Norman Douglas pellegrino al Monte Gargano

Il reportage fu pubblicato in “Old Calabria” (1915)


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Dopo la ricerca delle vestigia saracene di Lucera, lo scrittore inglese Norman Douglas dedica al Gargano altri due capitoli del volume “Old Calabria” (pubblicato nel 1915): si sofferma a descrivere “la città di Manfredi”, poi parla dell’Arcangelo e del suo “culto cavernicolo”.
Il reportage è ispirato da un avventuroso viaggio in carrozza compiuto a Monte Sant’Angelo. A Manfredonia, Douglas attende invano una bella giornata per scalare il Sacro Monte e visitare la “metropoli del culto europeo degli angeli”. Infine decide di andarvi con qualsiasi tempo. Fa convocare un vetturino e inizia una lunga trattativa sul prezzo della “corsa”.
La richiesta iniziale è 65 franchi, il prezzo pagato l’anno precedente da un turista inglese. Douglas ribatte che il servizio di diligenza, andata e ritorno, costa un franco e mezzo e già quel prezzo gli sembra piuttosto esoso. Ha visto tante grotte sante in vita sua! E in fin dei conti, chi è questo San Michele? Il Padreterno, per caso? Nulla del genere: solo un angelo qualunque. Ce ne sono a dozzine in Inghilterra. Fortunatamente, soggiunge, gli è già stata fatta l’offerta di unirsi a un gruppo privato per raggiungere la vetta in carrozza con una spesa di pochi centesimi. Ma il cielo è minaccioso. Ripensandoci, forse è più saggio rimandare l’escursione… A sorpresa, offre un sigaro al vetturino per ricompensarlo del disturbo. Con rapidità stupefacente, le pretese di costui scendono a otto franchi. Un signore che dà qualcosa in cambio di niente, beh… non si può mai sapere cosa si può ricavarne. Decide di correre il rischio!

Lo scrittore, la mattina dopo, apre le finestre, vede che il tempo è orribile, con forti raffiche di pioggia e nevischio. Ma non importa. La carrozza è già ferma davanti all’albergo e dopo una “detestabile parvenza di prima colazione”, il viaggio inizia, lungo il tracciato carrozzabile per Monte Sant’Angelo. Durante la salita dei ventuno tornanti, Douglas cerca di immaginare i principi normanni, gli imperatori, i pontefici e i tanti pellegrini celebri che si sono arrampicati scalzi e penitenti per quei pendii rocciosi, sotto la neve. Fu messa a dura prova persino la pazienza di San Francesco, quando effettuò l’ascesa al Sacro Monte. Il fraticello d’Assisi, secondo il Pontano, fece anche qui, en passant, un piccolo miracolo.

Dopo tre ore di viaggio, Douglas raggiunge la città di Sant’Angelo. L’altezza di 800 metri si fa sentire: il freddo è pungente. Seguendo il consiglio del vetturino scende subito al santuario: là sotto il caldo è assicurato. La grande festa dell’8 maggio è passata, ma torme di fedeli continuano ad arrivare (affluenza che diminuirà dall’inizio del ‘900, quando i pellegrini erano 30amila l’anno, per lo spopolamento provocato dall’emigrazione in America che farà perdere al Gargano metà della sua popolazione). Hanno un aspetto pittorescamente pagano, i bordoni sormontati da rami di pino, la bisaccia, gli indumenti sudici e cenciosi.

Sulle massicce porte di bronzo del santuario, ordinate a Costantinopoli il 1076 da un ricco cittadino di Amalfi, sono infilati anelli metallici. Il vero pellegrino, come da tradizione, deve batterli furiosamente contro le ante di bronzo per attirare l’attenzione delle potenze divine. Durante la preghiera, bisogna ancora una volta batterli con la massima forza, per segnalare l’atto di adorazione. “Ma a giudicare dal frastuono – commenta Douglas – la divinità doveva essere assai dura d’orecchio”.

Un fitto sciame di straccioni devoti e maleodoranti scende lungo la scalinata angioina, sino all’anfrattuosità naturale nella roccia, illuminata da tante candele, dove dimora l’Arcangelo. Qui la sacra funzione procede al suono di “vivaci arie d’opera” eseguite da un organo asmatico. L’acqua sgocciola senza sosta dalla volta rocciosa sulle teste dei fedeli inginocchiati, “che coprono il pavimento, con candele accese in mano, dondolandosi estatici, biascicando e salmodiando”. Una scena irreale.

Douglas fa alcune osservazioni sul tanfo che rende la sacra grotta una serra umida e maleodorante: “E’ il bouquet di tredici secoli di pellegrini sporchi e sudati”. E ancora: “Terribilis est locus iste, dice un’iscrizione sull’ingresso del santuario. Verissimo. In posti del genere si capiscono le usanze, e forse l’origine, dell’incenso”. Lo inquieta il fanatismo religioso delle masse: “Date loro il nuovo Messia, e tutta la nostra arte e le nostre conoscenze faticosamente accumulate, tutto ciò che riconcilia l’uomo civile con l’esistenza terrena, viene buttato ai quattro venti!”.

La delusione diventa ancora più forte quando nota che, proprio vicino all’altare, i preti vendono le “pietre di San Michele”. Il commercio è più che mai attivo. Non gli piace affatto l’Arcangelo scolpito dal Sansovino: “Ogni traccia di divinità e di forza virile ne è stata spremuta. Così giovane e di bellezza tanto terrena, rassomiglia, piuttosto, a un bel ragazzetto che si è agghindato, per giuocare, con una spada e un elmo infantili – vien voglia quasi di divertircisi insieme. Questo non è un guerriero!”. Anche il gran drago, chiamato Diavolo o Satana, ha subìto una trasformazione: “Si è rattrappito diventando un povero piccolo rettile, un vermiciattolo, che quasi non vale nemmeno la pena di schiacciare!”.

Douglas, approfittando di uno spiraglio di sole, visita le rovine del “Castello dei Giganti”.
Su una delle pietre è incisa la data 1491: una regina di Napoli (Giovanna) è stata uccisa tra quelle mura ora crollanti. La costruzione è quasi un rudere privo di tetto e il suo portale è chiuso. Con stupore nota che è contrassegnato dal numero civico tre. E’ questo l’ultimo “spasso” del Governo italiano: numerare le abitazioni di tutto il Regno, e non solo le abitazioni occupate da esseri umani, ma mura, vecchie rovine, stalle e… chiese. Un deputato romano ha giustificato così questa “trovata”: “Abbiamo gli impiegati e pertanto essi debbono pur trovare qualche cosa da fare!”

Tra dotte citazioni, riferimenti classici e archeologici, Norman Douglas schizza infine un amaro profilo della società contadina garganica: “Che si può offrire a questi montanari? La loro è una vita di miseria avvilente e rivoltante. Non hanno giuochi o sport, non hanno corse di cavalli, club, mostre di bestiame, caccia alla volpe, politica, o una di quelle tante gioie che rendono diversa la vita dei nostri contadini. Non leggono giornali o libri, nulla! La loro esistenza è quasi animalesca. Per quattro mesi l’anno sono stivati in tane umide che non si possono definire stanze, dove un inglese riterrebbe disonorante tenere un cane. Per il resto del tempo si affannano, con il sudore della fronte, a strappare qualche spiga di grano dall’ingrato terreno calcareo. Le visite all’Arcangelo – quei picnic invernali e autunnali – sono la loro unica forma di divertimento!”.

Teresa M. Rauzino

 

 

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