelle e vino.

Il Vocino attribuisce la scomparsa di questa suggestiva festa alla scomparsa della “tarantola”: “Ormai l’arte del capo-attarantato è morta, perché le tarantole sono morte e non ne sono più nate”.

Oggi l’unica “taranta” del Gargano che allude al morso del velenoso scorpione è la seguente: “Lassàteli abballà chisti zitelle/, che tènene la taranta sotte li pede/Madonne come ce menene, /come nu sacche de patene” (Lasciateli ballare questi zitelli,/ che hanno la tarantola sotto i piedi. /Madonna come si lanciano, /come un sacco di patate!).
Naturalmente, è cantata dai Cantori di Carpino.

Teresa Maria Rauzino

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