Carmelo Palladino, l’anarchico dimenticato (recensione Antonio Vigilante)

 

La recensione di Antonio Vigilante al volume “Non più caste” di Leonarda Crisetti Grimaldi

Carmelo Palladino, l’anarchico dimenticato 

palladino

“Se c’è una cosa che va riconosciuta agli anarchici – scrive Maurizio Maggiani nel Romanzo della una nazione – è la memoria lunga. Tengono una memoria perfino tignosa di ogni cosa”. E’ vero, in generale. In qualche caso, anche questa memoria lunga ha qualche falla. Carmelo Palladino, ad esempio. Nelle storie del movimento anarchico italiano il suo nome appare di sfuggita, e nel Dizionario biografico degli anarchici italiani (BFS, Pisa 2003-2004, 2 voll.) manca del tutto. Va un po’ meglio se si considera la cosiddetta storia locale. Di lui si ricorda Michele Magno, storico, sindacalista e deputato comunista di Manfredonia, nel suo libro La Capitanata dalla transumanza al capitalismo agrario (1975), attuando anche un primo importante sondaggio negli archivi.

A togliere il nome e la figura di Palladino dall’oblio giunge ora un libro completo e rigoroso di Leonarda Crisetti, studiosa di Cagnano Varano, il suo stesso paese garganico: Non più caste. Carmelo Palladino e la Prima Internazionale, FrancoAngeli, Milano 20015 (con prefazione di Giampietro Berti e Postfazione di Michele Presutto).
Tutta la vita di Palladino si svolge tra due dimensioni: quella nazionale, anzi internazionale dell’impegno anarchico, sempre in prima fila, e quello locale del paesino garganico e del ripiegamento negli affetti personali. E sarà quest’ultima, infine, a prevalere.

Fatti gli studi di legge a Napoli, il giovane Palladino svolge la pratica forense con Luigi Zuppetta, noto giurista e parlamentare repubblicano. Nel 1868, ad appena ventisei anni, è già vicino, pur con qualche riserva, al gruppo repubblicano napoletano “Libertà e Giustizia”, nato probabilmente da un soggiorno a Napoli di Michail Bakunin. La tesi dell’autrice è che in questo periodo Palladino ha già maturato la sua visione politica radicale, sotto l’influenza dell’anarchico russo, e che la frequentazione dei repubblicani è finalizzata ad orientarli verso posizioni più radicali. Una tesi che attribuisce al giovane Palladino una certa sicurezza ed un notevole carisma, che non appare improbabile se si considerano le capacità che mostrerà con il tempo. Nel 1871, in un caffè di Napoli, il ventinovenne Palladino incontra il diciannovenne Errico Malatesta, allora studente di medicina, ed anche sotto la spinta del clamore suscitato dagli eventi internazionali – è l’anno della Comune di Parigi – ne favorisce il passaggio dal repubblicanesimo all’anarchismo. Nello stesso periodo incontra Carlo Cafiero, anche lui avvocato pugliese (di Barletta), mandato in Italia da Marx ed Engels per consolidare l’Internazionale: poco dopo il loro incontro anch’egli si converte alla causa dell’anarchismo, prendendo le distanze dal socialismo autoritario. In una lettera Palladino scrive con un certo orgoglio: “Affrontandolo apertamente, presi ad oppugnare i suoi principi. Egli era in buona fede, e non tardammo ad intenderci; così dopo varii giorni di discussione accettò i principi della scuola anarchica”.

Allo stesso anno risale il carteggio con Engels, nei cui confronti Palladino assume una posizione dura, per nulla in soggezione, di protesta per la Conferenza di Londra, nella quale scorge, parlando anche a nome dei suo gruppo napoletano, un colpo di mano in senso autoritario allo scopo di emarginare la componente anarchica del movimento. L’esperienza della Comune dà impulso all’attività ed alla passione di Palladino, che traduce in italiano Parigi ceduta di Gustave Flourens premettendo una introduzione che termina con un inno all’eguaglianza, unico principio che può “riassorbire la borghesia nel popolo, riformar l’individuo coll’educazione, procurare ad ognuno il vero bene, che consiste non nella rapina, ma nel compimento di tutt’i doveri, nel godimento di tutt’i diritti del cittadino; creare infine un nuovo mondo, una giovine Europa diversa dall’antica”.

Non sarà sfuggito al lettore il riferimento ai doveri, corretto subito con quello ai diritti. In questo periodo si consuma il distacco definitivo tra mazziniani ed anarchici, in seguito ad una dura presa di posizione del patriota italiano riguardo la Comune di Parigi. L’abolizione dello Stato e della proprietà individuale, il rigetto del principio di autorità e l’ateismo e materialismo di Bakunin lo fanno inorridire, così come agli anarchici la sua fede in una religione del popolo appare ingenua e tutto sommato reazionaria. Palladino è tra le figure di riferimento in Italia per l’anarchico russo, impegnato ora in un ampio lavoro internazionale per compattare le fila dell’anarchismo e, in Italia, per convertire all’anarchismo i repubblicani delusi. Il giovane avvocato pugliese è, l’anno seguente, tra gli artefici della Federazione Operaia Napoletana, insieme a Cafiero e Malatesta, ed è probabilmente tra i membri dell’Alleanza segreta, un’avanguardia di rivoluzionari fedelissimi all’anarchico russo.

Ma è in questo periodo che, pur essendo diventato ormai un punto di riferimento del movimento anarchico a livello nazionale ed internazionale, Palladino si rintana nella sua Cagnano Varano, dove prende moglie. Una scelta che suscita il malcontento dei compagni, che vanno a trovarlo nel paesino garganico e lo trovano sempre meno attivo. Al Congresso di Firenze, nel quale si discute la presa di distanza degli anarchici italiani dal collettivismo bakuniniano, Palladino mancherà, giustificando la cosa con la mancanza di soldi, che appare più un pretesto che una ragione. Continua a lavorare e lottare, finisce in galera (nel 1878, in occasione della visita del re Umberto e della regina Margherita a Foggia, accusato di complicità in un presunto attentato), partecipa al dibattito con la passione di sempre, prendendo ad esempio posizione contro Andrea Costa, che si è convertito al socialismo autoritario, organizza il movimento anarchico a livello locale, costantemente sorvegliato dalla polizia, ma la sua voce è sempre più debole. Fino a quando abbandona del tutto la militanza, forse anche per la necessità di evitare disagi alla famiglia (ha otto figli). Passa gli ultimi anni a Cagnano, occupandosi si apicultura e leggendo i classici. Muore nel 1896, ancora giovane, in circostanze misteriose: assassinato a colpi di ascia, ucciso da un uomo che probabilmente aveva disturbi mentali.

L’anarchismo di Palladino nasce dalla constatazione delle terribili disuguaglianze di una società divisa non tanto in ceti quanto, per usare il suo linguaggio, in vere e proprie caste. Una società in cui il lavoratore è ridotto in schiavitù mentre il possidente vive tra mille godimenti. Una società in cui le stesse possibilità di ascesa sociale sono estremamente limitate. Quali possibilità ha il proletario di conquistare un impiego, quando il borghese ha dalla sua “la raccomandazione, l’intrigo, la cabala; mentre lo spostato non raccoglie che il ripudio e il vilipendio?” . Alla base dell’anarchismo ci sono in genere due cose: o il senso dell’individualità e della libertà, o il senso della giustizia. In Palladino prevale quest’ultimo. E’ il disgusto suscitato in lui da quella società postunitaria nella quale le differenze tra il ricco e il povero, tra il borghese e il proletario, tra i signori e signorotti e i cafoni sono ancora profondissime, e resteranno tali ancora per qualche decennio, fino al boom economico della fine degli anni Cinquanta. Dopo il quale è nata quella società di massa che ha omologato le classi sociali e diffuso anche tra i lavoratori un certo benessere, senza però che le disuguaglianze sociali siano state realmente superate. Le ricchezze, sia a livello nazionale che, ancor più, a livello globale, sono concentrate nelle mani di poche persone; e se a livello nazionale il lavoro è sempre più precarizzato, a livello globale il sistema capitalistico si mostra fondato, oggi come ieri, sulla vera e propria schiavitù. Se ieri indignava la condizione dei contadini nelle terre garganiche, oggi indigna la condizione, in quelle stesse terre, dei lavoratori africani, fratelli nello sfruttamento dei lavoratori del Bangladesh, dell’India, della Cina.

Per Palladino il passaggio ad una società di uguali sarà possibile grazie all’azione di una avanguardia militante, ma avverrà soprattutto con l’opposizione delle masse, e sarà pertanto una rivoluzione incruenta, perché sarà sufficiente la forza del numero a mettere a tacere i possidenti. Un ruolo importante l’anarchico foggiano attribuisce all’istruzione, che dovrà superare la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, offrendo una formazione integrale. E’ un tema che riprende da Bakunin, ma che si ritrova anche, in quegli anni, nella riflessione e nell’azione di Lev Tolstoj, che ha imparato il principio del “lavoro per il pane” dai contadini-filosofi Bondarev e Sjutaev.

Non è un grande teorico, Palladino. Gli mancano acutezza, profondità di analisi, sistematicità. Ma è appassionato, e la passione gli consente di cogliere l’essenziale. E l’essenziale sono le quattro parole con cui chiude un suo scritto del 1882: “malfattori come siamo, prepariamo per quelli che nasceranno: pane, uguaglianza, libertà, giustizia morale. Ci riusciremo? Un giorno lo registrerà la storia” (p. 338). La storia è andata in un’altra direzione. Capitalismo e comunismo si sono divisi il mondo, poi il primo ha scalzato il secondo. Le caste continuano. Ma la storia non è finita, contrariamente a quello che pensava Samuel Huntington. E non è escluso che alla fine ad aver ragione saranno quei malfattori che reclamavano uguaglianza e libertà per tutti.

Antonio Vigilante

Articolo pubblicato sul quotidiano L’Attacco dell’11 febbraio 2016, con il titolo Carmelo Palladino e la memoria corta degli anarchici italiani.

 

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