Il Gargano sono io

Il 30 dicembre 2007, presso la sala del Consiglio comunale, con il patrocinio della Regione Puglia, della Provincia di Foggia, del Comune di Cagnano Varano, del Parco Nazionale del Gargano e della Comunità Montana del Gargano, si svolse la cerimonia di presentazione del libro “Il Gargano sono io…” di Antonietta Miucci.

Alla cerimonia assistette un pubblico attento e partecipe, accorso numeroso. Il mensile “Gargano Nuovo”, sul numero di febbraio del 2008, le dedicò questa interessante recensione, firmata da Francesco D’Augello. 

La riproponiamo ai nostri Lettori per ricordare l’Autrice, Antonietta Miucci, che purtroppo non è più tra noi. Ci ha lasciato, stremata da una malattia che ha stroncato la sua prorompente vitalità. 

 

antonietta miucci

 

“Il Gargano sono io…” è un libro che l’autrice Antonietta Miucci ha scritto senza il bisogno di viaggiare e di andare lontano. Gli stimoli e l’ispirazione li ha tratti dai ricordi legati al tempo della sua infanzia e della sua adolescenza, trascorsi spensieratamente tra i vicoli e per le strade della sua Cagnano, nei luoghi e tra le persone che tanto le furono cari e familiari.

Libera, bizzarra, vulcanica e singolare, stravagante ma sempre spontanea e diretta, ella ha saputo comporre, mediante una serie di racconti, un quadro a mosaico ricco di molteplici immagini verbali dove, con chiara e fedele esposizione, sono rievocati e narrati stili di vita di vecchia tradizione popolare, vecchi usi e costumi, arti e mestieri antichi, aneddoti istruttivi relativi a personaggi ed eventi particolari. Insomma, c’è nel libro della professoressa Miucci la rappresentazione di un mondo del tutto sconosciuto alle ultime generazioni, i giovani di oggi, che lei, insegnante di lettere, ben conosce. Attrice di prima fila lei, le scene non potevano che svolgersi nella vita quotidiana di quartiere, per lo più sui gradini di Vico Sparviero, dove lei stessa abitava, allestito nelle varie occasioni come un piccolo teatro all’aperto.

Il libro, afferma la stessa autrice, è nato dal bisogno di tornare al suo “piccolo mondo antico” per apprezzarlo nella sua interezza e chiarezza cristallina, dopo aver attraversato i labirinti tortuosi e travagliati delle esperienze culturali e non. Come dire che, sopraggiunta l’età matura della riflessione, nasce in lei prorompente il desiderio di compiere un tuffo coreografico nelle suggestive tradizioni popolari del passato, con cui ha stretto un legame fortissimo, per rivivere più consapevolmente con maggior gioia e piacere le grandi emozioni che tanto la fecero trepidare all’epoca della sua fanciullezza.

In quasi tutti i racconti che formano il libro, basati sull’esperienza individuale in cui prevalgono i motivi del sentimento, affiora spesso l’estro poetico dell’autrice, ciò che rende la lettura del libro ancor più avvincente, anzi seducente. Piace la descrizione di sé, allorché si confessa e dice: «Adoro i tramonti della mia terra, so essere dolce come i pendii delle colline e degli uliveti, calda come il sole del nostro promontorio, aspra e tagliente nel linguaggio come la macchia, testarda e determinata come la mia gente, vera e fresca come le mie sorgenti, inquieta e tempestosa come il nostro mare e calma e armonica come il nostro lago».

Piace il riferimento al mare di Rodi. Rimirandolo da sopra alla pineta, durante una gita in treno, Antonietta lo descrive con queste parole: «Verde intenso nella bonaccia e spumeggiante e minaccioso nella tempesta, invidiavo i rodiani che avevano un tale tesoro di bellezza, respiravo a pieni polmoni e non avrei mai voluto che arrivasse il treno». Ovviamente, il treno era quello del ritorno a Cagnano, che lei desiderava tardasse ad arrivare per poter sostare e osservare il più a lungo possibile la bellezza e l’incanto di quei luoghi.

C’è poesia anche nel folclore della “trasciuta” (fidanzamento ufficiale) allorquando, durante il ballo della tarantella, la femmina, “arrotata” (circuita) dal maschio focoso, buttava via le pianelle e con passi arditi e complici, gli mandava segnali d’intesa, e qui lui cadeva ai suoi piedi!

Nel suo percorso narrativo, sviluppato soprattutto per un impegno civile e culturale, l’autrice nomina spesso la madre, quasi fosse il suo angelo custode, che lei ricorda sempre canuta, con lo scialle nero delle donne del sud sulle spalle.

E’ toccante la scena in cui evoca di correrle incontro ansiosa di abbracciarla, infilarsi nel suo seno e rannicchiarsi nel suo ventre per vivere praticamente in simbiosi con lei. Detto per inciso, quella mamma, che ora non c’è più, la rimpiango anch’io; sorella di mio padre, era la mia zia preferita cui, sin da bambino, mi ha sempre legato un affetto familiare molto intenso.

“Il Gargano sono io…” è un libro capace di suscitare emozioni profonde e piacevoli sentimenti. In più, oltre che divertire e proporsi come un’evasione e un’alternativa al brutto della vita quotidiana, contiene – cosa importante – un messaggio significativo, che è quello di guidare i giovani a conoscere le tradizioni popolari al tempo dei loro progenitori, i valori morali della vecchia famiglia patriarcale, le difficoltà sofferte per sopravvivere, gli ideali perseguiti nella difficile e faticosa costruzione di un mondo che fosse per tutti migliore. Se il messaggio verrà recepito, saranno gli stessi giovani a trarne vantaggio nell’improntare la loro vita futura, liberandosi dalla schiavitù dello slogan che recita: «Che mondo sarebbe senza nutella?».

Il mondo ha bisogno di ben altre cose per riscoprire e gustare il tradizionale pancotto, alimento sano e genuino di quel fascinoso e semplice mondo rurale, di cui l’autrice del libro fornisce una rappresentazione ampia ed istruttiva, vissuta tutta dal vivo e in prima persona.

Francesco D’Augello

recensione pubblicata sul “Gargano Nuovo”,  febbraio 2008.

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