Quarandanna, nel segno di Erigone (by Leonarda Crisetti)

Intervento di Leonarda Crisetti al Convegno del Centro Studi Martella” Carnual, Zeza e Quarandanna”, tenutosi nella sala Consiliare del Municipio di Peschici il 23 febbraio 2017, giovedì Grasso.

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Il rito quaresimale della Quarandanna,  vivo in vari paesi del Gargano, rimanda al mito di Erigone,  ed esprime  la difficile condizione delle giovani adolescenti 

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Esiste una relazione tra Carnevale e Quarandanna, che è di parentela perché, secondo alcune ipotesi Quarandanna è moglie, per altre è figlia o madre di Carnevale, ma anche temporale perché il rito della Quarandanna si celebra subito dopo quello di Carnevale. Esistono infine delle differenze tra i due rituali perché il Carnevale si caratterizza come periodo di baldoria, di abbondanza, di sfrenatezza, dato come – come sostenevano i romani – “semel in anno licet insanire”, e la Quarandanna inaugura un periodo di digiuno, di astinenza anche sessuale, di preghiera e di penitenza. Se le origini del Carnevale – collegate ai baccanali e ai saturnali –  sono note a tutti e in ogni caso trattate da chi mi ha preceduto, quelle della Quarandana, Quarandanna, Quarandène (nomi con i quali è conosciuta nel Gargano) lo sono meno. Spero di chiarirle in questo mio intervento e di soddisfare qualche altra curiosità  sulle origini, il significato, il rito di Quarandanna che, rinvia ad un mito e sottende simboli che spiegherò.

Oltre vent’anni fa, nel lontano 1994, docente di lettere alle scuola media “N. D’Apolito” del mio paese, dovendo fare capire ai ragazzi di 1a media  cosa fosse il mito in modo interessante, ho pensato di proporre loro l’esperienza della Quarandanna. Che cos’è?  Come si fa? Perché? Cosa si faceva con essa? Che fine faceva? Sono state queste le domande con le quali ho cercato di incuriosire i giovani studenti che sono scesi con entusiasmo sul campo, per raccogliere i dati utili alla ricerca, intervistando nonni, vicini e comari, e, aiutati dalle loro mamme, hanno costruito la loro Quarandanna. Tracce della ricerca sono in questo opuscolo, intitolato Quarandanna, la pupa impiccata, pubblicato a cura dell’associazione culturale L’Alternativa, che vado presto a sintetizzare

Quarandanna è una pupa di pezza, confezionata di anno in anno dalle donne, vestita in genere con i costumi del luogo nei colori scuri ( giacche, gunnèdda, zenale, tuccate ‘ngape) con fuso in mano e conocchia alla cintura. Secondo la tradizione Cagnanese Quarandanna è moglie di carnevale, fila tutto il giorno per pagare i debiti del marito ubriacone e viene impiccata l’ultimo giorno di Carnevale. Il cappio al collo, legato ad una corda tesa tra un capo e l’altro della strada, da un balcone all’altro, sulla finestra, oppure sulla mezza porta, è sospesa nell’aria per tutto il tempo della Quaresima ed è schernita, derisa dai bambini: “Povera Quarandanna!” In alcune versioni il pupazzetto della Quarandanna ha una patata con 7 penne sotto i piedi: ogni settimana se ne estrae una, fungendo da calendario. Un popolare informa che notte di sabato santo, quando si slegavano le campane, veniva estratta l’ultima penna di gallina dalla patata e si distruggeva la pupa, urlando con sollievo:

Jè ffenuta la mózza e la sana,
fóre fóre la Quarandana!

La mozza era la metà penna con la quale si contava la prima settimana di quaresima, che iniziava mercoledì delle ceneri. In altre versioni, la pupa ha una corona in mano. Ce n’erano tante per tutto il paese: “Vuna pe ogni capestrata; ce l’arrubbàvene e nuja la javame a truvà”- raccontano gli intervistati più anziani. Il rituale si ripeteva ogni anno, a partire dall’ultimo giorno di Carnevale, anche in altri paesi del  Gargano. Riguardo al perché, quasi tutti hanno risposto che la Quarandanna si faceva “perché così si usava”.

Per capire meglio il perché del rituale, ci vengono in aiuto i versi di una poesia di San Giovanni Rotondo, che ci offrono l’immagine di una Quarandana cristianizzata, simbolo della Quaresima. Colpita dalla pioggia e dal vento, la pupattola “persuasa venduleja”, mentre i giovani sospirano, la gente prega e fa penitenza. Ve la propongo:

Sòpe na funestràdda
ce sta nu pupazzàdda
cu ssètte pènne e nna patana sàutta
e ccu nna cròna mmane.
La vòria la fracca,
la nfàunna tutta l’acqua
e jjèssa persuuasa vendulàja
pe ssètte settemane,
la Quarandana.
P’àugnè ssettemana
la lèvene na pènna.
Suspìrene li ggiùvene e li uagliune
cu ppazijènza, chiane chiane,
la Quarandana.
E ll’òmme che la vède
ce lèva lu cappèdde
e ddice nu zinne a llu vecine
e ccu nna faccia strana
la Quarandana.
E ppe ttutte li nutte
e lli jurnate sane
prèga la ggènde
e ppenetènza faje,
pe ssètte settemane,
la Quarandana [4].

Le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro ci presentano invece una Quarandanna  bruttina, con la bocca storta, che digiuna mangiando mangia ricotta.

Quarandanna mussetòrta
ce ha mmagnate la recòtta.
La recòtta ne gnè ccòtta.
Quarandanna mussetòrta.

La  filastrocca di Sannicandro, inoltre, sembra incoraggiare i penitenti, ricordando loro che il tempo del digiuno sta per finire e, quando sarà Pasqua, si potranno mangiare anche i formaggi meno magri:

Quarandana vòcchetòrta,
Ne nde magnanne cchiù rrecòtta.
Quanne arrive Pasquarèlla
te magne recòtta ndrecciata e scamurzèlla [2].

La filastrocca di Monte Sant’Angelo – lascia intendere anch’essa che la Quarandéne sia simbolo di digiuno là dove recita – “Sò sserréte li vvucciarije e ppe qquarandasètte dije” –  dato che in tempo di Quaresima era vietato mangiare carne (eccezione fatta per i malati e le puerpere). Il testo presenta, inoltre, un’altra analogia con le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro là dove parla di “muse de chene”  in luogo di “musse” o “vocche torte”, là dove recita:

Quarandéne muse de chéne,
e mmùzzeche la lénghe a lli quatrére.
Sò sserréte li vvucciarije
e ppe qquarandasètte dije.
 

Elementi simbolici che ci consentono  di effettuare una chiave di lettura diversa e di ipotizzare che il rito non sia nato in epoca cristiana. Da un approfondimento, si capisce che il rituale di appendere bamboline, imitando l’impiccagione, è nato prima della venuta di Cristo, in Attica, regione della Grecia, e si riconduce al mito di Erigone, al quale bisogna accennare.[1]

Il mito narra che Erigone era figlia di Icario, un pastore che, per avere ospitato Diòniso [il nostro Bacco] ricevette in dono del vino e un tralcio di vite. Icario volle fare assaggiare la gustosa e inebriante bevanda ai pastori della sua regione ma questi, avendo ecceduto nel bere, si ubriacarono e, credendo di essere stati avvelenati con quella bevanda, lo uccisero. Avvedutisi dell’errore, i pastori si pentirono e nascosero il cadavere, senza dargli degna sepoltura. L’ombra d’Icario, che vagava senza pace, apparve in sogno alla figlia Erigone e le raccontò l’accaduto. Erigone, che era molto legata al padre, insieme al cane Maira si mise alla ricerca del cadavere, per dare al padre la sepoltura che meritava, finché dopo mesi lo trovò. Vinta, dalla paura di restare sola e povera, sopraffatta dal dolore si tolse infine la vita, impiccandosi ad un ramo dell’albero sotto al quale aveva prima sepolto Icario.  Maira, il cane di Erigone, si lasciò morire anch’esso, ai piedi di quell’albero, senza più mangiare. A memoria dell’evento sfortunato, Zeus trasformò Icario nella costellazione di Arturo (Boote), Erigone nella costellazione della Vergine e Maira nella costellazione del Cane (Canicola). Configurazione astrale che spiegherebbe il senso dell’immagine evocata verso della filastrocca di Monte Sant’Angelo là dove menziona il cane [costellazione del Cane Minore] che morde la lingua ai bambini  [per la sua vicinanza al segno dei Gemelli].

Il mito vuole inoltre che Erigone, prima di impiccarsi, augurasse la sua stessa fine alle vergini ateniesi, se non avessero vendicato la morte di suo padre. Maledizione che produsse i suoi effetti, perché dopo la morte di Icario e di Erigone, in Atene si registrò un’epidemia di giovani donne che morivano impiccandosi. L’evento drammatico causò una grande problematica sociale perché con le morti delle adolescenti si sarebbe interrotto il ricambio generazionale. Fu quindi consultato l’oracolo di Apollo, il cui responso fu di non di dimenticare il sacrificio di Icario e di Erigone, di  punire i loro assassini, di istituire una festa in onore della giovane donna, di offrire primizie durante la vendemmia a padre e figlia.

Il popolo ateniese, per placare l’ira di Erigone e per fare cessare l’epidemia suicida, decise quindi di istituire le Aiòra e di festeggiarle tra febbraio e marzo di ciascun anno, nello stesso periodo in cui si celebravano le Anthestéria in onore di Diòniso, spillando il vino novello [il periodo in cui festeggiamo il Carnevale]. Nacque, così, ad Atene la tradizione di appendere delle altalene agli alberi dove le fanciulle si lasciavano dondolare, per simboleggiare l’impiccagione di Erigone ed esorcizzare l’istinto suicida. Alcune versioni narrano di uomini ateniesi che si appendevano alle corde e si lasciavano andare aventi e indietro e, siccome, alcuni di essi cadevano, furono sostituiti dalle loro immagini (mascherine) che si facevano dondolare, sospese alla corda come le nostre pupe di stoffa.

Mito complesso quello di Erigone e Icario che, narrando il dono del vino, l’uccisione di Icario, il suicidio di Erigone, il suicidio delle vergini ateniesi, intende per spiegare: la resistenza del popolo al cambiamento (che Diòniso avrebbe provocato col dono del vino) ovvero la transizione da una società di pastori a una di contadini; l’importanza della famiglia, che è l’elemento primordiale della società, il luogo in cui si determina la continuazione della specie; l’importanza della donna alla quale la società greca agro-pastorale riconosceva l’importante compito di procreare e di assicurare il ricambio generazionale; le difficoltà, le paure, i dubbi della donna adolescente che – come Erigone – teme soprattutto di restare sola. Mito che richiese la messa a punto di un rito che svolse due importanti funzioni: una sociale, che consiste nell’aiutare le adolescenti a superare ancestrali paure, soprattutto quella di non procreare, che era la massima aspirazione della donna, ed esorcizzare l’istinto suicida; una economica, favorita dal dono della vite di Diòniso al padre di Erigone e quindi ai pastori, che agevolò la transizione da una società di pastori ad una società contadina.

Il rito dell’impiccagione che – come ogni rituale – consta di sequenze ordinate, reiterate nel tempo a scadenza fissa, prevede l’allontanamento dalla terra, la  sospensione nell’aria, l’oscillazione, la morte [elementi presenti tutti nel rito della Quarandanna]. Il suicidio è stato interpretato come rito di separazione [della figlia privata del padre], come rito di passaggio da giovane vergine a donna di matrimonio,  come rito propiziatorio della fertilità. La sospensione e allontanamento dalla terra come isolamento necessario per non farsi contaminare e ritornare alla vita con più energie.  Il movimento oscillatorio è stato visto come mezzo utile per consentire a chi vi partecipa di liberasi dalle negatività dell’esistenza.  L’aria, l’acqua e il fuoco – che fanno la loro apparizione nel racconto mitico – sono simboli di purificazione.

La prima Quarandanna della storia dovette essere pertanto Erigone, in onore della quale è nato il rituale di oscillare nell’aria sull’altalena. Il  rito ha poi viaggiato ed è giunto nei paesi del Mediterraneo probabilmente all’epoca della colonizzazione greca, superando le coordinate spaziotemporali, dato che fu riconosciuto  e  reimpiegato anche nel contesto del Gargano, per il fatto che nella società di pastori e contadini del promontorio  trovò le stesse matrici culturali della regione in cui era nato. Quando sopraggiunse il cristianesimo, non potendo sradicare il rito, lo mutuò, celebrandolo nello stesso periodo dell’anno e simulando l’impiccagione, apportando però alcuni cambiamenti.  È possibile riscontrare diverse analogie tra Quarandanna ed Erigone: entrambe si isolano, allontanandosi dalla terra, oscillano sotto i colpi del vento e e dell’acqua e infine muoiono, per consentire il ritorno alla normalità; tutte e due scelgono la forma dell’impiccagione: Quarandanna dopo la morte del marito Carnevale – vorrei ricordare che alcune versioni la fanno morire suicida (“Si ammazza perché non riesce a pagare i debiti del marito Carvevale ubriacone”), la seconda perché riesce a vivere da sola senza il padre (ucciso dai pastori per avere loro donato del vino).

Esistono però anche delle differenze e se il mito originario fa nascere la donna primordiale dalla terra e le affida il compito importantissimo di tenere in vita la specie umana, così riconoscendo la sua potenza,  il mito cristiano sminuisce il valore della donna, facendola nascere da una costola di Adamo e costringendola a vivere all’ombra del marito fino alla prima metà del Ventesimo secolo. Inoltre, se il rito originario simboleggia le paure ancestrali dell’ adolescente, soprattutto quella di non poter procreare, quello cristianizzato accosta sempre più il significato di Quarandanna a quello di Quaresima, che è preparazione alla santa Pasqua ed è  accompagnato da digiuno, penitenza, preghiera e castità.

Il rito fu reiterato finché durò la civiltà contadina, perché in quelle matrici culturali aveva un senso. Quando, con l’industrializzazione, la donna cominciò ad essere più libera e indipendente, perché le sue facoltà furono finalmente riconosciute, il lavoro retribuito e il suo essere nel mondo

non fu più solamente circoscritto al dovere di mettere al mondo i figli, potendo coltivare anche aspirazioni altre, il rito della Quarandanna non ebbe più ragione di esistere. Le ultime Quarandanna risalgono infatti agli anni Sessanta del secolo scorso, facendo eccezione per alcuni tentativi di riesumare la tradizione da parte delle scuole e delle associazioni.

La domanda è a questo punto: “Ha senso oggi riproporre il rito della Quarandanna?” Se pensiamo di ricreare le radici culturali che lo hanno originato, la risposta è no. Se invece ripensiamo al significato originario, che è fondamentalmente un rito di passaggio dell’adolescente alla vita adulta, e – per suo tramite – alla possibilità di concedere ai ragazzi in crescita spazi utili per dare fiducia, rasserenare, riflettere sulla propria condizione, allora si che potrebbe avere un senso. Perché tra le costanti che attraversano le società di tutti i tempi c’è la condizione difficile dell’adolescente, che io amo paragonare alla moleca – stadio del granchio quando è privo della corazza – ed è, perciò, molto vulnerabile, privo quindi delle difese che nascono con l’età e con l’esperienza. Gli adolescenti, sia maschi, sia femmine, che la civiltà tecnologica e conoscitiva ha reso più liberi ma anche più esposti, vanno tutt’oggi alla ricerca della propria identità e vivono le ansie di sempre: hanno paura di non riconoscersi guardandosi allo specchio per via dei cambiamenti, temono di non trovare l’amico/a o l’amore della vita, di non potersi realizzare, di diventare capri espiatori dei bulli, di non essere forti e indipendenti come gli adulti, di non essere apprezzati dai compagni e dagli insegnanti.  A differenza di ieri, però, mancano i riti d’iniziazione e gli adolescenti sono lasciati soli, in balia di nuove “sirene”. Agli amici, ai docenti, ai genitori, alle istituzioni qui presenti, a me stessa, vorrei perciò suggerire di fare più attenzione ai loro bisogni e di offrire ai giovani in crescita il nostro sostegno.

Leonarda Crisetti 

[1] Il mito che per alcuni risale ai tempi di Sofocle è stato narrato da Eratostene da Cirene e Nonno di Ponopoli (egiziani), da Apollodoro greco, da Igino e Servio latini, dal 3 secolo a. C. al V secolo d.C. .

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