Gaetano Postiglione, un leader mancato

L’intelligenza di recepire  istanze e affrontare problematiche nazionali fecero di Gaetano Posti­glione una personalità emblematica del Ventennio  

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Marcello Ariano, nell’affrontare il periodo fascista, argomento quasi rimosso dalla storiografia ufficiale, si è posto  sine ira et studio, metodo suggerito da Gioacchino Volpe. La sua biografia su Postiglione, che taluni potrebbero tacciare di revisionismo, ha il merito indubbio di far luce, coraggiosamente, sul reale peso esercitato da un “quadro locale” sull’esperienza complessiva del Ventennio.

In realtà, ogni volta che uno studioso individua un fatto nuovo o rilegge un fatto vecchio in una nuova ottica fa opera di revisione. Ecco perché la ricerca storica su un’epoca, su un personaggio, su un fatto, non è mai conclusa, scritta una volta per tutte, come pensavano, nel loro inguaribile ottimismo, gli storici positivisti tra Otto e Novecento.

Dalla rigorosa analisi dei documenti effettuata da Ariano, emerge una forte rivalutazione dell’opera del massimo esponente del fascismo in Capitanata. Un leader politico di sicuro spessore, assolutamente fuori dallo stereotipo del gerarca in “stivali e fez”. Uno dei pochissimi dirigenti fascisti ad essere, contemporanea­mente, un tecnico di valore.

Nato a Foggia nel 1892, Gaetano Postiglione si era laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano. “Fascista della prima ora”,  fu tra gli organizzatori della marcia su Roma, incaricato da Mussolini di provvedere alla logistica. Rientrato in Puglia nel 1923, ispirò i grandi progetti di trasformazione della regione.

Raccontare la sua storia significa evidenziare uno spaccato significativo della Capi­tanata, delle tensioni sociali e delle contraddizioni che animarono questa provincia dal 1923 al 1935. Consente di individuare, al­l’interno del fascismo foggiano, una linea dai tratti decisamente originali: la capacità di esprimere proposte dagli orizzonti ampi, volte a contemperare dimensione urbana e rura­le, agricola e industriale, pubblica e privata, in particolare dell’area di Foggia.

È comunque l’attività svolta da Postiglione alla presidenza del­l’Acquedotto Pugliese che testimonia lo sforzo di modernizzazione del regime. Convinto che quella dell’Acquedotto fosse una fun­zione politica (“diamo acqua alle Puglie e molte co­scienze diventeranno pulite”, avrebbe detto a Mussolini assumendo l’incarico),  l’ingegnere si avvalse di un nutrito gruppo di tecnici, che operarono nei vari settori collegati con l’Acquedotto, dall’irrigazione alla sperimenta­zione agronomica, dalla zootecnia all’urbanistica.

Voleva trasformare la Capitanata da agricola ad agricolo-industriale, ed i progetti di bonifica integrale nel Tavoliere e quelli relativi alla modernizzazione di Foggia lo documentano senza ombra di dubbio. Il Popolo Nuovo, da lui fondato nel 1931, pubblicizzò adeguatamente questo ampio piano di riforme. Non a caso, nella redazione e nelle corrispondenze del settimanale la presenza di tecnici vivacizzò il foglio, con un’impostazione di valida concretezza operativa.

Postiglione, con proposte innovatrici e tali da incidere sul territorio, avvicinò al regime i ceti medi locali, turbati dalla violenza squadrista e dalla repressione antisocialista. Il suo moderatismo politico lo distinse nel rissoso ambiente squadrista locale, poco incline  alla prudenza e alla riflessione, in cui il “beghismo” regnava sovrano. La competizione con l’altro leader, Giuseppe Caradonna, divenne inevitabile. Un dissidio emblematico. I due rappresentavano i due volti del fascismo di Capitanata: Caradonna, ras della provincia, era legato agli ambienti rurali più retrivi, deciso a stroncare ogni sovversivismo, anche di origi­ne fascista; Postiglione, rappresen­tante della borghesia illuminata di Foggia, era deciso ad allargare il consenso al regime, coinvolgendo l’élite agraria di provenienza salandrina, gli ambienti intellettuali e produttivi.

L’aspro dissidio tra i due leader portò nel 1923 allo scioglimento della federazione provinciale, ma non si tradusse mai in forme di aperto scontro. Alcuni esponenti della sinistra sindacalista fascista per la loro aperta opposizione alla politica di Caradonna furono invece liquidati politicamente e allontanati dalla Puglia.

Il grande sforzo progettuale di Postiglione si risolse in alcune grandi realizzazioni che contribuirono a modificare radicalmente la Capitanata.

Solo la Bonifica incontrò resistenza nella grande proprietà latifondista. Privo del necessario punto di riferimento tecnico e politico, il complesso e articolato progetto di trasformazione non si poté realizzare. I tecnici ed i politici che continuarono a crederci furono liquidati. Lo testimonia l’immediata chiusura de Il Popolo Nuovo, loro gior­nale di riferimento, subito dopo la morte di Postiglione.

La vicenda, non circoscrivibile alla sola Capitanata, rappresentò una svolta su scala nazionale dell’indirizzo politico che il regime assunse negli anni del consolidamento del potere.

Postiglione fu, come afferma Giuseppe Pensato nell’introduzione alla biografia di Marcello Ariano, un “leader mancato” del fascismo. La prematura scomparsa nel dicembre del 1935, a soli 43 anni, gli tolse la possibilità di coronare con più alti incarichi un cursus honorum che nel 1932 lo aveva portato a ricoprire l’incarico di Sottosegretario del Ministero delle Comunicazioni.

Ma il suo astro sarebbe probabilmente tramontato. Come quello dei tecnici che, fino alla metà degli Anni Tren­ta, avevano svolto con zelo una funzione di primo piano nella vita politica italiana, modernizzando l’economia con  ri­forme di struttura rilevanti.

Eppure Mussolini li aveva privilegiati, fino ad allora, come nuova classe dirigente, ritenendoli  inno­vatori e disponibili al cambiamento…  

 Teresa Maria Rauzino

 

recensione al volume di MARCELLO ARIANO, Gaetano Postiglione, Biografia di un modernizzatore, edizione Il Rosone, Foggia, 2000 , Lire 30.000 € 15,50

SAN MENAIO: LA COLONIA MARINA COSTRUITA DALL’UNIONE INDUSTRIALI DI CAPITANATA DOPO LA MORTE DI GAETANO POSTIGLIONE E A LUI DEDICATA
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