Galiani e Giannone, due garganici, due storie (saggio di Michele Eugenio Di Carlo)

Galiani fu uno dei principali diffusori del newtonianesimo in Italia; Giannone si collocò nel solco di un “giurisdizionalismo” che pretendeva di ridimensionare vigorosamente le prerogative della Chiesa negli Stati italiani ed europei

galianigiannone

Non sarebbe possibile esprimere la cultura napoletana della prima metà del Settecento senza essere continuamente rimandati alle illustri personalità di Pietro Giannone e di Celestino Galiani.

Galiani era nato nel 1681 a San Giovanni Rotondo – appena un casale alle dipendenze del monastero di San Giovanni in Lama, in una provincia definita «barbara» essendo stata completamente asservita alle esigenze fiscali del Regno.

Volle entrare nell’ordine dei Celestini e svolse il noviziato nel monastero della Trinità a San Severo con un tale fervore da meritarsi nel 1701 dai superiori gli studi presso il monastero di Sant’ Eusebio a Roma; luogo non secondario per la sua crescita culturale e per la sua futura preparazione.

Ed è infatti qui – nel monastero di Sant’ Eusebio – che, avendo a disposizione una biblioteca straordinariamente fornita, la sua vita prende la decisa direzione di quegli studi che lo porteranno verso una vita di successi e di soddisfazioni quale lettore di Teologia morale e Sacra scrittura, procuratore generale dell’Ordine dei Celestini presso la Santa Sede nel 1723 e generale degli stessi dal 1728, arcivescovo di Taranto nel 1731 e, addirittura, cappellano maggiore del Regno nel 1732.

Ed è sempre in questa biblioteca romana che Galiani, negli anni compresi tra il 1701 e il 1718, viene a contatto con le discipline che gli forniranno una preparazione matematico-scientifica  più congeniale alle proprie attitudini: dalla geometria euclidea e cartesiana fino allo studio del calcolo infinitesimale. E’ in questa biblioteca che Galiani si accosta all’ Ottica di Isaac Newton per poi affrontare i Principia mathematica. E non ha dubbi: tra le teorie cosmologiche di Cartesio e di Newton – da attento e appassionato scienziato qual era – sceglie quest’ultimo scrivendo le Osservazioni sopra il libro di Newton detto Principia mathematica. Nel 1714 la conferma della sua visione newtoniana della realtà arriva con La Lettera sulla gravità e i vortici cartesiani.

Celestino Galiani risulta, quindi, da studi documentati uno dei principali diffusori del newtonianesimo in Italia, diventando nel tempo un assoluto protagonista nella difficile e complessa mediazione tra le spinte culturali settecentesche dei «nuovi filosofi» e le tendenze conservatrici della Chiesa cattolica. Galiani svolgerà la sua attività culturale con prudenza, facendo circolare i suoi manoscritti – saggiamente mai pubblicati – tra i pochi intimi collaboratori e seguaci, tanto più che sin d’allora era risaputo che la Chiesa non accettava si superasse la linea «muratoriana».

Proprio la linea tracciata da quel Ludovico Antonio Muratori –  scrittore e storico nato a Vignola nel 1672 –  che studiando dai Gesuiti si era laureato in filosofia e in giurisprudenza diventando sacerdote e che nel 1700 era stato incaricato archivista e bibliotecario a Modena da Rinaldo I d’Este, presso il quale avrebbe svolto il delicato ruolo di consigliere fiduciario. Quello stesso Muratori che aveva gettato le basi metodologiche e scientifiche affinché la ricerca storica ponesse fondamento esclusivo nell’attenta e circostanziata analisi delle fonti, emulato e seguito da Giambattista Vico nella  propria vasta concezione ideale della storia.

Non era forse quanto aveva provato a fare lo stesso Giannone?

Benché Muratori, convinto assertore del rinnovamento della Chiesa e dello Stato, pur risoluto contro pregiudizi e superstizioni, circoscriverà l’estensione della ragione davanti a dogmi e sacre scritture, dettando il limite al cattolicesimo illuminato accettato dalla Santa Sede.

Eppure Alessandro Verri, nel suo Saggio sulla storia d’Italia del 1766, oserà scrivere – riferendosi a Giannone – che non gli è «mai riuscito di ritrovare nella sua Istoria il motivo de’ grandi tumulti ch’ha eccitati […] Il sig. Muratori negli Annali e nelle Dissertazioni dove tratta di storia ecclesiastica ha avuto maggior coraggio di lui, e non le sue sfortune. Questa m’è ognor paruta una contraddizione.»

Celestino Galiani – sebbene avrebbe occupato importanti ruoli sia sotto gli Asburgici sia sotto i Borbone – si dimostrerà nei fatti certamente più attento di Pietro Giannone nel tentativo riuscito di non provocare le reazioni dell’Inquisizione. E questo diverso atteggiamento tattico condurrà i due conterranei del primo Settecento verso destini del tutto dissimili.

Ben altra sorte del Galiani e del Muratori toccherà infatti al Giannone – l’altro grande garganico – il quale si colloca nel solco, profondamente scavato, di un «giurisdizionalismo» che pretende di ridimensionare vigorosamente le prerogative della Chiesa negli Stati per mezzo del controllo della pubblicazione degli atti ecclesiastici (placet o exequatur), delle relazioni tra papa  e autorità religiose di altri stati, della facoltà di intervento nelle competenze contestate del foro ecclesiastico sul territorio nazionale e che spinge verso una legislazione volta a limitare gli ordini religiosi ritenuti inutili e ad escludere l’estenzione del patrimonio immobiliare ecclesiastico con imposizioni di natura fiscale e vincoli all’acquisizione di nuove proprietà.

Pietro Giannone – giurista e storico nato ad Ischitella nel 1676, diventato dottore in diritto nel 1698 – aveva esercitato l’avvocatura presso lo studio Argento a Napoli, inserendosi pienamente nell’ambito della tradizione anticuriale napoletana. Nel 1723 pubblicherà il testo che darà la svolta alla sua esistenza e segnerà profondamente la cultura illuministica del Settecento non solo a Napoli, bensì in tutta l’Europa: Dell’Istoria civile del Regno di Napoli.

Un testo nel quale Giannone rivendica i diritti dello Stato contro le ingiuste pretese della Chiesa. L’Istoria, infatti, ripercorre la storia delle usurpazioni ecclesiastiche, nega l’origine divina del papato, critica persino le politiche ecclesiastiche di Carlo Magno con relative donazioni e l’acquisito potere temporale della Chiesa, polemizza con le invadenze della Chiesa nelle istituzioni civili del Regno: Exequatur, foro, immunità ecclesiastica, diritto d’asilo, privilegi feudali, ecc.

La dura requisitoria contro il potere temporale del papato e l’anticlericalismo acceso costano sin dal 1723 l’esilio a Giannone che, perseguitato a vita, morirà incarcerato a Torino nel 1748 sotto la dinastia dei Savoia.

E mentre Giannone vive dolorosamente l’esilio, appena preso possesso della diocesi di Taranto nel 1731, Galiani viene nominato cappellano maggiore del regno di Napoli: una carica prestigiosa decretata da Carlo d’Asburgo, che gli consentirà di essere l’arbitro delle scuole pubbliche e private, quale prima autorità amministrativa, disciplinare e giudiziaria nei riguardi di professori e studenti dell’Università di Napoli. Come cappellano maggiore detiene anche i poteri derivanti dalla giurisdizione ecclesiastica del regno, sempre in conflitto di competenza col foro ecclesiastico riguardo alle numerose cause inerenti diritti, privilegi e rendite delle chiese e delle cappelle regie sul territorio dello stato napoletano. Spettava, inoltre, al cappellano maggiore fornire il parere sulla concessione o meno dell’ exequatur  relativo a motupropri, brevi, pastorali, encicliche e bolle provenienti dallo Stato Pontificio.

In qualità di cappellano maggiore, finalmente può promuovere una riforma universitaria al fine di rilanciare la centralità degli studi statali nei riguardi di scuole private e di seminari religiosi; una riforma che prevede la chiusura di cattedre ormai obsolete e l’istituzione di numerosi nuovi corsi di studi riferibili alle scienze moderne e sperimentali: Astronomia, Fisica, Chimica, Botanica.

Da questo posizione di potere, prestigio e forza, Galiani fonda nello stesso anno con Nicola Cirillo (1671-1734) e Bartolomeo Intieri (1678-1757) l’ Accademia delle Scienze di Napoli, dove numerosi studiosi, accademici, ricercatori, scienziati si impegnano a diffondere le idee e le opere illuministiche di Isaac Newton, John Locke, Pierre Bayle, John Toland, Mattew Tindal, in contrapposizione con la scolastica e in perfetta antitesi con l’azione culturale dei Gesuiti in particolare.

A presiedere l’Accademia nei primi anni, fino alla sua morte, sarà Nicola Cirillo ( Grumo Nevano, 1671 – Napoli, 1735), scienziato e medico, che nel 1726 aveva ottenuto direttamente dalla corte viennese la cattedra più prestigiosa, quella di medicina pratica. Non senza le raccomandazioni del bibliotecario imperiale Garelli, lo stesso della cui amicizia si servirà per soccorrere e prestare aiuto all’amico dolorosamente in esilio a Vienna in quegli anni: Pietro Giannone.

All’insediamento di Carlo III di Borbone nel 1734 Giannone spera di rientrare in patria, ma, nell’ambito delle trattative per il riconoscimento del regno di Carlo da parte della Santa Sede, gli viene proibito il rimpatrio. Giannone perde la pensione e da Vienna si trasferisce a Venezia, da dove l’anno dopo viene espulso a causa delle pressioni dei Gesuiti e degli inquisitori di Stato. Si rifugia a Modena sotto falso nome e incontra, secondo Franco Venturi, il Muratori. Poi Milano, Ginevra e Torino nel 1736, dove tratto in inganno da Carlo Emanuele di Savoia per sottostare alla volontà di papa Clemente XII, viene arrestato e imprigionato.

Nel frattempo, da politico e diplomatico di classe, Galiani svolge un ruolo determinante nelle relazioni diplomatiche che porteranno al Concordato tra Stato Pontificio e regno di Napoli nel 1741, con importanti risultati per i Borbone.

Infatti, secondo Eugenio Di Rienzo, «le complicate e delicate trattative, nelle quali il Galiani riuscì ad attuare un’opera di difficile mediazione tra le pretese pontificie e spagnole e la difesa delle prerogative del Regno […], si protrassero ben oltre la data del 10 maggio 1738, giorno in cui il pontefice riconobbe formalmente Carlo di Borbone come re di Napoli. Incagliatisi sulle cruciali questioni del diritto d’asilo, dell’estensione dei poteri dell’Inquisizione, della sottomissione dei beni ecclesiastici ai tributi, della giurisdizione ecclesiastica, i colloqui diplomatici, interrottisi nel 1740 per la morte di Clemente XII, portarono solo il 2 giugno 1741 alla firma del concordato, nelle clausole del quale si poteva leggere in ogni caso un netto rafforzamento della posizione diplomatica del Regno di Napoli all’interno della penisola e sul piano internazionale, in gran parte dovuto all’opera del Galiani».

Ma come era stato possibile che lo Stato Pontificio, solo da alcuni anni costretto a legittimare Carlo di Borbone re di Napoli, accettasse e firmasse un trattato che lo sminuiva enormemente nell’arco dei tanto contestati – proprio da Giannone – poteri temporali, consegnando al regno di Napoli e al casato dei Borbone una affermazione sul piano politico-culturale che, passata alla Storia,  desta ancora ammirazione e rispetto?

La risposta è nel papa subentrato a Clemente XII, il quale non solo ci ricollega a Galiani, ma per vie dirette ci riconduce sorprendentemente alla storia della diocesi di Vieste e alla famiglia Cimaglia. Era il bolognese Prospero Lambertini, diventato papa col nome di Benedetto XIV e passato alla storia come il papa che ambiva a sopprimere il potere temporale per favorire in pieno clima illuministico la rinascita spirituale della Chiesa.

Prospero Lambertini aveva già conosciuto Celestino Galiani e i due avevano avuto modo di condividere una visione del mondo e della Chiesa scevra da pregiudizi, superstizioni, falsità storiche, diventando amici. Infatti, nella delicata questione dell’Apostolica Legazia di Sicilia, che aveva acuito i contrasti tra l’imperatore Carlo VI, quale re di Sicilia, e il papa Benedetto XIII, i colloqui diplomatici nel 1725 erano stati condotti da Prospero Lambertini, quale rappresentante della Santa Sede, e da Celestino Galiani, quale rappresentante dell’ imperatore. L’amicizia dei due, nel 1728, condusse ad una soluzione che si tradusse nella bolla pontificia Fideli,  che provocò le rimostranze sia degli ambienti più conservatori del papato, sia le proteste degli ambienti anticuriali e anticlericali di cui Pietro Giannone in esilio era diventato un emblema.

È senz’altro lecito, e attuale, chiedersi perché – nonostante l’avvento al papato di Prospero Lambertini e i notevoli risultati acquisiti dal concordato in direzione delle tesi giannoniane – Pietro Giannone continuerà ad essere prigioniero nelle carceri di Torino, fino a morirne nel 1748.

Davanti agli immani sforzi dei lumi «per l’affermazione dei diritti civili (tolleranza, libertà religiosa, emancipazione di etnie e generi fino ad allora oppressi)» possiamo oggi commuoverci, come Eugenio Di Rienzo nei suoi preziosi Sguardi sul Settecento. E, come lui, ci pare tuttora che «quelle battaglie non sarebbero state neppure possibili se non fossero state precedute dall’affermazione del più importante di tutti i diritti, quello della proprietà dell’individuo sulla sua persona, sui frutti del suo lavoro, sui suoi beni».

Michele Eugenio Di Carlo

Relazione tenuta ad Ischitella il 17 marzo 2017 al convegno in memoria del 279° anniversario della morte di Pietro Giannone e pubblicata dal quotidiano “L’ATTACCO” il 22 marzo 2017.

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