LA VOCE DEL “PICCOLO GABBIANO”, racconto di Grazia D’Altilia

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Vivevo tranquillo. Da quasi cinquant’anni. Ed ero certo che lo avrei fatto per sempre. Avrei riparato le crepe degli anni che passavano. Sopportato  il vento umido impregnato di salsedine. Il caldo torrido delle lunghe estati. Avrei riverniciato infissi e ringhiere e ridato il bianco di frequente alle facciate. Mi sarei curato come una donna, ravvivando il mio aspetto. Avrei cercato di tenermi giovane e in salute. Tutto ciò lo misi in conto sin da quando posai il primo mattone. Tutto ciò avrebbe scandito la mia vita ed era proprio in tale consapevolezza che riposava la mia tranquillità.

Tranquillo nonostante il mio daffare. L’adattarmi ai cambi di stagione. Alle alternanze delle intemperie. Al via vai della gente  e alla necessità di soddisfare le loro esigenze e richieste.

Cosa  che  avevo compreso da subito, tanto che nel corso degli anni avevo allestito un piccolo parco giochi, una piscina e mi ero attrezzato con un po’ di metri di spiaggia sdraio e ombrelloni e un bar che s’illuminava di lanternine colorate nelle notti di luglio e di agosto.

Avevo cercato di fare del mio meglio per garantirmi un buon nome e continuavo ad agire per assicurarmi di restare attaccato sulla bocca dei clienti anche quando rientravano nelle loro città.

A dire il vero, era al luogo dove sorgevo che dovevo gran parte della mia fortuna.

Un luogo che sembrava uscito dalla tavolozza di un pittore. Il mare come racchiuso in una grossa conchiglia dentellata da un merletto di scogli e di granelli di sabbia. Tanto verde alle spalle. Una distesa di differenti sfumature. Ognuna delle quali era un odore che si librava nell’aria.

Mi battezzai “Piccolo Gabbiano”, perché mi sentivo come un gabbiano. Ad ali spiegate, sostenuto dalle correnti d’aria, fermo in prossimità del mare. E fermo, nel corso degli anni, guardai la natura trasformarsi. Il verde farsi meno fitto, la baia meno selvaggia.

Notai anche, da una delle mie balconate, come un amico, in piedi al centro della baia, mi avesse rubato il nome, alleggerendolo con scarsa fantasia e illuminando la propria insegna con un appariscente “Il Gabbiano”. Amavamo evidentemente entrambi il medesimo emblema del mare. Eravamo attratti evidentemente entrambi dall’immagine del volo. Ed evidentemente entrambi convinti che quel nome attirasse gente tanto da migliorare  le nostre sorti, augurandoci  discreti guadagni.

I turisti, in verità, non mancavano. Era meta d’incanto per i vacanzieri quella nostra. Bisognava impegnarsi a stare al passo con i tempi, questo sì, magari imparando da chi, altrove, a novità, compreso bizzarrie, ne sapeva un tantino in più.

Tranquillo doveva esserlo quindi anche lui, “Il Gabbiano”, preso da un daffare piuttosto simile al mio, e tranquilli i campeggi e i lidi che tutti insieme rappresentavano la civilizzazione in un posto incontaminato. La bellezza, però, per fortuna, ancora albergava intorno a noi hotel, sebbene le mani degli uomini avevano apportato ferite. Rimaneva ancora un serbatoio che spruzzava getti di garanzia. E di tranquillità. Ma mi sbagliai nel ritenere che io lo sarei stato per sempre.

Mi bastò una notte per scardinare un’opinione creduta inattaccabile. Una notte lunga, durante la quale non chiusi persiane. Una notte durante la quale guardai la pioggia in modo diverso. Non più con riconoscenza verso il cielo che ci refrigerava o che permetteva alla terra di abbeverarsi dopo giorni di arsura. La guardai con paura perché l’acqua non riusciva a stare nei canali di scolo e furente a valle trascinava di tutto con violenza. Una violenza imprevedibile che spingeva un amalgama di acqua e terra.  Pietre. Tronchi. Canne. A confluire nella baia dove fango e mare divennero tutt’uno. Dove “Il Gabbiano” , i campeggi e i lidi agitavano le braccia in segno d’aiuto. Dove i miei metri di spiaggia, il bar e le lanternine, che si accendevano in luglio e agosto, cercavano di tenere la testa alzata. Macchine, roulotte, sdraio, ombrelloni, tavoli, sedie ad annaspare disperatamente in fiumi melmosi mai visti. Né immaginati.

Vivevo da cinquant’anni. Mai visti. Né immaginati. Tranquillo nel mio daffare quotidiano. Mi bastò, però una notte per sentirmi vacillare. Io convinto di una serenità indistruttibile.

Le hanno definite  “bombe d’acqua”. Termine più che appropriato. Le bombe hanno in grembo l’indole della distruzione. Se scoppiano, dilaniano.

La pioggia aveva cominciato a cadere dal mattino, tutto il giorno senza tregua, alternando scrosci violenti a un precipitare costante e cadenzato. Tutto il giorno. A sera il cielo si presentava ancora  muraglia di nubi. L’acqua veniva giù come farina da un setaccio agitato ora con forza ora con polso calmo. Ma senza interruzione. Senza mai accusare stanchezza. Per tutta la notte quando gli effetti dell’esplosione si materializzarono nei danni.

Spuntava il giorno, il legno delle persiane gonfio di pioggia, sotto un cielo plumbeo che non cessava di svuotarsi, realizzai la gravità dell’accaduto.

Altro dipinto il luogo in cui vivevo. Altro pittore, l’artista che lo aveva immortalato. Altra tavolozza. Il mare si agitava melmoso come racchiuso in una grande conchiglia i cui bordi erano un accumulo di detriti. Tra le onde di tutto. Metallo e rabbia. Legno e pianto. Plastica e disperazione.

Come un gabbiano sospeso nel cielo a planare sostenuto dalle migliori correnti, dalla mia posizione fortunata, vidi il fango quasi toccare l’orizzonte, quando due giorni prima, appena due giorni prima, mare e cielo si riflettevano l’uno nell’altro e la linea in lontananza  si allungava come convenzionale cerniera di divisione.

Mai visto un mare terroso. Né immaginato. Mai pensato di vederci galleggiare tutt’altro che barche. Persino un materasso. Ancora per due ragazzi. Immobili. La paura a paralizzarli in un abbraccio interminabile.

Tra le onde di tutto. L’impensabile e l’inimmaginabile. Tanti pensieri diversi. Così diversi dai giorni addietro. Sorti alla rinfusa. Disordinatamente confusi. Ma presenti.

Da cinquant’anni vivevo tranquillo. Per sempre pensavo. Quel “ per sempre”, invece, mi morì assorbito dalla melma. Eppure, mai pensato di poter cambiare.

Le mie finestre sormontavano la baia. Quello che ne restava. Gli ultimi turisti della stagione, dietro i vetri, increduli si scambiavano commenti e riflessioni. Io vestito di intonaco bianco li ascoltavo. Come sempre facevo da quando ero nato. Ascoltavo le parole anche di chi, mettendo a disposizione le mie stanze, avevo accolto sotto le mie ali, come fossi davvero un gabbiano.

La “bomba d’acqua”, come una  bomba di guerra, aveva lasciato schegge conficcate nei cuori e nelle menti. E quelle schegge avevano aperto squarci attraverso i quali il mondo lo si guardava da altra angolatura. Da tali squarci si intravedevano persino le ferite apportate dalle mani degli uomini.  Ferita, la terra aveva potuto difendersi poco. E male. Così bisbigliavano le bocche dietro i vetri.

Compresi e condivisi, sebbene fossi cemento e non solo per aver perso il mio pezzo di spiaggia. Schegge si erano conficcate anche tra i miei pilastri. Il dolore mi palesò limiti. Mai immaginati. Le leggi degli uomini non sono le leggi della natura. Era un pensiero, questo, che  galleggiava tra le onde e che brillava contro luce, così come brilla il nuovo affiancato al vecchio.

Chissà quanti e quali altri pensieri diversi dai giorni precedenti si riverberavano sulla superficie fangosa delle acque. Sorti alla rinfusa. Disordinatamente confusi. Ma presenti. Perché quella bomba aveva detonato forte. Perché quell’alba ci trovò tutti un po’ cambiati.

Difficilmente la si sarebbe dimenticata.

Grazia D’Altilia

su L’ATTACCO del 3 settembre 2015

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