La cronaca di Silvio Petrucci del viaggio di Mussolini a Foggia

Nel 1935 uscì un libro di Petrucci  dal titolo “In Puglia con Mussolini”, cronache delle giornate pugliesi di Mussolini nel settembre 1934.

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Silvio Petrucci nacque a Sannicandro Garganico il 13 luglio 1894. Si laureò a Roma in giurisprudenza; svolse la professione di avvocato sino al 1924, anno in cui entrò nel giornalismo. Lavorò nella redazione romana de «Il Popolo d’Italia» fino al 1939, allorché fu nominato redattore capo de «Il Messaggero» fino al 25 luglio del 1948. Morì a Roma il 17 febbraio del 1971.

Petrucci fu un giornalista d’assalto fin dalle prime battute. Lo scioglimento del PNF di due piccoli comuni garganici, Faeto e Lesina, fu commentato  molto duramente da Petrucci in un articolo apparso su «Roma Fascista». Il fondo venne ripubblicato sul «Foglietto», giornale della Daunia, il 28 luglio del 1927 (n° 29). Esso si intitolava “Beghe e beghisti”: «Faeto e Lesina, dimenticati e minuscoli paesi della Capitanata – scriveva Petrucci –  attraversano un periodo di improvvisa, antipatica notorietà. I due fasci sono stati soppressi per le insanabili e ingiustificabili beghe, che ne rendevano inutile l’esistenza. Provvedimento severissimo, ma salutare e ammonitore…. Il Segretario Federale di Foggia e il Segretario generale del P.N.F. hanno voluto evidentemente colpire la turbolenza beghista di pochi irriducibili, nostalgici del vecchio tempo e dei vecchi sistemi, che credono di poter rinnovare, ancora oggi, le lotte per il predominio personalistico sulle popolazioni…».

Silvio Petrucci prospetta per i beghisti cronici, se continueranno, «la comoda, vicinissima villeggiatura delle isole Tremiti».

 Il giornalista garganico, pur vivendo a Roma, insieme al fratello Armando fu un importante organizzatore del “consenso” al regime fascista, oltreché della promozione turistica del Gargano Nord. La sua villa di San Menaio, negli anni Trenta, fu ritrovo di feste e di comitive di giovani, nonché luogo di riunione per artisti e politici, amici provenienti da tutte le parti d’Italia. 

villa petrucci

Nel settembre 1934, Petrucci seguì Mussolini durante la visita di cinque giorni in Puglia. La cronaca del viaggio fu pubblicata nel volume celebrativo delle realizzazioni del Regime In Puglia con Mussolini, edito nel 1935.

Nel resoconto di Petrucci,  Foggia, «cuore della Capitanata», il giorno della visita del Duce si presentò «avvolta in una bruciante vampata di entusiasmo». La città «colma di grano», che custodiva, nelle cosiddette fosse, piene di chicchi di oro, il prezioso prodotto della sua terra, gli preparò un’accoglienza di schietto significato rurale. Anche se la trasformazione agraria del Tavoliere era appena all’inizio, Foggia vantava «con fierezza» il primato della produzione granaria fra tutte le province italiane: «Il Fascismo ha qui mobilitato masse di contadini, agricoltori che sono dediti alla vita dei campi, perché ha voluto salutare nel Duce soprattutto il condottiero di quella battaglia del grano, che in questa terra ha trovato schiere di veliti».

Secondo le stime di Petrucci, ben 150.000 persone, «dai più lontani paesi del Gargano e dell’Appennino, dagli estremi lembi della pianura», si riversarono nel capoluogo, durante la notte e per tutta la mattina, per accogliere Benito Mussolini. E qui il suo racconto giornalistico assume toni davvero epici: «Formidabili correnti umane percorsero il Tavoliere inondando i campi di grida gioiose e di una parola breve e folgorante “Duce!”». Tutta quella folla si schierò per le vie della città, «avvolta in uno sfolgorante alone tricolore, ad aspettare fremente sotto un implacabile sole». La gente, al colmo dell’entusiasmo, vedendolo apparire, esplose in un unico grido: «Duce! Duce! Duce!». 

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Nel mezzo del piazzale della stazione, tutti i gagliardetti dei fasci giovanili della provincia «si levarono in alto, guizzando come fiamme al sole. Si innalzò un coro di canti, squilli, accompagnati da un tripudio di bandiere». 

Ed il Duce cosa fece? Dopo aver accolto il primo gioioso saluto di Foggia, montò su un’automobile per dirigersi fino al Palazzo del Governo. Qui un manipolo di Balilla «moschettieri», in servizio d’onore lungo lo scalone, immobile sull’attenti, presentò le armi con fierezza, mentre un “leggiadro sciame» di Piccole Italiane lanciò uno squillante «A Noi!». A Mussolini venne offerto, a nome di tutta la Capitanata, una targa d’argento, sul cui piano era presente una visione dei campi del Tavoliere, dominata dalla figura di un seminatore.

Il Duce nel suo esaltante cammino ricognitivo delle magnifiche e progressive realizzazioni fasciste, proseguì la visita alle case rurali del villaggio “La Serpe” (l’odierno Borgo Mezzanone). Fece fermare la vettura davanti ad una casa, dove ad attenderlo c’era un folto, pittoresco, gruppo di uomini e donne del Gargano, nei loro sgargianti costumi tradizionali. Al suono caratteristico di fisarmoniche, tamburelli e nacchere, intonarono canzoni campestri e intrecciarono danze popolari. Qui una fanciulla di Monte S. Angelo avanzò, porgendo al Duce una statuetta in alabastro dell’Arcangelo Michele, un’altra gli offrì un fascio di spighe e poi tutte le altre offrirono spighe ed anche dei fiori. Una fanciulla in costume avanzò verso di lui. Gli portò il saluto del nonno che, da anni emigrato in America, in quel momento, aveva voluto fargli pervenire, da così lontano, «il pensiero devoto e grato dei pugliesi staccati dalla terra natale». Ma la commozione le troncò la parola: la fanciulla, prorompendo in singhiozzi, si inginocchiò e baciò la mano del Capo.

Il corteo proseguì nella campagna, fermandosi a tre chilometri da Foggia, dove sorgeva l’Istituto Sperimentale d’Agraria, fondato nel 1925 dall’Ente dell’Acquedotto Pugliese. Il Duce visitò i locali dell’azienda. E prosegui nella sua marcia trionfale. Presso la scuola rurale “Arnaldo Mussolini”, una schiera di bimbe, in divisa di Piccole Italiane, lo accolse con uno squillante «A Noi!». La più piccola gli si avvicinò e gli chiese una fotografia, Mussolini assicurò che gliela avrebbe spedita, e prese immediata nota del suo nome e indirizzo. Al Duce venne quindi offerto un carro romagnolo, bianco, rosso e verde, con una coppia di buoi. Il corteo proseguì nella sua marcia trionfale nelle campagne foggiane: dopo un po’ raggiunse la località dove stava sorgendo una borgata rurale. Il grandioso progetto di bonifica prevedeva, per la trasformazione fondiaria del Tavoliere, la costruzione di quindici nuovi centri urbani e di diciotto borghi rurali. Il primo centro rurale, in avanzato corso di costruzione, intitolato al martire fascista Raffaele Laserpe, fu visitato quel giorno.

Quindi il Duce ritornò alla Stazione. Quando, alle 18.15 precise, apparve alla Folla e la salutò, questa si sollevò «in un grido ruggente: “Duce! Duce! Duce!”». A placare tutta questa esaltazione furono gli squilli delle trombe; il clamore si spense d’improvviso non appena Mussolini cominciò a parlare.

Nella cronaca del Petrucci, dopo il discorso del Duce, «una luce raggiante riempì i volti di tutti e molti occhi brillarono di lacrime. Il clamore della luce si propagò su tutta la città e investì l’ampiezza solenne del Tavoliere, che sembrò scuotersi in ogni sua zolla. E il saluto fu festoso e trionfale, come il saluto che accolse l’ospite attesissimo al suo primo apparire sulla terra di Puglia, e al suo ingresso nelle città, al suo passaggio per i paesi e per le campagne».

Silvio Petrucci chiude la sua cronaca con un resoconto sulle realizzazioni del regime: dalla Marcia su Roma al 1936, in Puglia erano stati eseguiti o iniziati lavori pubblici per un ammontare di circa due miliardi e cento milioni. L’Acquedotto, da solo, aveva già assorbito oltre 555 milioni; e 557 milioni erano stati spesi per l’edilizia scolastica. A tale cifra andava aggiunta quella non precisata per sovvenzione nella costruzione di ferrovie, concessa dall’industria privata, nonché quella cospicua, ma non controllabile statisticamente, delle spese fatte dai Comuni e dalle Province per opere eseguite a loro completo carico.

Secondo il Petrucci, in Puglia, Mussolini era stato accolto trionfalmente da una popolazione «che viveva il fascismo in maniera attiva», perché il Regime aveva affrontato i suoi numerosi problemi contemporaneamente, mediante un’azione rapida, metodica ed energica. Nel campo delle bonifiche la Capitanata vantava un primato incontestabile, con un’opera di grande importanza, igienica, economica e sociale: la trasformazione fondiaria del Tavoliere. L’opera, già all’inizio, aveva dato vita al primo villaggio rurale “La Serpe”. Nello stesso periodo era in pieno sviluppo la bonifica idraulica di Lesina, dove erano impegnati con un “esercito” di operai, moderni mezzi tecnici. Nel campo delle comunicazioni i servizi ferroviari erano stati perfezionati ed intensificati, con il vasto rinnovamento edilizio delle stazioni e degli edifici post-telegrafonici. Le linee marittime erano state migliorate: considerevoli i lavori portuali di Manfredonia.

Tra le opere di maggiore importanza, di cui il regime esaltava il compimento, figurava la ferrovia Garganica, inaugurata dal conte Costanzo Ciano. Invano attesa per mezzo secolo, la ferrovia era stata costruita per precisa volontà del Duce; essa preludeva ad un grande sviluppo soprattutto turistico ed economico. Se dalle ferrovie si passava poi alle strade, si notava lo stesso scopo di avvicinamento più diretto, quasi di affratellamento tra le varie regioni. Era stata riordinata la circoscrizione giudiziaria; il capoluogo e i vari comuni si erano impegnati in un profondo risanamento igienico e rinnovamento estetico; mai così “prosperoso” era stato l’impulso dato all’edilizia. Gli unici edifici pubblici costruiti in Puglia, prima del 1922, erano state alcune caserme. In quasi tutti i comuni ora erano sorti edifici scolastici; era stata portata l’energia elettrica; moltiplicate le palestre e i campi sportivi e accanto alle case del Fascio si elevavano le prime case economiche per il popolo; erano inoltre state create le prime istituzioni assistenziali.  

Secondo il Petrucci, il Regime «aveva compiuto, tra queste popolazioni, una radicale trasformazione sociale, riuscendo a conquistare in pieno le masse, per lo più mancanti di una tradizione associativa e perciò più esposte agli abusi del “feudalesimo”padronale. Attraverso l’ordinamento corporativo, i contratti di lavoro e le provvidenze sociali, il fascismo aveva di colpo elevato i lavoratori della Capitanata allo stesso livello dei camerati delle province più progredite, di fronte ai quali in passato si erano trovati in condizioni d’umiliante inferiorità. Mussolini era un prodigioso seminatore che, di tanto in tanto, si muoveva da Roma, per recarsi in quei luoghi in cui aveva scagliato il seme con la mano, per ammirarne la prima fioritura o il novello frutto».

 

Teresa Maria Rauzino

Le foto di Mussolini a Foggia sono tratte da Raffaele Colapietra, La Capitanata nel periodo fascista, Amministrazione provinciale, Foggia 1978.

 

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