I RICORDI  DI DAY GILLES TRINH DINH

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Quando ero ragazzino sulle colline di Las Planas a Nizza

Avevo un po’ più di 8 anni quando il testo annuale fatto nei primi giorni di scuola mi dichiarò positivo alla tbc. Non conoscevo ancora tutto quello che voleva dire questo rossore sul mio braccio. Ma il silenzio del dottore, lo sguardo sconsolato dell’infermiere e dell’istitutrice che mi serrò fortemente nelle sue braccia, mi fece capire che mi stava capitando qualcosa d’importante. Fu riaccompagnato a casa e messo in cura.

Per fortuna mia, era a pena arrivata una nuova medicina… la penicillina. Cercavano un sanatorio, facendomi vedere un opuscolo con foto di belle montagne innevate con in primo piano file di sdraio con gente mummificata prendendo il sole.

Dopo qualche settimane, su insistenza dei miei, decisero di offrirmi un anno sabbatico presso i miei nonni materni a Nizza, sulle colline di Las Planas sempre assai assolate; mi ero salvato dal sanatorio.
I pochi ragazzi del quartiere nati durante la guerra andavano tutti a scuola. Non mi rimaneva che scoprire il mondo intorno a me in avventurosa solitudine: scale senza fine in mezzo alle ville profumate, serre a vetrate piene di garofani,  campi di carciofi. Guardavo come un obiettivo impossibile da raggiungere le colline vicine di Pessicart e Cimiez, la tenuta del Conte di Falicon dove si erano accasermati i goumiers marocchini dell’armata d’Italia, il Vallon obscure che mi incuteva paura. Dalla finestra della grande cucina della sala da pranzo scrutavo il mare con il binocolo del mio zio Jo, sperando di non vedere quello che chiamavamo  “i cavalloni” cioè la schiuma bianca formata dalle onde del mare agitato… solo allora, Yvette la più giovane delle mie zie, si decideva a scendere in spiaggia con le sue amichette e mi portava con sé.

Durante le mie lunghe avventure solitarie, il tempo non esisteva più, mi dimenticavo spesso dell’ora di pranzo. Solo il “Daiuuuu !!! daiuuuuu !!! vieeeeniii a maaaanggiiiare !!! urlato da zia Yvette suonava l’ora del ritorno. A volte non la sentivo.. solo la fame mi riportava a casa.  Le zie mi riprendevano, …. Non devi andare cosi lontano!…

Quasi di fronte a casa nostra,  una lunga scalinata in mezzo agli ulivi e alle serre portava ad una piccola casetta con il tetto a piramide cosi tipico a Nizza. Scoprii che ci viveva una bellissima piccola ragazzina, più o meno della mia età. In fine avevo trovato qualcuno con chi giocare. . Salivo quasi tutti i giorni da lei. Un giorno naturalmente siamo arrivati al gioco del dottore. Nascosti dietro alla tende della  porta della cucina, abbiamo iniziato una emozionante consultazione, forse un po’ troppo approfondita, del nostro stato fisico.

L’indomani sua madre, avvertita da una zelante vicina che aveva fatto un po’ di voyeurismo invece di accontentarsi di raccogliere i suoi garofani, venne a casa nostra protestando energicamente. Ero diventato il mostro di Las Planas…

Non mi ricordo bene del suo nome, forse Coco, era il mio primo incontro con lo sconosciuto femminile… Mi hanno evidentemente vietato di rivederla…. Un po’ del mio cuore da ragazzino è rimasto lassù alla fine di queste scale.

Un po’ più giù sulla strada , c’era una fila di case a due o tre piani del genere case popolari. Le chiamavamo semplicemente ” Le Grande Case”. Un piccolo gruppo di ragazzi ci abitava, tutti più grandi di me. I miei non erano molto contenti di vedermi giocare con loro. Ma i giorni senza scuola salivano fino a davanti casa nostra per prendere la rincorsa con le loro carriole montate su dei cuscinetti di automobile. Malgrado tutto, ero accettato nel loro gruppo, uno di loro più gentile mi faceva salire con lui, forse voleva ottenere maggiore velocità aumentando il peso… Arrivavamo quasi  fino a giù…giù di Las Planas, quasi vicino alla fattoria, dovevo andavo con la zia a prendere il latte fresco.
Il mio sogno era di avere la mia propria carriola. Rompevo le scatole al mio giovane zio Marcel, apprendista vetraio sull’avenue a Saint Sylvestre, chiedendo di farmene uno. Diceva di si, ma non trovava mai i cuscinetti.

Un giorno, una delle mie zie arrivò a casa di corsa  tutta eccitata… la polizia stava portando via i ragazzi della “Grande Case” !!!…

Mia nonna mi guardò, inquisitrice e ansiosa… Non ho fatto niente, nonna !!!…. Usciamo tutti per strada, dei furgoncini blu scuri minacciosi erano parcheggiati proprio davanti ai palazzetti. Non osavo andare a vedere, non conoscevo il perché di tutto questo e magari avrebbero preso pure a me.
Ma cosa avranno mai fatto di cosi grave ?… Infine, zia Yvette risalì con delle notizie fresche. La sera precedente i ragazzi, passando sopra i cancelli della villa della curva stretta, avevano mangiato gran parte dei mandarini del giardino. Uno, forse spinto da un bisogno urgente aveva lasciato un abbondante ricordo maleodorante. Erano altri tempi, si fecero uno o due mesi di casa di correzione. Pagarono cari quei pochi chili di mandarini… E la famiglia a dirmi…”Te l’avevamo detto di non giocare con loro..Meno male che non c’eri …e mi raccontavano come erano queste case di correzione…Una terribile prigione per ragazzi cattivi… Ma quei ragazzi a me non sembravano cosi cattivi…  Poi la paura di violare le regole mi ha inseguito per un bel po’ di anni.

Dédée  la mia bionda piccola cugina e Alain il mio fratellino vivevano con noi. Avevano circa 3 o 4 anni in questo periodo.

Il nostro nonno François Laurenti lavorava alla Posta. Doveva pensare a nutrire tutta questa bella famiglia.
La mattina presto partiva con la sua bici. La discesa, certo, era facile, i suo ritorno verso mezzogiorno, sotto il sole cuocente, lo era molto di meno, doveva spingere a piedi la bici, con il sacco della spesa attaccato al manubrio, nella terribile salita dell’avenue de Las Planas.

Quando avevo un po’ di fame, spiavo il suo ritorno dalla finestra e gli correvo incontro per aiutarlo, tentavo di scroccare un pezzo del lungo pane caldo che usciva un po’ fuori della cesta. Mi respingeva con le mani, se era di buon umore me ne dava un pezzo.
Aveva fatto il 1914-18 e tossiva spesso come per rischiarirsi la gola, era stato gasato. Del suo battaglione mandato al macello all’assalto del terribile Chemin des Dames tornarono sani solo in quattro. Mia nonna, Thérèse Ettori, affermava che l’aveva protetto la Madonna, il suo capotto blu oltremare era bucato dalle pallottole. É lei che ci parlava della guerra, dei suoi fratelli sepolti per giorni nelle trincee. Il Nonno non raccontava mai niente di quell’ ecatombe. Era stato nominato barbiere del battaglione e conservava nella lavanderia di casa una sacca militare contenente il necessario: forbici, pettine, rasoio, pennello da barba, macchinetta taglia capelli.

Un pomeriggio, forse di mal tempo, ero rimasto a casa. Scoprendo la borsa del nonno, decisi di fare il barbiere con i due più piccoli, felici di potere giocare con me. Ho iniziato con Dédée che aveva dei belli capelli biondi leggermente ondulati…. la pettinavo, la spazzolavo e decisi di provare anche con la macchinetta taglia capelli. Senza esitare passai la macchinetta in mezzo ai suoi capelli, senza immaginare neanche quello che poteva fare…. La mia bella piccola cugina, ignara, aveva adesso una trincea in mezzo alla testa. Ero come pietrificato, rendendomi conto dell’ irreversibilità del disastro. Lei vedendo i suoi capelli cadere a terra a mucchio si era messa a piangere.  Sua madre, mia zia Paulette accorse e si mise ad urlare frasi di rabbia, strappandomi la macchinetta dalle mani… svegliò tutta la casa dal riposo pomeridiano. Mia nonna sempre buona e comprensiva cercò di calmare gli animi… niente di grave…i capelli ricrescono. Mi salvò certamente da punizione maggiore, mia zia era convinta che l’avevo fatto di proposito…

 

 

 

 

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 SECONDA PUNTATA

 

Per capire meglio le cause della mia malattia e di altri fatti importanti accaduti alla nostra famiglia in questo periodo, bisogna andare indietro nel tempo alla ricerca dei miei ricordi e di quello che mi era stato raccontato in seguito.

Prima della guerra, mia madre Marie-Françoise Laurenti e sua sorella Jeannette gestivano un piccolo negozio di cappelli nel centro di Nizza. Trinh Dinh Lan, mio padre, era pittore, arrivò in Francia nel 1923 per studiare le belle arti  Aveva lasciato il Vietnam a 16 anni senza il consenso della sua famiglia, che poi aveva dovuto, volente o nolente, accettare la situazione. Viveva nel studio di Parigi, nel quartiere di Montparnasse.Come molti Montparnos, amava trascorrere un po’ di tempo sulla Costa Azzurra nella buona stagione per dipingere e ritrovare gli amici.

Sulla Costa, a Nizza, si sono incontrati, amati e sposati. Mio fratello maggiore, Didier, venne a la luce a Parigi nel gennaio 1940, pochi mesi dopo l’inizio della” drôle de guerre”.

In maggio, durante la guerra lampo, il mio zio Jean-Noël Laurenti, il più grandi dei figli maschi, perse la vita in Belgio nella prima battaglia di carri armati della storia. Triste gloria, aveva solo 20 anni. Mio padre era stato arruolato nella Croce Rossa, si occupava dei numerosi profughi del grande esodo, arrivati a Parigi.

Nel maggio del 1941, finalmente, decisi di venire al mondo. Fu aggiunto Natale, come terzo nome sul mio stato civile, a memoria dello zio.

Il razionamento del cibo non era sufficiente, bisognava avere denaro per potere comprare al mercato nero. Mia madre, pensando di fare bene, decise di tornare a Nizza dai suoi, credeva di potere nutrire meglio i suoi due figli. La casa di famiglia di Las Planas aveva un piccolo giardino, delle galline e diversi alberi da frutto, e poi dei contadini coltivavano dei campi sulla cima della collina. Si immaginava che tutto sarebbe stato più facile.

La Francia era allora divisa in due da una linea di demarcazione, la parte settentrionale era sotto occupazione tedesca, la parte sud era sotto il controllo del governo collaborazionista francese di Vichy. Serviva un lasciapassare per attraversarla. Alla fine del 1942, l’esercito italiano entrando a Nizza rese ancora più difficile la vita dei residenti della contea. Il mercato nero diventò ancora più presente. Le tessere alimentari consentivano a malapena la sopravvivenza; i nostri nonni avevano tante giovani bocche da sfamare. Un mio piccolo zio, André, fu affidato a contadini nella Creuse, in cambio del vitto-alloggio, doveva dare una mano in campagna. Aveva almeno qualcosa da mangiare.

La nonna iniziò a pensare che avrebbe dovuto vendere la casa di famiglia per potere acquistare cibi al mercato nero. Dei vicini lo avevano già fatto. Nonno non poteva accettare l’idea di perdere la casa, ma lei riuscì a convincerlo, i piatti erano tanti ed erano troppo vuoti. Le era stata presentata una coppia che desiderava investire il proprio denaro sul solido in questi tempi così incerti. Ci davano la possibilità di rimanere dentro.

Dopo alcuni mesi, la mamma decise, malgrado tutto, di tornare a Parigi con noi.

Nella capitale, si dovevano affrontare delle lunghe file per ottenere un po’ di pane nero o marrone, spaghetti grigi e amari, rape senza sapori, ma era meglio di niente. Papa andava in bici nelle lontane periferie alla ricerca di qualche fattoria, riusciva sempre a rimediare qualcosa. Un giorno tornò con un grande pezzo di paracadute, seta e corda. Da essere arrestato!  Gendarmi e tedeschi controllavano le porte di Parigi per combattere il mercato nero. Con la seta, nostra madre ci confezionò due vestitini e mio padre ci dipinse, Didier e me, con questi nuovi vestitini, vicino ad un albero di banane, ero così orgoglioso.
La mamma, indebolita dalla malnutrizione e dal freddo si ammalò e fece diversi soggiorni in ospedale per problemi cardiaci e altri malanni. Lo zio Jo mi disse, tanto tempo dopo, che da giovane aveva ricevuto in pieno petto, sul cuore, la zampata di un asino.

Gli alleati bombardavano le vie di comunicazione. Abitavamo vicino alla stazione Montparnasse, la nostra casa-atelier si trovava in un grande cortile circondato da studi di artisti. Quando l’allarme suonava dovevamo correre a rifugiarci nella profonda stazione del metro Montparnasse-Bienvenue. Se ne avevamo il tempo. A volte non c’era il tempo, Le batterie della contraerea tedesca, installate intorno alla stazione, iniziavano a sparare, ci costringevano ad attraversare con paura il grande cortile correndo, con i coperchi dei secchi per il bucato sulla testa per proteggerci dalle schegge. Scendevamo allora nella piccola cantina del primo palazzo, umida e puzzolente di muffa. Era già piena di gente. Un giorno, la perdita di una delle mie scarpe durante la fuga fu l’unica causa della mia disperazione, non si può vivere con una sola scarpa. Come potevo capire che cosa era la guerra? Quel giorno, all’angolo dell’ Avenue du Maine e della Rue du départ, una donna, che non voleva perdere il suo bagno, perse invece la vita.

I mattini seguenti agli attacchi, io e mio fratello ci divertivamo a raccogliere nel cortile queste piccole schegge di metallo lucido multiforme.

In una calda mattina d’estate, sentiamo un grande trambusto nel cortile, grida, porte che si aprono, discussioni … Una giovane vicina di casa arriva senza fiato, tutta eccitata chiede il permesso a mia madre di prenderci me e mio fratello, non capisco il perché, corriamo sul viale fino alla stazione di Montparnasse .. All’angolo della rue de l’arrivée, vicino alla farmacia, una folla in effervescenza circonda una colona di  veicoli di grandi dimensioni, la gente applaude, batte le mani, grida, si bacia, un soldato mi tira sul suo carro armato… La seconda Divisione blindata del generale Leclerc era appena entrata a Parigi dalla Porta d’Orléans, di gran corsa per arrivare prima degli americani.

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TERZA PUNTATA

 

Durante i primi giorni della liberazione di Parigi, mio padre fu chiamato al commissariato di polizia. Una vicina di casa aveva il suo negozio di pelletteria sull’ Avenue du Maine, all’ingresso del nostro edificio, il suo appartamento aveva la vista sul nostro cortile. Denunciò mio padre come  “collaboratore”. Papà andava spesso la sera alla Coupole, uno storico Caffé, ritrovo dei Montparnos. Faceva ritratti a matita o ad olio su piccole tavolette di legno. Ne abbiamo una bella collezione. Un soldato tedesco, ammirando la sua pittura, desiderò visitare il suo studio per acquistare eventualmente qualche disegno o dipinto. Non erano mica tutti nazisti nell’esercito tedesco.

Questa è stata la “collaborazione” di mio padre. Quella patriottica negoziante non rifiutava certamente di vendere ai tedeschi le sue borse e i suoi ombrelli. Per fortuna mio padre fu rilasciato molto rapidamente.
Nella rue de l’Arrivée Mr Marcel aveva un salone di coiffure. Parlava bene il tedesco, era alsaziano, sua figlia in seguito divenne la mia seconda madre. I postini militari tedeschi dalla stazione avevano il reparto di distribuzione proprio di fronte e naturalmente venivano da lui a farsi radere e tagliare i capelli. Uno di loro era responsabile della posta e dei pacchi destinati ai soldati francesi prigionieri negli stalag.

Mr Marcel, in contatto con la resistenza, lo convinse ad inviare lettere e pacchi al di fuori del controllo della censura. La corrispondenza era regolamentata, una lettera consisteva in una cartolina, sul retro lo scritto, sul fronte il mittente e il destinatario. Una lettera non censurata fu trovata in un campo. Arrivarono al mittente che sotto interrogazione fece il nome di Mr Marcel.

Una mattina la Gestapo entrò nel salone per fare una perquisizione. Sua figlia che stava nel retro bottega, capendo quello che stava succedendo, ebbe l’idea di buttare l’ultimo pacchetto di lettere sotto la spazzatura in cucina. Non frugarono nella spazzatura. Lei andò con calma a buttare il tutto in cortile nel secchione sotto gli occhi di un soldato. Mr Marcel fu giudicato dal tribunale militare tedesco in rue du Cherche Midi, la sua perfetta conoscenza del tedesco lo salvò. Egli dichiarò di aver trasmesso solo qualche lettera. Ne aveva invece inviato centinaia. Il Sig. Marcel fu condannato ad un mese di carcere, il soldato tedesco invece fu trasferito sul fronte russo. Chissà se si è salvato ?
Nei primi mesi del 1945, mia madre aspettava un bambino, nonostante le raccomandazioni del medico che temeva per la sua salute.

Durante l’estate, siamo tornati a Nizza. Un viaggio lento, senza fine, molti ponti e viadotti erano stati distrutti. Erano in fase di ristrutturazione, incorniciati da ponteggi e pilastri di legno. Il treno trainato da una fumante locomotiva a vapore li traversava a passo d’uomo accompagnato da preoccupanti scricchioli. Ad Avignone, i fratelli della nonna erano in attesa sul marciapiede della stazione per abbracciarci. Come furono avvertiti dal nostro passaggio? … non lo so. Alla fine di questo lungo viaggio, mi sono addormentato distrutto dalla fatica,  non mi ricordo nè dell’arrivo a Nizza, nè di chi venne a prenderci alla stazione.

Il 15 Ottobre 1945, il mio fratellino Alain nacque all’ospedale Saint Roch di Nizza.
Di ritorno a Parigi durante l’inverno nostra madre si ammalò di nuovo. L’atelier, senza troppe comodità, era circondato da ampie vetrate, era un vero frigorifero.

Nel 1946, il 22 giugno, andammo tutti all’aeroporto del Bourget per salutare l’arrivo di Ho Chi Minh ricevuto con tutti gli onori dal governo francese. Era venuto per raggiungere un difficile accordo d’indipendenza, il colonialismo non voleva morire. L’avevano promesso alla resistenza vietnamita che aveva combattuto i giapponesi. Presso l’Hotel Royal Monceau durante un ricevimento per ringraziare i suoi amici, lo zio Ho mi prese sulle sue ginocchia per offrirmi un grappolo d’uva, mi teneva  stretto contro di lui mentre parlava, il tempo passava, sembrava avermi dimenticato, ero intimidito da questo uomo che non conoscevo, speravo solo di riacquistare la mia libertà di bambino.

Mio padre amava e apprezzava la Francia, ma desiderava anche l’indipendenza del suo paese. Uno non escludeva l’altro.

Ho Chi Minh tornò in Vietnam senza raggiungere quell’accordo che avrebbe sicuramente evitato tante sofferenze e morti nei 30 anni che seguirono.

 

Quarta puntata

Nel mese di settembre 1946, grazie alla gentilezza di un’ infermiera, abbiamo potuto vedere nostra madre, pallida, su un letto dell’ospedale americano di Neuilly, vicino a Parigi. Avevo 5 anni, i bambini non avevano il diritto di entrare negli ospedali. Non sapevo che era l’ultima volta che la vedevo. Pochi giorni dopo, i miei nonni materni, una zia, uno zio e mio padre piangevano nel cortile di un edificio grigio, sotto un cielo grigio. Noi bambini erano in attesa in un piccolo autobus tutto grigio dentro, nero fuori, un’ altra zia teneva il nostro fratellino Alain in braccio. Il mio cuore era pieno di ansia. Non sapevo che mia madre non era più di questo mondo. Nessuno osava dirmelo.  Perché… ma perché tutte queste lacrime?…potevo immaginarlo.

Il giorno dopo, sulle mie domande, mi hanno detto che la mamma era andata in un altro ospedale, lontano da Parigi …che un giorno sarebbe tornata. Non ci credevo, ma desideravo crederlo. Potevo almeno immaginare di poterla rivedere.

Alain, che aveva 11 mesi, era partito a Nizza con i miei nonni. Mio padre riuscì a farmi entrare in prima elementare della scuola comunale della rue Falguière, per stare con mio fratello maggiore, che aveva 6 anni. Papa, da un po’, lavorava come designatore cartografo presso il Ministero delle Colonie. Non poteva lasciarmi da solo tutto il giorno nell’atelier. Entravamo a scuola la mattina alle 8 e 30 e ne uscivamo la sera alle 18 e 30 … non facevo quasi niente, come paralizzato in questo atroce vuoto. Il maestro, comprendendo forse la mia angoscia, mi lasciava in pace. Il mio unico pensiero era di accumulare i buoni punti, biglietti che si davano in ricompensa ai bambini bravi.
Papa frequentava un circolo indipendentista vietnamita, un sabato pomeriggio, tre uomini in abiti civili, vennero a fare una perquisizione, cercavano giornali, non trovavano nulla di importante, cercavano, cercavano nel caos dell’atelier. Alloro uno di loro mi ha chiesto se avevo una bandiera .. nella mia ingenuità, ho detto sì sì ce l’ho … dal fondo del nostro baule a giocattoli ho tirato fuori una bandiera … . Per fortuna non era la bandiera Vietminh, una stella gialla su fondo rosso, era una bandiera della Cina nazionalista, mi era stato regalata come gioco da un vecchio amico cinese. Hanno preso la bandiera convinto di avere una prova e hanno portato via papà. La sera stessa era di ritorno a casa.
Mio padre allevava due conigli in una gabbia di legno fissata su delle tavole sul tetto, davanti alla finestra della cucina. Davo loro da mangiare, con affetto, crescevano. Erano così carini, erano come dei compagni. Non avevo capito quale doveva essere il loro destino. Un giorno tornando da scuola trovai la gabbia vuota e le loro pellicce appese ad un gancio … La mia disperazione, le mie lacrime, la mia rabbia contro il mio padre, mi crollava di nuovo il mondo intorno. Così mi disse, forse vergognandosi, vedendo il mio dolore, che erano stati uccisi da un lupo mannaro. Ho avuto la paura del buio e di uscire solo di notte nel cortile per anni.

Non potevo capire …il razionamento continuava e c’era ancora così poco da mangiare in Francia.
Mio padre tentò di fare il Nuoc-Mam questa salsa di pesce vietnamita piuttosto nauseante, ma buona come condimento. Così aveva installato sulle tavole dove era la gabbia dei coniglio, una piccola botte di legno che riempì di piccoli pesci e di sale fine nell’attesa di potere gustare questa salsa quasi impossibile da trovare a Parigi. La vendetta dei conigli fu terribile, la botte, un giorno, non so come scivolò e si fracassò su una delle vetrate dell’atelier sottostante . Era lo studio-garçonnière di una mora illustratrice trentenne. Era sempre elegante, ma non salutava e non sorrideva mai. Traversava come una principessa il cortile, ondeggiando, accompagnatosi con il toc toc dei suoi tacchi alti. Il nuoc-mam si era sparso sul suo pavimento inghiottito dal legno grezzo. Per anni l’odore fu persistente e di certo non era di buona compagnia alle sue libere attività di donna di mondo.

Inconsciamente, forse per colpa  dei conigli, ero diventato quasi un vegetariano, rifiutavo di mangiare carne e pesce. A scuola così non mangiavo quasi nulla. In ogni modo, la mensa dopo la guerra lasciava assai da desiderare. Avevamo piatti e bicchieri in metallo e tutto aveva un strano sapore, la minestra si raffreddava rapidamente. La mattina, mio padre mi metteva nella cartella un uovo duro o delle fette di salame. Stranamente non le consideravo come carne e questo è servito a confondermi, mi hanno convinto in seguito a credere che la carne tritata era della salsiccia fresca.
Ero piccolo e magro, crescevo poco. Ovvio, non mangiavo!. A scuola, mi avevano soprannominato “la pulce”, ero il coccolo delle maestre e protetto da uno o due più grandi nelle battaglie durante la ricreazione e all’uscita della scuola. Alcuni eroi, amanti dei film della guerra del Pacifico, ci inseguivano gridando “cinesi verdi, cinesi verdi!”. Con loro dietro di noi, dovevamo raggiungere la rue de Vaugirard … era la nostra salvezza,  la gente ci conosceva.

Durante le vacanze estive,  finalmente tornavamo a Nizza sotto il sole e con il calore della famiglia di mia madre.

Un giorno, più o meno un anno o due più tardi, mia nonna ebbe il coraggio di dirmi la verità sulla mamma. Dovevo smettere di aspettarla e di chiedere di lei. Era in cielo, pensava a me e mi proteggeva. Avrei tanto sperato che non fosse vero. Ne era cosi sicura? Mio padre diceva che sarebbe tornata.
Penso di averla aspettato a lungo in fondo a me stesso. In tutte le donne che ho amato, ho forse sempre cercato un po’ di lei. Questo grande dolore mi ha forse insegnato a capire ed ascoltare quello degli altri, a perdonare ed ad amare amare.
Quinta puntata…Quando ero ragazzino sulle colline di Las Planas a Nizza . (Racconti di ricordi a puntate)

Data la mia dieta particolare, non potevo che ammalarmi, perdere un anno scolastico e vincere questo meraviglioso anno a Nizza. Quattro anni dopo, c’era ancora il razionamento alimentare. Nonno, per guadagnare un po’ di più, andava di pomeriggio a dare una mano in una famosa confiserie del centro. Questo ci permetteva di avere un po’ più di zucchero. La responsabile gli aveva affidato inoltre il compito di attaccare i bolli annonari ricevuti su un quaderno destinato al municipio. Un lavoro che la mia giovane zia Yvette doveva fare a casa. La sera dopo cena, sul tavolo di legno della cucina, la aiutavo con un piccolo pennello ad incollare delle righe di questi piccoli francobolli blu, verde e rosso. Recentemente mia zia mi ha confidato che a volta ne grattava un po’. Cosa che nonno non avrebbe certamente ammesso perché aveva la fiducia della proprietaria. Nonna, un po’ gelosa, pensava che tutte queste gentilezze non erano troppo chiare. Ma la vita mi ha insegnato che spesso non c’è niente da inventarci e che la simpatia per qualcuno può essere sufficiente. Poi, chi lo sa ?.

La casa di Las Planas era affianco alla collina, si entrava dal piano superiore da una piccola passerella, con ai lati due muretti.
In ingresso, c’era la porta della stanza di zio Jo e quella della grande cucina, il centro della vita familiare. Sulla destra una scala portava ai piani inferiori, dove c’erano le camere.
Lo zio Jo era paralizzato dall’infanzia, certamente per colpa della poliomenite, anche se allora la chiamavano paralisi infantile. Questo piano era il suo territorio, non aveva sedia a rotella. Perché mai nessuno aveva mai pensato a procurarne una? Si muoveva facendo ruotare la sua sedia da un piede all’altro appoggiandosi su mobili e pareti con le sue possenti braccia.
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Quell’ anno mio padre portò da Parigi quattro potenti ruote che fissò ai piedi. La passione di Jo era il modellismo, soprattutto gli aeroplani. Fece un B17, la famosa fortezza volante.
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Aveva un piccolo gruppo di amici del quartiere. Di notte, la sua stanza era la loro base e anche la mia. Un piccolo mobiletto conteneva i liquori, appena aprivamo lo sportello fuorusciva un forte odore di pastis un po’ nauseante. Ascoltavamo l’Opera, Josephine Baker, Charles Trenet, Tino Rossi con un grammofono a manovella. Doveva essere ricaricato dopo ogni disco, questo era il mio privilegio. La radio appoggiata sopra un tavolinetto ci impediva di cadere nella noia. II suo occhio verde fosforescente traballava nel buio della stanza. Cercavo le stazioni che trasmettevano musica orientale. Poi, con un turbante intorno alla testa, diventavo il principe di Scheherazade, ballavo facendo divertire il mio pubblico. Quando non ne potevano più di me, mi gridavano… bastaaaa!Vai a dormire !!! Ma rimanevo li.
Quando crollavo dal sonno mi portavano al piano inferiore in camera da letto
Un caro amico di Jo, Claude Camus, che era orologiaio ebbe la buona idea di insegnargli questo mestiere.

Nonno, un giorno, trovò un piccolo passerotto caduto dal nido. Non avendo gabbia, con un filo della macchina da cucire, ho attaccato una delle sue zampette al palo della cassetta della posta sulla passerella. Per guardarlo meglio mi sono seduto sul muretto. Cercando di dargli da mangiare, ho perso l’equilibrio, cadendo indietro nel vuoto. Non so come, mi sono ritrovato con entrambe le mani aggrappate al parapetto, in piedi sul tubo dell’acqua che andava verso casa. Non avevo ricordo di ciò che era accaduto, come un’amnesia di una frazione di secondo. Nonna, udito ciò, disse che mia madre mi aveva protetto. Ho voluto crederci e ancora oggi ci voglio credere.
Durante la notte, Silvestro il gatto si prese Titti il passerotto. Il Minotauro voleva la sua preda, mi sono sentito molto in colpa per averlo lasciato fuori legato.

Il cinema, che non immaginavo allora sarebbe stato un giorno parte della mia vita, era il gran finale della settimana. Il sabato sera, in un bar giù all’inizio del Vallon oscuro, il gestore proiettava un film nella piccola sala interna. Lasciava la portafinestra della terrazza aperta e cosi raddoppiava il pubblico. Mio zio Marcel possedeva una bicicletta da corsa. Quando il film era al suo gusto mi portava al cinema. Si metteva un po’ di “Agomina” sui capelli, impostava il fermaglio metallico in modo di spingere in avanti i suoi capelli e formare un’onda sopra la fronte, scendevamo cosi tutti due a Saint Sylvestre con la sua bici da corsa. Mi sedevo sulla canna del telaio con la testa quasi attaccata al manubrio, tenendomi fortemente nella emozionante discesa, inebriato dal vento e dalla velocità.
La sala era rumorosa, erano tutti giovani del quartiere. Dovevo trovare un posto dove nessuno mi avrebbe impedito la visione. Durava ben poco, alla fine, lo zio mi doveva prendere mal volentieri sui suoi ginocchi. Tarzan, Jane e Citha, Les aventures des pieds Nikelés, i film di cow-boys, il proiettore era rumoroso, si vedeva a mala pena, le risate e fischi coronavano il tutto. Ma la sala era lo stesso sempre piena. Non so come zio Marcel riusciva poi a riportarci su a Las Planas, pedalando con me sulla canna.
Il Vallon oscuro, oggi il piccolo viale che lo percorre è dedicato al leggendario pilota Jean Behra della Guzzi. Era un figlio del quartiere. Le mie zie Yvette e Paulette dopo aver lasciato Fabron presero un appartamento a San Sylvetre. Sullo stesso piano abitava sua moglie, assomigliava a Rita Hayworth, mi piaceva tanto e speravo sempre di rincontrarla perché era molto amica con le mie zie. I bambini hanno i loro sogni.

Durante l’anno passato a Nizza arrivò il giorno che non avrei mai voluto vivere …
Un pomeriggio nuvoloso di tarda primavera, i miei nonni, seduti in cucina, erano in discussione animata con una coppia di mezza età, ben nutrita, genere piccola borghesia, sembravano piuttosto imbarazzati … Erano i proprietari, nonostante la loro promessa, avevano venduto la nostra casa di Las Planas. Dovevamo andare via. I nonni sembravano distrutti, le zie disperate. L’uomo tirò fuori una mazzetta di banconote da una stanca cartella di cuoio da scolaro, e cominciò a contarli sul tavolo di legno poco illuminato dalla lampada del soffitto. Mi sembrava una piccola fortuna. Le mie zie in seguito mi dissero che era davvero molto poco. Era solo per le spese per andare via.

Nice vu des collines de Las Planas

Dovevamo rapidamente trovare una casa. Dopo una settimana di ricerche, nonno sempre intraprendente riuscì a trovare un appartamento ammobiliato nella villa di una vedova a Fabron.
Su un camion non coperto, prestato dalla posta, riuscimmo ad accatastare tutti i beni della famiglia, armadi, sedie, stufa, cassetti, letti, borse. Per fortuna non pioveva …. Il nonno, gli zii Marcel e Jo andarono via con il camion. Le donne e noi bambini dovevamo seguirli con il filobus. Non dovevamo arrivare troppo presto. E sì … c’era un piccolo problema, per ottenere rapidamente un appartamento il nonno aveva detto alla vedova che eravamo solo in quattro. Piccola bugia, in realtà eravamo in nove, sei adulti e tre bambini. I nostri nonni, gli zii Jo e Marcel, le zie Paulette e Yvette e i bambini Alain, Dedee e io. Siamo arrivati sul tardo pomeriggio dopo avere attraversato tutta Nizza. Siamo entrati alla chetichella nell’ appartamento. Essendo già arredato, tutti i mobili erano stati messi nel garage, mancando lo spazio il nonno aveva anche installato il letto matrimoniale. Le camere erano al piano superiore. Durante la prima settimana, l’ordine era di non farsi vedere e di fare il meno rumore possibile. La vedova riuscì a capire presto la situazione. Come poteva essere altrimenti con tre bambini in giro? Chiamò il nonno a rapporto. In ogni modo, l’alloggio doveva essere temporaneo, il nonno, vicino alla pensione, aspettava una possibile soluzione con la Posta.
Zio Jo era orologiaio, lei aveva dei vecchi orologi da riparare, si calmò un po’, ma aveva sempre da dire contro di noi, i bambini. Era il mio terrore. Teneva anche un piccolo negozio artigianale per la produzione di sandali a cinghie di plastica rivettata sull’avenue de la Californie. Riuscì ad appiopparci le sue scarpe. Devo dire che erano comode si poteva entrare in acqua e camminare sui sassi bollenti della spiaggia.

Fabron, nonostante la vedova, fu per me una nuova fonte di avventura, c’erano un bel po’ di alberi sulla collina … Puoi avevo trovato dei ragazzi della mia età. In riva al mare de la Californie, le budella delle grandi rocce piene di catrame, residui della guerra e i resti di un bunker ci offrivano nascondigli senza fine per i nostri giochi. L’avenue de Mont Rabeau, dove vivevamo, era ancora sterrata e piena di sassi..Un giorno, correndo, mi sono ferito al ginocchio cadendo su una pietra focaia. Sono corso a casa piangendo . Zia Yvette voleva portarmi a Lenval. No, No!!! Urlavo dalla paura, pensavo che l’ospedale era un posto da dove si poteva non tornare mai più. Accettò solo di andare dalla farmacista giù sul viale. Mi disinfettò la ferita con acqua ossigenata, mise il rosso mercurio al cromo e mi fece una fasciatura. La guarigione fu lenta, la piaga era profonda e larga, ci volevano dei punti di sutura.

L’ospedale Lenval -1950

L’ospedale Lenval per bambini sulla Promenade des Anglais, era un palazzo inizio secolo con grande finestre in riva al mare, vicino a Fabron. Fu offerto alla città dal Barone polacco de Lenval nel 1888. Stranamente sua nipote Taddea fu una nostra cara amica a Roma ai tempi dell’accademia.

Famigli Laurenti a Quenza 1929

In 1931 zio Jo, ancora ragazzino colpito dalla polio, vi fu ricoverato . La famiglia aveva abbandonato Quenza, un paesino sulle montagne della Corsica, sopra Portovecchio, per cercare sul continente il modo di curarlo. Jo mi raccontava che era stata tutto colpa della Bullicona, una vecchia strega. L’aveva fatto ammalare quando aveva sette anni, forse per antichi o nuovi dissapori di famiglia… Una notte senti un freddo glaciale salire lungo le sue gambe, nel sogno lei lo stava tirando per i piedi. La mattina seguente, non riusciva più a camminare. In ospedale a Nizza il corpo completamento immobilizzato in una corazza di gesso rendeva difficile il suo respiro. Si lamentava da giorni con suo padre, il nonno François Laurenti, che chiamavano Saetta al paese. Egli, esasperato, tagliò l’armatura di gesso con sega e coltello, litigando con medici ed infermieri che si opponevano, e si riportò il figlio a casa. Qualcuno in famiglia pensava che forse avrebbe avuto meno danni all’ossatura senza questo gesto estremo. Non lo so, la polio non perdonava e forse neanche la Bullicona.

 Day Gilles Trinh Dinh

I “Ricordi” di Day in formato PDF
I Ricordi di Day
 

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