LA SCUOLA A FOGGIA DOPO L’UNITA’ D’ITALIA E NEL PRIMO NOVECENTO

 

Le scuole primarie maschili e femminili, tra diurne, serali e festive, create dal sindaco Scillitani a Foggia erano 39; arrivò a spendere la cifra di 171.224,16 lire, una parte cospicua del bilancio comunale

scillitani

 

 

Nel 1861, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il nuovo Stato ereditò

sistemi scolastici diversi tra loro. L’unificazione linguistica era un problema urgentissimo e non si “perse tempo” ad elaborare una legge sull’istruzione rispettosa delle varie peculiarità regionali: il funzionamento delle scuole fu regolato con l’estensione a tutto il territorio nazionale della Legge Casati, emanata nel 1859 nel Regno di Sardegna, che resterà in vigore per oltre sessanta anni, fino alla riforma Gentile del 1923. Essa faceva tesoro delle esperienze scolastiche delle regioni culturalmente piú avanzate (Piemonte, Lombardia, Toscana), archetipi del processo di formazione della moderna scuola laica. Ma la Legge Casati, nata senza discussione parlamentare, ebbe come caratteristica fondamentale l’accentramento. Il Ministero tolse ogni margine di autonomia agli organi collegiali, sia a livello nazionale (il Consiglio superiore della Pubblica Istruzione) sia a livello locale (il Consiglio provinciale scolastico).

La legge era caratterizzata da un forte dualismo. Prevedeva due indirizzi di

scuola secondaria: uno umanistico (liceo) mirato alla preparazione universitaria, cui era affidato il compito di formare i ceti dirigenti; l’altro matematico-scientifico (istituto tecnico) che doveva provvedere alla formazione dei quadri intermedi. Francesco De Sanctis, il primo ministro della Pubblica Istruzione, ebbe a cuore la preparazione degli insegnanti che dovevano essere «capaci di un’azione educativa tendente a sollevare le plebi al rango di cittadini italiani ». Il compito di creare una rete di scuole “per l’istruzione del popolo” fu affidato ai Comuni.

Cosa accadde a Foggia? Si decise di privilegiare la scuola di tipo classico. Il “Rosati”, primo esempio di scuola tecnica di Capitanata, richiesta in età borbonica da Francesco della Martora, “morì” con la Destra storica. Come “morirono” le cattedre universitarie istituite nei due anni immediatamente precedenti l’Unità. A Foggia, come in altre città d’Italia, decollò, a livello di scuole “mezzane”, la scuola classica: l’élite al potere fu molto attenta ad aprire un istituto municipale che potesse dare decoro e prestigio alla città. Il sindaco Lorenzo Scillitani, rappresentante della Destra Storica, non volle più costringere i ragazzi ad andare Lucera, a Bari, e ancora a Napoli, in convitto: decise che dovevano formarsi in città e si adoperò molto per aprire il liceo classico; riteneva che, in una nazione civile, l’istruzione fosse un tema altamente strategico. L’alfabetizzazione era una premessa indispensabile per lo sviluppo e il progresso: il popolo che ha le migliori scuole – soleva affermare – è il primo popolo ed il nostro se non l’è oggi, lo sarà domani». In questa sua “crociata” a favore dell’Istruzione pubblica coinvolse l’intera città. L’idea di Scillitani di aprire una scuola classica d’élite si sposò alla disponibilità verso i ceti più poveri: egli creò una biblioteca itinerante e aprì scuole serali per i braccianti. Curò anche l’istituzione di asili infantili: era fermamente convinto che occorresse intervenire fin dalla più tenera età per forgiare gli uomini e le donne del domani secondo principi di onestà, di moralità, di austerità e di parsimonia. Quella del Sindaco di Foggia fu forse una visione paternalistica, filantropica, con una marcata divisione per classi e strati sociali. Ma ciò era nell’ordine di idee del “fare istruzione” a quel tempo: le finalità della scuola postunitaria erano strettamente legate ad una costruzione della nazione in cui la priorità era la formazione delle élites. I programmi e le materie del liceo classico riflettevano i compiti affidati alla scuola dalla Destra storica: «L’insegnamento della storia aveva una funzione apologetica della prospettiva nazionale. Al latino e al greco si dava il compito di agire da filtri sociali. La filosofia doveva completare spiritualmente questo processo di differenziazione».

Un elemento sottovalutato dalla Legge Casati fu quello della diffusa carenza di personale docente. Per tutta l’Età della Destra, insegnarono i precari, spesso non laureati e sforniti di “patente”, cioè dell’abilitazione. Questo problema incise sulla qualità di tutte le scuole italiane di nuova istituzione. Le scuole periferiche ebbero spesso personale improvvisato, autorizzato all’insegnamento attraverso frequenti sanatorie ministeriali. Accadde anche per il “Lanza”: i docenti reclutati, specie quelli di origine foggiana come Fuiani e Nigri (che pur godevano di chiara fama), non avevano l’abilitazione richiesta per l’insegnamento. Si assiste a defatiganti escamotages per non escluderli dall’incarico, contravvenendo agli

stessi bandi di concorso del Municipio di Foggia che prevedevano espressamente i titoli di laurea e le fatidiche “patenti”.

Soltanto verso la fine dell’Ottocento, quando l’istruzione universitaria fu alla portata della piccola borghesia, il numero dei laureati nelle facoltà umanistiche aumentò.

È difficile identificare gli input che portarono nella seconda metà dell’Ottocento all’aumento della scolarità a tutti i livelli. Ma è indubbio che la Legge Coppino del 15 luglio 187717 la favorì, anche se l’obbligo scolastico, limitato al corso elementare inferiore, durava soltanto tre anni. Inizialmente andò in vigore soltanto nei comuni dove erano già presenti dei maestri. La legge verrà quindi applicata gradualmente e la scolarizzazione si realizzerà in modo diverso nelle varie aree del Paese, con il solito gap per le regioni meridionali. Le amministrazioni delle città meridionali non sempre furono in grado di stanziare in bilancio le somme necessarie. La maggior parte dei Comuni dimostrò indifferenza e anche contrarietà all’istituzione delle scuole elementari, ritenendola una necessità meno urgente rispetto ad altre.

La Legge Coppino sull’obbligo scolastico stabiliva sanzioni per gli inadempienti. Prevedeva l’insegnamento delle prime nozioni dei doveri dell’uomo e del cittadino, la lettura, la calligrafia, i rudimenti della lingua italiana, dell’aritmetica e del sistema metrico decimale. Il corso era gratuito e aconfessionale. Durante il suo mandato, Coppino aumenterà il “decimo” dei maestri, che vivevano in condizioni di estrema precarietà, in balìa degli umori di amministrazioni comunali non sempre “illuminate”.

Il sistema scolastico italiano favorì senza dubbio i ceti medi, che sfruttarono la possibilità di migliorare il loro status tramite l’istruzione dei propri figli. Il liceo classico diventa la scuola più ambita e “sovraffollata”.

Nel caso di Foggia, le iscrizioni al “Lanza” aumentano di anno in anno, anche se la connotazione è esclusivamente maschile. Nell’anno scolastico 1875-1876 e in quelli successivi, gli alunni provengono, oltre che dal Capoluogo, da tutti i paesi della provincia: Torremaggiore, San Severo, Cerignola, San Marco in Lamis, Deliceto, Ordona, Sannicandro, San Giovanni Rotondo, Troia, Sant’Agata di Puglia, Bovino, Volturara Appula, Sant’Angelo di Puglia, Rignano, Poggio Imperiale, Apricena, Castelluccio dei Sauri, Manfredonia. Ci sono studenti che giungono da altre città d’Italia: da Minervino, Trani, Rapallo, Potenza, Napoli, Genova, Novara, Venezia, Trapani, Valdagno. C’è un’unica sezione e le classi sono otto: vanno dalla prima ginnasiale alla terza liceale. Soltanto nel 1890-1891 si ebbero tre sezioni di prima ginnasiale, di cui una sezione C femminile composta da alunne provenienti dalla scuola elementare o paterna. Furono promosse in sedici, ma di queste ragazze soltanto due frequentarono l’anno successivo la seconda classe ginnasiale. Degne di nota, in questi anni scolastici di fine Ottocento, sono le prime licenze liceali conseguite dalle donne. Nel 1890-1891, le sorelle Ernestina e Teresina Bonfitto di San Marco in Lamis furono le prime a completare gli studi. L’anno successivo, Emerita Gasparro, appena diciassettenne, conseguì la licenza con i voti migliori.

Qualche dato sulla qualità dell’insegnamento di fine Ottocento possiamo dedurlo leggendo i nomi degli ex allievi. Fra questi Domenico Fioritto, nato a San Nicandro Garganico nel 1872. Fondò le prime Leghe contadine e le prime Camere del Lavoro, tra cui quella di Foggia. Fu segretario nazionale del Partito socialista dal1921 al 1923 e presidente della Provincia di Foggia dal 1943 al 1945. Collaborò con Luigi Einaudi ai lavori dell’Assemblea Costituente.

Nell’anno 1899-1900 conseguì la “licenza d’onore” Romolo Caggese;  medievista, con i suoi studi farà luce su aspetti di vita cittadina toscana e del Mezzogiorno, dall’assetto politico-amministrativo all’economia, ai rapporti con il contado, allo sviluppo urbano.

Nello stesso anno, conseguì la licenza d’onore Angelo Fraccacreta. (1882-1951). Insigne economista, sensibile ai temi del movimento operaio, dal 1943 al 1946 fu rettore dell’Università di Bari.

Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la critica verso i ginnasi comincia a farsi serrata. La scolarizzazione di massa è vista come un pericolo per la pace sociale. Il pericolo paventato è il malcontento che potrebbe nascere dalle aspettative deluse dei giovani studenti, che già ingrossano le fila dei partiti “eversivi”.

Ma la società italiana è cambiata. Grazie alla crescente urbanizzazione, «mondi di cultura illetterata, con percentuali ancora vistose di analfabetismo, sono sollecitati ad accettare l’istruzione, a sentirla come un’esigenza ».  La grande riforma scolastica dell’età giolittiana riguardò la statizzazione della scuola elementare: con la Legge Daneo-Credaro, il bilancio dei comuni fu alleggerito di questa spesa che, se era sopportabile per Torino e Milano, era pesante per le città meridionali.

La scuola di massa è ormai diventata realtà: anche se questo processo sarà sempre fortemente scoraggiato, inarrestabile è l’accesso della donna all’università. Un passo cruciale, volano al boom dell’istruzione nel Paese.

 

Teresa Maria Rauzino

Pagina tratta dal volume “Il Regio Liceo Lanza, dalle Scuole Pie agli anni del Regime” (Edizioni Parnaso Foggia)

 

 

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