Le tradizioni popolari della festa di Kàlena (saggio di Angela Campanile)

Per non seppellire definitivamente una tradizione e l’omaggio a una Madonna tanto amata dai peschiciani (un tempo… e oggi?), riportiamo storia e leggende della millenaria abbazia, oggi sgarrupata, raccolte dalla viva voce degli anziani del luogo dalla professoressa Angela Campanile del Centro Studi Martella.

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“Fino ad una ventina di anni fa questa ricorrenza si festeggiava ancora. Non era festa grande, ma tutti, grandi e piccoli, si recavano alla spicciolata, il pomeriggio dell’8 settembre, all’abbazia di Calena, a solo un chilometro da Peschici. La gioia grande era dei maschietti che potevano finalmente sfoggiare la loro ‘ròcile’ (una rotellina applicata all’estremità di una mazza di scopa che, appoggiata alla spalla del bimbo, veniva tenuta con due mani con una mazza sistemata a forma di croce ).

“Tra schiamazzi, rumori di ròcile e qualche chiacchierata, si arrivava nella chiesa della Madonna delle Grazie, adiacente l’Abazia che, essendo di privati, per l’occasione veniva fatta trovare aperta. La chiesa, senza tetto caduto dal 1943, aveva e ha un grande fascino sia sui grandi sia sui piccoli. Sono infatti tante le leggende che si raccontano sul luogo e sui briganti che, si dice, avrebbero soggiornato qui al tempo del brigantaggio. Si visitava l’Abazia, c’era chi pregava, chi batteva un grosso sasso situato in una nicchia della navata sinistra per sentirne poi l’eco (secondo una leggenda i passi dei cavalli dei briganti), chi beveva l’acqua freschissima del pozzo più profondo di Peschici, antistante la chiesa, al centro del recinto, poi tutti nel boschetto a schiacciare noci coi sassi. La tradizione voleva che si mangiassero le noci nuove, ancora annerite perché troppo fresche.

“I bambini portavano le loro noci legate in un fazzoletto e appese al bracciolo della ròcile, gli adulti in fagotti (‘í chimmogghe’) ricavati da strofinacci tessuti al telaio. Sempre alla spicciolata, si faceva ritorno verso il tramonto, un po’ incuriositi e impauriti dalle leggende, legate al luogo, che i grandi raccontavano mentre si visitava l’abbazia. Una di queste che ancora si ricorda è legata al cunicolo che, partendo dalla chiesa, arrivava sulla spiaggia dello Jalillo, ottima via di fuga in caso di pericolo. Ci si trovava direttamente in mare, dove era attraccata una barca sempre pronta. Tornando ai ricordi, tale cunicolo non è mai stato attraversato, perché lo impedirebbe una maledizione: si racconta di gente venuta da fuori per tentare l’impresa che avrebbe lasciato la vita proprio in quel cunicolo, dove ‘ci sta a bruttabestie’ (satana; ndr) che scoraggia ogni iniziativa.

“Un’altra leggenda è legata al periodo del brigantaggio: i peschiciani erano terrorizzati dalla presenza dei briganti, tanto che all’imbrunire chiudevano le due porte del paese (la Porta di Basso e la Porta del Ponte). Gli uomini, che per forza di cose dovevano recarsi necessariamente in campagna, venivano derubati dai briganti di qualunque bene, perfino del tozzo di pane, pranzo del mezzogiorno. La leggenda vuole che anche i briganti soggiornassero nel pressi di Calena. Chissà quante volte il cunicolo avrà ridato loro la libertà! Si dice che lì nascondessero il bottino delle loro razzie. Si parla di un tesoro che molti, per anni, hanno cercato senza successo.”

Angela Campanile

(Tratto da “Peschici nei ricordi” di Angela Campanile, 2° volume Collana “I luoghi della memoria” del Centro Studi Martella, Grenzi editore, Foggia, 2000, pp. 65-66)

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