“UN LAMENTO PER IL GARGANO” DI FRANCESCO ROSSO

 Come e quando “si modificò” lo spirito degli abitanti. E in poco tempo cambio’ tutto…

L’autore dell’articolo, Francesco Rosso,  è stato uno degli inviati di punta de LA STAMPA di Torino e forse uno dei principali costruttori del mito della Montecarlo del Sud.  Appunto, Peschici. La corrispondenza, datata 4 settembre  1969, è un atto d’amore figlio di un’imperfetta (e differita) elaborazione del lutto

 

 

Peschici, settembre 1969.

Da anni non tornavo nel Gargano durante l’agosto, e fu un trauma quando scesi a Peschici, il villaggio prediletto. Non lo sciamare compatto dei turisti lungo i viottoli del borgo antico, né le file di ombrelloni sull’arco appena accennato dell’arenile, un tempo selvaggiamente deserto, urtavano la mia cocciuta determinazione a considerare un paradiso violato quei luoghi che, ancora pochi anni addietro, appartenevano a noi, pochi avventurosi che giravamo il promontorio con l’aria di esploratori. Non mi deludeva la dissacrazione del nostro eden, ma la gente garganica, già tutta immersa nella nuova, opulenta realtà turistica e, mi pareva, già dimentica del passato. Era nelle previsioni che, presto o tardi, il turismo avrebbe raggiunto anche il Gargano, regione di bellezze troppo allettanti per rimanere ignorato a lungo; anzi, scrivendone e dipingendolo, avevamo noi stessi contribuito a farlo conoscere; ed era giusto che così accadesse, perché i garganici avevano diritto alla loro porzione di benessere dopo tanti secoli di isolamento e povertà. Però, era stato proprio l’isolamento dal resto della Penisola, per le scarse e disagevoli comunicazioni, a fare di essi una gente particolare, dura e gentile, ironica e sensibile, ospitale e generosa col poco che poteva offrire, qualità che ci avevano incantati. Erano stati anni di vacanze selvatiche, ma sublimi. Scarse locande, poche trattorie, ed un mondo favolosamente intatto che si offriva alla nostra avidità di sensazioni nuove.

A quei tempi, Romano Conversano inseguiva le comete luminose che il sole tracciava sulle cubiche case di Peschici; coglieva i riverberi di quelle trame di luce e li proiettava sulle tele che gli avrebbero dato la fama, impasti di colori tenui, appena percettibili nel dilagare di una luminosità rosa-verde che provoca un’acuta esaltazione di tutto l’essere, un desiderio irrefrenabile di tuffarsi in quella luce ineguagliabile. Ha contribuito più Conversano con la sua pittura a far conoscere il Gargano nel Settentrione d’Italia ed all’estero che non le molte iniziative promozionali di chi si interessa del turismo locale; ed ognuno di noi ha portato la sua pietruzza, senza pensare che, così facendo, stavamo sotterrando il «nostro Gargano». Ma lo facevamo ritenendo giusto che il misterioso promontorio dauno fosse meglio conosciuto. Non prevedevamo, però, così compatte ondate di turisti, e le conseguenti, inevitabili speculazioni che avrebbero irrimediabilmente alterato non pochi angoli di bellezza selvaggia.

L’arrivo massiccio di ospiti ha generato la necessità di sempre più numerose attrezzature, ed ha stravolto lo spirito degli abitanti. Per aprire una gargotta abbatterebbero cento pini; distruggerebbero il mirabile tessuto urbanistico dei loro villaggi, formatosi per germinazione spontanea attraverso i secoli, per erigere anonimi casoni-albergo. Un parroco di Peschici ha in mente di demolire la inimitabile chiesa di Sant’Antonio per erigerne una moderna che frantumerebbe l’equilibrio architettonico di tutto il paese.

Il turismo, coi vantaggi economici, sta corrompendo le caratteristiche più genuine di questa gente, la cortesia e l’inclinazione all’amicizia immediata. Noi eravamo considerati amici sicuri, ci trattavano con abbandonata familiarità, e con il tu, come usano fra di loro, perché la differenza di classe sociale non crea inibizioni, né impedisce i contatti amichevoli tra il povero ed il meno povero. A quei tempi, i veri ricchi erano scarsi da queste parti, quasi tutti vivevano dei prodotti di una terra avara, del mare, delle rimesse degli emigrati. In poco tempo tutto è cambiato, per merito o colpa del turismo. Arrivato a Peschici, sono andato alla ricerca degli amici quasi a mendicare una frase che pietosamente mentisse e mi assicurasse che nulla era mutato. Elia, Mattea, Celestina, Arcangela apparivano disfatte davanti ai fornelli delle loro trattorie e pensioni sempre più affollate. Anche Peppino aveva perduto la statuaria saggezza, un po’ musulmana, e si dava da fare tra i piatti preparati a centinaia dall’Arcangela. E Rocco, che avevamo laureato poeta-barista di Peschici, riempiva come un automa coppe e coni dei suoi gelati squisiti in un bar lustro di cristalli e acciaio. I pescatori erano indaffarati a guidare barcate di bagnanti nella visita alle grotte; Matteo, l’amico farmacista, s’affannava tra cosmetici e creme abbronzanti. Un frettoloso « buongiorno, buongiorno, benvenuto. Ma perché sei venuto di stagione, che non possiamo nemmeno curarti ».

Noi, i fedeli dei tempi della povertà, ci sentiamo come testimoni scomodi, e quindi un po’ trascurati, anche perché gli diciamo con franchezza che cosa pensiamo della nuova mentalità che si sono fatta con l’arrivo massiccio dei turisti. «Ucciderete la gallina dalle uova d’oro, come hanno fatto in tante parti d’Italia». Sembra che comprendano, poi fanno quello che gli pare, ed il Gargano finirà per diventare un centro di vacanze qualsiasi, con tantissimi alberghi e pinete sempre più esigue. Passeggiamo sotto le navate ombrose dei pini, finché ci saranno, e Conversano ricorda il Gargano di non molto tempo addietro, appena cinque, sei anni, quando il promontorio era ancora in gran parte da scoprire. Che cosa è rimasto di quel mondo in cui ci immergevamo felici, un bagno in una natura incontaminata?

Per i turisti c’è ancora molto, per noi è rimasto ben poco, dice Conversano. Io dissento; il torto nostro è stato di venire a Peschici d’agosto, con le schiere di bagnanti che acquistano eccentrici abbigliamenti da Carnaby Street, una estrosa boutique ambientata in una ex stalla; o scendono in abiti da sera sul molo per pranzare in un ristorante scenografico, una grotta artificiale scavata nella roccia bianca, con vasti oblò da cui penetra la luce verde proiettata dai riflettori immersi nelle onde dell’Adriatico.

A settembre, dico, tutto tornerà come prima; ci saranno ancora turisti, ma di quelli che non disturbano, che cercano le vacanze belle. Partite le falangi degli agostani, i garganici riprenderanno la loro fisionomia consueta, Mattea, Celestina, Peppino, Rocco, Elia e tutti gli altri, contati i soldi lasciati dai bagnanti, torneranno a sorriderci, ne sono certo. Il Gargano non è ancora mutato interamente e definitivamente; me ne sono reso conto un mattino, all’alba, quando il raglio di un asino mi è entrato con brutale durezza nel fragile cristallo del sonno. Finché ci saranno asini lungo gli angusti viottoli dei paesi, rimarranno anche gli aspetti più vivi dell’antico, vagheggiato Gargano.

Francesco Rosso

 

 

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