Carnevale mije pecché sì morte? (by Matteo Siena)

CARNEVALE 2017

Intervento di Matteo Siena (presidente Società Storia Patria sez Gargano) al Convegno del Centro Studi Martella” Carnual, Zeza e Quarandanna”, tenutosi nella sala Consiliare del Municipio di Peschici il 23 febbraio 2017, giovedì Grasso.

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Carnevale mije pecché sì morte?

Perché non ci porti più il tuo fragoroso allegro fracasso di qualche anno addietro? La colpa è forse la nostra che non sappiamo più divertirci spassionatamente e senza molte spese? Che abbiamo fatto? Manchiamo forse  di idee o perché abbiamo trascurato le nostre antiche tradizioni?

Un tempo durante il periodo di Carnevale le nostre strade pullulavano di gruppi mascherati, che al tempo ritmico delle tarantelle a suon di mortai di bronzo, delle nacchere e dei buchetebù con tempo ritmico si cantava e si ballava.

Quant’è bella giovinezza – che ci fugge tuttavia- chi vuol esser lieto sia – del doman non c’è certezza! Sono versi che abbiamo imparato a scuola, ma che non recitiamo più.

Ora vediamo la storia del Carnevale.

Il suo periodo può avere una duplice dimensione, lunga o corta e questo dipende da quando cade la Pasqua. Secondo un’antica tradizione inizia dal 17 Gennaio, giorno di S. Antonio Abate. Infatti un antico detto recita così: S. Antuno – maschere e sune, li ultime pettile e i prima maccarune.

Le origini del Carnevale non sono altro che la continuazione dei Saturnali del periodo romano. Essi trovavano il loro inizio nel detto “semel in anno licet insavire, cioè almeno una volta all’anno si devono fare pazzie. Erano feste in onore  del dio Saturno: a cominciare dal 17 dicembre per terminare alla fine del mese. In questo periodo si abolivano le differenze delle classi sociali, fra patrizi e plebei, e si dava sfogo alla sfrenata licenziosità con orge, balli e allegrie. Per la plebe era anche l’occasione per sparlare dei patrizi e dei padroni utilizzando le satire.

Le persone che erano prese di mira in questo sparlare si prestavano al gioco, sopportando tacitamente le denunce, che fuori di quel periodo non avrebbero mai accettate.

Le feste terminavano con l’uccisione del re dei Saturnali, rappresentato da un fantoccio.

Cambiano i tempi, subentra il Cristianesimo, ma resistono le tradizioni delle denunce ai vassalli che il popolo minuto mal sopporta. Spariscono le feste dei Saturnali, e subentrano quelle del Carnevale, ma le denunce ai proprietari dei latifondi e agli sfruttatori degli operai restano sempre il punto di forze. Sono denunce gridate nelle vie cittadine, anche sottoforma di caricature, o nel testamento del signor Carnevale che sta morendo,

L’etimologia più accreditata di questa parola dovrebbe derivare da carnem levare, cioè eliminare la carne e prepararsi al grande digiuno della Quaresima. All’inizio di essa facevano bella mostra, al centro delle strade, le quarantane, pupe con abito dimesso e nero, poggiate su una patata su cui erano conficcate sette penne di galline per ricordare il periodo della Quaresima e la preparazione alla Pasqua.

I soliti beoni scontenti inveivano al loro apparire “Quarantana, Quarantana, che ti vonne magnà li cane, ha serrate li ucciaria pe quarantasette dije (periodo della Quaresima).

In questo periodo la Chiesa  raccomandava di abbandonare le orge, i pranzi succulenti e di consumare pasti sobri e poveri e, in determinati giorni, come personali sacrifici, anche qualche digiuno per la redenzione alla Pasqua e della propria anima.

Si derogava solo nel periodo del Carnevale, in cui si dava l’occasione di vivere giorni in piena allegria. Oggi  i mass-media ci distraggono e ci propinano programmi di giochi pseudo-culturali o ci annoiano nel mostrarci carri con rappresentazioni allegoriche o caricaturali dei personali politici più in auge.

Il Carnevale odierno, rispetto a quelli di una decina di anni fa, si è inaridito del tutto. Infatti non si odono più i canti e i suoni che iniziavano fin dal 17 gennaio, e per tutte le sere dei giovedì, dei sabati e delle domeniche vivacizzavano fragorosamente le vie del paese.

Per mia viva esperienza, posso dire che forse i periodi più belli, più spensierati sono stati quelli dell’immediato dopoguerra, perché indubbiamente si volevano dimenticare la vita di stenti e i lutti trascorsi.

Oggi lo fa da padrone il consumismo, che ha anche annichilito lo spirito creativo del Carnevale. Un tempo bastava poco per partecipare alle sfilate: ognuno si costruiva un suo abito o una sua maschera da far sorridere chi lo incontrava. Bastavano un paio di mutandoni con un cuscino sullo stomaco per essere un gran panciuto o un paio di pantaloni a mezza gamba e con un bastone su cui ci si appoggiava il traballante o con abiti dimessi le signorine imitavano la sciatteria delle zingare, con i capelli scapigliati e col viso sporco di fuliggine, che, nel leggere la mano degli sprovvediti spettatori, prevedevano sempre una ricca vittoria al gioco del lotto o una eredità inaspettata.

I giovani, soprattutto, si organizzavano in compagnie, inventando costumi, maschere e strumenti sonori. Predisponevano cortei nuziali con una sposa alta e impettita e uno sposo molto basso e mingherlino. Seguivano poi le coppie dei familiare: una madre con la gobba e con un marito sciancato col bastone, o la donna cannone al fianco del signorotto mingherlino, lu ialantome sottobraccio alla donna sdendata e sciattona, il guappo impettito con la donna dal seno voluminoso, lo spazzino con l’infermiera, il soldato pluridecorato e la moglie incinta. Tutte scene da far crepare dalle risate.

Seguivano anche i gruppi folkloristici delle pacchiane  e dei cafoni, senza contare i gruppi dei Ballerini e quello degli Schiavoni sia a piedi che con i cavalli bardati con coperte di seta.

Fra i ballerini non possiamo non ricordare il Carluccio detto anche Ballerino. Era vestito tutto di bianco, con una larga fascia rossa alla cintola e un vistoso fazzoletto rosso sulle spalle, piegato a triangolo e annodato sotto il mento. Calzava i zampitte, specie di sandali con suola sottile di cuoio tenuti da cordicelle fatte di peli di capre che si intrecciavano fino nella parte superiore del piede e sugli strangolari. Questi erano una specie di gambali di stoffa,che racchiudevano le estremità dei pantaloni per non intralciare la corsa e i balli. La camicia aveva lo sparato ricamato, le maniche a sbuffo e i polsini con i merletti, mentre il copricapo era un cono alquanto lungo, guarnito di stelle filanti e di campanellini, cosiddetti surdellini .

Al tintinnio dei surdellini facevano eco anche i due o quattro  campanacci assicurati alla cintola. Essi dovevano muoversi sistematicamente e con velocità a tempo di tarantelle con il suono secco e legnoso delle nacchere.

Il Carluccio o Ballerino per eccellenza, invece aveva il compito di dare inizio alle sfilate, a precedere i gruppi organizzati e di annunziare la lettura degli atti notarili e dei testamenti.

L’abilità stava nel correre e ballare a tempo di tarantella, suonata da un manicette (piccola fisarmonica con pochi tasti). I

ll suo vestito era tutto bianco, con una vistosa fascia rossa ai fianchi e con un lungo copricapo a cono guarnito di stelle filanti e surdellini. Doveva muovere continuamente la testa per tenere in equilibrio questo lungo copricapo.

Con pochi soldi si confezionavano vestiti e maschere, si allestivano carri con ballerini e notai che leggevano satirici e ironici atti, da far scoppiare di risate gli spettatori che sostavano sui marciapiedi.

Matteo Siena 

 

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