Maria Rita D’Orsogna scrive ai NO TRIV: “Vinceremo. La storia è più grande di Matteo Renzi”

 

Maria Rita D'Orsogna

Non ci siamo riusciti. Nonostante tutta la nostra buona volontà, il nostro entusiasmo, la macchina del no, dell’astensionismo, dei geologi al soldo delle fossili, dei lobbisti del petrolio ha avuto la meglio su di noi.

Lo sapevamo tutti che non era una partita alla pari fin dal primo giorno: una data a casaccio, la stampa ufficiale contro di noi, gli spauracchi immaginari della disoccupazione e delle luci spente, un primo ministro che invita all’astensione. Onore a noi tutti per averci provato e per averci creduto fino all’ultimo voto.

Mi dispiace molto, e per prima cosa voglio ringraziare tutti quelli che si sono adoperati condividendo post su Facebook, promuovendo incontri di quartiere, facendo passaparola. Voglio ringraziare ogni nipote che lo spiegava al nonno perchè votare si, e ogni nonno che ha capito che era importante. Voglio ringraziare tutti quelli che sebbene lontani da comunità trivellate o trivellande si sono presi la briga di studiare, e sono diventati piccoli attivisti. Anche se non ci siamo riusciti è stato lo stesso una bella pagina di democrazia sana, in cui molti si sono sentiti investiti, con il desiderio di poter far qualcosa di buono.

La sconfitta ci insegna che abbiamo ancora tanta strada da fare.

Non è un caso che laddove le trivelle siano state oggetto di discussione negli scorsi anni ci sia stata maggiore affluenza. Chi sa, chi ha capito, chi ha vissuto il petrolio nelle proprie comunità ha votato SI. E’ stato in parte non realistico pensare che i residenti di Trentino Alto Adige o di Umbria potessero davvero capire, soprattutto dato tutto quello che veniva scritto sul Corriere della Sera, o gli schiamazzi televisivi o il comportamento immondo dei politici italiani, quasi tutti amici dei petrolieri.

Come dico sempre, l’opinione pubblica te la crei giorno per giorno, con calma e non quando c’e’ l’emergenza. Quando ho iniziato questa battaglia, pochi pochi pochi erano quelli che ci credevano. Non c’era Greenpeace a fare titoloni. L’opinione pubblica te la crei parlando, spiegando e soprattutto quando si instaura un filone di fiducia fra il convincitore ed il convincente. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole amore.

E’ per quello che ho aperto questo blog. Per continuare ogni giorno a raccontare, a spiegare. Non ci si può aspettare che gente che non ha mai sentito parlare di trivelle prima d’ora adesso riesca a vedere il quadro completo del tutto, andando oltre le petrolballe di Matteo Renzi, o a spiegargli che era un voto simbolico o che la petrol-monnezza è vera o che gli 11mila posti di lavoro sono solo nella fantasia dell’ENI.

Nel 2008 andai a San Vito Marina, dove c’era già Ombrina che faceva i test. La gente andava al mare tranquilla, quasi all’ombra di questi enormi tralicci bianchi e rossi. Quasi nessuno si chiese niente. Feci domande a gente che non conoscevo. Fui stupita del fatto che quella piattaforma fosse un non problema. Non erano d’accordo o contrari, semplicemente non si erano posti il problema.

A suo tempo Marevivo diceva che Ombrina era tutto fatto per bene, e fino al 2011 Legambiente parlava della necessità del “gas di transizione”, distinguendo fra petrolio e gas naturale.

Lo sappiamo come è andata a finire con Ombrina. E credo che guardare la differenza fra il 2008 e il 2016 sia emblematico. Ci vuole tempo, ci vuole perseveranza, ci vogliono numeri spiegati in maniera chiara, e ragionamenti e idee, e non gli scoop, persone famose e le urla condensate in due mesi. E questo specie in Italia dove la solidarietà e il fare squadra sono spesso un miraggio.

Come diceva Francis Bacon e come ricorda il mio amico Fausto Di Biase: “Nullus sermo in his potest certificare, totum enim dependet ab experientia”.

Ma non tutto è perduto. Questo referendum ha avuto il merito di aver portato il tema petrolio nelle case degli italiani, nel bene o nel male. Ha portato quantomeno il dubbio che le trivelle non siano benessere e ricchezza per l’italiano medio.

Purtroppo per noi, ci sono altre concessioni in terra e in mare, previste in varie parti dello stivale per i prossimi mesi, per i prossimi anni. Grazie a tutti i dibattiti referendari, quelli che avranno la sfortuna di viverci vicino avranno vita più facile nel contrastare questi progetti, se lo vorranno. Sapranno che si può e si deve lottare, anche se si è in pochi, anche se è difficile. Avranno materiale ed esempi. E’ tutto scritto, documentato, dai pesci ai terremoti. E’ scomparso il vuoto mediatico che c’era dieci anni fa e questo anche grazie al referendum che ha obbligato stampa e TV ufficiali a parlarne, anche se spesso male.

A suo modo questa sensibilizzazione è già una vittoria. E adesso cosa fare? Occorre andare avanti, concessione per concessione, comunità per comunità. E’ qui la nostra forza, sul locale. E’ persa la battaglia del referendum, non la guerra.

Anche se Matteo Renzi e Claudio Descalzi andranno a brindare, la storia è dalla nostra parte. Cent’anni fa facevamo buchi perché pensavamo che far buchi fosse lo stato dell’arte. Lo stato dell’arte nel 2016, nonostante il referendum, nonostante chi ci governa, non è fare buchi. E’ fare tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi con le fonti fossili senza trivellare ad infinitum, senza distruggere la vita di nessuno, senza martoriare l’unico pianeta che abbiamo.

Dobbiamo continuare a opporci alla petrolizzazione d’Italia come fatto finora, ogni santo giorno, e cioè dal basso, progetto per progetto. Dobbiamo continuare a esigere un ambiente ed una democrazia pulite, un Italia che guardi alle rinnovabili e al futuro e non alle trivelle e al passato. Vinceremo. La storia è più grande di Matteo Renzi.

MARIA RITA D’ORSOGNA

http://www.dorsogna.blogspot.it/2016/04/il-referendum-non-raggiunge-il-quorum.html

la lettera è stata pubblicata dal quotidiano “L’ATTACCO” del 19 aprile 2016

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